Con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale Ue di oggi del regolamento n. 606/2013 del 12 giugno 2013 relativo al riconoscimento reciproco delle misure di protezione in materia civile (protezione), l’Unione europea aggiunge un importante tassello alla tutela delle vittime che non solo non devono trovare ostacoli nell’esercizio del diritto alla libera circolazione, ma devono ottenere protezione nello spazio europeo con uno strumento che consenta di muoversi ovunque. Il regolamento prova a assicurare una protezione delle vittime per certi aspetti uniforme utilizzando il principio del riconoscimento reciproco. Tuttavia, a differenza degli altri strumenti predisposti nell’ambito della cooperazione giudiziaria civile, il riconoscimento immediato di un provvedimento di protezione disposto in uno Stato membro per tutelare la vita, l’integrità sessuale e per evitare violenze, intimidazioni e stalking, indipendentemente dal fatto che le persone siano vittime della violenza di genere, ha effetti limitati nel tempo. In pratica, il riconoscimento automatico del provvedimento, accompagnato da un certificato multilingue, scatta per soli 12 mesi anche se la misura nazionale ha una durata superiore. Il regolamento, invece, non si occupa delle sanzioni che sono lasciate alla discrezionalità degli Stati. Particolare protezione per i casi in cui il provvedimento sia stato emesso in contumacia. Se la regola generale è quella dell’automaticità degli effetti, il regolamento ammette la possibilità del diniego (articolo 13) precludendo, però, allo Stato richiesto un riesame del merito della misura di protezione. Il regolamento, che entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione sulla GUUE, sarà applicato dall’11 gennaio 2015.

Per quanto riguarda la cooperazione penale si veda la direttiva 2012/29 del 25 ottobre 2012 che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/Gai (l_31520121114it00570073)  e la direttiva 2011/99 sull’ordine di protezione europeo (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2011:338:0002:0018:IT:PDF).

Si veda il post del 23 maggio http://www.marinacastellaneta.it/blog/tutela-senza-confini-per-le-vittime-di-stalking.html.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 29 giugno 2013 |
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Una modifica di prospettiva importante che cambia l’approccio del passato. Con la direttiva  2013/37/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, che modifica la direttiva 2003/98/ CE relativa al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico (idirettiva), il legislatore dell’Unione prescrive agli Stati l’obbligo di consentire l’accesso ai documenti e l’obbligo di consentirne il riutilizzo, cambiando rotta rispetto al passato che attribuiva la scelta agli Stati. Con alcune limitazioni non solo nei casi di sicurezza dello Stato o di sanità pubblica ma anche con riguardo ai documenti su cui terzi hanno diritti di proprietà intellettuale. La direttiva fissa anche norme minime sul riutilizzo di materiale culturale pubblico (ad esempio quello dei libri delle biblioteche universitarie) e chiede una completa digitalizzazione dei documenti. Gli Stati hanno tempo fino al 18 luglio 2015 per recepire la direttiva che rafforzerà l’accesso alle informazioni degli enti pubblici anche con l’utilizzo di nuove applicazioni.

L’Italia ha recepito la direttiva 2003/98 con il Decreto legislativo 24 gennaio 2006 n. 36.

 

Scritto in: accesso ai documenti, Unione europea | in data: 28 giugno 2013 |

I costi della mancata adozione di norme comuni nel diritto internazionale privato sono molto elevati. Necessario, quindi, colmare i vuoti di regolamentazione in alcuni settori che pure sono essenziali per la vita dei cittadini che si spostano sempre di più e che formano famiglie transnazionali. Senza trascurare gli effetti negativi derivanti dall’assenza di una comune regolamentazione sulle società transnazionali. Il Parlamento europeo, dal 2012, ha chiesto di effettuare uno studio sui costi derivanti dalla mancata adozione di normative Ue nell’ambito del diritto internazionale privato. Nei giorni scorsi è stato diffuso uno studio di Blanca Ballester (dip) che analizza 13 aree nelle quali c’è un gap nell’intervento dell’Unione europea malgrado l’importanza dei settori ancora privi di azioni specifiche per i cittadini. Con l’adozione di una normativa Ue e di un codice di diritto internazionale privato, si precisa nello studio, vi sarebbe un risparmio di 140 milioni di euro, limitando i costi amministrativi e legali. Basti pensare che una normativa dell’Unione europea sulle unioni di fatto porterebbe a un risparmio di 8,7 milioni di euro e quella relativa a norme di diritto internazionale privato per le società a un taglio di 38 milioni. Dati sui quali occorre riflettere e che mostrano l’opportunità e il bisogno dell’adozione di un codice di diritto internazionale privato. A questo studio si affianca quello di Nick Bozeat incentrato sulle prospettive del codice di diritto internazionale privato e su una dettagliata analisi settoriale ricca di casi pratici, con un occhio alle differenze nei sistemi di diritto internazionale privato degli Stati membri (dip2).

