La Conferenza generale dell’Unesco ha votato, oggi, a favore dell’ammissione della Palestina che così diventa il 195esimo Stato membro dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (http://www.youtube.com/watch?v=ms58YVsFSdQ&feature=player_embedded#!). La decisione è stata presa con 107 voti a favore, 14 contrari tra i quali Stati Uniti e Germania, e 52 astenuti, inclusa Italia e Regno Unito.

Immediate le reazioni Usa che ha dichiarato di voler procedere al taglio dei fondi per l’Unesco. Come al solito, l’Unione europea divisa. La Palestina ha anche presentato domanda di ammissione all’Onu il 23 settembre scorso, dall’esito scontato visto il sicuro veto Usa.

Si veda il post del 24 settembre.

 

Scritto in: Palestina | in data: 31 ottobre 2011 |
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Il Parlamento europeo, con la risoluzione del 25 ottobre 2011, ha chiesto alla Commissione europea di presentare una proposta legislativa sui metodi alternativi di soluzione delle controversie in materia civile, commerciale e familiare per evitare la logica del confronto nell’ambito di procedimenti giudiziari (http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P7-TA-2011-0449+0+DOC+XML+V0//IT&language=IT). In questa direzione, secondo gli eurodeputati, è necessario diffondere l’ADR a tutti i settori, oltre l’ambito delle controversie che coinvolgono i consumatori. In particolare, proprio tenendo conto delle difficoltà di soluzione delle controversie transfontaliere e degli elevati costi connessi, la proposta della Commissione dovrebbe valutare, pur senza pregiudicare il diritto di accesso alla giustizia,”un meccanismo obbligatorio per la presentazione dei reclami delle parti al fine di esaminare le possibilità di ADR”. A questo proposito, il Parlamento ha richiamato l’attenzione sulla “conciliazione paritetica” italiana come esempio di buone prassi. Da rafforzare, poi, il ruolo dei sistemi alternativi di soluzione delle controversie da utilizzare online, su cui sta lavorando anche l’Uncitral.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 30 ottobre 2011 |
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Punire chi pratica turismo sessuale. Impedire a coloro che hanno subito condanne per pedofilia di svolgere lavori che prevedano contatti con minori. Sanzionare i produttori ma anche gli utenti di videopedopornografici. Bloccare l’accesso a internet di siti pornografici riguardanti minori. Sono gli obiettivi fissati nella risoluzione del Parlamento europeo adottata il 27 ottobre, sulla proposta di direttiva relativa alla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pedopornografia, che abroga la decisione quadro 2004/68/GAI (risoluzione). Il testo, frutto di lunghe negoziazioni, passa adesso al Consiglio Ue che dovrebbe approvarlo entro fine anno. Oltre venti le tipologie di reato indicate nell’atto Ue: gli Stati dovranno prevedere come reato atti come il turismo sessuale anche se svolto in uno Stato extra Ue, a condizione che tale reato sia perpetrato da un cittadino comunitario, dovranno punire l’adescamento online, rimuovere i siti dal contenuto pedopornografico o impedirne l’accesso. Sono previste anche sanzioni minime armonizzate. Per gli atti sessuali nei confronti di minori la pena minima  non dovrà essere inferiore a 10 anni di reclusione. Stabiliti 3 anni di carcere per i produttori di siti pornografici che hanno come protagonisti minori e 1 anno per gli utenti.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale, diritti dei bambini | in data: 28 ottobre 2011 |

E’ il  primo trattato internazionale che punta a eliminare la contraffazione dei medicinali attraverso il ricorso al diritto penale. Si tratta della Convenzione sulla lotta alla contraffazione di prodotti medicali e di reati analoghi che costituiscono una minaccia per la sanità pubblica, voluta dal Consiglio d’Europa e aperta alla firma, a Mosca, il 28 ottobre 2011 (Medicrime-version bilingue). Il Trattato, che obbliga gli Stati parti a prevedere la criminalizzazione di taluni comportamenti, punta anche alla protezione delle vittime e a rafforzare la cooperazione tra Stati, obbligati a punire coloro che producono, diffondono medicine contraffatte e falsificano documenti per favorire la circolazione di prodotti medici falsi. Tra le misure sanzionatorie previste, che dovranno colpire anche le persone giuridiche, la Convenzione dispone non solo la reclusione ma anche la confisca e il divieto per chi è stato condannato di svolgere ancora attività nel settore. La Convenzione, che fissa anche norme sulla giurisdizione, entrerà in vigore con la ratifica di 5 Stati, di cui almeno 3 membri del Consiglio d’Europa.

