La Convenzione europea di estradizione prevale sulle norme processuali penali. Di conseguenza, se le autorità di uno Stato estero non inviano entro 40 giorni dall’arresto l’istanza di estradizione la persona arrestata deve essere rilasciata. Lo ha deciso la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con sentenza n. 9092/13 depositata il 25 febbraio (9092). Il ricorso era stato presentato da un cittadino turco a seguito della decisione della Corte di appello di Genova di respingere l’istanza di scarcerazione. Secondo il ricorrente, poiché la richiesta di estradizione da parte della Turchia era stata presentata scaduto il termine di quaranta giorni richiesto dalla Convenzione europea di estradizione, aveva il diritto ad essere rilasciato. La Cassazione ha ritenuto il ricorso fondato. Questo perché l’articolo 16, comma 4 della Convenzione europea di estradizione del 13 dicembre 1957, in vigore per l’Italia dal 1963, dispone che la durata dell’arresto ai fini dell’estradizione non potrà superare 40 giorni, termine che va calcolato dal momento dell’arresto. E’ vero che l’articolo 715 del codice di procedura penale fa riferimento alla decorrenza del termine non dal momento dell’arresto ma dalla comunicazione del provvedimento alla Parte richiedente, ma le norme convenzionali prevalgono su quelle interne e, quindi, l’arresto provvisorio cessa decorso il termine di 40 giorni dall’arresto che va computato nel termine poiché si tratta di questioni attinenti alla libertà personale. Di qui l’obbligo di disporre la scarcerazione dell’estradando.

Prima di tutto l’uniformità e l’attuazione rapida del mandato di arresto europeo. Anche se comporta il sacrificio di diritti stabiliti nelle costituzioni nazionali. Lo ha affermato la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza Melloni depositata oggi (causa C-399/11C-399:11). I giudici di Lussemburgo sono stati chiamati in causa dalla Corte costituzionale spagnola che ha chiesto di interpretare l’articolo 4 bis della decisione quadro 2002/584 relativa al mandato di arresto europeo e alle procedure di consegna, come modificata dalla 2009/299/Gai. In particolare, la Corte spagnola voleva un chiarimento sulla possibilità per lo Stato di esecuzione di subordinare l’attuazione di un mandato di arresto alla condizione che il procedimento in contumacia che ha condotto alla condanna possa essere oggetto di revisione. Al centro della vicenda un cittadino italiano che era stato condannato in contumacia, perché si era sottratto volontariamente alla giustizia, per bancarotta fraudolenta. Le autorità spagnole avevano disposto la consegna del condannato che aveva impugnato il provvedimento ritenendo che vi fosse stata una violazione della Costituzione spagnola perché la consegna non era stata condizionata alla possibilità di chiedere una revisione del processo. La Corte Ue ha chiarito che l’articolo 4 bis prevede che lo Stato di esecuzione possa rifiutare la consegna se l’interessato non sia comparso personalmente nel processo ma questo non nel caso in cui il condannato sia stato informato a tempo debito dell’inizio del processo o abbia nominato dei legali che lo hanno poi effettivamente difeso. Questo era il caso del ricorrente. Di conseguenza, per la Corte, lo Stato di esecuzione non poteva condizionare l’esecuzione del provvedimento alla revisione del processo. Nessuna contrarietà, poi, con l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali che assicura il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva. Se l’interessato di sua spontanea volontà rinuncia a comparire non si verifica alcuna lesione del diritto in esame come, d’altra parte, ha già stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo interpretando l’articolo 6 della Convenzione. In ultimo, la Corte ha analizzato la portata dell’articolo 53 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea in base al quale nessuna disposizione della Carta può essere interpretata nel senso di limitare i diritti dell’uomo riconosciuti, tra gli altri, dalla CEDU e dalle Costituzioni degli Stati membri. Nel chiarire la portata di tale norma la Corte ha individuato come criterio guida il primato del diritto Ue sul diritto interno arrivando alla conclusione che l’articolo 53 non consente di rimettere in discussione “l’uniformità dello standard di tutela dei diritti fondamentali definiti dalla decisione quadro” perché ciò nuocerebbe “ai principi di fiducia e riconoscimento reciproci” che l’atto Ue mira a rafforzare.

