Aumentano le richieste di misure provvisorie nei casi di estradizione e di espulsione. Per assicurare l’accoglimento delle istanze da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo ed evitare la presentazione di domande non fondate, il Presidente della Corte di Strasburgo ha divulgato, il 7 luglio, delle istruzioni pratiche alle parti, indicando le condizioni necessarie per l’accoglimento delle misure (INSTRUCTION_PRATIQUE_Demandes_de_mesures_provisoires_juillet_2011_EN).

Tra l’altro, è richiesto che sussistano motivi eccezionali, che devono essere indicati in modo dettagliato.

Al primo posto tra i Paesi destinatari delle misure, nel 2011, c’è la Spagna a quota 32, seguita dal Regno Unito (25). All’Italia sono stati indirizzati 5 provvedimenti (ART_39_TABLEAU_PAR_PAYS_EN).

Scritto in: CEDU | in data: 29 luglio 2011 |
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Da ottobre anche a Malta si potrà divorziare. Il 25 luglio il Parlamento ha approvato la legge che introduce il regime del divorzio anche nell’isola cattolica, unico Paese Ue a non prevederlo (il testo è disponibile anche in inglese da p. 435 BILL 80). Una spinta decisiva è stata data dall’approvazione, nell’Unione europea, del  regolamento n. 1259/2010 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale pubblicato sulla GUUE L 343/10 del 29 dicembre 2010, in vigore dal 21 giugno 2012, prima applicazione della cooperazione rafforzata nel settore della cooperazione giudiziaria civile alla quale partecipano Italia, Spagna, Ungheria, Lussemburgo, Austria, Romania, Slovenia, Francia, Germania, Belgio, Lettonia, Malta e Portogallo.

La legge maltese prevede la giurisdizione dei giudici nazionali solo in presenza di talune condizioni tra i quali la cittadinanza maltese di entrambi gli sposi o il domicilio sul territorio (art. 66L).

 

Scritto in: Senza categoria | in data: 28 luglio 2011 |
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La Corte costituzionale ha stabilito che la norma del pacchetto sicurezza che condiziona la celebrazione del matrimonio di cittadini extracomunitari in Italia al possesso di un documento che attesti la regolarità del soggiorno nel territorio italiano è contraria alla Costituzione. Determinanti, nella conclusione raggiunta dalla Consulta con la sentenza n. 245/2011 depositata il 25 luglio 2011 (http://www.cortecostituzionale.it/), le norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, l’articolo 12 che assicura il diritto al matrimonio. La questione di costituzionalità era stata sollevata dal Tribunale di Catania al quale si erano rivolti un’italiana e un cittadino marocchino ai quali l’ufficiale dello stato civile aveva opposto un no alla celebrazione del matrimonio perché mancava un documento che attestasse la regolarità del permesso di soggiorno come previsto dall’articolo 116 del codice civile, modificato dalla legge n. 94 del 2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica). Una  condizione che secondo la Corte costituzionale è in contrasto con l’articolo 117 della Costituzione anche perché – osserva la Consulta – l’articolo 12 della Convenzione europea, come interpretato dalla Corte di Strasburgo (da ultimo si veda la sentenza del 14 dicembre 2010, O’Donoghue e others contro Regno Unito), impedisce che in un ordinamento, malgrado il margine di apprezzamento attribuito agli Stati, sia stabilito un divieto assoluto “senza che sia prevista alcuna indagine riguardo alla genuinità del matrimonio”, con l’inserimento di una “limitazione generale, automatica e indiscriminata, ad un diritto fondamentale garantito dalla Convenzione”.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 27 luglio 2011 |
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Con la sentenza depositata il 12 luglio (ricorso n. 14737/09, Sneersone e Kampanella contro Italia, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/portal.asp?sessionSimilar=74064607&skin=hudoc-en&action=similar&portal=hbkm&Item=1&similar=englishjudgement), la Corte europea dei diritti dell’uomo è intervenuta in una vicenda riguardante la sottrazione internazionale di un minore, facendo il punto sui rapporti tra norme della Convenzione dell’Aja del 25 ottobre 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale del minore, disposizioni del regolamento Ue n. 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale e norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte, che ha accertato una violazione da parte dell’Italia dell’articolo 8 che riconosce il diritto al rispetto della vita privata e familiare, ha stabilito che il  ritorno di un minore illecitamente sottratto da un genitore non può essere deciso in modo automatico, senza tenere conto della situazione effettiva del bambino nel momento in cui è adottato il provvedimento – che deve essere adeguatamente motivato – e degli effetti negativi che potrebbe causare la separazione dalla madre.

