Alla Corte di giustizia Ue la parola sulla libertà di religione e sulla nozione di atti persecutori in base all’articolo 9 della direttiva 2004/83 relativa alle norme minime sull’attribuzione a cittadini di Paesi terzi o apolidi della qualifica di rifugiato  o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale. Il Tribunale amministrativo federale tedesco ha chiesto, infatti, alla Corte di giustizia Ue (causa C-71/11, http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2011:130:0011:0012:IT:PDF) di chiarire la nozione di atto persecutorio secondo l’articolo 9 della direttiva e se nel nucleo essenziale della libertà di religione possa essere incluso anche il diritto a svolgere talune pratiche religiose in pubblico.

Scritto in: libertà di religione | in data: 30 aprile 2011 |
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Dal 1° luglio 2011 entrerà in vigore la direttiva 2011/35/Ue adottata il 5 aprile 2011 dal Consiglio e dal Parlamento Ue (l_11020110429it00010011) che abroga la 78/855/Cee (modificata a sua volta dalla 2007/63 recepita in Italia con decreto legislativo del 13 ottobre 2009 n. 147) e introduce alcune deroghe rispetto alla 2009/10. In particolare, nell’ottica di armonizzare le norme interne in materia di fusioni e di limitare i costi per le società per azioni, la direttiva stabilisce un’esenzione dagli obblighi di pubblicità se la società pubblica il progetto di fusione sul sito web, accessibile al pubblico senza costi, in modo continuativo e per un intero mese prima dell’assemblea generale. Gli Stati, poi, possono prevedere un obbligo di pubblicità su un sito web designato dalle autorità nazionali, ma solo a patto che non ci siano costi aggiuntivi. Nel segno della semplificazione, la direttiva lascia spazio agli Stati membri che potranno prevedere tagli nella presentazione dei documenti utili al progetto di fusione (escludendo, ad esempio, la consegna di un nuovo inventario reale), ma potranno mantenere le formalità fissate nell’ordinamento interno per l’opponibilità a terzi del trasferimento di beni.

Scritto in: Unione europea | in data: 30 aprile 2011 |
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Adesso lo dice anche la Corte di giustizia Ue, mettendo nero su bianco che, in pratica, la previsione di una pena detentiva a carico di cittadini di Paesi terzi che non adempiano all’obbligo di lasciare il territorio nazionale, viola i diritti fondamentali. Con la sentenza depositata il 28 aprile nella causa C-61/11 (El Dridi, http://curia.europa.eu/jurisp/cgi-bin/form.pl?lang=it&jurcdj=jurcdj&newform=newform&docj=docj&docop=docop&docnoj=docnoj&typeord=ALLTYP&numaff=&ddatefs=21&mdatefs=4&ydatefs=2011&ddatefe=28&mdatefe=4&ydatefe=2011&nomusuel=&domaine=&mots=&resmax=100&Submit=Rechercher) la Corte ha, infatti, chiarito che la procedura di allontanamento prevista dalla legislazione italiana è contraria alla direttiva 2008/115/Ce del 16 dicembre 2008 recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, che l’Italia non ha recepito nel termine di scadenza fissato per il 24 dicembre 2010. Ai giudici di Lussemburgo si era rivolta la Corte di appello di Trento alle prese con un ricorso presentato dal cittadino di un Paese terzo entrato irregolarmente in Italia. Espulso, non aveva rispettato il provvedimento ed era stato condannato in base all’art.14, comma 5 ter del DLGS 286/1998 a un anno di carcere. I giudici di appello, prima pronunciarsi nel merito, hanno posto alcuni quesiti pregiudiziali d’interpretazione sulla direttiva alla Corte Ue. Che è stata chiara: la procedura di allontanamento disposta dall’ordinamento italiano accompagnata in caso di mancato rispetto dalla reclusione è contraria alla direttiva la quale prevede che sia concesso agli immigrati un termine per la partenza volontaria. La detenzione, precisa la Corte, “rischia di compromettere la realizzazione dell’obiettivo perseguito dalla direttiva, ossia l’instaurazione di una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno sia irregolare nel rispetto dei loro diritti fondamentali”. Di qui due conseguenze: il giudice interno deve disapplicare la normativa interna contraria al risultato della direttiva tenendo conto che essa, anche se non recepita, è già invocabile dai singoli contro lo Stato membro in quanto contiene disposizioni incondizionate e sufficientemente precise e deve assicurare l’applicazione retroattiva della pena più mite, secondo i principi costituzionali comuni agli Stati membri.

