Un tema complesso e di attualità che richiede un chiarimento sulle regole esistenti e sulle prospettive future. Lo ha affrontato un Comitato dell’International Law association che ha presentato lo studio su “Intellectual property and Private International Law” nella Conferenza di Sofia (Bulgaria) in corso di svolgimento in questi giorni. Il rapporto affronta le questioni relative alla giurisdizione, al diritto applicabile e al riconoscimento delle sentenze, non trascurando le problematiche relative alla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali e al ruolo degli internet providers (Draft_Report_Sofia_2012_1343120614638). Del Comitato di studio, presieduto dal giapponese Toshiyuki Kono, correlatori i professori Asensio e Metzger, fanno parte le professoresse Stefania Bariatti e Benedetta Ubertazzi.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 29 agosto 2012 |
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Il sistema legislativo italiano in materia di fecondazione assistita è incoerente. Se ne erano accorti tutti, ma non il parlamento che, malgrado le richieste di rivisitazione di una legge farraginosa e per molti aspetti ingiusta, non ha messo mano alla legge n. 40 del 2004. Adesso dovrà farlo grazie alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Costa e Pavan contro Italia depositata oggi (ricorso n. 54270/10, AFFAIRE COSTA ET PAVAN c ITALI) .

Alla Corte si era rivolta una coppia che, portatrice sana di fibrosi cistica, aveva chiesto di utilizzare la fecondazione omologa in vitro al fine di effettuare una diagnosi preimpianto e impedire malattie al proprio figlio. L’accesso era stato negato perché la legge italiana vieta la fecondazione omologa salvo in caso di coppie sterili e di rischi di malattie trasmissibili per via sessuale e di epatite B e C. Solo in questi casi, quindi, è possibile la diagnosi preimpianto. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato ragione alla coppia. Prima di tutto – ha precisato la Corte – nell’articolo 8, che riconosce il diritto al rispetto della vita privata e familiare, rientra anche il diritto ad avere un figlio che non sia affetto da malattie genetiche . In secondo luogo, la legge italiana è incoerente perché da un lato impedisce il ricorso alla diagnosi preimpianto, dall’altro lato consente di ricorrere all’aborto tereaupetico. Una scelta certo inconciliabile con le esigenze etiche e morali avanzate dallo Stato a giustificazione della legge, che non tiene conto dell’angoscia della donna e delle scelte dolorose connesse a un aborto terapeutico. Tra l’altro, tra 32 Stati del Consiglio d’Europa, solo Svizzera, Italia e Austria hanno legislazioni così restrittive.  Inevitabile la condanna di Strasburgo (verdetto raggiunto all’unanimità) che ha anche ordinato allo Stato di pagare 15mila euro per i danni patrimoniali e 2.500 per le spese processuali.

La sentenza diventerà definitiva dopo 3 mesi, periodo entro il quale è possibile il ricorso alla Grande Camera.

In precedenza, con la  sentenza del 1° aprile 2010 (S.H. e altri contro Austria, AFFAIRE SH ET AUTRES c AUTRICH), la Camera della Corte europea aveva ritenuto contrario alla Convenzione il divieto assoluto di ricorrere alla fecondazione eterologa stabilito nella legge austriaca, ma la Grande camera con sentenza del 3 novembre 2011 aveva ribaltato il giudizioCASE OF SH AND OTHERS v AUSTRI.

Si vedano i post del 9 giugno 2012 http://www.marinacastellaneta.it/procreazione-assistita-eterologa-la-corte-costituzionale-restituisce-gli-atti-ai-giudici-di-merito.html e del 3 novembre 2011 http://www.marinacastellaneta.it/marcia-indietro-della-cedu-sulla-fecondazione-eterologa.html.

 

Scritto in: CEDU, fecondanzione omologa, Senza categoria | in data: 28 agosto 2012 |

E’ fissata per il 24 settembre la riunione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per verificare l’attuazione della sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo del 23 febbraio 2012 (ricorso n. 27765/09, Hirsi Jamaa a altri) con la quale l’Italia è stata condannata per le espulsioni di massa verso la Libia, commettendo una violazione dell’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti e dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 che mette al bando le espulsioni collettive. Intanto, dopo, il piano d’azione presentato dal Governo sull’esecuzione della pronuncia e le preoccupazionidei difensori dei ricorrrenti interviene Amnesty International che ha presentato un rapporto sull’attuale situazione di grave rischio in Libia dal titolo «Libya: Rule of Law or Rule of Militias» (https://wcd.coe.int/com.instranet.InstraServlet?command=com.instranet.CmdBlobGet&InstranetImage=2131192&SecMode=1&DocId=1917068&Usage=2).

