Dal 7 all’8 giugno appuntamento a Campobasso per approfondire, a 10 anni dall’adozione del regolamento n. 1/2003 e a un anno dalla legge n. 234/12, gli effetti sul piano interno delle regole sugli aiuti di Stato, incluse le questioni relative all’obbligo di recupero e delle norme sulla libera concorrenza. L’incontro su “Aiuti di Stato, diritto antitrust e giudici italiani” inizierà il 7 giugno alle 14.00 e proseguirà il giorno successivo presso l’Aula Magna dell’Università del Molise a Campobasso. All’incontro parteciperanno studiosi, avvocati e giudici.

Qui il programma Locandina Campobasso

Scritto in: concorrenza | in data: 31 maggio 2013 |
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E’ stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale di oggi il regolamento n. 462/2013 del 21 maggio 2013 che modifica il regolamento n. 1060/2009 relativo alle agenzie di rating del credito (rating) con l’obiettivo di ridurre l’eccessivo affidamento ai rating ed evitare ogni effetto automatico delle valutazioni delle agenzie. Caratterizzano il regolamento le nuove disposizioni per evitare situazioni di conflitto di interesse e per assicurare un adeguato indennizzo agli investitori. In questa direzione l’articolo 35 assicura all’investitore la possibilità di citare in giudizio le agenzie di rating che hanno agito intenzionalmente o con colpa grave provocando un danno agli investitori. Le norme del regolamento costituiscono una soglia minima con la possibilità per gli Stati di prevedere norme più stringenti.

Scritto in: Unione europea | in data: 31 maggio 2013 |
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Gli Stati membri sono liberi di scegliere se prevedere un ricorso giurisdizionale sospensivo avverso le decisioni relative al mandato di arresto europeo. A patto, però, che non sia compromessa la cooperazione giudiziaria penale tra Stati membri dell’Unione. E’ la conclusione raggiunta dalla Corte di giustizia dell’Unione europea che si è pronunciata con sentenza del 30 maggio (causa C-168/13, Jeremy, MAE) a seguito del primo rinvio pregiudiziale del Conseil constitutionnel francese. Un cittadino inglese era stato fermato in Francia a seguito di un mandato di arresto europeo emesso dalle autorità inglesi perché accusato di sottrazione di minore. L’indagato aveva acconsentito alla consegna a condizione di non essere perseguito o giudicato per reati commessi prima della consegna. Dopo il suo trasferimento in Inghilterra, il Regno Unito aveva chiesto ai giudici competenti francesi il via libera alle attività istruttorie anche per fatti commessi prima della consegna. A fronte del sì francese, il cittadino inglese aveva impugnato il provvedimento dinanzi alla Corte di cassazione che, a sua volta, aveva sottoposto alla Corte costituzionale francese una questione prioritaria di costituzionalità riguardo alla norma del codice di procedura penale che esclude l’impugnazione delle decisioni sull’estensione degli effetti del mandato di arresto. Come detto, per la prima volta, il Conseil constitutionnel ha sollevato una questione di pregiudizialità relativa alla decisione quadro 2002/584 relativa al mandato di arresto europeo e alle procedure di consegna, come modificata dalla 2009/299/Gai. La Corte di giustizia ha così stabilito che il diritto dell’Unione lascia discrezionalità agli Stati in ordine alla previsione di ricorsi giurisdizionali con effetti sospensivi avverso le decisioni sul mandato di arresto. Tuttavia, nell’esercizio di questo potere discrezionale gli Stati membri devono assicurare il raggiungimento dell’obiettivo fissato nella decisione quadro che è quello di accelerare la cooperazione giudiziaria. Di conseguenza, un eventuale ricorso è ammissibile solo a condizione che siano rispettati i termini di esecuzione della decisione quadro.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 31 maggio 2013 |

