La Corte di giustizia dell’Unione europea potrebbe non accogliere le conclusioni dell’Avvocato generale Villanon depositate oggi (causa C-475/11, Konstantinides, CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE), ma certo la sua prospettazione segna un passo avanti verso l’abolizione di restrizioni per i professionisti che intendono svolgere un servizio in un altro Stato membro. A rivolgersi alla Corte è stato il giudice tedesco alle prese con una controversia tra un medico greco, residente nel Paese ellenico, che svolgeva alcuni interventi specializzati in Germania. Un paziente aveva reclamato presso l’Ordine dei medici tedesco ritenendo la tariffa del medico troppo alta. L’Ordine dei medici aveva avviato un’indagine chiedendo al tribunale l’imposizione di sanzioni perché la somma richiesta era eccessiva e incompatibile con le norme professionali tedesche. Allo stesso tempo, il medico greco era accusato di avere fatto una pubblicità via internet con messaggi, secondo l’ordine, volti a creare confusione nei pazienti. Per l’Avvocato generale, le cui conclusioni non sono vincolanti, le tariffe professionali hanno un potenziale restrittivo sulla libera circolazione e possono ostacolarla. Chiarito che nel caso di specie la direttiva 2005/36 non è applicabile ma lo è l’articolo 56 del Trattato, l’Avvocato generale ritiene che l’imposizione di una sanzione solo perché il medico aveva applicato una tariffa diversa rispetto da quella richiesta dall’Ordine dello Stato di destinazione è incompatibile con il Trattato. Solo in casi eccezionali e se la restrizione è funzionale alla tutela di un pubblico interesse essa può essere ammessa. Discorso analogo sul fronte della pubblicità, tanto più se le norme deontologiche sono formulate in modo ambiguo e accompagnate da “un severo regime disciplinare”. Se però il regime applicato non è discriminatorio ed è proporzionale talune restrizioni possono essere ammesse.

 

Scritto in: libera circolazione | in data: 31 gennaio 2013 |
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Con legge 14 gennaio 2013 n. 5 l’Italia ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, fatta a New York il 2 dicembre 2004 (LEGGE 14 gennaio 2013). Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 24 del 29 gennaio, la legge, secondo quanto sostenuto dal relatore Mario Barbi, dovrebbe servire anche ad evitare situazioni come quella che provocato la sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 con la quale la Corte ha ritenuto che l’Italia avesse violato la regola internazionale in materia di immunità dalla giurisdizione perché gli organi giurisdizionali avevano consentito che le vittime di deportazioni durante la seconda guerra mondiale potessero ricorrere in sede giurisdizionale contro la Germania. In questa direzione, l’articolo 3 dispone che “Le sentenze passate in giudicato in contrasto  con  la  sentenza della Corte internazionale di giustizia di cui al comma 1, anche  se successivamente emessa, possono  essere  impugnate  per  revocazione, oltre che nei casi previsti dall’articolo 395 del codice di procedura civile, anche per difetto di giurisdizione civile e in tale caso non si applica l’articolo 396 del citato codice di procedura civile”.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 30 gennaio 2013 |

I ritardi nell’attuazione effettiva dei provvedimenti in materia familiare costituiscono una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, del diritto al rispetto della vita familiare (articolo 8). Lo ha deciso la Corte europea di Strasburgo nella sentenza depositata oggi (ricorso Lombardo contro Italia, n. 25704/11, AFFAIRE LOMBARDO c. ITALIE) che ha condannato l’Italia per non aver garantito il diritto di visita a un padre che per ben dieci anni aveva potuto vedere solo sporadicamente la figlia, malgrado un tribunale avesse riconosciuto il diritto del padre a visite regolari. Gli ostacoli frapposti dalla madre avevano impedito lo svolgimento delle visite. Le autorità nazionali, inclusi i servizi sociali, poco avevano fatto per assicurare effettività alla pronuncia del tribunale con gravi danni nel rapporto tra genitore e figlio. Solo dopo molti anni era stato disposto un programma di sostegno psicologico per la madre e poi per la figlia. Per la Corte europea, inoltre, le misure disposte erano state automatiche e stereotipate senza una valutazione attenta del caso e senza tener conto che il decorso del tempo provoca, in materia familiare, gravi danni anche per il minore. Constatato che sul piano interno era stato fatto davvero poco e che non erano state adottate misure in grado di eseguire i provvedimenti del Tribunale, la Corte ha accertato la violazione dell’articolo 8 e ha condannato lo Stato a versare al padre un indennizzo per danni non patrimoniali  pari a 15mila euro più 10mila per le spese processuali sostenute.