Arriva il 5 marzo sul tavolo del Consiglio per i diritti umani dell’Onu il rapporto dell’Alto Commissario sulla protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo (A/HRC/22/26, AHRC2226_English). Nel corso della sessione iniziata il 25 febbraio e che si concluderà a Ginevra il 22 marzo, il Consiglio approverà il testo del 17 dicembre che evidenzia le derive degli Stati nella lotta al terrorismo. Principio di legalità calpestato in più occasioni anche per la mancata precisione nella definizione dei reati, concessione dell’estradizione senza tener conto dei rischi di tortura, istituzione di tribunali speciali e presunzione d’innocenza messa da parte nel nome della lotta al terrorismo. Con tentativi di bypassare il sistema giudiziario attraverso il ricorso a interventi di intelligence. Nel rapporto, che sintetizza i risultati di meeting e conferenze, è evidenziato che l’utilizzo a dismisura delle agenzie di intelligence ha provocato l’accantonamento di misure di salvaguardia utili a evitare abusi. Spetta poi ai tribunali e non all’esecutivo stabilire se è necessario l’utilizzo del segreto di Stato in un procedimento. Senza dimenticare, in ogni caso, che il segreto di Stato non può essere invocato se blocca l’accertamento delle responsabilità e impedisce alle vittime di far valere i propri diritti in modo effettivo. L’Alto Commissario, nelle raccomandazioni finali, ha anche precisato che il divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti è incluso in una norma di ius cogens e quindi non derogabile.

Si veda il post dell’11 febbraio 2013 http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-governo-tecnico-impugna-ancora-larma-del-segreto-di-stato-per-bloccare-il-processo-agli-ex-vertici-del-sismi-nel-caso-abu-omar.html

Scritto in: terrorismo internazionale, tortura | in data: 24 febbraio 2013 |
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La Corte di appello di Bari, prima sezione civile, con sentenza n. 66/13 del 14 febbraio 2013 (Mali) ha riconosciuto la sussistenza di gravi motivi umanitari a un cittadino del Mali anche se, nelle sue richieste, il richiedente aveva prospettato una ricostruzione della vicenda inverosimile. Alla Corte di appello si era rivolto un cittadino del Mali al quale sia la Commissione territoriale di Bari per il riconoscimento della protezione internazionale sia il Tribunale di Bari avevano negato lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria o umanitaria. Questo perché, anche a causa di errori della difesa, la ricostruzione dei fatti era stata inverosimile suscitando dubbi sull’effettiva esistenza di rischi per la sua persona nel Paese di provenienza. Tuttavia, il verificarsi di un conflitto con l’intervento militare francese a gennaio 2013, ha spinto la Corte di appello, correttamente, a riconoscere in modo automatico la sussistenza di rischi per il richiedente proveniente da un Paese in guerra anche perché lo stesso ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati, in una nota richiamata nella pronuncia, ha sottolineato la necessità di tenere conto dei rischi umanitari per le persone che si trovano in Mali o che richiedono protezione. Di qui, l’accoglimento del ricorso e la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Scritto in: asilo | in data: 24 febbraio 2013 |
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L’8 marzo a Bologna si terrà l’incontro di studio “Coppia e minori. Questioni di attualità nel diritto internazionale privato”, organizzato dall’International Law Meeting Association e dalle Università di Bologna e Ferrara (Locandina_ILMA_08_03_13). Il convegno si svolgerà a partire dalle 9.15 nell’Hotel Savoia Regency di Bologna e sarà articolato in due sessioni: una mattutina sui minori e una pomeridiana sulla coppia. Si parlerà di violenza domestica, di matrimoni tra partner dello stesso sesso, di sottrazione internazionale di minori, dell’assunzione di prove, di divorzio, di obbligazioni alimentari, di minori e di responsabilità genitoriale. Necessaria l’iscrizione.