Violenze ripetute contro la moglie davanti alle due figlie. Denunce inascoltate. Ritardi e sospensione nell’esecuzione di misure di protezione. Uno scenario che ha portato la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare la Repubblica di Moldova per violazione degli articoli 3 (divieto di trattamento disumani e degradanti), 8 (diritto al rispetto della vita privata e personale) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea (CASE OF EREMIA AND OTHERS v. THE REPUBLIC OF MOLDOVA). I fatti sono analoghi a quelli di centinaia di donne vittime di violenza, all’interno delle mura di casa, in ogni parte del mondo. In questo caso, gli atti di violenza erano stati commessi dal marito che, per di più, era un agente di polizia. Le autorità nazionali avevano emesso un ordine di protezione che però per lungo tempo non era stato eseguito, poi era stato applicato e infine revocato. Non solo. Il procuratore aveva disposto la sospensione delle indagini per un anno. Di qui le violazioni della Convenzione europea. Non bastano le leggi a tutela delle donne – precisa Strasburgo – perché è necessario che gli Stati adottino tutte le misure positive volte a proteggere le vittime di violenza, tenendo conto che gli atti contro le donne costituiscono anche una forma di discriminazione. L’inerzia dello Stato, taluni comportamenti che la Corte ha giudicato incomprensibili come la valutazione delle autorità inquirenti che – osserva Strasburgo – per motivi non chiari hanno ritenuto che l’uomo non costituiva un pericolo per la moglie, hanno condotto alla condanna e all’obbligo di indennizzare la donna con 15.000 euro per i danni non patrimoniali subiti.

Intanto in Italia, la Camera ha approvato oggi il disegno di legge sulla ratifica della Convenzione sulla prevenzione e il contrasto alla violenza sulle donne e alla violenza domestica, adottata a Istanbul, dal Consiglio d’Europa, l’11 maggio 2011 (Anteprima di “senato.it – Legislatura 16ª – Disegno di legge n. 3654”).

Si veda il post del 29 gennaio 2012 http://www.marinacastellaneta.it/blog/allarme-onu-sui-casi-di-violenza-familiare-contro-le-donne-in-italia.html.

Scritto in: CEDU, diritti delle donne | in data: 28 maggio 2013 |
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Il mandato di arresto europeo non può essere eseguito nei casi in cui vi siano conseguenze negative sui figli minori in grado di ledere l’interesse superiore del minore la cui famiglia è radicata da anni in Italia. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con sentenza n. 21988/13 depositata il 22 maggio 2013 (21988), con la quale è stata annullata la pronuncia della Corte di appello di Venezia che aveva dato il via libera alla consegna di un cittadino rumeno, da anni residente in Italia con la propria famiglia, condannato per furto di pollame in patria. Per la Suprema Corte, tenendo conto che la consegna provocherebbe un grave pregiudizio sui figli minori residenti in Italia perché il padre costituisce l’unica fonte di reddito per la famiglia priva di altri mezzi di sostentamento e dell’assenza di altri familiari in grado di supportare la famiglia, nonché del ridotto interesse punitivo per un furto di pollame, le autorità italiane non devono procedere alla consegna. Con queste motivazioni la Cassazione ha superato il limite testuale dell’articolo 18, lett. s della legge 22 aprile 2005 n. 69 (con la quale è stata data esecuzione alla decisione quadro  2002/584 relativa al mandato di arresto europeo e alle procedure di consegna, modificata dalla 2009/299/Gai), che preclude la consegna solo nei casi in cui il mandato di arresto sia richiesto per madre con prole inferiore ai 3 anni residente in Italia, aprendo così a un ampliamento dell’operatività dei casi di rifiuto alla consegna che potrebbe presentare taluni profili di incompatibilità con la decisione quadro.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 28 maggio 2013 |
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La Commissione sui diritti dell’uomo del Parlamento europeo, il 3 maggio, ha divulgato uno studio sulle conseguenze sui diritti umani derivanti dall’utilizzo dei droni e dei robot in guerra (droni).

USdroneLo studio, redatto da Nils Melzer, parte dai dati che indicano un impiego sempre più frequente degli aerei senza pilota. Questo comporta la necessità di verificare se il quadro giuridico esistente sul piano internazionale, in particolare con riguardo al diritto internazionale umanitario e ai diritti dell’uomo, sia adeguato ad assicurare il pieno rispetto delle regole nei casi di impiego di droni e robot. Ad avviso dell’autore dello studio l’Unione europea dovrebbe promuovere l’adozione di un accordo internazionale o l’adozione di un codice di condotta per evitare l’impiego massiccio e incontrollato di questi mezzi.