222 le persone condannate per corruzione internazionale (83 a pene detentive) e 90 le società destinatarie di sanzioni in 14 Stati parti alla Convenzione del 21 novembre 1997 sulla lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali. Segno che, malgrado alcune difficoltà nell’attuazione, la Convenzione funziona. Lo scrive il Segretario generale dell’OCDE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), Gurria, nel rapporto annuale relativo all’attività nel 2012 diffuso il 10 giugno (AntiBriberyAnnRep2012). Da migliorare l’affermazione del principio della reponsabilità delle persone giuridiche e lo scambio di informazioni. Non sempre, poi, le sanzioni sono applicate, con ciò vanificando l’effettività della stessa Convenzione. In pratica, scrive Gurria, la Convenzione risulta essere ancora poco applicata in quasi la metà degli Stati Parti. Tra le note positive del 2012 l’adesione di Russia e Colombia. Passando ai numeri sono la Germania e gli Stati Uniti i Paesi ad aver comminato il maggior numero di condanne. Il primo Stato ha sanzionato 88 persone, ma non ha applicato sanzioni nei confronti di persone giuridiche, mentre gli Stati Uniti hanno disposto 62 condanne a persone fisiche e 29 nei confronti di enti. Segue l’Ungheria con 26 condanne, la Corea con 16 nei confronti di persone fisiche e 4 ad enti, l’Italia a quota 8 (2 le sanzioni verso le persone giuridiche). In totale, come detto, al 31 dicembre 2012, sono state 222 le persone sanzionate e 90 gli enti. Nelle cifre sono inclusi i patteggiamenti. Solo 14 le persone assolte (4 gli enti). Sono in corso di svolgimento 320 inchieste in 24 Stati parti alla Convenzione ( WorkingGrouponBribery_2012EnforcementData).

L’Italia ha ratificato la Convenzione con legge 29 settembre 2000 n. 300 e con il Dlgs 8 giugno 2001 n. 231, con il quale è stato introdotto, nel nostro ordinamento, il principio della responsabilità delle persone giuridiche, poi esteso anche ad altri settori.

Qui il testo della convenzione http://www.oecd.org/fr/daf/anti-corruption/conventioncontrelacorruption/ConvCombatBribery_FR.pdf.