Scritto in: famiglia | in data: 24 febbraio 2013 |
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La Corte di cassazione continua l’applicazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia nella controversia Italia-Germania e dichiara il difetto di giurisdizione del giudice italiano per le azioni di risarcimento danni avviate da parenti delle vittime di deportazioni durante la Seconda guerra mondiale nei confronti del Governo tedesco. Con la pronuncia n. 4284/13 del 21 febbraio 2013, sezioni unite civili (4284), la Suprema Corte ha respinto il ricorso di un cittadino italiano che aveva citato in giudizio la Germania e Priebke per ottenere il risarcimento dei danni subiti dal padre, poi ucciso durante la strage delle Fosse Ardeatine. Nel corso del procedimento per regolamento di giurisdizione è intervenuta – precisano le Sezioni unite – la sentenza della Corte internazionale dei giustizia del 3 febbraio 2012 con la quale è stato accolto il ricorso della Germania che rivendicava l’immunità dalla giurisdizione. Dopo la pronuncia della prima sezione penale del 9 agosto 2012 anche le Sezioni unite civili danno seguito al dettato della Corte dell’Aja e dichiarano, quindi, il difetto di giurisdizione del giudice italiano.

Si veda il post del 10 agosto 2012 http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-applica-la-sentenza-della-corte-dellaja-nella-controversia-germania-italia.html nonché quello del 3 febbraio 2012 http://www.marinacastellaneta.it/litalia-sconfitta-allaja.html

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 22 febbraio 2013 |
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La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza pronunciata nella causa C-46/12 depositata oggi (L.N), ha chiarito entro quali limiti uno Stato membro può invocare l’eccezione stabilita dall’articolo 24 della direttiva 2004/38 sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente, in base al quale un Paese Ue non è tenuto a concedere aiuti di mantenimento agli studi a persone di altri Stati membri che non siano lavoratori subordinati o autonomi. La vicenda approdata a Lussemburgo su rinvio pregiudiziale dei giudici danesi ha preso il via dalla richiesta di un cittadino dell’Unione (di cui non è stata specificata la nazionalità) che era entrato in Danimarca per un lavoro e si era poi dimesso per seguire un corso di formazione, lavorando al tempo stesso a tempo parziale. Aveva inoltrato un’istanza per un aiuto economico per seguire il corso che non gli era stato concesso. Questo perché le autorità amministrative danesi ritenevano che l’uomo aveva fatto ingresso in Danimarca proprio con l’intento di seguire il corso e aveva in sostanza cercato di aggirare la normativa prima lavorando e poi dimettendosi. In pratica, poiché l’articolo 7 della direttiva 2004/38 dispone che un lavoratore cittadino di uno Stato membro debba ricevere un trattamento identico a quello dei lavoratori nazionali ma prevede che lo Stato ospitante possa scegliere di non attribuire borse di studio o prestiti a coloro che non siano lavoratori subordinati o autonomi (articolo 24), le autorità nazionali erano autorizzate a non concedere l’aiuto perché l’intenzione del cittadino non era quella di lavorare ma di studiare. Una conclusione non condivisa dai giudici Ue. Poco importa l’intenzione di un cittadino ai fini della qualifica di lavoratore. Ciò che conta è che siano presenti le condizioni individuate in diverse occasioni dalla stessa Corte per consentire di qualificare una prestazione come attività lavorativa. Nel caso di specie, gli elementi oggettivi idonei alla qualificazione erano presenti: rispetto di un orario di lavoro, svolgimento di attività reali ed effettive, subordinazione, retribuzione. La nozione di lavoratore in base alla citata direttiva è, d’altra parte, una nozione comunitaria e non è demandata agli ordinamenti nazionali. Di qui l’obbligo per il giudice nazionale di effettuare una valutazione del caso secondo le indicazioni della Corte senza considerare l’intenzione del cittadino Ue che, quindi, poteva anche essere entrato sul territorio con l’obiettivo di seguire un corso e non per trovare un lavoro senza che l’elemento psicologico possa incidere sul suo status.