Scritto in: conflitti armati | in data: 28 maggio 2013 |
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Le autorità di uno Stato membro possono negare a un cittadino di un Paese terzo il diritto di soggiorno nel territorio sul quale vive il familiare cittadino Ue che però non ha mai esercitato il suo diritto alla libera circolazione in quanto cittadino dell’Unione. A patto, però, che il diniego opposto dalle autorità nazionali non comporti “la privazione del godimento effettivo del nucleo essenziale dei diritti conferiti dallo status di cittadino dell’Unione”. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza dell’8 maggio 2013 nella causa C-87/11 (C-87:11). Il rinvio pregiudiziale è stato posto dai giudici nazionali del Lussemburgo che avevano respinto la domanda di soggiorno ad alcuni cittadini kossovari che volevano ricongiungersi con il proprio figlio e fratello già entrato in Lussemburgo da molti anni il quale ne aveva poi ottenuto la cittadinanza. La Corte di giustizia ha chiarito, in primo luogo, che la direttiva 2004/38 relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri e la 2003/86 relativa al diritto al ricongiungimento familiare, non sono applicabili a cittadini di Paesi terzi che richiedono un diritto di soggiorno per raggiungere un familiare divenuto cittadino Ue che però non ha mai esercitato il diritto alla libera circolazione  e abbia sempre soggiornato quale cittadino dell’Unione nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza. Non solo. Per la Corte di giustizia, l’articolo 20 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea non conferisce diritti a cittadini di Paesi terzi e, quindi, salvo situazioni particolari in cui in conseguenza di un diniego, il cittadino sarebbe di fatto costretto a lasciare il territorio dell’Unione, “privandolo quindi del godimento effettivo del nucleo essenziale dei diritti conferiti dallo status suddetto”, le autorità nazionali possono respingere le istanze dei cittadini di Paesi terzi. Riguardo poi all’applicabilità della Carta dei diritti fondamentali, la Corte di giustizia ha precisato che, proprio perché la questione del diritto di soggiorno quali familiari di un cittadino dell’Unione che non esercita la libera circolazione non rientra nell’attuazione del diritto dell’Unione, la Carta non può essere applicata. Tuttavia, prosegue la Corte, “una siffatta constatazione non pregiudica la questione se, in base ad un esame effettuato alla luce delle disposizioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, di cui tutti gli Stati membri sono parti contraenti, un diritto di soggiorno possa essere negato ai cittadini di paesi terzi interessati nell’ambito del procedimento principale”.

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 7210/13 depositata il 21 marzo 2013, contribuisce a delimitare ulteriormente l’applicazione della condizione di reciprocità fissata dall’articolo 16 delle preleggi al codice civile in base al quale lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino a condizione di reciprocità (reciprocità). Tra una società italiana e un cittadino iraniano era stato stipulato un contratto preliminare di compravendita immobiliare. Tuttavia, successivamente, il cittadino iraniano aveva invocato il mancato rispetto della condizione di reciprocità e aveva chiesto la nullità del contratto. In primo grado, il tribunale gli aveva dato ragione ritenendo che il mancato accertamento del rispetto della condizione di reciprocità comportava una violazione di una norma imperativa (articolo 1418 del codice civile) e quindi la nullità del contratto. Di diverso avviso i giudici di appello che avevano dichiarato la richiesta inammissibile e addossato la responsabilità della mancata conclusione del contratto al ricorrente. Il cittadino iraniano si era così rivolto alla Cassazione che gli ha dato torto confermando, con modifiche nelle motivazioni, il giudizio di appello.