Questi i fatti. Dopo la separazione di una coppia costituita da un italiano e da una lettone, residenti in Italia, il bambino, affidato alla madre, era stato condotto dalla donna in Lettonia perché il padre del bimbo non contribuiva al sostegno economico del minore, situazione che le impediva di vivere in Italia. Di qui il ricorso del padre al Tribunale per i minorenni di Roma con la richiesta di affidamento esclusivo accolta dai giudici italiani. Le autorità interne, poi, avevano anche disposto il ritorno del minore in Italia: il provvedimento, però, non era stato riconosciuto ed eseguito dal tribunale lettone in quanto contrario all’interesse superiore del minore.

La Corte europea, dopo aver chiarito che nell’applicazione sia della Convenzione dell’Aja sia del regolamento Ue le autorità nazionali sono obbligate a tenere conto delle norme della Convenzione europea, ha affermato che, prima di decidere il ritorno del bambino, le autorità statali devono accertare in dettaglio tutti i motivi di rischio per il minore, escludendo che le semplici rassicurazioni del padre, per quanto certe, possano essere adeguate ai fini dell’interesse del bambino. E questo anche quando è applicato l’articolo 11 del regolamento n. 2201/2003 in base al quale il ritorno del minore può essere disposto anche in caso di rischio grave se nello Stato di origine sono adottate misure protettive (con una soluzione diversa dall’articolo 13 della Convenzione dell’Aja). Per la Corte, l’Italia non ha valutato attentamente i danni psicologici che il bambino poteva subire dal rientro in Italia, tenendo conto che non parlava la lingua italiana e che aveva avuto scarsi legami con il padre.  Senza dimenticare che le autorità italiane non hanno in alcun modo preso in considerazione un’alternativa al rientro del minore in Italia che avrebbe potuto assicurare contatti adeguati tra padre e figlio. Di qui la condanna all’Italia.

Scritto in: CEDU, sottrazione internazionale di minori | in data: 25 luglio 2011 |

Il Consiglio Ue ha adottato, il 9 giugno, la decisione 2011/432/UE relativa all’approvazione, a nome dell’Unione europea, della Convenzione dell’Aja del 23 novembre 2007 sull’esazione internazionale di prestazioni alimentari nei confronti di figli e altri membri della famiglia (in GUUE L 192, 22 luglio 2011, alimenti). La firma da parte dell’Unione europea – precisa il Preambolo – comporta un vincolo per gli Stati membri, tenuti a rispettare la Convenzione e comporta che l’Unione può esercitare la propria competenza per tutte le materie disciplinate dal trattato. La decisione è corredata da quattro allegati. Il secondo si occupa delle riserve formulate da alcuni Stati (Regno Unito in testa) che si oppongono all’uso del francese nelle comunicazioni tra le autorità centrali.

Sul regolamento n. 4/2009 del 18 dicembre 2008 relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari (in GUUE L 7 del 10 gennaio 2009, p. 1 ss.) si vedano i post del 7 aprile, del 21 giugno e la newsletter (n. 1).

 

Si veda il post

 

 

 

Scritto in: obbligazioni alimentari, Unione europea | in data: 22 luglio 2011 |
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Maggiore trasparenza sul ruolo dei lobbisti nei processi decisionali. Regole di condotta certe e un meccanismo di reclamo in grado di sanzionare i responsabili di violazioni delle norme di comportamento fissate in ambito Ue. Sono gli obiettivi perseguiti nell’accordo tra Commissione europea e Parlamento che ha condotto all’istituzione di un registro per la trasparenza per le organizzazioni, le persone giuridiche e i lavoratori autonomi, impegnati nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche dell’Unione pubblicato nella GUUE di oggi (L 191, lobbisti). Il registro consentirà l’applicazione di regole condivise per le attività di contatto con funzionari e personale delle istituzioni Ue da parte degli enti iscritti. Sono escluse le attività legate alla prestazione di consulenza legale e altre attività professionali che si riferiscono all’esercizio del diritto fondamentale di un cliente a un processo equo. Sono altresì esclusi i partiti politici, le comunità religiose, le autorità locali, regionali e municipali. Gli uffici di rappresentanza sono però chiamati a registrarsi. Previsto un meccanismo di reclamo nel caso in cui gli iscritti violino il codice di condotta allegato all’accordo.

