L’Italia ha presentato al Segretariato del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa il piano d’azione sulle misure generali per dare esecuzione alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa al caso Ceteroni, Luordo e Mostacciuolo (com.instranet). Il Comitato si pronuncerà nella riunione del 4-6 giugno 2013. Secondo il Governo italiano sono stati messi in campo strumenti adeguati ad accelerare il processo civile sia con la legge 7 agosto 2012 n. 134 che ha semplificato la procedura in vigore per ottenere l’indennizzo in base alla legge Pinto, sia con la riorganizzazione degli uffici giudiziari. Risultati positivi sono anche attesi dalla modifica del processo sommario di cognizione e della procedura di appello, così come dall’introduzione di un filtro per i ricorsi in Cassazione. L’Italia punta, inoltre, sull’aumento del contributo unificato che, però, potrebbe avere una valutazione negativa alla luce del diritto alla tutela giurisdizionale effettiva. Secondo il Governo anche la mediazione, incappata però in una battuta di arresto con la pronuncia della Corte costituzionale  n. 272 del 24 ottobre 2012 (depositata il 6 dicembre), ha un effetto positivo sulla durata dei procedimenti.

Si veda il post del 17 settembre 2012 http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-restyling-della-legge-pinto-non-convince-strasburgo.html.

Scritto in: durata dei processi | in data: 29 aprile 2013 |
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Sono ancora troppo pochi i cittadini dell’Unione che si spostano per lavorare in un altro Stato membro. Questo perché, malgrado le norme del Trattato Ue e del diritto derivato, gli Stati continuano a frapporre ostacoli diretti e indiretti, ad esempio non riconoscendo i periodi di lavoro svolti in un altro Stato. Per migliorare la situazione, la Commissione europea ha presentato, il 26 aprile, una proposta di direttiva sulle misure che facilitano l’accesso ai diritti conferiti ai lavoratori Ue (COM(2013)236, Proposal-directive-free-movement_en) per superare gli ostacoli esistenti, eliminare ogni forma di discriminazione e far acquisire maggiore consapevolezza sui diritti ai lavoratori migranti e ai datori di lavoro. La proposta, che dovrà incassare il sì del Parlamento europeo e del Consiglio, è articolata su tre livelli di intervento. Si parte dalla necessità di rendere effettivo il meccanismo di diffusione delle informazioni sui diritti anche attraverso il centro Your Europe ed Eures. Gli Stati dovranno dotarsi di una nuova struttura o utilizzarne una già operativa per combattere altre forme di discriminazione. Compito della struttura sarà quello di fornire informazioni, consulenza e assistenza alle vittime di discriminazioni, così come svolgere inchieste indipendenti, in sinergia con altre strutture come i punti di contatto e la rete Solvit.

Sul fronte dei diritti gli Stati non potranno arretrare rispetto alla soglia minima fissata nella proposta di direttiva e in altri atti dell’Unione e questo anche con riferimento ai diritti dei familiari dei lavoratori migranti. In ultimo, proprio a garanzia dell’effettività del sistema, dovranno essere predisposti rimedi giudiziali ed extra giudiziali come la conciliazione e la mediazione per attivare il diritto a non essere discriminati sulla base della nazionalità. I tempi di prescrizione delle azioni saranno fissati dai singoli Stati, ma a patto che non sia leso il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva. Via libera poi all’avvio di azioni amministrative e giudiziali da parte di sindacati e altre organizzazioni.

Scritto in: libera circolazione | in data: 28 aprile 2013 |
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La Bolivia chiede aiuto alla Corte internazionale di giustizia per risolvere la controversia con il Cile relativa all’accesso sovrano all’Oceano Pacifico perso durante la guerra del 1879. Il 24 aprile lo Stato sudamericano ha presentato il ricorso (17338) sostenendo che il Cile ha violato l’obbligo di negoziare in buona fede l’accordo ad oggetto la concessione alla Bolivia del diritto sovrano di accesso all’Oceano Pacifico, rivendicato dal Governo di La Paz. Il ricorso ha la sua base giuridica negli articoli 36 e 40 dello Statuto della Corte internazionale e nell’articolo XXXI del Patto di Bogotà del 30 aprile 1948 sulla soluzione pacifica delle controversie vincolante per gli Stati parti alla controversia. I due Stati, proprio a causa della controversia, hanno interrotto le relazioni diplomatiche dal 1978. La controversia è anche collegata a quella marittima tra Perù e Cile che ha spinto il primo Stato, il 16 gennaio 2008, a rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia, che si pronuncerà a breve (17232)

