I contractors italiani, che avevano agito in territorio iracheno ed erano stati sequestrati nel 2004, non possono essere qualificati come mercenari. Lo ha stabilito la Corte d’Assise di Bari con la sentenza depositata il 12 ottobre scorso (contractors), con la quale i giudici hanno assolto dal reato di cui all’articolo 288 c.p., che  vieta l’arruolamento non autorizzato di cittadini italiani nel territorio dello Stato se militano al servizio o a favore dello straniero, due imputati che avevano una ditta operante nel settore della sicurezza e nella gestione dei rischi e che avevano lavorato a Baghdad. Tale norma, le cui pene sono state inasprite a seguito della ratifica italiana (legge 210/1995) della Convenzione internazionale del 1989 contro il reclutamento, l’utilizzazione, il finanziamento e l’istruzione dei mercenari, trova applicazione solo se l’attività è svolta a favore dello straniero mentre, nel caso in esame, i contractors avevano agito unicamente come operatori di sicurezza di cose e persone «non direttamente coinvolte nel conflitto armato o nella missione multilaterale». Inoltre, precisa la Corte, dalla lettura dei contratti di lavoro risulta che era escluso «in radice il requisito della partecipazione diretta alle ostilità o comunque alle operazioni militari, che costituisce il proprium della figura del mercenario».

Scritto in: mercenari | in data: 29 ottobre 2010 |
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Una legge regionale sulle norme per l’accoglienza, la convivenza civile e l’integrazione degli immigrati in Puglia, come quella adottata dalla Regione Puglia (legge 4 dicembre 2009 n. 32), non è contraria all’articolo 117 della Costituzione nella parte in cui riconosce, anche alla luce del diritto Ue e delle norme in materia di cittadinanza europea, l’esercizio di diritti fondamentali spettanti ai cittadini neocomunitari alla luce dell’articolo 18 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea «che impone sia garantita, ai cittadini comunitari che si trovino in una situazione disciplinata dal diritto dell’Unione europea, la parità di trattamento rispetto ai cittadini di uno Stato membro». Lo ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n. 299 depositata il 22 ottobre 2010(http://www.cortecostituzionale.it/giurisprudenza/pronunce/schedaDec.asp?Comando=RIC&bVar=true&TrmD=&TrmDF=&TrmDD=&TrmM=&iPagEl=1&iPag=1), con la quale la Consulta ha escluso che la legge regionale in esame «violi la competenza legislativa statale in materia di rapporti con l’Unione europea…in quanto si limita ad assicurare anche ai cittadini neocomunitari quelle prestazioni ad essi dovute nell’osservanza degli obblighi comunitari e riguardanti settori di propria competenza….». La Corte ha però dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcune norme relative all’effettività del diritto di difesa degli immigrati perché la questione della tutela legale non rientra nell’ambito materiale di competenza regionale.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 29 ottobre 2010 |
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Lo Stato membro di esecuzione ha diritto di condizionare la consegna di un condannato in attuazione del mandato di arresto europeo alla condizione che l’individuo sia riconsegnato dopo la celebrazione di un nuovo processo nello Stato emittente se la consegna riguarda una condanna frutto di una pronuncia resa in contumacia. La domanda pregiudiziale, che ha consentito la pronuncia della Corte Ue depositata il 21 ottobre 2010 (causa C-306/09mae), ha preso il via da un rinvio d’interpretazione presentato dal Tribunale di primo grado di Nivelles (Belgio) nell’ambito di un procedimento relativo all’esecuzione di un mandato di arresto europeo richiesto dalle autorità rumene nei confronti di un cittadino rumeno residente in Belgio, che era stato condannato in contumacia.

