Sarà discusso il 15 marzo il progetto di accordo per l’adesione dell’Unione europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, elaborato dallo Steering Committee for Human Rights del Consiglio d’Europa (http://www.coe.int/t/dghl/standardsetting/hrpolicy/CDDH-UE/CDDH-UE_2011_04_en.pdf), che ha anche reso noto il rapporto esplicativo (http://www.coe.int/t/dghl/standardsetting/hrpolicy/CDDH-UE/CDDH-UE_2011_05_en.pdf). Tredici articoli che, dopo la riunione di marzo, passeranno all’attenzione del Comitato dei Ministri e poi dell’Assemblea parlamentare. Perfezionata la procedura anche gli atti Ue potranno finire sotto i riflettori della Corte, con una maggiore protezione per i cittadini Ue tenendo conto del progressivo trasferimento di competenze dagli Stati membri all’Unione europea, che avrà gli stessi diritti e gli stessi obblighi degli Stati che hanno ratificato la Convenzione.

Scritto in: CEDU, Unione europea | in data: 27 febbraio 2011 |
Parole Chiave: //

C’è tempo fino al 16 marzo 2013 per il recepimento della direttiva 2011/7/Ue relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali approvata dal Consiglio e dal Parlamento europeo il 16 febbraio 2011 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Ue L48 del 23 febbraio 2011 (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2011:048:0001:0010:IT:PDF). La direttiva, che si applica ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in una transazione commerciale, con la possibilità per gli Stati di escludere i debiti oggetto di procedure concorsuali aperte a carico del debitore, punta a ravvicinare le legislazioni degli Stati Ue per fare in modo che nel mercato interno non vi siano eccessivi ritardi nei pagamenti. Proprio con l’obiettivo di disincentivare i ritardi nei pagamenti nelle transazioni commerciali, la direttiva ha fissato disposizioni aggiuntive in materia di ricorso alla giustizia, rispetto al già composito quadro Ue, con particolare riguardo alle procedure di recupero di crediti non contestati.

Scritto in: Unione europea | in data: 26 febbraio 2011 |
Parole Chiave: //

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 3572/11 depositata il 14 febbraio 2011 (prima sezione civile, sen3572), ha confermato la legittimità del provvedimento della Corte di appello di Genova che, con decreto del 19 ottobre 2010, ha riconosciuto la sola adozione speciale e non quella legittimante a una cittadina italiana, single, che aveva ottenuto un provvedimento di adozione di una minore russa dal Tribunale regionale di Lipetsk (Federazione russa), poi riconosciuto dal Tribunale del distretto della Columbia, negli Stati Uniti, dove la donna risiedeva.

La Suprema Corte ha precisato che, in mancanza di un’apposita legge interna che riconosca il diritto all’adozione legittimante da parte dei single, l’unica adozione possibile per questi ultimi è quella prevista in casi particolari (articolo 44 della legge n. 184/1983) senza però possibilità di un’adozione piena concessa alle sole coppie sposate, anche se la Cassazione ha precisato che se  fosse adottata una legge che la prevedesse essa sarebbe conforme al diritto internazionale e, in particolare alla Convenzione di Strasburgo in materia di adozione di minori del 24 aprile 1967, già ratificata dall’Italia con legge n. 357 del 1974.

La Corte di cassazione ha respinto il ricorso della donna riconoscendo che non vi era stata alcuna violazione della Convenzione di Strasburgo né della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989. Inoltre, la Corte ha escluso l’applicazione degli articoli 64 e 66 della legge n. 218/95 perché, in materia di adozione di minori, in forza dell’articolo 41, comma 2 si applicano le disposizioni speciali previste nella legge 476/98 di ratifica della Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993. Bene fanno, poi, gli ufficiali dello stato civile ad escludere la trascrizione nella forma dell’adozione piena di un provvedimento che risulti contrario “ai principi fondamentali che regolano lo stato di diritto di famiglia e dei minori”.

Si ringrazia la redazione di Guida al diritto per la sentenza.

Scritto in: diritto internazionale privato, riconoscimento sentenze straniere | in data: 23 febbraio 2011 |
Parole Chiave: //

Sarà la Corte costituzionale a sciogliere ogni dubbio di costituzionalità sulla mancata previsione nell’articolo 705 c.p.p. in ordine alla possibilità, da parte delle autorità nazionali italiane, di rifiutare la richiesta di estradizione avanzata da uno Stato nei confronti di un cittadino Ue (all’epoca dei fatti non era applicabile la decisione quadro sul mandato di arresto europeo) che vive da lungo tempo e in modo stabile in Italia, Paese nel quale ha tutti i legami familiari e lavorativi. Secondo la Cassazione, sesta sezione penale (ordinanza n. 5580 depositata il 14 febbraio 2011, http://www.cortedicassazione.it/Documenti/5580_02_11.pdf), questa lacuna potrebbe risultare contraria agli articoli 3, 27 comma 3 e 117 della Costituzione, soprattutto tenendo conto che un rifiuto di questo genere può essere opposto nei casi in cui lo Stato richiedente proceda con un mandato di arresto europeo. Senza dimenticare che la mancata previsione di un simile motivo di rifiuto all’estradizione potrebbe impedire a un cittadino Ue di esercitare il suo diritto a stabilirsi in uno Stato membro.