Scritto in: Controversie internazionali | in data: 27 aprile 2013 |
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Il contumace in un procedimento civile durato troppo a lungo ha diritto all’indennizzo in base alla legge Pinto per la durata eccessiva del procedimento? Per rispondere a questo quesito la Corte di cassazione, sezione sesta civile, con ordinanza n. 10013 del 24 aprile 2013 (legge pinto) ha chiesto alle Sezioni Unite di fornire una risposta definitiva. Nel caso di specie, la richiesta di indennizzo per la durata eccessiva del processo era stata avanzata da una parte che, anche se citata ritualmente nel procedimento civile in materia ereditaria, era rimasta contumace. Alla luce delle oscillazioni giurisprudenziali che in taluni casi hanno condotto la stessa Suprema Corte a ritenere che deve essere escluso dalla riparazione il richiedente contumace e in altri casi hanno invece concesso l’indennizzo, la sesta sezione ritiene che la questione debba essere risolta dalle Sezioni Unite. E ciò anche tenendo conto della nozione di vittima fornita dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in base alla quale è tale qualsiasi soggetto interessato dall’atto o dall’omissione che abbia realizzato una violazione della Convenzione. D’altra parte, ricorda la Cassazione, il giudice italiano deve interpretare la legge n. 89 del 2001 in modo conforme all’interpretazione data dalla Corte europea “all’articolo 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, vale a dire per come essa vive nella giurisprudenza di detta Corte”.

Scritto in: durata dei processi | in data: 27 aprile 2013 |
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Discriminazioni verso rom e sinti. Violazioni della libertà di espressione. Inefficacia dei sistemi giudiziari. Omofobia. Trattamenti disumani degli immigrati. Sono le piaghe che affliggono troppi Paesi in Europa. Lo dice il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muiznieks nel rapporto annuale relativo alla situazione dei diritti umani nel 2012 (COMMDH(2013)5, diritti umani). Gli Stati non riescono a liberarsi di comportamenti discriminatori e non sono capaci di mettere in campo misure adeguate per realizzare pienamente i diritti della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Divampano i discorsi incentrati sull’odio razziale in tutta Europa soprattutto da parte di politici.

Per quanto riguarda l’Italia, il Commissario conferma l’allarme lanciato durante la visita in Italia (si veda il post del 18 settembre 2012 (http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-commissario-per-i-diritti-umani-del-consiglio-deuropa-chiede-allitalia-misure-per-tagliare-i-tempi-dei-processi-e-migliorare-il-trattamento-dei-rom.html). In particolare, l’Italia non mostra di essere in grado di affrontare il problema sistematico dell’eccessiva durata dei processi. Ritardi anche nella liquidazione degli indennizzi. Non solo. Sul fronte del funzionamento della giustizia, il Commissario è preoccupato anche per il sistema di selezione degli avvocati che limita l’accesso e per l’incremento delle spese processuali soprattutto nel settore della giustizia civile che incide sul diritto alla tutela giurisdizionale effettiva.

Scritto in: diritti umani | in data: 26 aprile 2013 |
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La tenuta degli enti creditizi in Europa deve essere rafforzata attraverso un ampliamento degli obblighi di informazione e una politica di gestione dei rischi più efficace. Nella Raccomandazione del Comitato europeo per il rischio sistemico relativa al finanziamento degli enti creditizi del 20 dicembre 2012 pubblicata sulla GUUE del 25 aprile 2013 C 119 (banche) si chiede una maggiore trasparenza del mercato in materia di attività vincolate e, soprattutto, una politica di gestione dei rischi più efficace. In questa direzione l’autorità di vigilanza europea traccia la mappa della situazione degli enti creditizi in Europa per individuare le migliori prassi da applicare in via generale.