Si veda il post dell’11 dicembre 2010.

Scritto in: contraffazione | in data: 28 ottobre 2011 |
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L’estradizione decisa dalla Svezia di un cittadino ruandese che ha ottenuto lo status di rifugiato, ma che è sospettato di genocidio in Ruanda non è in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E’ la conclusione raggiunta dalla Corte di Strasburgo nella sentenza depositata oggi (Ahorugeze contro Svezia, ricorso n. 37075/09, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=3&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=80905810&skin=hudoc-en) che ha escluso la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, che vieta trattamenti disumani e degradanti e tortura, da parte della Svezia. Centrale, nella conclusione della Corte, le modifiche introdotte nel sistema giudiziario ruandese e, soprattutto, la decisione dello stesso Tribunale internazionale per i crimini commessi in Ruanda che, per la prima volta, con decisione del 28 giugno 2011, nel caso Uwinkindi, ha deciso il trasferimento del processo al Ruanda, dopo aver verificato i cambiamenti nel Paese africano e il rispetto degli standard internazionali nel settore della giustizia. Anche il Tribunale speciale per la Sierra Leone, d’altra parte, ha disposto il trasferimento di alcuni detenuti in Ruanda per scontare la pena in questo Paese. Chiari indizi per dichiarare l’insussistenza di motivi sostanziali che potevano condurre la Svezia a ritenere che l’individuo da estradare corresse il rischio di trattamenti disumani e degradanti o tortura.

Scritto in: CEDU, estradizione | in data: 27 ottobre 2011 |

Spetta al giudice del luogo in cui la vittima di una diffamazione via internet risiede in modo abituale accertare i danni subiti. Con la sentenza depositata il 25 ottobre 2011 (causa C-509/09 e C-161/10 (09, eDate), la Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito i criteri per individuare il giudice competente nei casi di diffamazione via internet in base al regolamento n. 44/2001 del 22 dicembre 2000 sulla competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale.

Ai giudici Ue sono arrivati due rinvii pregiudiziali dalla Corte federale tedesca e dal Tribunale di Parigi alle prese con alcuni ricorsi di individui che si ritenevano diffamati da alcuni siti internet. Centrale l’individuazione del giudice competente. Nel primo caso, infatti, la società proprietaria del sito internet, con sede in Austria, contestava la giurisdizione del giudice tedesco chiamato in causa da colui che si riteneva vittima della diffamazione e che risiedeva in Germania. Una contestazione non condivisa dalla Corte Ue che ha precisato i contorni dell’operatività dell’articolo 5 del regolamento. Questa norma, infatti, che si occupa delle cosiddette competenze speciali, consente di adire non solo il giudice generalmente competente in base all’articolo 2, ossia il giudice del domicilio del convenuto, ma anche in materia di illeciti civili dolosi o colposi, il giudice del luogo in cui “l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire”.

Per i giudici comunitari, che si sono soffermati sull’interpretazione dell’articolo 5 e hanno respinto l’eccezione d’irricevibilità presentata dal Governo italiano intervenuto nel procedimento, tenendo conto che il giudice del luogo della residenza abituale della vittima è quello che può meglio valutare la lesione e l’entità dei danni alla personalità subiti sul territorio dell’Unione, in linea con il regolamento e con l’obiettivo di proteggere la parte debole, compete a questo giudice decidere sulla controversia.”La messa in rete di contenuti su un sito internet – ha precisato la Corte – si distingue dalla diffusione circoscritta territorialmente di un mezzo di comunicazione quale una stampa, giacché, in via di principio, essa mira all’ubiquità di detti contenuti”, consultabili da un numero indeterminato di internauti, in ogni parte del mondo. Ora, poiché il criterio collegato alla diffusione perde di effettività e tenendo conto che è impossibile quantificare la diffusione con certezza, nonché la gravità della lesione dei diritti alla personalità che possono derivare da internet, giusto allontanarsi dal criterio fisssato nella sentenza Shevill del 7 marzo 1995 (causa C-68/93) che dava rilievo alla concretizzazione del danno e attribuire la competenza, invece, al giudice del luogo in cui la vittima “possiede il proprio centro degli interessi” (residenza abituale, a meno che la vittima non dimostri un collegamento più stretto con un altro Stato). Una conclusione che certo protegge la vittima della diffamazione e forse non incide più di tanto sui colossi editoriali autori di siti internet, ma che rischia di arrecare un colpo mortale agli autori di blog e di piccoli quotidiani di informazione on line.