Scritto in: cittadinanza Ue | in data: 21 febbraio 2013 |
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La mancata assunzione della testimonianza della vittima di uno stupro nel processo e l’impossibilità per l’imputato di controinterrogarla non incide sull’equità del procedimento penale. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Gani contro Spagna del 19 febbraio 2013 (ricorso n. 61800/08, CASE OF GANI v. SPAIN) con la quale Strasburgo ha respinto il ricorso di un individuo, condannato dai tribunali spagnoli a 27 anni di carcere per aver sequestrato e stuprato la sua ex partner, il quale sosteneva che era stato violato l’articolo 6 par. 1 e par. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo perché non aveva potuto, tramite il suo difensore, controinterrogare la vittima.

Prima di tutto, la Corte europea è partita dalla constatazione che spetta agli Stati regolare le modalità di assunzione delle prove. E’ vero che essi sono tenuti a garantire l’equità del processo ma la mancata testimonianza della vittima nel procedimento che comporta la condanna dell’imputato non determina in modo automatico una violazione dell’articolo 6. E questo anche quando la testimonianza resa prima del processo sia l’unica prova della responsabilità penale dell’imputato. A patto, però, che da una valutazione globale risulti che le autorità nazionali hanno agito in modo diligente cercando di sopperire con altri strumenti all’impossibilità per la difesa di interrogare la vittima, sofferente di disturbi post traumatici provocati dal reato subito, e adottando misure alternative adeguate. E questo – precisa la Corte – vale soprattutto nei casi di commissione di reati legati a violenza sessuale in cui la vittima è in una grave condizione psichica. A ciò si aggiunga che l’articolo 6, par. 3, lett. d) laddove riconosce che ogni accusato ha diritto, come minimo, a “interrogare o fare interrogare i testimoni a carico…”, non intende affermare un diritto assoluto e automatico, che può, quindi, essere limitato laddove sussistano talune esigenze, a condizione che dalla valutazione globale del processo ne risulti l’equità.

Scritto in: CEDU, equo processo | in data: 20 febbraio 2013 |

Il partner di una coppia dello stesso sesso ha diritto ad adottare il figlio del proprio compagno se questa possibilità è concessa, dall’ordinamento interno, alle coppie eterosessuali non sposate. E’ la conclusione raggiunta dalla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza X e altri contro Austria (ricorso n. 19010/07, CASE OF X AND OTHERS v. AUSTRIA ) depositata ieri che chiarisce il margine di discrezionalità concesso agli Stati nell’adozione della legislazione interna laddove siano in gioco diritti familiari di coppie dello stesso sesso. A una donna era stato impedito, dalle autorità austriache, la possibilità di adottare il figlio della propria partner, possibilità invece concessa a coppie eterosessuali. I tribunali nazionali non avevano accolto i ricorsi della coppia che alla fine si è rivolta a Strasburgo. Chiara la posizione della Corte: gli Stati hanno un margine di discrezionalità nelle scelte dei diritti da riconoscere a coppie non sposate. Se però assicurano taluni diritti alle coppie eterosessuali, come quello all’adozione,  sono tenuti a farlo anche con riguardo a coppie dello stesso sesso. In caso contrario, certa la violazione dell’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che sancisce il divieto di discriminazione e dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare perché coppie delle stesso che convivono in modo stabile sono titolari del diritto alla vita familiare.  La Grande Camera ha anche precisato che l’articolo 8 della Convenzione deve essere letto tenendo conto dei cambiamenti nella società: oggi, infatti, precisa la Corte, non esiste più un unico modello familiare. Questo comporta una restrizione nel margine di discrezionalità concesso agli Stati che devono dimostrare non solo che il fine perseguito nell’eventuale predisposizione di limitazioni al godimento di un diritto sia legittimo ma anche che esso sia necessario. Una dimostrazione – osserva la Corte – che grava sullo Stato sul quale, quindi, ricade l’onere della prova.

