I meccanismi di garanzia a tutela dei diritti umani targati Onu vanno migliorati per assicurare maggiore effettività alla tutela dei diritti anche a livello nazionale. Lo ha scritto l’Alto Commissario per i diritti umani Navi Pillay nel rapporto del 22 giugno 2012 intitolato “Strengthening the  United Nations human rights treaty body system” (http://www2.ohchr.org/english/bodies/HRTD/docs/HCReportTBStrengthening.pdf). Ormai anche gli organi di garanzia accusano un carico di lavoro eccessivo (al 1° febbraio 2012 pendevano 478 comunicazioni individuali) e questo provoca ritardi nella soluzione dei casi. Dinanzi al Comitato per i diritti umani dal momento della registrazione alla chiusura del caso passano circa 3 anni e mezzo. Fanno meglio il Comitato contro la tortura (2 anni e mezzo), il Comitato per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne (2 anni) e quello per l’eliminazione della discriminazione razziale (1 anno e mezzo). Allarme poi sugli effetti della crisi economica che rischia di compromettere l’attività a causa delle scarse risorse fornite dagli Stati.

Scritto in: diritti umani | in data: 28 giugno 2012 |

No a condoni se la Commissione europea ha stabilito che le esenzioni fiscali per i tributi non versati costituiscono un aiuto di Stato. Lo ha deciso la Corte di cassazione, sezione tributaria (n. 8817, 1° giugno 2012 aiuti di stato), con la quale la Suprema Corte, accogliendo il ricorso dell’Agenzia delle entrate avverso una pronuncia della Commissione tributaria regionale di Trieste che sosteneva di non dover recuperare da una società i tributi non versati in ragione del condono e della cessata materia del contendere, ha stabilito che la normativa nazionale sulla prescrizione e sulla decadenza “deve essere disapplicata per contrasto con il principio di effettività proprio del diritto comunitario, qualora tale normativa impedisca il recupero di un aiuto di Stato dichiarato incompatibile con decisione della Commissione divenuta definitiva”. Tanto più – osserva la Cassazione – che in materia di aiuti di Stato dichiarati incompatibili, “il compito delle autorità nazionali… consiste solo nel dare esecuzione alle decisioni della Commissione” proprio perché non dispongono di alcun potere discrezionale.

Nella sua argomentazione, la Corte ha anche colto l’occasione per esprimere la propria visione sulla teoria dei controlimiti che “sembra oggi in aperta contraddizione con il concetto stesso di integrazione quale risulta attualmente anche in ragione dell’evoluzione della giurisprudenza della Corte di Giustizia – che ha fornito prove sufficienti di tutela dei diritti fondamentali – e del richiamo alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, avente valore vincolante anche nei confronti delle istituzioni Europee, al punto che il conflitto tra diritto comunitario e diritto statale non sembra oggi più concepibile in uno spazio giuridico Europeo veramente integrato”.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 27 giugno 2012 |
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L’Agenzia europea dei diritti fondamentali il 31 maggio 2012 ha divulgato un’opinione (n. 1/2012 propertyregimes_en) sulla proposta della Commisisone presentata il 16 marzo 2011 relativa al  regolamento sulla giurisdizione, la legge applicabile, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia di effetti patrimoniali delle unioni registrate (com_2011_127_en). Per l’Agenzia europea, il cui parere è stato richiesto dal Presidente del Parlamento Ue il 25 aprile, la proposta non appare in linea con le norme della Carta con particolare riguardo al principio di uguaglianza dinanzi alla legge (articolo 20) e al divieto di ogni forma di discriminazione (articolo 21). Prima di tutto perché, mentre nella proposta di regolamento sulla giurisdizione, la legge applicabile, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia di rapporti patrimoniali tra coniugi (com_2011_126_en)  è consentita agli sposi la scelta della legge da applicare (articolo 16), nel caso del regolamento sulle unioni registrate non c’è spazio per l’autonomia delle parti nell’individuazione della legge che disciplinerà il regime patrimoniale. Una preclusione che limita, per le coppie delle unioni registrate, la possibilità di scegliere liberamente come regolare alcuni aspetti della propria vita privata e familiare. Senza dimenticare – osserva l’Agenzia – che l’esclusione nell’esercizio della scelta di legge rivolgendosi proprio ai partner di unioni registrate che interessano, di frequente, coppie dello stesso sesso comporta una discriminazione in base all’orientamento sessuale vietata dall’articolo 21 della Carta.