Il Governo italiano, dal canto suo, ha immediatamente risposto indicando che l’accordo con la Libia non presenta profili di incompatibilità con altre convenzioni internazionali a tutela dei diritti umani (https://wcd.coe.int/com.instranet.InstraServlet?command=com.instranet.CmdBlobGet&InstranetImage=2131189&SecMode=1&DocId=1917054&Usage=2). In ogni caso, finalmente, è stato reso noto il processo verbale dell’accordo (phpwYlKv48494). La parola adesso passa al Comitato.

Si veda il post del 30 luglio 2012 http://www.marinacastellaneta.it/ecco-il-piano-dazione-del-governo-per-lesecuzione-della-sentenza-hirsi.html

Scritto in: CEDU, immigrazione | in data: 27 agosto 2012 |

A due anni dall’applicazione effettiva della condizione di ricevibilità prevista dall’articolo 35, par. 3, lett. b)  in base alla quale la Corte europea può dichiarare irricevibile il ricorso se ritiene “che il ricorrente non abbia subito alcun pregiudizio importante, a meno che il rispetto dei diritti dell’uomo garantiti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli non esiga l’esame del merito del ricorso e purché ciò non comporti il rigetto di un ricorso che non sia stato debitamente esaminato da un tribunale interno”, la Divisione ricerca della Corte ha divulgato un rapporto sull’operatività del nuovo criterio di ricevibilità (RAPPORT_RECHERCHE_New_admissibility_cirterion_EN). Dai dati raccolti risulta che in 26 casi riguardanti gli articoli 6, 13 e l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà l’eccezione è stata accolta, mentre in 16 casi è stata respinta. Dal 1° giugno, il criterio di ricevibilità è applicato a tutti i ricorsi e non solo a quelli destinati alla Camera e alla Grande Camera. Nel rapporto è stata analizzata anche la prassi relativa al debito accertamento da parte di un tribunale interno.

Scritto in: CEDU | in data: 21 agosto 2012 |
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La sentenza della Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’equa soddisfazione nel caso Punta Perotti depositata il 10 maggio 2012 (SUD FONDI S.R.L. e altri contro Italia, ricorso n. 75909/01) si è distaccata dalla pronuncia sul merito del 20 gennaio 2009 e contiene errori di valutazione e contrasti con la precedente giurisprudenza. Di conseguenza, il Governo italiano ricorre alla Grande Camera. E’ stato presentato il 3 agosto il testo del ricorso (Rappresentanza_richiesta_rinvioGrandeCameraSUD_FONDI) che deve ora passare attraverso il filtro di un collegio di cinque giudici della Grande Camera al quale spetta verificare se la controversia solleva un problema importante sull’interpretazione o l’applicazione della Convenzione o un problema importante di rilevanza generale.  Se il Collegio lo ritenesse ricevibile spetterà al massimo organo della Corte verificare se la pronuncia del 10 maggi0 2012 contiene errori di valutazione anche in ordine al previo esaurimento dei ricorsi interni, nonché sul calcolo dell’indennizzo che, secondo il Governo, dovrebbe essere valutato tenendo conto del valore dei terreni al momento in cui le società hanno perso il diritto di proprietà, senza includere i costi di costruzione degli immobili, in linea con la sentenza Guiso- Gallisay.