Prima di tutto, la Cassazione ha chiarito che la condizione di reciprocità non è sempre applicabile. Dal suo ambito di applicazione, infatti, sono esclusi i diritti inviolabili della persona che devono essere assicurati anche agli stranieri senza alcun limite. A ciò si aggiunga l’obbligo di interpretare la condizione di reciprocità secondo una lettura costituzionalmente orientata. Ora, le forme di esercizio dell’autonomia negoziale che servono per acquistare beni immobili non rientrano tra le questioni inerenti ai diritti fondamentali e sono sottoposte alla condizione di reciprocità che, d’altra parte, serve a spingere gli Stati diversi da quelli appartenti all’Unione europea ad adottare una legislazione più liberale nei confronti di cittadini italiani che si trovano all’estero. Tuttavia, precisa la Cassazione, poiché la condizione di reciprocità da regola è divenuta eccezione essa deve essere esclusa in tutti i casi in cui lo straniero sia titolare di un permesso di soggiorno. Proprio questa la situazione del ricorrente che, quindi, non aveva limiti nell’esercizio dell’autonomia negoziale. Di conseguenza, la vicenda contrattuale è stata giustamente sottratta all’ambito di applicazione della reciprocità.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 25 maggio 2013 |
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Un’emergenza in tutta Europa. Che ha spinto l’Unione europea a intervenire per rafforzare la protezione delle vittime di violenza. Dallo stalking alla violenza domestica. Una tutela senza confini sulla quale arriva il sì del Parlamento europeo che ieri ha approvato la risoluzione sulla proposta di regolamento relativa al riconoscimento reciproco delle misure di protezione in materia civile che arriva a completamento dinanzi agli eurodeputati con l’approvazione da parte del Parlamento europeo (protezione). La risoluzione ha incassato 602 sì, 23 voti contrari e 63 astensioni. Adesso il testo passa al Consiglio per l’approvazione definitiva (non partecipa la Danimarca). Il nuovo strumento, adottato nell’ambito della cooperazione giudiziaria civile, si propone di prevenire qualsiasi forma di violenza, intimidazione, stalking. In pratica, le misure di protezione disposte nello Stato membro di origine devono essere efficaci nello Stato richiesto e questo non solo nei casi in cui siano adottate con provvedimenti giurisdizionali ma anche amministrativi, a differenza di quanto accade negli atti adottati nell’ambito della cooperazione giudiziaria civile. Le autorità nazionali rilasceranno un certificato multilingue (allegato al regolamento) che produrrà effetti negli altri Stati membri richiesti con l’eliminazione di ogni formalità intermedia. Lo Stato richiesto potrà opporre un no all’esecuzione delle misure di protezione solo nei casi in cui non siano manifestamente incompatibili con l’ordine pubblico dello Stato. E’ preclusa ogni forma di riesame nel merito. Contro il rilascio del certificato non è previsto il diritto di ricorrere, mentre alla persona protetta dovrà essere assicurato il diritto di accesso alla giustizia anche con il gratuito patrocinio. Il regolamento sarà applicabile a tutti i casi transfrontalieri ossia quelli in cui è richiesta l’esecuzione della misura disposta in uno Stato membro in un altro Paese Ue.

Il regolamento, una volta approvato, si aggiungerà alla direttiva 2012/29 del 25 ottobre 2012 che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/Gai (l_31520121114it00570073)  e alla direttiva 2011/99 sull’ordine di protezione europeo (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2011:338:0002:0018:IT:PDF).

Si veda il post del 21 dicembre 2011 http://www.marinacastellaneta.it/blog/circolazione-delle-misure-di-tutela-delle-vittime-nello-spazio-ue-con-lordine-di-protezione-europeo.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 23 maggio 2013 |
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E’ fissato per il 4 luglio 2013, presso la Facoltà di scienze giuridiche del Campus di Catalunya, Tarragona (Spagna), la Conferenza sulla libera circolazione degli atti pubblici nell’Unione europea (qui il programma Tríptic Esp Jornada 4 julio 2013 DP). L’incontro, al quale parteciperanno studiosi del settore e notai, permetterà di approfondire gli ostacoli ancora esistenti nello spazio Ue che in numerosi casi impediscono l’esercizio della libera circolazione. Nel corso del convegno saranno analizzati gli strumenti che l’Unione europea si appresta ad adottare, partendo dalla proposta di regolamento sulla libera circolazione tra gli Stati membri dei certificati di stato civile e altri documenti pubblici che si propone di eliminare le formalità amministrative e favorire il riconoscimento dei documenti adottati negli Stati membri (com_2013_228_en).

Si veda anche il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/circolazione-di-documenti-senza-ostacoli-bruxelles-presenta-la-proposta-di-regolamento.html

Scritto in: convegni | in data: 23 maggio 2013 |
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