Scritto in: famiglia | in data: 29 gennaio 2013 |
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Lo Stato richiesto è tenuto ad eseguire il mandato di arresto anche se il destinatario del provvedimento non è stato sentito prima dell’emissione del mandato da parte del Paese richiedente. Lo ha deciso la Corte di giustizia dell’Unione europea con una sentenza depositata oggi (causa C-396/11, MAE) con la quale Lussemburgo ha precisato i casi di rifiuto dell’esecuzione del mandato di arresto ai fini dell’esercizio dell’azione penale. Alla Corte Ue si era rivolta la Corte di appello rumena alle prese con un cittadino rumeno indagato per rapina in Germania il quale si opponeva alla consegna sostenendo che era stata violata la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea perché non era stato sentito prima del mandato di arresto dalle autorità tedesche. Un rifiuto non giustificato in base alla decisione quadro 2002/584, recepita in Italia con legge 22 aprile 2005, n. 69,  proprio perché l’atto Ue non prevede tra i motivi di non esecuzione il fatto che il destinatario del provvedimento non sia stato sentito. Gli articoli 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali non esigono che “un’autorità giudiziaria di uno Stato membro possa rifiutare l’esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso ai fini dell’esercizio di un’azione penale a motivo del fatto che la persona ricercata non è stata sentita dalle autorità giudiziarie emittenti prima dell’emissione di tale mandato d’arresto”. D’altra parte, osserva Lussemburgo, se fosse previsto un simile obbligo si vanificherebbe l’efficacia del mandato di arresto che, anche per evitare la fuga dell’interessato, “deve potersi giovare di un certo effetto sorpresa”.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 29 gennaio 2013 |

Una pronuncia nel senso della circolazione degli atti pubblici tra Stati membri dell’Unione europea. Con la sentenza del 17 gennaio 2013 (n. 11644/2009, atto pubblico) la Corte di Cassazione, prima sezione civile, ha precisato il rapporto tra un provvedimento di sospensione dell’efficacia esecutiva emesso in uno Stato membro ed esecuzione di un atto pubblico, già munito di formula esecutiva, in Italia. Alla Cassazione si era rivolto un uomo il quale si opponeva all’esecutività in Italia di un atto pubblico di un notaio tedesco relativo al riconoscimento di un debito a favore di una donna. Il ricorrente sosteneva che, a differenza di quanto sostenuto dalla Corte di appello di Firenze che aveva dato il via libera all’esecuzione, il provvedimento presentava un difetto di esecutività del titolo straniero in quanto un tribunale tedesco aveva disposto la sospensione dell’efficacia esecutiva. Di diverso avviso la Cassazione secondo la quale il controllo per bloccare gli effetti di un atto pubblico munito di forza esecutiva deve essere limitato solo all’eventuale contrarietà all’ordine pubblico in linea con il regolamento n. 44/2001  sulla competenza giurisdizionale, l’esecuzione e il riconoscimento delle decisioni in materia civile e commerciale. Per la Cassazione, come stabilito nella sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 29 aprile 1999, Coursier, il giudice nazionale non può procedere ad estendere i controlli su aspetti di natura estrinseca successivi al rilascio della formula esecutiva, con la conseguenza che il provvedimento di sospensione del tribunale tedesco non ha effetto in altri Stati anche perché l’articolo 22 del regolamento, al comma 5, attribuisce la competenza esclusiva in materia di esecuzione ai giudici dello Stato membro nel cui territorio ha luogo l’esecuzione.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile, regolamento 44/2001 | in data: 29 gennaio 2013 |
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Facilitare la partecipazione di cittadini di uno Stato membro con residenza in un altro Paese Ue a candidarsi alle elezioni del Parlamento europeo. Fino ad oggi, le candidature sono state scarse e l’Unione europea, con la direttiva 2013/1 del 20 dicembre 2012 (l_02620130126it00270029) prova a semplificare l’iter di candidatura e rimuovere gli ostacoli burocratici. In particolare, la direttiva, che modifica la 1993/109/Ce relativamente a talune modalità di esercizio del diritto di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo per i cittadini dell’Unione in Stato membro di cui non sono cittadini, cancella l’obbligo per i candidati di presentare un certificato relativo all’assenza di condizioni di decadenza nello Stato di cittadinanza. Il certificato sarà sostituito da una dichiarazione presentata dal candidato con la successiva verifica affidata alle autorità competenti degli Stati membri interessati. In questo modo, le istituzioni Ue sperano di raggiungere una completa attuazione del diritto di un cittadino dell’Unione di candidarsi alle elezioni del Parlamento europeo nello Stato membro di residenza, diverso da quello della cittadinanza, alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato (articolo 20, Trattato sul funzionamento dell’Unione europea).

