La Corte di cassazione francese, sezione plenaria penale, con sentenza del 25 settembre n. 3439 (Crim_arret3439_20120925) ha confermato la pronuncia della Corte di appello di Parigi (annullando solo un parte relativa alla costituzione di parte civile di alcune vittime) con la quale era stata attribuita la giurisdizione al giudice francese nell’azione per risarcimento danni provocati dalla catastrofe ecologica nel caso Erika. La petroliera battente bandiera maltese, di proprietà di un armatore italiano, che agiva per conto della Total era naufragata al largo delle coste della Bretagna nel 1999. Un’enorme quantità di petrolio aveva distrutto l’ecosistema: la marea nera era arrivata sulle coste francesi provocando una strage di diverse specie animali e danneggiando l’economia della zona. La Cassazione ha confermato la giurisdizione francese sulla base della Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare e del codice di procedura penale malgrado l’incidente fosse avvenuto nella zona economica esclusiva. Nella sentenza fiume (319 pagine) la Cassazione si è anche occupata della questione dell’immunità dalla giurisdizione avanzata dalla società Rina.

Scritto in: ambiente, giurisdizione civile | in data: 28 settembre 2012 |
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Arriva all’Aja un nuovo ricorso sulla controversa questione dell’immunità degli organi dello Stato dalla giurisdizione. Il 26 settembre, la Repubblica di Guinea ha presentato un ricorso contro la Francia che ha avviato indagini nei confronti del Presidente della Repubblica Mbasogo e il ministro degli esteri Mangue. Nel suo ricorso, la Guinea chiede l’annullamento del mandato di arresto emesso nei confronti del ministro e di tutti gli atti d’indagine compiuti dalle autorità francesi considerate in contrasto con il principio di sovranità degli Stati e con la regola consuetudinaria relativa all’immunità dalla giurisdizione di organi di uno Stato estero. Adesso, la parola passa alla Francia alla quale spetta manifestare la propria accettazione di competenza della Corte. Poi, se arriverà il sì francese, la questione sarà analizzata dalla Corte.

Il divieto di conoscere le proprie origini per tutelare il diritto della madre biologica di rimanere anonima è contrario alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Questo almeno nei casi in cui la legge interna impedisce una valutazione degli altri interessi in gioco, primo tra tutti il diritto di un bambino abbandonato di avere notizie sulla propria identità. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Godelli contro Italia (ricorso n. 33783/09) depositata il 25 settembre che è costata una condanna all’Italia (AFFAIRE GODELLI c. ITALIE). La vicenda approdata a Strasburgo ha preso il via dai ricorsi avviati da una donna che, abbandonata alla nascita, era stata adottata ma aveva cercato di conoscere notizie sulla propria madre biologica. Desiderio impossibile da realizzare in base alla legge italiana che tutela il diritto all’anonimato della madre. Di qui la scelta di rivolgersi alla Corte europea che ha dato ragione alla ricorrente. E’ vero, infatti, che in questo settore esiste un ampio margine di discrezionalità attribuito agli Stati, ma a patto che le autorità nazionali tengano conto dei diversi interessi in gioco e siano in grado di bilanciare le diverse esigenze al fine di garantire a tutti il pieno rispetto del diritto alla vita privata e familiare garantito dall’articolo 8 della Convenzione europea. Nel sistema italiano, invece, è solo il diritto della madre all’anonimato ad essere oggetto di tutela: il soggetto abbandonato, in caso di rifiuto della madre, non può conoscere le circostanze della propria nascita e dell’abbandono. Necessaria, invece, una valutazione delle circostanze del caso e il raggiungimento di un giusto equilibrio tra i diritti contrapposti, evitando ogni automatismo. Tanto più che il desiderio di conoscere le proprie origini non cessa con l’età e che il mancato soddisfacimento di questa esigenza procura sofferenze psicologiche e fisiche.