Con la sentenza Werynski (causa C-283/09, testi), depositata il 17 febbraio 2011, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito da un lato le modalità di assunzione di testimonianze in uno Stato membro in base al regolamento n. 1206/2001/Ce sulla cooperazione fra le autorità giudiziarie degli Stati membri nel settore dell’assunzione delle prove in materia civile o commerciale e, dall’altro lato, le questioni collegate all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nei casi di rinvii pregiudiziali nell’ambito della cooperazione giudiziaria civile. Per quanto riguarda il regolamento n. 1206/2001, i giudici Ue hanno precisato che nei casi in cui le autorità giudiziarie di uno Stato membro chiedano a quelle di un altro Paese Ue di procedere all’audizione di un testimone, lo Stato richiesto non può condizionare l’assunzione di una testimonianza al previo versamento di un anticipo o al rimborso dell’indennità corrisposta ai testi dovuta in base al diritto dello Stato richiesto. L’articolo 18 del regolamento, infatti, è esplicito nello stabilire che non può essere chiesto il rimborso di tasse o spese all’autorità giudiziaria richiedente.

Per le questioni riguardanti il rinvio pregiudiziale,  i giudici Ue, a fronte delle eccezioni della Commissione europea secondo la quale il ricorso doveva essere dichiarato irricevibile  perché presentato da un giudice di primo grado, hanno precisato che, dal 1° dicembre 2009, l’articolo 68 del Trattato Ce è stato abrogato e quindi è venuto meno il limite in base al quale la domanda pregiudiziale nell’ambito della cooperazione giudiziaria civile poteva essere avanzata solo dai giudici di ultimo grado. Per la Corte, invece, a partire dall’entrata del Trattato di Lisbona, che ha rimosso questo limite, la domanda di pronuncia pregiudiziale può essere presentata da una giurisdizione di grado inferiore, anche se la domanda è stata depositata prima del 1° dicembre 2009.

Sul fronte del

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile, Corte di giustizia Ue | in data: 18 febbraio 2011 |
Parole Chiave: // //

Le questioni legate al nome rientrano nella nozione di vita privata e familiare, ma lo Stato può porre limiti ai cambiamenti del nome registrato all’anagrafe, se giustificati da esigenze legate alla tutela di interessi generali. E’ quanto deciso dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Golemanova contro Bulgaria (ricorso n. 11369/04, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=11369/04&sessionid=66703726&skin=hudoc-en), adottata sul filo di lana (4 voti a favore della Bulgaria e 3 della ricorrente) il 17 febbraio. A Strasburgo si era rivolta una donna che aveva chiesto alle autorità amministrative nazionali di cambiare il proprio nome registrato alla nascita con il nome con il quale era stata chiamata sin dall’infanzia. Al diniego degli ufficiali di stato civile, la donna si era rivolta ai giudici che, però, le avevano dato torto perché non sussistevano “serie ragioni” per autorizzare il cambiamento. Di qui il ricorso a Strasburgo. Tuttavia, la Corte europea non ha ritenuto che vi fosse una violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che garantisce il diritto alla vita privata e familiare, proprio perché le autorità nazionali hanno effettuato un giusto bilanciamento tra l’interesse della ricorrente e quello della società nel suo insieme.

Scritto in: CEDU | in data: 17 febbraio 2011 |
Parole Chiave: //

Il Tribunale di Bolzano ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea di chiarire se il principio di primazia del diritto dell’Unione impone la disapplicazione delle norme interne adottate per garantire l’applicazione effettiva dei principi costituzionali (c_04620110212it00070008). Il giudice nazionale, inoltre, vuole sapere se in caso di conflitto tra una norma interna e una disposizione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo il richiamo effettuato dall’articolo 6 del Trattato Ue ai diritti della Convenzione, che fanno parte integrante del diritto dell’Unione in quanto principi generali, imponga la disapplicazione della norma interna senza che venga sollevata una questione di costituzionalità dinanzi alla Consulta italiana. Sembra, quindi, che il tribunale di Bolzano voglia rimettere in discussione il risultato raggiunto con le sentenze n. 348 e n. 349 del 2007 con le quali la Corte costituzionale aveva escluso tale possibilità imponendo ai giudici nazionali di sollevare la questione di costituzionalità nelle ipotesi di contrasto tra diritto interno e norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 16 febbraio 2011 |

Allarme per il numero di ricorsi relativi a misure provvisorie per ottenere da Strasburgo la sospensione di provvedimenti di espulsione, di allontanamento e di estradizione emessi dalle autorità di numerosi Stati. La Corte europea non riesce più a fronteggiare il numero di richieste. Tra il 2006 e il 2010 si è verificato un incremento record del 4.000% del numero di ricorsi. Nel 2006 le richieste sono state 112 e nel 2010 i ricorsi sono balzati a quota 4.786. Per arginare questo flusso, che rischia di paralizzare il lavoro della Corte, il Presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo Jean-Paul Costa ha divulgato, l’11 febbraio 2011, delle indicazioni pratiche ai ricorrenti e agli avvocati, chiedendo agli Stati la messa a punto di rimedi nazionali effettivi (20110211_ART_39_Statement_FR).