Prima di tutto, la Corte Ue ha chiarito che la presentazione di una richiesta di concessione dello status di rifugiato nello Stato di esecuzione non è un motivo rilevante, ai fini della decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo, per rifiutare l’esecuzione del provvedimento. Tuttavia, tenendo conto che la decisione non fissa un obbligo assoluto di esecuzione del mandato di arresto è possibile, per le autorità dello Stato di esecuzione, al fine di consentire il reinserimento sociale delle persone, condizionare la consegna alla riconsegna dopo la celebrazione del nuovo processo nello Stato emittente in presenza del condannato in absentia.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale, mandato di arresto europeo | in data: 28 ottobre 2010 |
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Norme minime comuni per rafforzare la fiducia reciproca tra Stati membri nella cooperazione giudiziaria penale. Con quest’obiettivo, il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato la direttiva 2010/64/Ue del 20 ottobre 2010 sul diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali (pubblicata sulla GUUE L 280, 26 ottobre 2010 (Ue) che punta a facilitare l’applicazione del diritto alla traduzione per coloro che non comprendono la lingua nella quale si svolge il processo, anche nei procedimenti di esecuzione di un mandato di arresto europeo. La direttiva, inoltre, impone agli Stati di prevedere, entro il 27 ottobre 2013, termine ultimo per il recepimento, che anche i documenti fondamentali, come quelli che riguardano le decisioni che privano una persona della propria libertà, nonché gli atti contenenti i capi d’imputazione e le sentenze, siano tradotti in un tempo ragionevole.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale, Unione europea | in data: 26 ottobre 2010 |

I tribunali italiani non hanno giurisdizione nei casi di favoreggiamento per l’ingresso illegale di extracomunitari via mare se l’inseguimento della nave che trasporta clandestini è iniziato al di fuori del mare territoriale. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sezione prima penale, con la sentenza 32960/10 depositata l’8 settembre 2010 (sen32960). Alla Suprema Corte si erano rivolti due condannati in primo e secondo grado ad otto anni di reclusione per aver consentito l’ingresso illegale nel territorio italiano di 63 extracomunitari, i quali contestavano le decisioni dei giudici di merito che, a loro avviso, avevano deciso nel merito malgrado il difetto di giurisdizione dell’autorità giudiziaria italiana perché la motonave sequestrata era turca e le navi erano state fermate al di fuori delle acque territoriali italiane. Una posizione condivisa dalla Corte di cassazione che ha annullato la sentenza. Per la Corte, infatti, il reato è stato consumato in aree sottratte alla giurisdizione italiana, oltre le 12 miglia marine. Né per i giudici di legittimità si poteva invocare la zona contigua perché la Turchia, stato della bandiera, «non ha mai aderito alla Convenzione di Montego Bay», disconoscendo, quindi, la natura consuetudinaria dell’istituto. Irrilevante anche il richiamo al diritto di inseguimento previsto dall’articolo 111 della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare e il principio della presenza costruttiva, proprio perché l’inseguimento «non è iniziato nelle acque territoriali nazionali». Di conseguenza, per la Corte di Cassazione, i giudici italiani non avevano giurisdizione, ma essa doveva essere attribuita alla Turchia anche in ragione del principio della bandiera di cui all’articolo 97 della Convenzione di Montego Bay.

Scritto in: diritto del mare | in data: 26 ottobre 2010 |
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La Commissione europea punta a rafforzare l’applicazione effettiva della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea divenuta vincolante con il Trattato di Lisbona. In particolare, come stabilito nella Strategia del 19 ottobre 2010 (com_2010_573_en) adottata da Bruxelles per garantire il rispetto della Carta, la Commissione intende ampliare la valutazione d’impatto che le nuove proposte avranno sui diritti fondamentali. Si tratterà di mettere in campo  un sistema di monitoraggio in base al quale i servizi della Commissione individueranno i diritti fondamentali che la proposta rischia di violare, proponendo, in questi casi, nuovi opzioni. Inoltre, la Commissione vuole diffondere gli strumenti a disposizione dei cittadini nei casi di violazione della Carta, fermo restando che Bruxelles può intervenire solo se è coinvolto il diritto dell’Unione.