Scritto in: Unione europea | in data: 22 luglio 2011 |
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La durata ragionevole del processo non può essere stabilita secondo un giudizio rigido e predeterminato ma, per rispettare l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo come interpretato dalla Corte di Strasburgo, è necessario effettuare una valutazione globale del procedimento, tenendo conto della complessità del caso dovuta alla contemporanea azione disciplinare rispetto a un procedimento penale in corso. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sezione prima civile, alle prese con una questione relativa all’applicazione della legge Pinto, decisa con sentenza del 4 luglio 2011 (n. 14534/11, durata del processo). Per la Suprema Corte, che ha respinto il ricorso di un magistrato che aveva impugnato la pronuncia della Corte d’appello relativa alla sua istanza di equa riparazione poiché i giudici di appello avevano sostenuto la congruità delle fasi del procedimento disciplinare, respingendo l’indennizzo, per stabilire la durata ragionevole del processo è indispensabile effettuare una valutazione d’insieme, prendendo in considerazione la complessità della fattispecie, il comportamento delle parti e del giudice. Esclusa, quindi, una valutazione analitica, circostanza che porta la Suprema Corte a ritenere che, nel caso di specie, l’azione disciplinare aveva concorso a determinare una maggiore complessità del caso e quindi aveva giustificato tempi più lunghi.

Scritto in: CEDU, durata dei processi | in data: 20 luglio 2011 |
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Per impedire danni irreparabili la Corte internazionale di giustizia ha intimato a Cambogia e Thailandia di ritirare la presenza di propri militari dalla zona del tempio di Preah Vihear e di sospendere ogni atto armato. Con ordinanza depositata oggi (http://www3.icj-cij.org/docket/files/151/16564.pdf), la Corte internazionale di giustizia ha di fatto accolto l’istanza della Cambogia che  si era rivolta alla Corte dell’Aja chiedendo l’interpretazione della sentenza resa il 15 giugno 1962 con la quale i giudici internazionali avevano riconosciuto la sovranità della Cambogia sul tempio situato al confine con la Thailandia e l’adozione di misure provvisorie per impedire un aggravamento della situazione. La Corte ha accolto l’istanza sulle misure provvisorie dopo aver respinto la richiesta della Thailandia di cancellare la causa dal ruolo. Nei prossimi mesi la pronuncia sul merito.

Si veda il post del 3 maggio.

Scritto in: Controversie internazionali, Corte internazionale di giustizia | in data: 18 luglio 2011 |
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Il giudice italiano non può valutare l’attività esercitata da quello ecclesiastico nel procedimento di annullamento del matrimonio per gli atti funzionali al processo e non ha quindi giurisdizione per le azioni risarcitorie promosse da un cittadino  nei confronti del giudice ecclesiastico. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sezioni unite civili, nella prima sentenza sul problema della giurisdizione del giudice italiano in materia di risarcimento danni per violazione delle regole processuali canoniche, depositata il 6 luglio (n. 11988/10, giudice ecclesiastico). Per la Suprema Corte, tenendo conto che, in base all’Accordo di revisione del  Concordato del 18 febbraio 1984, la giurisdizione ecclesiastica è estranea ed esterna all’ordinamento italiano, diventando civilmente rilevante solo in talune condizioni e dopo un procedimento di delibazione, il giudice italiano non può avere giurisdizione sui comportamenti dell’autorità giudiziaria ecclesiastica e sul rispetto delle regole processuali canoniche.

Scritto in: giurisdizione civile, riconoscimento sentenze straniere | in data: 14 luglio 2011 |
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Il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha approvato, il 17 giugno, il Protocollo alla Convenzione sui diritti del fanciullo che consentirà a individui e organizzazioni non governative di presentare reclami al Comitato per i diritti del bambini nei casi di violazione della Convenzione. Il testo (G1113971) passa adesso all’Assemblea generale che dovrebbe approvarlo entro la fine dell’anno e consentire di colmare una lacuna nella salvaguardia dei diritti dell’uomo. La Convenzione, infatti, era l’unico trattato in materia di diritti umani a non avere un meccanismo di controllo generale sull’applicazione dei diritti della Convenzione. Con l’entrata in vigore del Protocollo, per la quale sono necessarie 10 ratifiche, gli individui avranno la possibilità di rivolgersi a un organo internazionale per far accertare la violazione di propri diritti garantiti dal testo adottato a New York nel 1989 e dai due Protocolli, uno riguardante la lotta alla pedopornografia e uno il divieto di reclutamento di bambini soldato. Prevista anche la possibilità di reclami interstatali. Alcune obiezioni sono state avanzate da Cina e Russia soprattutto per le scarse specificazione sulla nozione di individui che possono rivolgersi al Comitato.

Scritto in: diritti dei bambini | in data: 14 luglio 2011 |