L’inviato speciale delle Nazioni Unite per la pirateria, Jack Lang, ha presentato al Consiglio di sicurezza, il 25 gennaio 2011, una proposta per l’istituzione di tribunali speciali per processare i pirati (http://www.un.org/News/Press/docs//2011/sc10164.doc.htm). In particolare, secondo Lang, bisognerebbe creare due tribunali in Somalia anche per rafforzare il sistema penale di Mogadiscio e una corte con una giurisdizione extraterritoriale in Tanzania. La situazione – ha precisato l’inviato Onu – sta peggiorando non solo per le difficoltà che incontrano gli Stati nel processare i pirati, ma anche per i legami sempre più stretti tra pirateria e terrorismo.

Sul fronte degli interventi statali, è stato chiesto a tutti gli Stati di punire la pirateria e inserirla come reato nei propri ordinamenti. La Francia, il 5 gennaio 2011, ha adottato la legge  2011-13 relativa alla lotta alla pirateria in alto mare (http://www.legifrance.gouv.fr/affichTexte.do?cidTexte=JORFTEXT000023367866&dateTexte=&categorieLien=id). L’anno prima era stato il Belgio a promulgare una nuova legge sulla lotta alla pirateria marittima (http://www.ejustice.just.fgov.be/loi/loi.htm).

Scritto in: diritto del mare | in data: 30 gennaio 2011 |
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I giudici di merito disapplicano la legge Bossi Fini perché alcune disposizioni sono in contrasto con la direttiva 2008/115/Ce del 16 dicembre 2008 sulle norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, non ancora recepita in Italia, malgrado il termine sia scaduto il 24 dicembre 2010. Accertata la diretta applicabilità di numerose disposizioni della direttiva sufficientemente dettagliate, diversi Tribunali, da quello di Torino a quello di Firenze, hanno disposto l’assoluzione di alcuni immigrati irregolari che non avevano rispetto il provvedimento di espulsione. Così ha fatto il Tribunale di Torino con sentenza del 5 gennaio 2011, IV sezione penale (tribunaletorino), che ha assolto un imputato dal reato di cui all’articolo 14 comma 5 ter e comma 5 quarter che considera reato l’inosservanza dell’ordine di allontanamento e di espulsione. Un sistema, quello previsto in materia di espulsione nella Bossi Fini, in aperto contrasto con la direttiva 2008/115 che si basa sul principio del rimpatrio volontario. Di qui la disapplicazione della norma interna contrastante con l’atto Ue e l’assoluzione dell’imputato.

Per le altre sentenze e per circolare del Ministero dell’interno del 17 dicembre 2010 sull’applicazione della direttiva 2008/115, con commenti di Giuseppe Amato e di Marina Castellaneta, si veda Guida al diritto, 29 gennaio 2011, n. 5, p. 14 ss.

Scritto in: immigrazione | in data: 27 gennaio 2011 |
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Passi avanti in vista dell’adozione della direttiva relativa alle fusioni di società per azioni che andrà a modificare e codificare  i precedenti atti Ue adottati nel settore. Il 18 gennaio 2011 il Parlamento europeo ha approvato, in prima lettura, il testo della direttiva (fusioni) che, nelle intenzioni, dovrebbe essere adottata in via definitiva entro quest’anno. Gli Stati potranno escludere dall’ambito di applicazione del testo Ue le cooperative. Dovrà poi essere assicurata la tutela dei lavoratori in base alla direttiva 2001/23. Rafforzate le tutele per i creditori e i sistemi di controllo sulla governance. Gli eurodeputati hanno inoltre stabilito che se nello Stato manca un controllo preventivo di legittimità giudiziario o amministrativo il contratto di fusione deve essere redatto con atto pubblico.