La Corte ha poi chiarito che la vittima, in base al regolamento, può anche rivolgersi ai giudici dello Stato membro sul cui territorio l’informazione diffusa via internet è accessibile o lo sia stata. In questo caso, però, la competenza è limitata unicamente al danno causato sul territorio di questo Stato. Terza possibilità, per la vittima, l’azione dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui è stabilito colui che ha diffuso le notizie lesive.

Scritto in: Senza categoria | in data: 27 ottobre 2011 |

La lotta alla pirateria, fenomeno criminale in costante crescita, può funzionare solo se tutti gli Stati modificano i propri ordinamenti interni  in materia penale, inserendo e punendo il crimine di pirateria. Per il Consiglio di sicurezza, che è intervenuto con la risoluzione n. 2015 adottata all’unanimità il 24 ottobre (N1156103), è necessario rafforzare la cooperazione internazionale per assicurare alla giustizia i pirati.

Non tutti gli Stati – ha precisato il Consiglio – criminalizzano la pirateria negli ordinamenti nazionali, vanificando gli sforzi internazionali nella lotta a questo fenomeno criminale. Necessario, invece, punire anche il reato di incitamento alla pirateria e il finanziamento, per colpire i network criminali attivi in questo settore. Un possibile rimedio anche la costituzione di tribunali speciali in Somalia e in altre zone della regione.

Scritto in: pirateria | in data: 27 ottobre 2011 |
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L’interpretazione della Corte di giustizia dell’Unione europea vincola il giudice nazionale che è obbligato a seguire le sentenze della Corte anche se questo implica non applicare la pronuncia dell’organo giurisdizionale nazionale di grado superiore. La definizione della controversia principale,quindi, ha stabilito la Corte Ue nella sentenza di oggi (causa C-396/09, Interedil, http://curia.europa.eu/jurisp/cgi-bin/form.pl?lang=it&newform=newform&alljur=alljur&jurcdj=jurcdj&jurtpi=jurtpi&jurtfp=jurtfp&alldocrec=alldocrec&docj=docj&docor=docor&docdecision=docdecision&docop=docop&docppoag=docppoag&docav=docav&docsom=docsom&docinf=docinf&alldocnorec=alldocnorec&docnoj=docnoj&docnoor=docnoor&radtypeord=on&typeord=ALL&docnodecision=docnodecision&allcommjo=allcommjo&affint=affint&affclose=affclose&numaff=&ddatefs=20&mdatefs=10&ydatefs=2011&ddatefe=20&mdatefe=10&ydatefe=2011&nomusuel=&domaine=&mots=&resmax=100&Submit=Avvia+la+ricerca), deve avvenire tenendo conto dell’interpretazione fornita dai giudici comunitari chiamati a pronunciarsi in via pregiudiziale. Pertanto, la norma nazionale di procedura che impone al giudice di grado inferiore di attenersi alle statuizioni del tribunale di grado superiore dovrà essere disapplicata per dare attuazione al dettato della Corte UE. Nella stessa sentenza, i giudici di Lussemburgo, chiamati dal Tribunale di Bari a interpretare il regolamento n. 1346/2000 relativo alle procedure di insolvenza, hanno precisato che il centro degli interessi principali del debitore deve essere determinato privilegiando il luogo dell’amministrazione principale della società sulla base di elementi oggettivi e riconoscibili da terzi e che nel caso di trasferimento della sede statutaria della società debitrice prima della proposizione della domanda di apertura della procedura di insolvenza si deve presumere che il centro degli interessi principali sia quello della nuova sede statutaria. Per quanto riguarda la nozione di dipendenza ai sensi del regolamento, la Corte ha altresì affermato che non è sufficiente la mera presenza di singoli beni o conti bancari in uno Stato membro, ma è necessaria che vi sia una struttura dotata di un’organizzazione seppure minima e di una certa stabilità “ai fini dell’esercizio di un’attività economica”.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile, rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 20 ottobre 2011 |
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Le ordinanze di tribunali interni che condannano al pagamento di un’ammenda un privato che ha violato le regole in materia di proprietà intellettuale rientrano nel campo di applicazione del regolamento n. 44/2001 concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale. Per la Corte di giustizia dell’Unione europea che si è pronunciata con sentenza del 18 ottobre 2011 (causa C-406/09, SENTENZA DELLA CORTE), l’inquadramento di un provvedimento nell’ambito del regolamento deve essere determinato tenendo conto della natura dei diritti che esso protegge. Di conseguenza, un provvedimento nazionale che commina un’ammenda per violazione di un provvedimento giudiziale provvisorio che va a vantaggio delle autorità statali e non di un privato e che ha un evidente carattere punitivo, rientra ugualmente nel campo di applicazione del regolamento se l’azione intentata è finalizzata a tutelare privati  “e non postula una manifestazione di prerogative dei pubblici poteri di una delle parti della controversia”. Questo vuol dire che alcuni aspetti specifici riguardanti la fase di esecuzione come, ad esempio, la riscossione dell’ammenda da parte dello Stato e non del privato, non sono decisivi “nella determinazione della natura del diritto ad ottenere l’esecuzione”. Pertanto, conclude la Corte, l’esecuzione del provvedimento in un altro Stato membro deve avvenire secondo le regole fissate nel regolamento n. 44/2001.