Scritto in: immigrazione | in data: 28 aprile 2011 |
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Sono i due Paesi dell’Unione europea che hanno messo in crisi una libertà fondamentale del Trattato Ue ossia la libera circolazione delle persone minando i principi alla base del Trattato di Schengen. Ora, sia l’Italia, accusata di aver concesso i permessi di soggiorno temporanei a molti tunisini sbarcati in questi giorni sull’isola di Lampedusa, sia la Francia che ha, seppure per breve tempo, bloccato la libera circolazione fra Francia e Italia, chiedono alla Commissione europea di modificare le regole di Schengen. Con la lettera del 26 aprile indirizzata al Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy e al Presidente della Commissione europea Barroso (lettera_congiunta), a seguito del vertice bilaterale italo-francese, i due Stati hanno chiesto un rafforzamento dei meccanismi di solidarietà finanziaria a sostegno degli Stati colpiti da un afflusso massiccio di migranti e una modifica del Trattato Schengen. Intanto, per il 4 maggio, il Commissario europeo Malmstrom si prepara a presentare il nuovo piano sull’immigrazione.

Scritto in: immigrazione | in data: 28 aprile 2011 |
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La lotta alla corruzione internazionale arranca e gli Stati non sono mobilitati in modo adeguato per combattere una piaga che è anche causa della mancata crescita economica in molti Paesi. Lo dice il Segretario generale dell’OCDE (l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) Gurria nel rapporto annuale del 20 aprile 2011 (http://www.oecd.org/dataoecd/7/15/47628703.pdf) sullo stato di attuazione della Convenzione del 21 novembre 1997 sulla lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali, che l’Italia ha ratificato con legge 29 settembre 2000 n. 300 e con il Dlgs 8 giugno 2001 n. 231, con il quale è stato introdotto, nel nostro ordinamento, il principio della responsabilità delle persone giuridiche, poi esteso anche ad altri settori.

Nel rapporto si sottolinea che, nel 2010, solo in 5 Stati sui 38 Paesi che hanno ratificato la Convenzione, sono state imposte sanzioni a persone fisiche e giuridiche, malgrado ben 260 inchieste siano ancora aperte negli Stati membri. Dal 1999, 199 persone fisiche e 91 persone giuridiche sono state destinatarie di sanzioni conseguenza di condanne per corruzione transnazionale. Ma nella maggior parte degli Stati parti non sono mai state adottate sanzioni. Per quanto riguarda l’Italia sono state condannate 21 persone fisiche e 18 persone giuridiche. La visita annuale per l’Italia è fissata per dicembre 2011.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale, corruzione internazionale | in data: 27 aprile 2011 |
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Obiettivo primario tutelare le vittime della tratta e introdurre strumenti per prevenire il crimine. E’ quanto si propone la direttiva 2011/36/Ue del 5 aprile 2011 concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime e che sostituisce la decisione quadro 2002/629/Gai (tratta),  da recepire entro il 6 aprile 2013. La direttiva, che imporrà a tutti gli Stati membri, ad esclusione di Regno Unito e Danimarca, un inasprimento del quadro normativo interno per fronteggiare la piaga della tratta degli esseri umani, amplia le fattispecie considerate reati e prevede che per i reati individuati dall’articolo 2 sia disposta la reclusione della durata massima di almeno 2 anni. Nei casi di vittime particolarmente vulnerabili o di reati commessi nell’ambito di un’organizzazione criminale, però, la pena dovrà essere di almeno 10 anni. Gli Stati dovranno predisporre un sistema di risarcimento per le vittime. Fissati anche i criteri per ripartire la giurisdizione tra gli Stati membri e disposta la responsabilità delle persone giuridiche, con un rafforzamento del ruolo di Eurojust e Europol.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale, Unione europea | in data: 26 aprile 2011 |
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Per l’accertamento delle condizioni in base alle quali è possibile attribuire lo status di apolidia stabilite dalla Convenzione di New York del 28 settembre 1959 è competente il Ministro dell’interno che deve rilasciare un decreto accertando il rispetto della Convenzione internazionale. Tale decreto, riguardando questioni attinenti allo stato della persona,  può poi essere impugnato secondo le forme proprie del giudizio ordinario di cognizione. Lo ha deciso la Corte di cassazione (sezione I, civile) con sentenza del 4 aprile 2011 n. 599/2011 (http://www.cortedicassazione.it/Documenti/7614_04_11.pdf) con la quale la Suprema Corte ha respinto il ricorso di un individuo appartenente all’etnia saharawi che aveva chiesto al Tribunale di Trento di riconoscere il proprio stato di apolide. Il Tribunale aveva dichiarato inammissibile il ricorso perché il ricorrente aveva utilizzato il rito camerale e non le forme del rito ordinario di cognizione. Di qui l’impugnazione fino alla Cassazione che, però, ha dato ragione ai giudici di merito e ha anche colto l’occasione per differenziare la situazione di coloro che rivendicano lo status di apolidia da coloro che chiedono la protezione internazionale per i quali vi è un’esigenza di celerità nella definizione del procedimento che giustifica l’utilizzo del rito camerale.