Scritto in: Unione europea | in data: 26 gennaio 2011 |
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Il gup del Tribunale di Bari  ha deciso, il 21 gennaio 2011 (20110121171533705), l’immediata esecutività dell’ordinanza del 15 novembre 2010 (v. il post del 17 novembre 2010) con la quale era stata disposta la revoca della confisca dei terreni sui quali era stato costruito l’ecomostro barese di Punta Perotti. E’ stata quindi respinta la richiesta di sospensione dell’esecuzione del provvedimento che ordinava la restituzione dei terreni ai costruttori presentata dal Comune di Bari, che sembra orientato a rinunciare al ricorso in Cassazione per favorire un regolamento amichevole sulla quantificazione dell’indennizzo dovuto ai costruttori. Per il giudice di Bari, considerando che la Corte europea ha ritenuto, con sentenza del 20 gennaio 2009,  arbitraria la confisca, non c’è altra strada che rispettare la sentenza CEDU e restituire i terreni, anche perché, se così non fosse, il risarcimento del danno materiale che la Corte europea si è riservata di quantificare sarebbe ancora più ingente.

Scritto in: CEDU, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 24 gennaio 2011 |
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Il regolamento Ue n. 343 del Consiglio, del 18 febbraio 2003, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo (regolamento Dublino) consente agli Stati, in alcuni casi, proprio per assicurare la tutela dei diritti umani, di derogare all’applicazione dei tradizionali criteri di competenza nell’individuazione del Paese che deve decidere sulla richiesta di asilo. E’ stato il Belgio, quindi, a violare la Convenzione dei diritti dell’uomo e non può trincerarsi dietro il rispetto di obblighi internazionali come l’attuazione del regolamento Dublino proprio perché, avendo dati certi sulla situazione dei richiedenti asilo in Grecia, non avrebbe dovuto procedere all’espulsione di un cittadino afgano ad Atene. Lo ha deciso la Grande Camera della Corte di Strasburgo che si è pronunciata con sentenza del 21 gennaio 2011 (M.S.S. contro Belgio e Grecia, 30696/09, (http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=65497901&skin=hudoc-en), precisando che lo stesso regolamento impone il rispetto della Convenzione di Ginevra e inserisce eccezioni all’applicazione dei criteri di competenza per l’esame della domanda di asilo se nel Paese che sarebbe competente è a rischio la tutela dei diritti umani del richiedente.La Corte, quindi, che ha modificato il precedente orientamento seguito nell caso K.R.S. contro Regno Unito, ha ritenuto che, in questo caso, il Belgio, decidendo di consegnare un cittadino afgano entrato in Europa dalla Grecia al Paese ellenico ha violato l’articolo 3 della Convenzione che vieta i trattamenti disumani e degradanti, nonché gli articoli 13 e 46. La Corte ha anche condannato la Grecia per le gravi violazioni relative al trattamento dei richiedenti asilo e ha imposto misure individuali e generali oltre a obbligare gli Stati a un indennizzo nei confronti del cittadino afgano.

Dinanzi alla CEDU pendono oltre 1.000 casi riguardanti l’applicazione del regolamento di Dublino, soprattutto contro Belgio, Paesi Bassi, Finlandia e Francia.

Scritto in: CEDU, diritto di asilo | in data: 21 gennaio 2011 |

La richiesta di informazioni integrative presentata dalla Corte di appello a uno Stato Ue prima di dare seguito all’esecuzione del mandato di arresto europeo da parte delle autorità italiane implica l’applicazione della proroga del termine di altri 30 giorni rispetto all’usuale periodo di esecuzione fissato in 60 giorni in base alla legge n. 69/2005 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2oo2/584/Gai relativa al mandato di arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri. E’ questa la conclusione della Corte di cassazione che, nella sentenza n. 821, sesta sezione penale, depositata il 17 gennaio 2011 (http://www.cortedicassazione.it/Documenti/821_01_11.pdf), ha ritenuto che se i giudici di appello chiedono ulteriori informazioni prima di eseguire il mandato di arresto deve essere concessa la proroga di 30 giorni perché la richiesta in informazioni integrative rientra nelle cause di forza maggiore che giustificano un allungamento dei termini secondo l’articolo 17, comma 2.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale, mandato di arresto europeo | in data: 21 gennaio 2011 |

Il diritto al voto, garantito dall’articolo 3 del Protocollo n. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non può essere escluso in modo automatico come conseguenza dell’applicazione dell’interdizione dai pubblici uffici applicata ai detenuti condannati all’ergastolo. Lo ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo che, con la sentenza Scoppola (ricorso n. 126/05,   http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=8&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=65093654&skin=hudoc-fr) deposita il 18 gennaio, ha ritenuto che l’esclusione dal voto prevista in modo automatico non è conforme alla Convenzione europea. A Strasburgo si era rivolto un cittadino condannato per omicidio all’ergastolo (pena poi ridotta a 30 anni, proprio grazie a un precedente ricorso alla Corte europea) con la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici e la perdita del diritto di voto. Per la Corte europea quello che non va nel sistema italiano è l’applicazione automatica del divieto che priva gli individui di un diritto garantito dalla Convenzione, senza una valutazione caso per caso.

