Si è tenuta, il 30 giugno, dinanzi alla Grande Camera, l’udienza sul crocifisso. La Grande Camera si pronuncerà entro sei mesi sul ricorso italiano contro la sentenza  della Corte europea dei diritti dell’uomo del 3 novembre 2009 sul crocifisso nelle aule scolastiche (ricorso Lautsi contro Italia , n. 30814/06) che aveva portato a una condanna dell’Italia per violazione dell’articolo 2, par. 1 della Convenzione. Il Presidente della Corte ha autorizzato l’intervento di Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Monaco, Romania, Federazione russa, San Marino, oltre a 33 membri del Parlamento europeo e diverse ONG. Di seguito la memoria del Governo italiano 58640-6092. Per il il testo del ricorso si veda il post del 30 maggio.

Scritto in: CEDU | in data: 30 giugno 2010 |
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Il riconoscimento del diritto al matrimonio per le coppie omosessuali non passa attraverso Strasburgo. E’ il risultato della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, il 24 giugno 2010 (ricorso n. 30141/04, Schalk e Kopf contro Austria http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=55998051&skin=hudoc-en), ha stabilito che la Convenzione europea non prevede un obbligo per gli Stati parti alla Convenzione europea di prevedere nel proprio ordinamento il matrimonio anche per coppie omosessuali. Per la Corte, l’articolo 12 della Convenzione si riferisce in modo espresso al matrimonio tra uomini e donne e non agli individui in generale: gli Stati, quindi, possono prevedere,  del tutto legittimamente, unicamente il matrimonio per le coppie eterosessuali. Tanto più, chiarisce la Corte, che tra gli Stati che hanno ratificato la Convenzione europea solo 6 Stati su 47 prevedono il matrimonio per partner dello stesso sesso e, solo di recente, alcuni Stati hanno introdotto forme di registrazione di coppie di fatto anche dello stesso sesso. La Corte ha poi sottolineato le differenze tra l’articolo 12 della Convenzione europea e l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che si allontana dalla disposizione convenzionale e si riferisce anche a matrimoni tra coppie omosessuali. La Carta infatti – precisa la Corte – «ha omesso deliberatamente il riferimento a uomini e donne», con ciò permettendo una nozione più ampia di matrimonio rispetto ad altri atti internazionali. Anche se – secondo la Corte, che così ha interpretato la disposizione della Carta Ue – l’articolo 9 lascia la decisione di prevedere o no questo matrimonio sempre agli Stati.

La Corte europea ha anche escluso una violazione, da parte dell’Austria, dell’articolo 8 e dell’articolo 14, laddove le norme interne, pur ammettendo la registrazione delle unioni omosessuali, escludono tali coppie dal godimento di alcuni diritti, proprio in ragione del margine di discrezionalità attribuito alle autorità nazionali dalla stessa Convenzione. La sentenza è destinata a influenzare altri ricorsi pendenti a Strasburgo tra i quali il caso Chapin e Charpentier contro Francia.

Scritto in: CEDU | in data: 30 giugno 2010 |
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Primo intervento della Corte europea sul nuovo articolo 35 introdotto dal Protocollo 14. Con la decisione del 1° giugno 2010 (ricorso n. 36659/04, Ionescu contro Romania,

http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?action=html&documentId=870659&portal=hbkm&source=externalbydocnumber&table=F69A27FD8FB86142BF01C1166DEA398649

), la Corte ha fornito elementi decisivi per interpretare la nuova condizione che permette ai giudici internazionali  di dichiarare irricevibile il ricorso se chi agisce in giudizio «non ha subito alcun pregiudizio importante». Per Strasburgo, per valutare il pregiudizio importante, è necessario tenere conto dell’impatto monetario della questione alla base del ricorso perché, se si tratta di una causa che vede in gioco un importo di lieve entità, la Corte deve dichiarare il ricorso irricevibile, tenendo conto, altresì, non solo dell’entità dell’importo in sé, ma della situazione economica del ricorrente. La Corte ha quindi dichiarato irricevibile il ricorso proprio perché non vi sono state  “ripercussioni importanti sulla vita personale” dell’individuo che si era rivolto a Strasburgo. Per la Corte, inoltre, non era necessario un esame nel merito per assicurare il rispetto dei diritti dell’uomo, oltre alla considerazione che la questione era stata «debitamente esaminata da un tribunale interno» perché il ricorrente aveva potuto sollevare le questioni relative all’eventuale violazione dell’equo processo anche sul piano nazionale.