Scritto in: CEDU | in data: 26 settembre 2012 |
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E’ arrivato sul tavolo della Commissione esteri il disegno di legge n. 5434 (XVI LEGISLATURA) relativo alla ratifica ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, fatta a New York il 2 dicembre 2004. Il relatore Mario Barbi ha sottolineato che la ratifica dovrebbe servire anche ad evitare situazioni come quella che provocato la sentenza  della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 con la quale la Corte ha ritenuto che l’Italia avesse violato la regola internazionale in materia di immunità dalla giurisdizione perché gli organi giurisdizionali avevano consentito che le vittime di deportazioni durante la seconda guerra mondiale potessero ricorrere in sede giurisdizionale contro la Germania. Per il relatore, «la disposizione dell’articolo 3 del disegno di legge di ratifica serve ad evitare situazioni incresciose come quelle createsi con il contenzioso dinanzi alla Corte dell’Aja». Inoltre, prosegue il relatore, l’intervento legislativo è necessario «alla luce dell’interpretazione che la stessa Corte internazionale dà dell’articolo 59 del proprio Statuto, tale cioè da comprendere, nelle condotte esecutive del decisum internazionale che lo Stato soccombente è tenuto ad adottare, anche quelle volte a privare di effetti i provvedimenti giurisdizionali nazionali, pur divenuti irrevocabili, pronunciati rispetto a condotte coperte dall’immunità statale dalla giurisdizione civile».

Si vedano i post del 21 giugno 2010 http://www.marinacastellaneta.it/convertito-il-decreto-legge-sullimmunita-di-stati-esteri-dalla-giurisdizione-italiana.html  e del 3 febbraio 2012 http://www.marinacastellaneta.it/litalia-sconfitta-allaja.html.

 

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 25 settembre 2012 |

Il Senato ha approvato, con modificazioni, il disegno di legge n. 2769 relativo a “Norme per l’adeguamento alle disposizioni dello statuto istitutivo della Corte penale internazionale” (2769). Con grave ritardo, l’Italia prova a completare il quadro per l’effettiva applicazione dello Statuto della Corte penale adottato a Roma il 17 luglio 1998 (il trattato è entrato in vigore, sul piano internazionale, il 1° luglio 2002. L’Italia ha ratificato con legge 12 luglio 1999 n. 232)  includendo nel nostro ordinamento le fattispecie incriminatrici necessarie per adempiere agli obblighi fissati dalla Corte penale. La Lega Nord si è astenuta.

Nella stessa sessione, il Senato ha detto sì anche al disegno di legge n. 3354 (3354) sulla ratifica ed esecuzione del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti, fatto a New York il 18 dicembre 2002. Entrambi gli atti sono stati trasmessi alla Camera.

Si veda il post del 3 agosto 2012 http://www.marinacastellaneta.it/casi-di-tortura-in-carcere-non-punibili-perche-non-attuata-la-convenzione-onu-contro-la-tortura.html