Scritto in: regolamento 44/2001 | in data: 20 ottobre 2011 |
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E’ nullo il brevetto che riguarda cellule ottenute da quelle staminali embrionali umane. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con sentenza depositata il 18 ottobre (causa C-34/10, http://curia.europa.eu/jurisp/cgi-bin/form.pl?lang=it&jurcdj=jurcdj&newform=newform&docj=docj&docop=docop&docnoj=docnoj&typeord=ALLTYP&numaff=&ddatefs=12&mdatefs=10&ydatefs=2011&ddatefe=19&mdatefe=10&ydatefe=2011&nomusuel=&domaine=&mots=&resmax=100&Submit=Rechercher), con la quale i giudici Ue hanno precisato, interpretando l’articolo 6 della direttiva 98/44 sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, che l’esclusione della brevettibilità relativa all’impiego di embrioni umani per motivi commerciali o industriali comprende anche l’utilizzazione per fini di ricerca scientifica, essendo consentita unicamente per motivi terapeutici e diagnostici applicabili allo stesso embrione umano. A chiamare in causa la Corte di Lussemburgo erano stati i giudici tedeschi alle prese con una controversia tra Greenpeace e il titolare di un brevetto relativo a cellule progenitrici neurali, ricavate da cellule staminali embrionali umane utili per la cura di malattie neurologiche. L’organizzazione ambientale aveva chiesto al Tribunale federale dei brevetti tedesco di dichiarare la nullità del brevetto. La vicenda è poi arrivata in Cassazione che, prima di decidere, ha presentato un rinvio pregiudiziale d’interpretazione della direttiva 98/44 alla Corte Ue.

Prima di tutto, i giudici comunitari hanno precisato che la direttiva vieta l’utilizzo di embrioni umani a fini industriali o commerciali, senza però definire la nozione di embrione che, osserva la Corte, non può essere demandata agli ordinamenti nazionali ma ha carattere autonomo, propria del diritto Ue, al fine di consentire un’interpretazione uniforme sul territorio comunitario. Tenendo conto che la direttiva vuole escludere ogni violazione della dignità umana, la nozione di embrione deve essere intesa in senso ampio, con la conseguenza che deve ottenere tale qualificazione anche l’ovulo umano non fecondato “in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e l’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partogenesi”, anche se i suddetti organismi non sono stati oggetto “in senso proprio, di una fecondazione”. Detto questo, la Corte ha osservato che l’utilizzo di embrioni umani ai fini di ricerca che è oggetto di una domanda di brevetto è vietato proprio perché l’utilizzo per motivi di ricerca scientifica non può essere distinto dallo sfruttamento industriale e commerciale. “Solo l’utilizzazione per finalità terapeutiche o diagnostiche – precisa la Corte – che si applichi all’embrione umano e sia utile a quest’ultimo può essere oggetto di un brevetto”.

Scritto in: brevetto | in data: 19 ottobre 2011 |
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