Scritto in: Unione europea | in data: 26 aprile 2013 |
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Taglio di tempi e costi. Eliminazione per imprese e cittadini di ostacoli burocratici inutili, soprattutto nei rapporti transfrontalieri. Con quest’obiettivo, la Commissione europea ha presentato una proposta sulla libera circolazione tra gli Stati membri dei certificati di stato civile e altri documenti pubblici proprio con il fine di garantire un’effettiva libera circolazione delle persone (com_2013_228_en. Si veda anche il documento di lavoro swd_2013_144_en). In pratica, secondo la proposta di Bruxelles, le autorità nazionali di uno Stato membro dovrebbero riconoscere senza richiedere apostille, certificazioni e traduzioni certificate, documenti utili sia al cittadino sia alle imprese. In questo modo, una società di uno Stato membro che intenda partecipare a un appalto pubblico in un altro Paese Ue non dovrebbe più fornire documenti tradotti nella lingua dello Stato di destinazione. Una proposta che se approvata da Parlamento e Consiglio porterà, secondo le stime della Commissione, a un risparmio di 330 milioni di euro l’anno. L’abolizione delle forme di legalizzazione, apostille e traduzioni certificate per 12 categorie di documenti inciderà unicamente sull’aspetto relativo all’autenticità dei documenti, ma non sul contenuto e sugli effetti dei documenti nei diversi Stati Ue che, quindi, manterranno in piedi la propria normativa. Sarà poi possibile avvalersi di formulari standard multilingue messi a disposizione degli Stati. Il documento contiene anche misure funzionali a tutelare contro le frodi. Le autorità nazionali che hanno ragionevoli dubbi su un documento potranno effettuare controlli di autenticità avvalendosi del Sistema d’informazione del mercato interno. La proposta riguarda i certificati di stato civile, di residenza e di cittadinanza, i certificati di matrimonio, relativi alle unioni registrate, i documenti di filiazione, di adozione, decesso, i certificati di registrazione degli immobili, quelli relativi alla forma giuridica e alla rappresentanza di società e imprese, i documenti relativi ai diritti di proprietà intellettuale e quelli comprovanti l’esistenza di precedenti penali. Sono esclusi i certificati relativi ai titoli di studio.

La base giuridica è stata individuata, per la prima volta, nell’articolo 21 del Trattato di Lisbona che assicura il diritto di circolazione fatte salve le condizioni previste dai trattati e dalle disposizioni adottate in materia.

Scritto in: libera circolazione | in data: 24 aprile 2013 |
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E’ la schiavitù del nuovo millennio. E divampa nel cuore dell’Europa. I dati divulgati dalla Commissione europea nel rapporto del 15 aprile 2013 sul livello del traffico degli esseri umani forniscono un quadro allarmante non solo sulla diffusione di questo crimine ma anche sulla connessa attenuazione dei diritti umani tra i Paesi membri dell’Unione (http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-is-new/news/news/2013/docs/20130415_thb_stats_report_en.pdfhttp://ec.europa.eu/anti-trafficking/entity.action?path=EU+Policy%2FReport_DGHome_Eurostat). Dal rapporto risulta che le vittime della tratta tra il 2008 e il 2010 sono arrivate a quota 23.632. Con un incremento del 28% e una preoccupante diminuzione delle condanne negli Stati membri dell’Unione (-13%). Le vittime sono soprattutto donne (68%). Ben il 62% delle vittime della tratta sono oggetto di sfruttamento sessuale (68%) e di lavoro forzato (25%). Il dato sorprendente è che il 61% delle vittime proviene da altri Stati dell’Unione. L’Italia poi conquista il primato negativo con 2.381 vittime nel 2010, seguita dalla Spagna con 1.605 vittime. D’altra parte, gli Stati fanno poco per combattere questo drammatico fenomeno criminale. Solo sei Stati hanno recepito correttamente la direttiva 2011/36 del 5 aprile 2011 concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime,  che sostituisce la decisione quadro del Consiglio 2002/629/GAI. Si tratta di Repubblica Ceca, Lettonia, Finlandia, Ungheria, Polonia e Svezia. Tre Paesi, Belgio, Lituania e Slovenia, lo hanno fatto in modo incompleto. Gli altri restano fermi. E questo malgrado la direttiva, oltre a fornire una nozione comune del reato a tutti gli Stati membri, stabilisca strumenti anche di carattere processuale per ampliare il margine d’intervento degli Stati e assicurare una maggiore forza nella repressione del fenomeno.

Si veda il post del 6 marzo 2013 http://www.marinacastellaneta.it/blog/divieto-di-lavoro-forzato-e-schiavitu-una-guida-della-cedu.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 24 aprile 2013 |
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La Corte di giustizia dell’Unione europea, con sentenza dell’11 aprile 2013 (cause riunite C-335/11 e C-337/11, HK Danmark, C-335:11) precisa che la nozione di disabilità, anche ai fini dell’applicazione della direttiva 2000/78 del 27 novembre 2000 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere effettuata in base alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 26 novembre 2009, ratificata dall’Unione europea. Questo vuol dire, precisa la Corte, che nella nozione di handicap, non fornita dalla direttiva 2000/78, deve essere inclusa ogni limitazione “risultante in particolare da menomazioni fisiche, mentali o psichiche” che ostacola “la piena ed effettiva partecipazione della persona interessata alla vita professionale su base di uguaglianza con altri lavoratori” e che gli Stati devono adottare normative in grado di garantire questo risultato.