Scritto in: Corte penale internazionale, tortura | in data: 24 settembre 2012 |

Dal 2009 è in vigore il regolamento n. 861/2007 dell’11 luglio 2007 che istituisce il procedimento europeo per la soluzione delle controversie di modesta entità che, nell’intenzione del legislatore Ue, doveva favorire gli acquisti nel mercato Ue con un sistema di soluzione delle controversie transfrontaliere di valore non superiore ai 2mila euro in modo rapido e poco costoso. Ma la procedura è in larga parte inutilizzata. E’ quanto risulta da una relazione pubblicata il 21 settembre 2012 dalla rete dei Centri europei dei consumatori (CEC) che individua in una scarsa conoscenza degli operatori giuridici – giudici e avvocati – la causa del fallimento di questo meccanismo (http://ec.europa.eu/consumers/ecc/docs/small_claims_210992012_en.pdf).  Eppure – si osserva nel rapporto – nei mercati nazionali il 20% dei consumatori dichiara di aver incontrato un problema dopo aver acquistato beni e servizi  di valore medio pari a 375 euro per causa: pochi utenti hanno però fatto ricorso al regolamento Ue. Malgrado non manchino i risultati positivi. E’ stato il caso di un consumatore austriaco – si precisa nel rapporto – che aveva acquistato abiti su un sito web con sede in Germania, aveva corrisposto l’importo ma non aveva mai ricevuto la merce. Grazie al procedimento europeo per le controversie di modeste entità il tribunale di Linz ha adottato una sentenza a favore del consumatore che è stata eseguita rapidamente in Germania. Ma sono ancora troppo pochi i casi. E questo nonostante una procedura con formalità ridotte all’osso e un taglio dei tempi processuali grazie a un procedimento che, di norma, si svolge in forma scritta, a meno che il giudice non ritenga necessaria un’udienza. L’attore può avviare il procedimento utilizzando i formulari standard allegati all’atto Ue (modulo A) nella lingua dell’organo giurisdizionale al quale presenta la domanda (in Italia, giudice di pace, tribunale ordinario o Corte d’appello in funzione di giudice di unico grado), anche senza la rappresentanza di un avvocato che, per il regolamento, non è obbligatoria. La domanda deve essere inviata direttamente all’organo giurisdizionale per posta o con altri mezzi.  In pratica, il convenuto ha 30 giorni per rispondere all’istanza dell’attore, utilizzando i moduli del regolamento. Se non ci sono repliche, il giudice si pronuncia in 30 giorni. Semplice e accelerata anche l’attuazione perché la sentenza è immediatamente esecutiva indipendentemente dalla possibilità di impugnazione. Per garantire poi la circolazione dei provvedimenti, il regolamento n. 861/2007 assicura che la sentenza, munita del certificato predisposto (modulo standard D), sia eseguita negli altri Paesi Ue “senza che sia necessaria una dichiarazione di esecutività e senza che sia possibile opporsi al suo riconoscimento”, con l’eliminazione, quindi, dell’ exequatur. Ridotti i motivi che giustificano un rifiuto nell’esecuzione: è previsto che possa essere negata se nello Stato richiesto è stata già emessa una pronuncia tra le stesse parti e con lo stesso oggetto.

Evidentemente, però, la procedura non convince. Di qui la decisione della Commissione Ue di predisporre una serie di interventi per incentivarne l’utilizzo: da un piano di diffusione del procedimento all’interno dei tribunali nazionali alla divulgazione  di una guida pratica entro il 2012. Fino a modifiche per allargare l’ambito di applicazione del regolamento e semplificare i moduli predisposti per i risarcimenti già a disposizione dei consumatori nel sito dell’atlante giudiziario europeo (http://ec.europa.eu/justice_home/judicialatlascivil/html/sc_filling_it_it.htm).

Qui il testo del regolamento l_19920070731it00010022

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 22 settembre 2012 |
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La Corte di cassazione, sezione unite penali,  ha rimesso alla Consulta, con ordinanza n. 34472 del 10 settembre 2012 (34472_09_12), una questione di costituzionalità incentrata sull’incidenza delle sentenze di Strasburgo sulle pronunce interne passate in giudicato. Nel caso di specie, un condannato all’ergastolo con isolamento diurno aveva chiesto la conversione della pena del carcere a vita in 30 anni di reclusione in applicazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Scoppola, ma la sua istanza era stata respinta. In base al decreto legge n. 341/2000 convertito con legge n. 4/2001 l’ergastolo può essere convertito nella reclusione a 30 anni per coloro che non potevano avvalersi del giudizio abbreviato, ma non nei casi di ergastolo con isolamento diurno che è trasformato in ergastolo senza isolamento.  Per il condannato ricorrente il  giudicato interno, ossia la pena dell’ergastolo doveva essere modificata applicando in via estensiva quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Scoppola contro Italia del 17 settembre 2009. Per la Corte di cassazione non c’è dubbio che un’estensione dei principi fissati dalla Corte di Strasburgo possa avvenire anche se il ricorrente non si è rivolto alla Corte europea perché non può essere ammessa l’esecuzione di una sentenza contraria a Strasburgo. Tuttavia, nel caso di specie, risulta impraticabile il ricorso all’interpretazione conforme e quindi spetta alla Corte costituzionale decidere se gli articoli 7 e 8 del decreto legge n. 341/2000 convertito con legge  n. 4/2001 siano contrari all’articolo 117 della Costituzione. Malgrado la sentenza Scoppola possa, infatti, essere considerata una sentenza pilota perché si occupa di un problema strutturale, le pronunce di Strasburgo non possono essere equiparate a quelle di Lussemburgo ed è quindi necessario un intervento dei giudici costituzionali.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 20 settembre 2012 |