Scritto in: diritti umani, Unione europea | in data: 25 ottobre 2010 |
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La Corte suprema inglese dà il via libera agli accordi prematrimoniali. Con la sentenza del 20 ottobre 2010 (Radmacher contro Granatino, accordi prematrimoniali), i giudici inglesi hanno ribaltato un tradizionale orientamento e hanno dato rilievo, nella decisione di divorzio, agli accordi conclusi prima delle nozze. Il diritto inglese non vieta questi accordi, ma non li considera determinanti lasciando la decisione al giudice che deve statuire sul divorzio. La vicenda riguardava un cittadino francese coniugato con una donna tedesca, con matrimonio civile celebrato a Londra. I due coniugi avevano concluso un contratto prematrimoniale dinanzi a un notaio tedesco. La Corte ha precisato che la legge applicabile era quella inglese in base al Matrimonial Causes Act del 1973, senza alcun rilievo per il domicilio delle parti. Per la Corte,  la scelta di legge effettuata in base al diritto tedesco dimostra che i coniugi avevano la chiara volontà di essere vincolati dall’accordo prematrimoniale.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 23 ottobre 2010 |
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L’Italia rischia una condanna per la legge 117/1998 sul sistema di risarcimento dei danni provocati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati. La Commissione europea, infatti, ha presentato un ricorso alla Corte di giustizia Ue (causa C-379/10) , in base all’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ritenendo l’Italia inadempiente perché esclude la responsabilità dello Stato nei casi di danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto Ue. La questione è arrivata sotto i riflettori della Commissione a seguito dell’adozione della sentenza della Corte di Lussemburgo che, il 13 giugno 2006 (C-173/03, Traghetti del Mediterraneo), aveva “bocciato”, nel primo caso riguardante la responsabilità extracontrattuale dell’Italia per violazione del diritto comunitario da parte dei giudici di ultimo grado, la legge n. 117 del 13 aprile 1988 sulla responsabilità civile dei magistrati.Per i giudici comunitari, né il limite oggettivo, che esclude determinate attività, come quella di interpretazione delle norme e di valutazione del fatto e delle prove, dall’azione di risarcimento dei danni, né quello soggettivo, che limita l’azione di responsabilità ai soli casi in cui il provvedimento giudiziario erroneo sia causato dal dolo o dalla colpa grave del magistrato, sono compatibili con il principio della responsabilità extracontrattuale dei Paesi membri per violazione dell’ordinamento comunitario.

L’Italia ha mantenuto in piedi il sistema. Di qui l’azione della Commissione sulla quale si pronuncerà nei prossimi mesi la Corte Ue.

Scritto in: Unione europea | in data: 23 ottobre 2010 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo è chiamata a far luce sul sistema delle extraordinary renditions. Grazie al ricorso presentato da un cittadino tedesco, di origine libanese e nato in Kuwait, contro l’ex Repubblica yugoslava di Macedonia, comunicato l’8 ottobre 2010 (39630-09 Statement of Facts and Questions to the Parties-2), un organo giurisdizionale internazionale potrebbe chiarire il coinvolgimento degli Stati in questa prassi utilizzata dalla Cia per la lotta al terrorismo internazionale. El Masri, nel 2003, era partito per una vacanza a Skopje, ma al confine tra Serbia ed ex Repubblica yugoslava di Macedonia era stato fermato dalla polizia e detenuto in un albergo, in isolamento per molti giorni, durante i quali era stato picchiato. Dopo diverse maltrattamenti era stato condotto in Afghanistan, nel centro della Cia “Salt Pit» a nord di Kabul. Solo nel 2004 era tornato in Germania e aveva deciso di presentare un ricorso alla Corte europea per violazione, da parte dell’ex Repubblica yugoslava di Macedonia, dell’articolo 3 della Convenzione che vieta i trattamenti disumani e degradanti.

Scritto in: CEDU | in data: 20 ottobre 2010 |
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La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo dovrà pronunciarsi sulle misure di congelamento dei beni decise dal Consiglio di sicurezza Onu. Il 20 ottobre, infatti, la Camera ha deciso di passare il caso Nada contro Svizzera (ricorso n. 10593/08) al massimo organo giurisdizionale di Strasburgo (COURT_n3307113_v3_Relinquishment_in_favour_of_the_Grand_Chamber_-_Nada_v__Switzerland). Il ricorso è stato presentato da un cittadino italiano che vive a Campione d’Italia e che era stato incluso nelle blacklist adottate dal Consiglio di sicurezza nell’ambito della lotta al terrorismo. Sulla base di una risoluzione Onu, il Consiglio federale svizzero aveva disposto il congelamento dei beni e deciso il divieto di transito e ingresso in Svizzera. Il ricorrente aveva richiesto la cancellazione del suo nome dall’elenco (anche perché le indagini nei suoi confronti erano state archiviate), ma l’istanza era stata respinta dalla Corte federale svizzera per assicurare il rispetto degli obblighi internazionali. Di qui il ricorso a Strasburgo per violazione del diritto alla libertà personale (articolo 5 della Convenzione europea), dell’articolo 8 che assicura il rispetto alla vita privata e familiare e dell’articolo 13 che garantisce una tutela giurisdizionale effettiva.

La Francia e il Regno Unito hanno chiesto di intervenire nel procedimento.

Scritto in: CEDU, diritti umani | in data: 20 ottobre 2010 |
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