Il quesito pregiudiziale è stato presentato dalla Corte marittima e commerciale danese alle prese con una controversia tra un sindacato e un datore di lavoro a seguito della decisione di quest’ultimo di licenziare con preavviso ridotto due lavoratrici con handicap a seguito di una malattia, alle quali il datore di lavoro non aveva proposto una riduzione dell’orario lavorativo. Per la Corte di giustizia, la direttiva Ue impone al datore di lavoro l’adozione di misure che consentano a una persona disabile di accedere in modo effettivo a un impiego e di consentire al lavoratore lo svolgimento dell’attività. E’ vero che la legislazione danese prevede l’applicazione del preavviso ridotto in tutti i casi in cui un lavoratore abbia fatto 120 giorni di assenza nel corso di un anno, ma questa applicazione generalizzata costituisce una discriminazione indiretta tanto più che tratta in modo uguale persone che si trovano in una situazione differente, causando una situazione di svantaggio per il lavoratore disabile. Riguardo poi alla nozione di disabilità, la Corte osserva che, in base all’articolo 216 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, se l’Unione conclude accordi internazionali questi ultimi prevalgono sugli atti dell’Unione. Quindi, nel caso di specie, è obbligatorio richiamare la nozione di disabilità della Convenzione Onu in base alla quale sono persone con disabilità “coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di uguaglianza con gli altri”. Questo vuol dire che anche una malattia curabile o non curabile può provocare tale stato e, quindi, gli Stati membri sono tenuti a non adottare normative che per quanto paritarie abbiano in sé gli elementi per provocare nella situazione di svantaggio per i lavoratori disabili, ma devono prevedere misure, come la riduzione dell’orario di lavoro, che consentano alla persona disabile di svolgere la prestazione lavorativa.

Scritto in: diritti dei lavoratori | in data: 22 aprile 2013 |
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L’Italia supera il test della Corte europea dei diritti dell’uomo nel settore del diritto d’asilo. Per Strasburgo, i richiedenti asilo, in Italia, non corrono rischi di trattamenti disumani e degradanti vietati dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Di conseguenza, i Paesi Bassi possono procedere all’applicazione del regolamento di Dublino e ordinare il trasferimento del richiedente asilo in Italia che, come Paese di primo ingresso, dovrà decidere sulla concessione dello status. E’ la conclusione raggiunta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella decisione  del 18 aprile 2013 relativa al caso Mohammed Hussein contro Paesi Bassi e Italia (MOHAMMED HUSSEIN v. THE NETHERLANDS AND ITALY) con la quale la Corte ha dichiarato irricevibile il ricorso contro Paesi Bassi e Italia presentato da una cittadina somala. La donna era arrivata in Italia nel 2008 ed era stata trasferita in un centro di accoglienza. Ottenuta la protezione sussidiaria, aveva avuto un permesso di soggiorno e un documento di viaggio valido per 3 anni. La donna si era poi trasferita in Olanda dove aveva presentato una domanda di asilo. Tuttavia, in applicazione del regolamento n. 343 del Consiglio, del 18 febbraio 2003, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo, i Paesi Bassi avevano respinto l’istanza in quanto la competenza era delle autorità italiane. La donna sosteneva che in precedenza non aveva ottenuto un trattamento adeguato in Italia e vi era il rischio di trattamenti disumani e degradanti. Una conclusione non condivisa dalla Corte di Strasburgo. Prima di tutto, la donna, arrivata in Italia, aveva usufruito di talune facilitazioni e aveva ottenuto un permesso di soggiorno proprio in Italia che le aveva consentito di avere assistenza sanitaria e sociale, nonché un titolo di viaggio per stranieri. Nessuna prova, quindi, che era stata sottoposta a trattamenti disumani né che correva il rischio di subirli. Una riduzione del livello delle condizioni di vita – osserva la Corte – non può in alcun modo essere equiparato a un trattamento disumano, tanto più che dall’esame di rapporti di organizzazioni non governative non emerge un problema di carattere strutturale per i richiedenti asilo, né falle sistemiche. Pertanto, Strasburgo ha dichiarato irricevibile il ricorso spianando la strada all’applicazione del regolamento Dublino.

Si vedano i post del 27 dicembre 2011 http://www.marinacastellaneta.it/blog/no-al-trasferimento-nello-stato-di-primo-ingresso-per-i-richiedenti-asilo-se-ce-il-rischio-di-violazione-dei-diritti-umani.html e del 21 gennaio 2011 http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-regolamento-dublino-sullasilo-allesame-della-cedu.html e del 

Scritto in: asilo | in data: 19 aprile 2013 |
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