Riforme frammentate, mancanza di interventi di tipo organizzativo e gestionale nell’attività di tribunali e giudici. Assenza di misure in grado di prevenire i ritardi nei processi. Aumento del numero di ricorsi a Strasburgo. E’ il quadro, a tinte fosche, disegnato dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, che ha pubblicato le osservazioni sulla visita in Italia compiuta nel luglio scorso. Nel rapporto divulgato oggi (CommDH(2012)26, CommDH(2012)26_IT),  trova spazio anche lo stato sulla protezione dei diritti umani dei rom e dei sinti che rischia di essere compromessa dalla diffusione di messaggi di incitamento all’odio anche nei discorsi politici.

Per quanto riguarda le questioni legate al funzionamento della giustizia, il Commissario ha sottolineato l’eccezionale situazione del fenomeno in Italia. E’ vero che anche altri Stati sono alle prese con i ritardi nella durata dei processi, ma l’Italia batte ogni record negativo. Con conseguenze non solo sulla protezione dei diritti umani, ma anche sul piano economico perché l’inefficienza della giustizia riduce dell’1%, ogni anno, il PIL.

Non solo. Anche le riforme più promettenti non hanno funzionato e la tendenza all’eccessiva durata dei processi non è stata invertita. Neanche la riforma sulla mediazione in sede civile ha ingranato la prima anche per alcuni ostacoli frapposti dagli avvocati. Non mancano gli esempi positivi come il Tribunale di Torino che ha ridotto l’arretrato del 26,5% in 5 anni.

Per quanto riguarda la situazione di rom e sinti, il Commissario ha evidenziato che il «drastico ridimensionamento dell’Ufficio anti-discriminazione» rischia di impedire il raggiungimento degli obiettivi d’inclusione dei rom e di lotta alla discriminazione». Preoccupa la mancata integrazione dei rifugiati nel Paese che è in contrasto con gli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Parla per tutti il caso del cosiddetto «Palazzo della vergogna» a Roma che accoglie 800 rifugiati senza che vengano adottate misure positive di intervento e di integrazione.

Scritto in: diritti umani | in data: 18 settembre 2012 |
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L’obiettivo è alleggerire il carico di lavoro dei tribunali, ma il risultato potrebbe essere  far innalzare il numero di ricorsi per gli indennizzi dovuti a causa della durata irragionevole dei processi a Strasburgo. La messa a punto della legge Pinto con il decreto legge n. 83/2012 convertito con legge n. 134 del 7 agosto 2012 («Misure urgenti per la crescita del Paese») potrebbe non superare alla prova dei fatti il vaglio di Strasburgo. Tanto più che le modifiche alla legge n. 89/2001 (legge Pinto) non incidono su uno dei motivi che spesso causano la trasferta a Strasburgo: i ritardi dell’Italia nella liquidazione degli indennizzi.