Scritto in: elezioni, Unione europea | in data: 26 gennaio 2013 |

Il Comitato economico e sociale europeo ha ultimato un rapporto su “La pirateria marittima: potenziare la risposta dell’UE” approvato il 17 gennaio 2013 (TEn/496, ces1794-2012_00_00_tra_ac_it). Indispensabile, – sostiene il relatore Bredima – seguire i flussi finanziari e rafforzare gli strumenti di lotta anche tenendo conto del salto di qualità delle tecniche utilizzate dai pirati. Il fenomeno, poi, se diminuisce in alcune zone come nell’oceano indiano, aumenta in altre zone con elevati costi in termini di vite umane e danni economici alle società. La missione UE/Navfor-Atalanta ha raggiunto buoni risultati e lascia ben sperare la proroga fino al dicembre 2014 ma devono essere individuate ulteriori misure preventive e repressive.

Scritto in: pirateria | in data: 25 gennaio 2013 |

Aumentano le sentenze rivolte nei confronti dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel 2012, come risulta dalla relazione annuale della Corte di Strasburgo divulgata oggi (AnnualReport2012), sono state 63 su un totale di 1093, a fronte delle 45 del 2011. Precedono l’Italia nel numero di sentenze la Russia (134), la Turchia (125), la Romania (79), la Polonia (74), l’Ucraina (71), la Bulgaria (64).  In 36 sentenze su 63, la Corte europea ha accertato una violazione della Convenzione da parte dell’Italia, in 2 casi è stato raggiunto un regolamento amichevole, in altri 2 l’Italia ha guadagnato un’assoluzione e 23 pronunce hanno riguardato la determinazione dell’equo indennizzo o questioni legate alla giurisdizione. Delle pronunce di accertamento della violazione 16 casi hanno avuto ad oggetto la durata eccessiva dei processi, 13 il diritto di proprietà, 7 casi violazioni del diritto al rispetto della vita privata e familiare, 2 trattamenti disumani e degradanti.Tra le cause più importanti quella Hirsi del 25 febbraio 2012 e Centro Europa 7 dell’8 giugno 2012 che sono costate due condanne all’Italia su diritti fondamentali come il divieto di trattamenti disumani e degradanti e la libertà di espressione. Sono 14.188 i ricorsi italiani pendenti dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

In via generale la Corte nel 2012 ha emesso 1.093 sentenze con una diminuzione del 6% rispetto al 2011. Emblematico il numero dei ricorsi dichiarati irricevibili: 86.201 con un aumento del 70% rispetto al 2011. Questo vuol dire che da un lato molti individui ritengono di non aver avuto un’adeguata protezione dei propri diritti sul piano nazionale con una fiducia maggiore in Strasburgo e che, dall’altro lato, la conoscenza della Convenzione anche tra gli operatori giuridici e in particolare gli avvocati è ancora troppo bassa. Il numero di ricorsi è in ogni caso aumentato: da 64.440 ricorsi nel 2011 si è arrivati a 65.150 nel 2012 (più 1%).

Centrale il ruolo della Corte non solo per le vittime ricorrenti ma anche per l’interpretazione delle norme convenzionali.

Scritto in: CEDU | in data: 24 gennaio 2013 |

Il riconoscimento rapido delle qualifiche professionali per rilanciare il mercato unico. Con quest’obiettivo la commissione sul mercato interno e la protezione dei consumatori del Parlamento europeo ha approvato la risoluzione (qualifiche) che dà il via libera alla proposta di direttiva della Commissione europea, la quale punta a modificare la direttiva 2005/36 sul riconoscimento delle qualifiche  professionali. Il progetto analizzato il 23 gennaio valorizza la tessera professionale europea che dovrebbe servire a saltare diversi passaggi burocratici e conferma l’introduzione di un sistema di allerta per monitorare alcuni professionisti nel settore della salute. La risoluzione è stata approvata con 33 voti favorevoli, 4 contrari e due astensioni. A breve il Parlamento inizierà la negoziazione con il Consiglio. Confermata l’applicazione della direttiva ai notai come già previsto nella proposta della Commissione. Tuttavia, il comitato ha previsto l’esclusione del doppio stabilimento e l’inapplicabilità del titolo II relativo alla libera prestazione dei servizi proprio in ragione della funzione pubblica dei notai.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/la-commissione-europea-propone-un-restyling-della-direttiva-qualifiche.html

 

Scritto in: riconoscimento qualifiche professionali | in data: 24 gennaio 2013 |

Proseguono i negoziati per l’adesione dell’Unione europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’8 gennaio è stato presentato il progetto di rapporto esplicativo sull’accordo relativo all’adesione dell’Unione europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (negoziati). Ancora molti i problemi da risolvere. Nel progetto si afferma che le sentenze della Corte europea saranno vincolanti per la Corte di Lussemburgo. Da affrontare il corretto inquadramento del rinvio pregiudiziale in relazione alla condizione del previo esaurimento dei ricorsi interni (par. 57).

Si veda anche il post del 17 ottobre 2011 http://www.marinacastellaneta.it/ritardi-nel-processo-di-adesione-dellunione-europea-alla-cedu.html

 

Scritto in: CEDU, Unione europea | in data: 24 gennaio 2013 |
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