E’ vero che sul punto dell’adozione da parte di coppie dello stesso sesso non esiste uniformità tra gli Stati parti alla Convenzione europea ma se uno Stato introduce una legislazione che riconosce diritti a coppie eterosessuali deve estenderli anche alle coppie dello stesso sesso a meno che lo Stato non provi che il divieto persegua un fine legittimo e sia proporzionato al raggiungimento di quest’obiettivo. L’Austria aveva invocato il diritto di proteggere la famiglia tradizionale, ma non ha provato quale effetto negativo potrebbe derivare dal riconoscimento di diritti a coppie dello stesso sesso quando questi diritti sono concessi a quelle eterosessuali. Così come l’Austria non ha fornito alcuna prova sull’eventuale danno al bambino e sulla compromissione dell’interesse superiore del minore derivante dall’adozione da parte di coppie dello stesso sesso. Tanto più che, in base al diritto austriaco, un single anche omosessuale, può procedere all’adozione. Di conseguenza i divieti imposti dalla legislazione austriaca non sono proporzionati e comportano una violazione della Convenzione. Sette giudici hanno allegato un’opinione dissidente.

Si veda il post del 16 marzo 2012 http://www.marinacastellaneta.it/blog/nessuna-discriminazione-se-gli-stati-vietano-alle-coppie-dello-stesso-sesso-ladozione-lo-dice-la-cedu-per-la-cassazione-il-legislatore-nazionale-deve-intervenire-a-garantire-il-diritto-a-una-vita.html

Scritto in: famiglia | in data: 20 febbraio 2013 |
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Raggiunto l’accordo sull’istituzione del tribunale che sarà competente ad occuparsi delle controversie relative al brevetto europeo (st16351.en12). Ventiquattro Stati membri, il 19 febbraio, nel corso del Consiglio Ue sulla competitività, hanno firmato il testo dell’accordo che costituisce l’ultimo tassello per rendere pienamente operativo il sistema del brevetto unico europeo, dopo l’adozione del regolamento n. 1257/2012 del 17 dicembre 2012 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore dell’attuazione di una tutela brevettuale unitaria (l_36120121231it00010008) e del regolamento n. 1260/2012 relativo al regime di traduzione applicabile (l_36120121231it00890092). Il sistema della Corte è costituito da un Tribunale di primo grado e dalla Corte di appello, con competenze attribuite in base all’articolo 32 dell’accordo. La nomina dei giudici avverrà secondo quanto previsto dall’articolo 15, che privilegia l’elezione di componenti con grande esperienza nel campo dei brevetti. L’organo giurisdizionale è tenuto ad assicurare la corretta applicazione del diritto Ue e a riconoscerne il primato, anche con riguardo alle sentenze della Corte di giustizia Ue (articolo 21).

L’Italia non partecipa alla cooperazione rafforzata ma ha firmato l’accordo sull’istituzione della Corte che entrerà in vigore il 1° gennaio 2014 a seguito della ratifica di 13 Stati membri. La sede centrale della Corte sarà Parigi con sezioni distaccate a Londra e Monaco. Tre sedi per mettere d’accordo tutti. Fuori l’Italia, che ha perso la possibilità di avere una sezione a causa della decisione di non partecipare alla cooperazione rafforzata.

Si veda il post del 2 gennaio 2012 http://www.marinacastellaneta.it/blog/brevetto-ue-a-effetto-unitario-pubblicato-il-regolamento.html

Scritto in: brevetto | in data: 20 febbraio 2013 |