Scritto in: CEDU | in data: 29 giugno 2010 |
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Fuga in avanti del Tar del Lazio che, con la sentenza 11984/2010 del 18 maggio 2010 ( http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Roma/Sezione%202B/2009/200901716/Provvedimenti/201011984_01.XML), si distacca dalla sentenza della Corte costituzionale n. 349/2007 e arriva alla conclusione che, grazie all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, qualora una norma interna risulti in contrasto con la Convenzione europea, il giudice interno deve disapplicare direttamente la norma dell’ordinamento nazionale. Una tale evoluzione, rispetto alla sentenza n. 349/2007 della Corte costituzionale, ha il suo fondamento – ad avviso del Tar Lazio – nella circostanza che il Trattato Ue ha disposto l’adesione alla Convenzione europea. Il riconoscimento dei diritti fondamentali come principi interni al diritto dell’Unione ha – come conseguenza – «che le norme della Convenzione divengono immediatamente operanti negli ordinamenti nazionali degli Stati membri dell’Unione, e quindi nel nostro ordinamento nazionale, in forza del diritto comunitario, e quindi in Italia ai sensi dell’art. 11 della Costituzione, venendo in rilievo l’ampia e decennale evoluzione giurisprudenziale che ha, infine, portato all’obbligo, per il giudice nazionale, di interpretare le norme nazionali in conformità al diritto comunitario, ovvero di procedere in via immediata e diretta alla loro disapplicazione…». Pertanto, il Tar giunge alla conclusione di dover disapplicare direttamente l’articolo 57 DPR 327/01 per garantire l’applicazione «di uno dei diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ed oggi trasfusi nel diritto dell’Unione europea».

Sono 450.000 le successioni internazionali che si aprono ogni anno nell’Unione europea, per un valore complessivo di oltre 120 miliardi di euro. Gli Stati Ue sono ancora divisi nell’individuazione della legge applicabile, della competenza giurisdizionale e anche nella scelta dei criteri di collegamento utilizzati nelle norme di conflitto. Un quadro complesso che la Commissione europea e il Consiglio dei notariati Ue prova a semplificare con il lancio di un sito web dedicato alla legislazione esistente negli Stati membri in materia di successioni. Il sito, http://www.successions-europe.eu,
 è disponibile in 23 lingue e fornisce informazioni, oltre che sulla legge applicabile e sulle autorità competenti, anche in materia di tasse.

La cancellazione dall’ordine professionale prevista per i legali che sono dipendenti pubblici e continuano ad esercitare la professione arriva all’esame della Corte di giustizia dell’Unione europea. Il 24 giugno si è tenuta l’udienza su una causa italiana Rel Ud Jakubowska e, in particolare, sul rinvio pregiudiziale del giudice di pace di Cortona che ha chiesto alla Corte di chiarire la portata delle direttive 77/249/Cee e 98/5/CE sugli avvocati per poter poi decidere se la normativa nazionale, che stabilisce l’incompatibilità dell’esercizio della professione di avvocato e il lavoro a tempo parziale nelll’amministrazione pubblica, sia compatibile con il diritto Ue.

La questione approdata a Lussemburgo prende il via da un’azione di una cittadina polacca che aveva agito per ottenere il risarcimento di 200 euro per i danni causati alla sua automobile da un passante. I suoi difensori  erano iscritti nell’Albo degli avvocati di Perugia: in quanto dipendenti pubblici avevano scelto il regime a tempo definito, ma il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Perugia aveva cancellato entrambi i legali dall’Albo, come previsto dalla legge n 339/03.

 La causa, che parte da una controversia di soli 200 euro, ha determinato la mobilitazione di Italia, Irlanda, Ungheria, Austria, Portogallo, Slovenia, intervenute in udienza al pari della Commissione europea, che propende per la compatibilità del sistema italiano con il diritto Ue.