Scritto in: apolidia | in data: 21 aprile 2011 |
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E’ compito del Ministro della giustizia designare i membri di Eurojust che, in base alla decisione 2002/187/gai del 28 febbraio 2002 del Consiglio Ue che istituisce Eurojust per rafforzare la lotta contro le forme gravi di criminalità, sono chiamati a svolgere una funzione di coordinamento di carattere non giudiziario. Lo ha stabilito la Corte costituzionale che, con la sentenza n. 136 depositata il 15 aprile 2011 (http://www.cortecostituzionale.it/schedaUltimoDeposito.do;jsessionid=99642EFC2204EDC508E1D41856B86E89), ha respinto l’eccezione di illegittimità costituzionale dell’articolo 2 della legge 14 marzo 2005 n. 41 con la quale è stata attuata sul piano interno la decisione Ue.

Le funzioni dei membri di Eurojust – ha chiarito la Consulta – non possono, in alcun modo, essere assimilate a quelle di un organo giudiziario o giurisdizionale. Di conseguenza, non presenta alcun profilo di incompatibilità con la Costituzione la legge n. 41 del 2005 che affida la nomina del componente italiano al ministro della giustizia che decide dopo aver acquisito il parere del CSM sulle candidature.

Scritto in: Unione europea | in data: 19 aprile 2011 |
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Il Tribunale di Firenze ha chiesto alla Corte di giustizia Ue di chiarire se il decreto legislativo n. 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche  sia conforme alla normativa Ue nella parte in cui non prevede espressamente che gli enti rispondano dei danni procurati alle vittime di reati nel corso del processo penale. Una simile limitazione non sembra, secondo il Tribunale di Firenze, conforme alla decisione quadro 2001/220/Gai sulla posizione della vittima nel procedimento penale proprio a causa delle limitazioni previste nel dlgs 231/2001 (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2011:120:0007:0008:IT:PDF).

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 16 aprile 2011 |
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E’ di sicuro lo strumento relativo alla cooperazione giudiziaria penale di maggior successo nell’Unione europea, ma il mandato di arresto europeo, che ha consentito di abbattere i tempi di trasferimento di indagati, imputati e condannati tra i Paesi Ue, mostra i segni del tempo e richiede qualche aggiustamento. Lo dice la Commissione europea nella relazione sullo stato di attuazione del mandato di arresto europeo nei 27 Stati membri presentata l’11 aprile (http://ec.europa.eu/justice/policies/criminal/extradition/docs/com_2011_175_en.pdf,). Nel periodo compreso tra il 2005 e il 2009 sono stati emessi 54.689 mandati di arresto che hanno portato alla consegna di 11.630 indagati. Tagliati poi i tempi di trasferimento: con l’estradizione, il tempo di consegna era pari a un anno, a fronte, nell’attuazione del mandato di arresto, di 16 giorni nei casi in cui l’indagato acconsente alla consegna o di 48 giorni se si oppone. A tutto vantaggio della lotta alla criminalità nello spazio Ue.

Tra tante luci non mancano, però, le ombre soprattutto perché – precisa la Commissione europea – gli Stati membri ricorrono in modo eccessivo al mandato di arresto per reati minori.

Anche il Commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa Thomas Hammarberg con una nota del 15 marzo 2011 (http://commissioner.cws.coe.int/tiki-view_blog_post.php?postId=124) ha richiamato gli Stati a una maggiore attenzione alla tutela dei diritti umani nell’esecuzione dei mandati di arresto.