La Direzione generale dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa ha scritto al Governo, l’8 agosto, in vista della riunione di dicembre, mettendo nero su bianco i profili che suscitano le maggiori perplessità (2012dd806DH). Prima di tutto è contrario alla giurisprudenza della Corte europea l’obbligo di attendere la conclusione definitiva del processo per presentare la domanda di indennizzo: la Corte di Strasburgo ha già da tempo stabilito che la durata eccessiva del processo è una violazione continua e le vittime non devono attendere la fine del processo, potendo far valere il proprio diritto ad ottenere un indennizzo per la violazione subita nel momento in cui il procedimento ha superato la soglia di durata ritenuta ragionevole. Ma anche altri aspetti non convincono, come l’automaticità del calcolo della durata eccessiva del processo. In pratica, in base alle modifiche introdotte, un processo è considerato irragionevolmente lungo unicamente se supera la soglia dei 6 anni mentre, in diverse occasioni, la Corte ha ritenuto che anche procedimenti di durata inferiore ai sei anni, in alcune circostanze , possono essere considerati troppo lunghi. Perplessità anche sul calcolo dell’indennizzo che non potrà superare, secondo le modifiche, il valore dell’oggetto della causa, mentre per Strasburgo questo è solo uno degli elementi da prendere in considerazione, senza che esso possa costituire un limite di valore automatico.

Inoltre, in base alle modifiche introdotte con il decreto legge convertito, è escluso l’indennizzo alla parte che rifiuta il regolamento amichevole proposto dal giudice, così come è previsto il pagamento degli indennizzi nei limiti delle risorse disponibili: limiti del tutto contrari alla Convenzione.

Queste difformità rispetto alla prassi giurisprudenziale di Strasburgo evidenziate dal Consiglio d’Europa – non sono però le uniche – rischiano di provocare un incremento dei ricorsi alla Corte europea che già subisce le inefficienze del sistema giustizia italiano.

Sono oltre 8.000 i ricorsi pendenti dinanzi alla Corte europea relativi alla durata eccessiva dei processi e alla legge Pinto. Di questi, 3.900 ricorsi riguardano i ritardi nella liquidazione degli indennizzi dovuti dallo Stato alle vittime.

Scritto in: durata dei processi, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 17 settembre 2012 |
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Sì alla cooperazione giudiziaria civile e all’assunzione rapida delle prove, ma il giudice di uno Stato membro ha diritto di procedere all’audizione di un testimone chiedendogli di comparire e interrogarlo in base alla propria legge nazionale. Non solo. Se il teste non compare e non fornisce un motivo legittimo, le autorità giudiziarie trarranno le conseguenze previste dal diritto nazionale. E’ la conclusione raggiunta dalla Corte di giustizia Ue nella sentenza del 6 settembre 2012 (causa C-170/11, Lippens11) che ha chiarito la portata dell’articolo 1 del regolamento n. 1206/2001 del 28 maggio 2001 sulla cooperazione tra le autorità giudiziarie degli Stati membri nel settore dell’assunzione delle prove in materia civile. Sono stati i giudici olandesi a rivolgersi a Lussemburgo. Alcuni investitori, che avevano acquistato valori mobiliari da una società, avevano presentato un’azione di risarcimento danni nei confronti della società che aveva venduto le azioni. I giudici olandesi avevano emesso un provvedimento per sentire i dirigenti della società ma questi avevano chiesto di essere ascoltati in Belgio, Paese di residenza, invocando il regolamento Ue. Una conclusione non condivisa dalla Corte di Lussemburgo. Il regolamento comunitario, infatti, si propone unicamente di favorire l’assunzione transfrontaliera delle prove e prevede un sistema che permette all’autorità giudiziaria di uno Stato membro di rivolgersi a quella di un altro Paese Ue chiedendo di procedere all’audizione di un teste, ma questo è unicamente uno dei mezzi di cui lo Stato può avvalersi. Pertanto, le autorità di uno Stato possono scegliere di utilizzare altri strumenti, procedendo in modo rapido ed efficiente, senza delegare alle autorità di altri Stati membri tale compito.In piena conformità al regolamento n. 1206/2001.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 16 settembre 2012 |
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