Scritto in: CEDU | in data: 14 febbraio 2011 |
Parole Chiave: // //

L’Italia condannata a risarcire i danni morali subiti da una donna destinataria di un provvedimento di espulsione illegittimo, trattenuta in un Centro di identificazione e di espulsione (Cie). La legge italiana – ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza dell’8 febbraio 2011 (Seferovic contro Italia, ricorso n. 12921/04, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=35&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=66403467&skin=hudoc-fr) – non prevede alcun sistema che consenta agli individui che si trovano nella situazione della donna ossia trattenuti illegittimamente nei centri, di ottenere una riparazione violando, di conseguenza, l’articolo 5, par. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in base al quale ogni persona vittima di arresto o di detenzione in violazione delle condizioni fissate nella Convenzione ha diritto a una riparazione.

A Strasburgo si era rivolta una donna di etnia rom proveniente dalla Bosnia Erzegovina nei confronti della quale, dopo poche settimane dalla nascita del figlio (morto dopo pochi giorni), era stato emesso un provvedimento di espulsione perché irregolare. In attesa dell’esecuzione della misura era stata trattenuta in un Cie nei pressi di Roma. Tuttavia, il tribunale di Roma, alla quale la donna si era rivolta contestando il provvedimento, aveva deciso il suo immediato rilascio perché in base al dlgs 286/98 le espulsioni non possono essere disposte nei confronti delle donne in stato di gravidanza e nei sei mesi successivi alla nascita del figlio. In seguito la donna aveva anche ottenuto, nel 2006, lo status di rifugiato. Tuttavia, non potendo ottenere un indennizzo in Italia per una lacuna del sistema normativo, malgrado la sua privazione della libertà personale fosse stata illegittima, la donna si era rivolta a Strasburgo che le ha dato ragione ritenendo sussistente una violazione dell’art. 5, par. 1 e par. 5 della Convenzione, e, di conseguenza, ha riconosciuto un indennizzo per i danni non patrimoniali subiti pari a 7.500 euro (la donna ne aveva chiesti 45.000).

Scritto in: CEDU | in data: 11 febbraio 2011 |
Parole Chiave: //

Le donne cecene cercano giustizia. E provano a rompere il silenzio che ormai le circonda seguendo la strada per Strasburgo. E’ rimasta solo la Corte europea dei diritti dell’uomo a fare luce sulle sparizioni forzate di tanti giovani ceceni. Un’intera generazione. Ragazzi di appena 20 anni che padri, madri, giovani mogli hanno visto scomparire dalle proprie case nel cuore della notte. O per strada alla luce del giorno. Senza nessun colpevole. Anche oggi, da Strasburgo, sono arrivate due nuove condanne alla Russia (caso Dudarovy contro Russia, ricorso n. 5382/07 http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=18&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=66344637&skin=hudoc-en, e Nasukahnovy contro Russia, ricorso n. 1572/07, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=17&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=66344637&skin=hudoc-en) per violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea che riconosce il diritto alla vita, dell’articolo 3 che vieta i trattamenti disumani e degradanti, dell’articolo 5 sul diritto alla libertà personale e dell’articolo 13 che assicura il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva. Tre giovani erano scomparsi dopo essere stati prelevati, nel 2002, da uomini in uniforme, dalle proprie case in Cecenia. Poi il solito scenario e la solita drammatica trafila: richiesta di notizie alle autorità, nessuna risposta, apertura di inchieste farsa.  Dopo qualche giorno erano stati trovati i cadaveri di due giovani. Nessuna giustizia sul piano interno. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha condannato la Russia anche per violazione dell’articolo 2. La circostanza che gli uomini piombati nelle case dei ricorrenti avessero oltrepassato tutti i posti di blocco senza essere mai fermati, malgrado il coprifuoco, che avessero viaggiato su un veicolo militare, ha portato la Corte a concludere che si trattava di agenti dello Stato che conducevano operazioni speciali di sicurezza. La Russia, poi, non ha svolto alcuna indagine effettiva.

La Corte ha concesso 60.000 euro ai ricorrenti del caso Dudarovy e 100.000  a quelli del caso Nasukhanovy per i danni morali subiti. Poca cosa. Molto più importante è che, almeno grazie alla Corte, si rimuove il silenzio su fatti su cui nessun altro organo internazionale prova a fare luce.

Scritto in: CEDU, diritti umani | in data: 10 febbraio 2011 |