Scritto in: CEDU | in data: 19 gennaio 2011 |
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Nelle controversie in materia di rapporti lavoro con uno Stato estero l’Italia ha violato il diritto di accesso a un tribunale (articolo 6 della Convenzione dei diritti dell’uomo) assicurando l’immunità dalla giurisdizione dinanzi ai giudici italiani alla Francia in una controversia che vedeva contrapposta una cittadina italiana, dipendente della scuola francese a Roma, a Parigi. Per la Corte europea, che si è pronunciata nel caso Guadagnino contro Italia e Francia con sentenza del 18 gennaio (ricorso n. 2555/03, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=65093654&skin=hudoc-fr), l’Italia ha adottato una misura sproporzionata negando la giurisdizione alla donna. La vicenda approdata a Strasburgo aveva preso il via da un ricorso di un’impiegata della scuola francese a Roma che aveva agito contro il proprio datore di lavoro per ottenere la ricostruzione della carriera, un accertamento sulla legittimità del licenziamento e il pagamento delle retribuzioni. La Cassazione aveva riconosciuto la giurisdizione dei giudici italiani solo per gli aspetti legati alla retribuzione in quanto semplici questioni patrimoniali e l’aveva esclusa per gli altri motivi di ricorso perché legati all’esercizio di prerogative istituzionali di uno Stato estero. Una scelta non conforme all’articolo 11 della Convenzione Onu del 2004 che parte dal presupposto che l’immunità in materia di lavoro non sussiste salvo in determinati casi. Una norma – precisa la Corte – che ha carattere consuetudinario e vincola anche l’Italia. Di conseguenza, poiché la donna non esercitava funzioni pubbliche e il suo caso non rientrava tra le eccezioni che garantiscono l’immunità allo Stato estero, l’Italia ha violato l’articolo 6 della Convenzione e deve corrispondere alla donna un indennizzo di 15.000 euro.

Scritto in: CEDU, immunità Stati esteri | in data: 19 gennaio 2011 |
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Spetterà alla Corte di giustizia Ue chiarire se la decisione quadro 2001/220/Gai del 15 marzo 2001 relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale imponga agli Stati membri di prevedere che le autorità inquirenti debbano richiedere, in via anticipata rispetto al dibattimento, l’esame della persona offesa o della vittima se minore. La questione pregiudiziale è stata presentata dal Tribunale di Firenze (causa C-507/10, vittima) che ha dubbi sulla compatibilità degli articoli 392 e 394 c.p.p. con l’atto Ue .

Scritto in: Unione europea | in data: 15 gennaio 2011 |
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E’ legittimo vietare una campagna pubblicitaria attraverso l’affissione di poster in luoghi pubblici se il messaggio diffuso da un’associazione attraverso il proprio sito internet, richiamato nei manifesti, è contrario all’ordine pubblico e mette al rischio i bambini. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Raelien contro Svizzera, n. 16354/06 (http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=16354/06&sessionid=64761505&skin=hudoc-en) depositata il 13 gennaio. Non basta che il manifesto non riporti alcun messaggio negativo se il poster, facendo riferimento al sito web dell’associazione, porta in ogni caso alla diffusione di messaggi che mettono a rischio anche la sicurezza dei bambini. Di conseguenza, la Corte di Strasburgo ha ritenuto che non vi fosse alcuna violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nella scelta delle autorità svizzere di vietare l’uso spazi pubblici a un’associazione che voleva dare il via a una campagna per favorire i contatti con gli extraterrestri, se i manifesti rinviano al sito internet che diffonde l’intera attività dell’associazione e  pubblicazioni a sfondo pedofilo.

Scritto in: CEDU, libertà di espressione | in data: 14 gennaio 2011 |