Si vedano i post del 17 marzo 2011 http://www.marinacastellaneta.it/ecco-le-proposte-di-bruxelles-sui-regimi-patrimoniali-tra-coniugi-e-coppie-di-fatto.html e del 4 luglio 2011 http://www.marinacastellaneta.it/no-del-senato-alle-proposte-di-regolamento-ue-sui-regimi-patrimoniali-tra-coniugi-e-delle-unioni-registrate.html

Un ritorno al passato come se nulla fosse. Nel segno della continuità con il Governo Berlusconi, quello Monti ha concluso un accordo con la Libia, il 3 aprile, facendo finta di non vedere la realtà libica e considerando carta straccia le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, la sentenza della Grande Camera del 23 febbraio 2012 che ha condannato l’Italia (ricorso n. 27765/09, Hirsi Jamaa e altri) per aver violato l’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti e l’articolo 4 del Protocollo n. 4 che mette al bando le espulsioni collettive proprio a causa del respingimento di immigrati provenienti dalla Libia.

Dell’accordo di aprile non c’è traccia – nel segno della trasparenza – sui siti del governo, ma il quotidiano La Stampa ne ha divulgato un resoconto (http://www.lastampa.it/_web/tmplframe/default.asp?indirizzo=http://www.lastampa.it/_web/download/pdf/ruotolo.pdf). Centrale, nell’accordo firmato dal Ministro Cancellieri e da quello libico Abdubali, il monitoraggio dei confini, con un impegno della Libia a “rafforzare le proprie frontiere marittime e terrestri, al fine di contrastare le partenze dei migranti dal proprio territorio”. Fondamentale l’aiuto dell’Italia che s’impegna a fornire le attrezzature funzionali alla sorveglianza delle frontiere libiche. Inutile la clausola inserita nell’accordo in base alla quale l’Italia e la Libia confermano “l’impegno al rispetto dei diritti dell’uomo tutelati dagli accordi e dalle convenzioni internazionali vigenti”. Tanto più che la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 e non offre, quindi, nessuna tutela ai richiedenti asilo. Sarebbe bastata una breve lettura della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo a evitare la conclusione di un accordo che presenta un’aggravante rispetto al precedente  alla luce del chiaro monito lanciato da Strasburgo. Proprio nella sentenza Hirsi, la Corte ha affermato che non sussisteva alcun dubbio che gli immigrati in Libia erano trattati in modo disumano, come confermato anche dal rapporto del Comitato sulla prevenzione della tortura. Senza dimenticare che la Libia procedeva senza esitazioni a far rientrare in Patria tutti gli immigrati anche coloro che avevano diritto all’asilo. Che l’Italia non dovesse concludere l’accordo è ancora più evidente leggendo la comunicazione al Comitato dei Ministri del 31 maggio sullo stato di attuazione della sentenza Hirsi nella quale il Governo ha chiesto informazioni alla Libia per verificare se i ricorrenti si trovino ancora nel centro di accoglienza di Tripoli. Chiara la risposta del direttore aggiunto del Dipartimento delle relazioni internazionali del ministero dell’interno libico, Samir Youssef, il quale ha ammesso di non essere in grado di fornire adeguate informazioni anche a causa del conflitto che è però ormai cessato da tempo.

Occhi chiusi, quindi, sulla situazione in Libia che, tra l’altro, mostra di agire al di fuori delle regole del diritto internazionale. Basti pensare ai funzionari della Corte penale internazionale detenuti a Tripoli dal 7 giugno all’esito di una visita per incontrare Saif Al-Ilam Gheddafi, il figlio dell’ex dittatore trucidato dagli insorti, come deciso della Pre-Trial Chamber della Corte penale il 27 aprile. Il Consiglio Nazionale Transitorio appoggiando la reclusione dei 4 funzionari della Corte ha anche ignorato che la competenza dell’organo giurisdizionale deriva da una risoluzione del Consiglio di sicurezza e che la Libia ha l’obbligo di cooperare con la Corte. Non certo un segno di rispetto del diritto internazionale sul quale però gli Stati chiudono gli occhi storditi dall’odore del petrolio.