Si veda il post del 18 maggio 2012 http://www.marinacastellaneta.it/punta-perotti-vicenda-conclusa.html

Scritto in: equa soddisfazione | in data: 16 agosto 2012 |
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La Corte di Cassazione, prima sezione penale, con sentenza n. 32139 depositata il 9 agosto (2012_32139) dà esecuzione, suo malgrado, alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 nella controversia Germania contro Italia. La Corte dell’Aja aveva ritenuto che l’Italia, negando l’immunità dalla giurisdizione alla Germania nelle azioni avviate contro Berlino da parenti delle vittime di deportazioni durante la Seconda guerra mondiale e dichiarando l’esecutività di una sentenza greca su beni tedeschi in Italia avesse violato il diritto internazionale e, in particolare, la regola dell’immunità degli Stati dalla giurisdizione. La Corte internazionale ha imposto all’Italia di adottare una legge per rimediare alla violazione o di scegliere un altro mezzo idoneo a rispettare il dispositivo. La Cassazione, con la sentenza del 9 agosto, pur nutrendo non pochi dubbi sulla sentenza della Corte internazionale di giustizia che ha confinato “alla sua sola portata sostanziale” la norma di ius cogens che vieta le gravi violazioni dei diritti dell’uomo, privandola di effettività concreta, inizia ad adeguarsi. Pertanto la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte  militare di Appello del 10 maggio 2011 con la quale si riconosceva la responsabilità penale di militari tedeschi e civile dello Stato per l’eccidio di 350 civili in Italia.  Tuttavia, per la Suprema Corte, la decisione dei giudici internazionali, che hanno rilevato una differenza tra norme sostanziali e procedurali, provoca un sicuro effetto negativo come  l’impunità degli autori dei crimini, escludendo inoltre che le norme di ius cogens possano incidere sull’immunità. In ogni caso, la sentenza va rispettata e la Cassazione si adegua e rende inefficace la pronuncia escludendo la giurisdizione italiana. In ultimo, però, la Corte di cassazione ci tiene a sottolineare la propria autonomia nella funzione giurisdizionale “da vincoli diretti e immediati scaturenti dal dictum della Corte internazionale di giustizia”.

Si veda il post del 6 febbraio http://www.marinacastellaneta.it/litalia-sconfitta-allaja.html

Scritto in: Corte internazionale di giustizia, immunità Stati esteri | in data: 10 agosto 2012 |

Alle guide turistiche provenienti da un Paese Ue che accompagnano in Italia un gruppo di turisti non possono essere imposte condizioni previste dalla legge regionale per coloro che esercitano l’attività come diritto di stabilimento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, seconda sezione civile, nella sentenza n. 13733/12 depositata il 31 luglio 2012 (guide) accogliendo il ricorso di una guida turistica tedesca che aveva accompagnato un gruppo di turisti dalla Germania a Firenze. La legge regionale della Toscana impone la denuncia di inizio attività, adempimento che la guida non aveva rispettato. Di qui una sanzione amministrativa impugnata dalla guida. La Cassazione ha dato ragione al ricorrente interpretando correttamente una pronuncia della Corte di giustizia Ue (C-180/91 del 26 febbraio 1991). Chiari gli eurogiudici: le condizioni necessarie per l’esercizio di un’attività a titolo di diritto di stabilimento non possono essere imposte a coloro che esercitano l’attività come libera prestazione dei servizi. Pertanto, ad avviso della Cassazione alla guida che svolge l’attività in Italia in modo occasionale, nel corso di un singolo viaggio, non può essere richiesta né la dichiarazione di inizio attività né l’elezione del domicilio nel Comune.

Scritto in: libera circolazione | in data: 10 agosto 2012 |
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L’inerzia del legislatore consente a chi commette atti di tortura in Italia di farla franca. Una grave lacuna che non accenna ad essere colmata e che impedisce la punizione degli autori di questo crimine. E’ quanto si desume dalla pronuncia della Corte di cassazione, sesta sezione penale n. 890 del 27 luglio 2012 (Cassazione) con la quale la Suprema Corte ha condiviso la soluzione raggiunta dai giudici di merito su un caso di alcuni agenti di polizia penitenziaria accusati di maltrattamenti nei confronti di alcuni detenuti. I giudici di merito non avevano potuto procedere per tortura perché l’Italia, infatti, dopo la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 10 dicembre 1984 con legge del 3 novembre 1988 n 498 non ha introdotto la fattispecie del reato di tortura nell’ordinamento interno con la conseguenza che nessuno può essere punito per questi comportamenti e che i giudici nazionali devono ripiegare su fattispecie meno gravi come i maltrattamenti.

Scritto in: tortura | in data: 3 agosto 2012 |