Scritto in: Unione europea | in data: 25 giugno 2010 |
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La Corte costituzionale boccia l’articolo 18, comma 1, lett. r della legge 69/2005 che ha recepito la decisione quadro 2002/584/Gai sul mandato di arresto europeo. Per la Consulta, che si è pronuncita con la sentenza n. 227 del 24 giugno 2010 (relatore Giuseppe Tesauro), http://www.cortecostituzionale.it/giurisprudenza/pronunce/scheda_ultimo_deposito.asp?comando=let&sez=ultimodep&nodec=227&annodec=2010&trmd=&trmm=
 la norma è contraria all’articolo 117 della Costituzione perché riconosce il diritto di opporsi alla consegna unicamente al cittadino italiano, ma non a quelli di altri Stati Ue che hanno residenza o dimora in Italia, malgrado questa possibilità sia prevista nella decisione quadro. La limitazione voluta dal legislatore italiano, che ha introdotto una norma contraria alla decisione quadro, è quindi in contrasto con l’articolo 117 della Costituzione. Senza tralasciare che la norma, non facendo riferimento anche al cittadino comunitario residente o dimorante in Italia, contrasta con il principio di non discriminazione in base alla nazionalità. La Corte ha anche precisato perché, nel caso di specie, non fosse possibile ricorrere alla disapplicazione del diritto interno e fosse stato invece necessario, per la Corte di cassazione, sollevare la questione di costituzionalità.

Il rinvio della legge spagnola all’ordinamento francese in materia di successioni internazionali legittima la competenza giurisdizionale dei giudici francesi. Lo ha deciso la Corte di cassazione francese, prima camera civile, con sentenza n. 637 del 23 giugno 2010 (http://www.courdecassation.fr/jurisprudence_2/premiere_chambre_civile_568/637_23_16722.html)
nella quale la Suprema Corte ha respinto l’eccezione di incompetenza avanzata da alcuni eredi di un cittadino francese, deceduto a Madrid, i cui beni mobili e immobili si trovavano tra la Francia e la Spagna. Per la Corte di cassazione, i giudici di appello, accertando che la legge spagnola era applicabile alle operazioni relative ai beni mobili e immobili situati in Spagna e preso atto che tale legge rinviava a quella francese in quanto legge nazionale del de cuius, hanno «dedotto esattamente che le giurisdizioni francesi, per effetto di tale rinvio, sono competenti sull’intera successione a eccezione delle operazioni giuridiche e materiali derivanti dalla legge sui diritti reali per gli immobili situati in Spagna».

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 24 giugno 2010 |
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La Corte costituzionale dà seguito alla pronuncia della Corte di giustizia Ue sulla questione della tassa del lusso in Sardegna. Con la pronuncia del 9 giugno 2010, n. 216/2010 (tassa del lusso), la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge sarda 11 maggio 2006 n. 4 proprio tenendo conto dell’interpretazione «della normativa comunitaria fornita dalla Corte di giustizia» dalla quale «consegue la declaratoria di illegittimità costituzionale della disposizione censurata». E’ la conseguenza del primo rinvio pregiudiziale effettuato dalla Corte costituzionale ai giudici di Lussemburgo (ordinanza n. 103 del 2008). La Corte di giustizia Ue, con sentenza del 17 novembre 2009 C-169/08, ha di fatto interpretato l’articolo 49 sulla libera prestazione dei servizi (oggi articolo 56 TFUE) nel senso che tale norma osta alle disposizioni come quelle sarde che impongono un’imposta regionale sugli scali turistici sugli aeromobili e sulle unità di diporto poste a carico di persone fisiche e giuridiche con domicilio fiscale fuori del territorio regionale.

Scritto in: Unione europea | in data: 24 giugno 2010 |
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Le ragioni di sicurezza nazionale prevalgono sul Primo emendamento. E’ la Corte suprema degli Stati Uniti ad affermarlo in una sentenza del 20 giugno humanitarian law project che cambia un tradizionale orientamento dei giudici statunitensi fino ad oggi decisi a salvaguardare la libertà di parola su tutto. Un cambiamento di rotta nella direzione della lotta al terrorismo. Per la Corte suprema è legittima la legge federale (il Patrioct Act) che considera reato fornire supporto a gruppi terroristici stranieri indicati in una blacklist anche quando il supporto non è costituito dalla fornitura di beni materiali (armi, denaro), ma da assistenza legale e da consigli di esperti. La legge federale era stata impugnata da organizzazioni umanitarie impegnate a fornire un’assistenza al Kurdistan Workers’ Party e al Liberation Tigers Tamil fornendo elementi sulle modalità con le quali ottenere risultati attraverso mezzi pacifici. Anche questo tipo di supporto, però, secondo la Corte suprema è da considerare come ausilio ad attività terroristiche ed è giusto vietarlo.

Scritto in: terrorismo internazionale | in data: 23 giugno 2010 |
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