Per alcune osservazioni critiche sull’accordo si veda lo studio di Amnesty International “S.O.S. Europe” (p. 8, SOS_Europe)

 

 

Scritto in: immigrazione | in data: 24 giugno 2012 |
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Il magistrato inquirente che diffonde un comunicato stampa su un’indagine in corso e concede interviste a tv e giornali per informare la collettività su questioni di interesse generale non viola la presunzione d’innocenza di un indagato e non compromette il suo diritto all’equo processo. E’ la conclusione raggiunta della Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 29 maggio 2012 nel caso (http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?action=html&documentId=908711&portal=hbkm&source=externalbydocnumber&table=F69A27FD8FB86142BF01C1166DEA398649)

Questi i fatti. Un giudice era stato coinvolto in un caso di corruzione in atti giudiziari. Durante la fase istruttoria il procuratore aveva rilasciato alcuni comunicati stampa e reso dichiarazioni a giornali e tv. Il magistrato indagato era stato condannato, ma aveva presentato un ricorso contro il procuratore ritenendo che le esternazioni dell’inquirente avessero condizionato i giudici. I tribunali interni avevano respinto l’azione. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato torto al ricorrente. Strasburgo ha anche colto l’occasione per disegnare il perimetro entro il quale gli inquirenti possono manifestare il proprio pensiero fissando i principi da applicare in ogni altro caso anche in altri Stati. E’ vero che la presunzione di innocenza è alla base del diritto all’equo processo riconosciuto dalla Convenzione dei diritti dell’uomo, ma non si può sostenere che la sola divulgazione di un comunicato stampa dovuta alla necessità di informare il pubblico su questioni di interesse collettivo infranga quel diritto. Se il magistrato inquirente si limita a fornire notizie, sottolineando che non vi è stato alcun accertamento della colpevolezza e tenendo così ben distinte la fase delle indagini da quella del giudizio, è da escludere una violazione dei diritti dell’indagato. Non solo. Per la Corte europea, nell’effettuare il bilanciamento tra diritto alla presunzione d’innocenza e diritto della collettività a ricevere informazioni su procedimenti di interesse collettivo è indispensabile valutare l’insieme delle dichiarazioni e non certo estrapolare singole espressioni. Anche se una frase può apparire in contrasto con la presunzione d’innocenza, prima di raggiungere questa conclusione è necessario considerare la dichiarazione nel suo complesso. Se il magistrato inquirente si limita a indicare le accuse  non c’è nessuna violazione della Convenzione. Anche se – precisa la Corte – nel caso di dichiarazioni rese da organi giudicanti lo scrutinio deve essere più rigoroso.

I giudici internazionali sono poi passati a verificare se la copertura mediatica potesse compromettere la presunzione d’innocenza. La Corte ammette che in alcuni casi “una campagna di stampa virulenta può avere un effetto negativo sull’equo processo e comportare una responsabilità dello Stato”, ma questo non quando gli organi di stampa si limitano a coprire un evento che è di interesse pubblico con informazioni sul procedimento penale in corso.

Scritto in: CEDU, libertà di espressione | in data: 22 giugno 2012 |

Sedici milioni di coppie internazionali nell’Unione europea e, ad essere realisti, quasi la metà a rischio divorzio. Necessarie, quindi, regole di conflitto comuni da applicare ai divorzi transnazionali. Proprio con l’obiettivo di fornire norme chiare e favorire l’accesso alla giustizia, l’Unione europea ha adottato il regolamento n. 1259/2010 sulla legge applicabile al divorzio e alla separazione personale (cosiddetto “Roma III”) che entra in vigore domani. Il regolamento relativo alle situazioni transazionali è frutto della prima applicazione della cooperazione rafforzata nel settore della cooperazione giudiziaria civile, tra 14 Stati membri (Italia, Spagna, Ungheria, Lussemburgo, Austria, Romania, Slovenia, Francia, Germania, Belgio, Lettonia, Malta e Portogallo). Tra le finalità, evitare il forum shopping ossia la corsa al tribunale più favorevole nello spazio Ue da parte del coniuge che punta a ottenere che il procedimento di divorzio sia regolato dalla legge più favorevole ai propri interessi.

Sul fronte della legge applicabile, il regolamento dà ampio spazio al criterio della volontà delle parti, con la possibilità di scelta per i coniugi che, in base all’articolo 5 possono designare “a) la legge dello Stato della residenza abituale dei coniugi al momento della conclusione dell’accordo; o b) la legge dello Stato dell’ultima residenza abituale dei coniugi se uno di essi vi risiede ancora al momento della conclusione dell’accordo; o c) la legge dello Stato di cui uno dei coniugi ha la cittadinanza al momento della conclusione dell’accordo; o d) la legge del foro”. In mancanza di scelta entrano in gioco i criteri sussidiari dell’articolo 8 ossia la legge “a) della residenza abituale dei coniugi nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale, o, in mancanza; b) dell’ultima residenza abituale dei coniugi sempre che tale periodo non si sia concluso più di un anno prima che fosse adita l’autorità giurisdizionale, se uno di essi vi risiede ancora nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale; o, in mancanza; c) di cui i due coniugi sono cittadini nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale; o, in mancanza; d) in cui è adita l’autorità giurisdizionale”. Se, però, la legge applicabile in base gli articoli 5 o 8  non prevede il divorzio o non concede “a uno dei coniugi, perché appartenente all’uno o all’altro sesso, pari condizioni di accesso al divorzio o alla separazione personale, si applica la legge del foro”.

Il regolamento ha portata universale. Di conseguenza, l’applicazione di una norma di conflitto può condurre all’attuazione della legge di uno Stato membro che non ha partecipato alla cooperazione rafforzata così come a quella di uno Stato terzo. Nei limiti del proprio ambito di applicazione, il regolamento sostituisce l’articolo 31 della legge n. 218/95.

Si veda il dossier di Famiglia e minori, marzo 2011 (qui un articolo del fascicolo sulle questioni di carattere generale dossier divorzio 4).

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 20 giugno 2012 |
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Con sentenza depositata il 19 giugno (http://www.icj-cij.org/docket/files/103/17045.pdf), la Corte internazionale di giustizia chiude la controversia tra Congo e Guinea ordinando al primo Stato di versare 95mila dollari alla Guinea per i danni morali e patrimoniali subiti da Diallo, l’uomo d’affari della Guinea arrestato in modo arbitrario in Congo e poi espulso. La pronuncia sulla riparazione dei danni che – precisa la Corte – è concessa alla Guinea che ha agito in protezione diplomatica per la riparazione dei danni subiti da Diallo,  segue la sentenza del 30 novembre 2010 (http://www.icj-cij.org/docket/files/103/16244.pdf) con la quale la Corte aveva stabilito che il Congo aveva violato il diritto internazionale a seguito della decisione di espellere Diallo, individuando diverse violazioni del diritto internazionale.  In quell’occasione la Corte si era riservata di decidere sulla questione dell’indennizzo che il Congo doveva versare alla Guinea.

La Corte, a fronte della richiesta della Guinea che aspirava a un indennizzo di oltre 11 milioni di dollari, ha liquidato solo 95mila dollari richiamando, per la quantificazione dell’indennizzo, la prassi di commissioni internazionali e di altre giurisdizioni internazionali, tra le quali quella della Corte interamericana dei diritti dell’uomo, della Corte europea dei diritti dell’uomo, della United Nations Compensation Commission, del Tribunale per il diritto del mare, del Tribunale Iran- Stati Uniti e dalla Commissione per i reclami Etiopia-Eritrea. L’importo più alto (85mila dollari) comprende i danni non patrimoniali, mentre per quelli patrimoniali la Corte ha ritenuto che la Guinea non avesse fornito prove sufficienti a dimostrare i danni derivanti dal mancato guadagno di Diallo e che non fossero state fornite adeguate prove su altri danni materiali, salvo per i beni presenti nell’appartamento dell’uomo d’affari.

Di particolare interesse l’opinione individuale del giudice Cançado Trindade che ha approfondito, alla luce della pronuncia, la posizione dell’individuo nel diritto internazionale e la questione della titolarità del diritto alla riparazione dei danni (http://www.icj-cij.org/docket/files/103/17046.pdf).

Si veva il post del 30 novembre 2010 http://www.marinacastellaneta.it/il-congo-ha-violato-le-regole-sul-trattamento-degli-stranieri.html.

La Commissione europea ha presentato l’8 giugno una comunicazione sulla creazione di un partenariato per una nuova crescita nel settore dei servizi 2012-2015 (COM_2012_261_it). La direttiva servizi 2006/123, recepita in Italia con decreto legislativo 26 marzo 2010 n. 59,  ha funzionato ma è tempo di un restyling in un settore strategico per l’economia Ue. Obiettivo di Bruxelles: modernizzare centinaia di leggi e passare alla costituzione di una nuova generazione degli sportelli unici, con riforme strutturali e tolleranza zero verso gli Stati che continuano a resistere e a porre ostacoli nell’attuazione del diritto comunitario. La Commissione europea ha puntato il dito verso alcuni Stati che, per esempio, non hanno eliminato del tutto il divieto di comunicazione commerciali per le professioni (simili ostacoli permangono ancora in dieci Stati). Da riesaminare anche le condizioni fissate in alcuni Paesi membri per la costituzione di strutture societarie e i troppi limiti alle società di professionisti. Entro il 2012 sarà avviato – precisa la Commissione – “un processo di esame inter pares e uno scambio delle migliori prassi, partendo da un approfondimento dei requisiti che limitano le strutture societarie e la detenzione dei capitali e sulla clausola della libera prestazione di servizi. Gli Stati membri si devono impegnare a un esame approfondito della loro legislazione in materia. I risultati saranno valutati entro il primo semestre 2013″.

Per quanto riguarda l’Italia, in alcuni casi è la legislazione regionale a non essere compatibile con il diritto Ue. E’ il caso della Regione Lazio, Lombardia, Abruzzo, Emilia Romagna alle quali va aggiunta Bolzano che impongono la condizione della residenza nella regione per lo svolgimento dell’attività di maestro di sci.

Scritto in: libera circolazione | in data: 19 giugno 2012 |
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Ancora una volta i limiti allo svolgimento di alcune attività per i farmacisti italiani arrivano a Lussemburgo. Spetterà alla Corte di giustizia Ue (causa C-159/12, farmacisti) stabilire se è compatibile con il diritto comunitario una normativa come quella italiana che preclude la vendita di farmaci di fascia C, soggetti a prescrizione e non a carico del servizio sanitario nazionale, ai farmacisti che svolgono la propria attività in una parafarmacia. Tutto ha preso il via dal no del Ministero della salute alla richiesta di una farmacista che chiedeva di vendere quel tipo di farmaci e specialità medicinali per uso veterinario nella propria parafarmacia. Di fronte al diniego delle autorità competenti la donna si è rivolta al Tar che prima di risolvere la questione ha chiesto alla Corte Ue chiarimenti sul diritto comunitario con riguardo alle norme sul diritto di stabilimento e sulla libera concorrenza.

Scritto in: concorrenza | in data: 18 giugno 2012 |
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Un’occasione per approfondire i temi del diritto europeo, con particolare riguardo ai contratti e alle successioni internazionali. Senza tralasciare il diritto penale e temi più generali come l’applicazione del diritto straniero da parte del giudice. Dal 20 agosto al 1° settembre si terrà a Urbino il “Séminaire de droit comparé et européen” secondo una formula consolidata arrivata alla 54esima edizione. Il corso è organizzato dal Cento di studi giuridici europei dell’Università di Urbino, in collaborazione con l’Istituto svizzero di diritto comparato e la Fondazione nazionale del notariato.

Gli incontri, che si terranno nel Centro di studi giuridici europei della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Urbino “Carlo Bo”, consentiranno ai partecipanti di approfondire questioni legate al diritto penale europeo, alla redazione dei contratti internazionali, al regolamento n. 2201/2003 sulla competenza, il riconoscimento o l’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale (Bruxelles II), con un’analisi non solo teorica ma anche pratica. Il seminario si concluderà con una tavola rotonda sulle successioni internazionali alla quale parteciperanno docenti universitari e notai.

Qui il programma e il form per l’iscrizione.www.isdc.ch. A quest’indirizzo i docenti che hanno insegnato in passato http://www.uniurb.it/seminaire/wp/?page_id=12.

 

 

Scritto in: Senza categoria | in data: 18 giugno 2012 |
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