Scritto in: corruzione internazionale | in data: 26 giugno 2013 |
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Il trascorrere del tempo senza che vengano eseguiti i provvedimenti relativi al minore produce conseguenze irrimediabili sui rapporti familiari e costituisce una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Gli Stati, quindi, devono garantire l’effettività del diritto adottando misure positive per evitare conseguenze irreparabili sui rapporti familiari. E’ il principio affermato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Prizzia contro Hungheria dell’11 giugno 2013 (ricorso n. 20255/12, CASE OF PRIZZIA v. HUNGARY). Questi i fatti. Un cittadino statunitense e una donna ungherese, dopo la nascita del figlio, avevano deciso di separarsi. La donna era rientrata in Ungheria lasciando la residenza negli Stati Uniti. Il padre del bambino si era rivolto ai giudici ungheresi chiedendo il ritorno del minore e denunciando un caso di sottrazione internazionale. La Corte suprema ungherese aveva dichiarato illegittimo il comportamento della donna ma non aveva disposto il ritorno del bimbo negli Stati Uniti, malgrado quanto previsto dalla Convenzione dell’Aja sulla sottrazione internazionale dei minori  del 25 ottobre 1980. Intanto, il procedimento di divorzio si era chiuso con l’affidamento del minore alla madre ma con diritto di visita al padre: il figlio, tra l’altro, doveva recarsi per le vacanze estive negli Stati Uniti. Di fatto, la donna non aveva mai concesso al figlio di rientrare negli Stati Uniti con la conseguenza che il padre non aveva una relazione genitoriale effettiva con il proprio figlio. Le autorità ungheresi poco avevano fatto per eseguire la decisione. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha dato ragione al padre. Gli Stati, infatti, hanno un margine di discrezionalità ma in base all’articolo 8 hanno un obbligo positivo e devono, quindi, adottare tutte le misure necessarie idonee a mantenere saldi i legami familiari. La non esecuzione dei provvedimenti in materia, senza contatti tra genitori e figli, produce conseguenze irreparabili e una violazione della Convenzione. Poco importa, poi, che il diritto interno non consenta di adottare sanzioni perché gli Stati sono obbligati a disporre un arsenale giuridico adeguato per assicurare il rispetto degli obblighi imposti dall’articolo 8. Che, conclude la Corte, è stato violato dall’Ungheria, tenuta a corrispondere 12.500 euro al padre per i danni non patrimoniali subiti e 10.000 euro per le spese processuali.

Scritto in: sottrazione internazionale di minori | in data: 25 giugno 2013 |
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Sono state approvate, oggi, dal Consiglio Ue,  le Linee guida sulla promozione e la protezione della libertà di religione e di credo (137585). Ancora molte le violazioni anche in Europa. Sono, però, soprattutto quelle in numerosi Paesi terzi con i quali l’Unione e gli Stati membri hanno rapporti anche di carattere economico a preoccupare. Proprio per questo, nelle Linee guida, funzionali alla realizzazione dell’azione esterna, chiarita la neutralità dell’Unione europea rispetto a ogni credo  e  individuati i principi cardine idonei a consentire la realizzazione della libertà di religione, si chiede agli Stati di intervenire con misure positive in ragione del carattere universale del diritto strettamente collegato ad altri diritti come la libertà di espressione e il diritto a non essere discriminati. Necessaria, inoltre, un’attenta verifica della situazione in Stati terzi per accertare che il diritto in esame sia pienamente garantito a ogni individuo assicurando la piena incolumità di chi professa una religione.

Scritto in: libertà di religione | in data: 24 giugno 2013 |

Prosegue dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo la vicenda della dipendente austriaca dell’ambasciata americana che si era rivolta a Strasburgo per contestare la decisione dei tribunali austriaci che avevano respinto il suo ricorso in ragione dell’immunità degli Stati esteri. La Corte europea aveva condannato l’Austria per violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto all’equo processo e il diritto di accesso alla giustizia chiarendo che agli Stati Uniti, anche in base al diritto consuetudinario e alla Convenzione del 2004, non spettava alcuna immunità. Con sentenza del 20 giugno 2013 (ricorso n. 14497/06, CASE OF WALLISHAUSER v. AUSTRIA No. 2) la Corte si è pronunciata sul nuovo ricorso presentato dalla donna che sosteneva violato il diritto di proprietà in quanto la legge austriaca consente ai datori di lavoro stranieri che godono di extraterritorialità di non versare direttamente i contributi di sicurezza sociale. Ciò, ha precisato la Corte, rientra nel margine di discrezionalità concesso agli Stati dalla stessa Convenzione che lascia spazio soprattutto per le misure di carattere economico e sociale.

Per quanto riguarda la questione dell’immunità la Corte ha stabilito che in questo caso le norme della Convenzione del 1972 sull’immunità degli Stati non erano applicabili perché le questioni sulla sicurezza sociale non rientrano nel campo di applicazione del Trattato (articolo 29). Così, ha poco rilievo la Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, fatta a New York il 2 dicembre 2004 sia perché all’epoca dei fatti non era applicabile e sia perché anche se potesse valere come riproduttiva del diritto consuetudinario, per la Corte ,il fatto che uno Stato non possa avvalersi dell’immunità della giurisdizione – come era il caso di specie – non significa che un provvedimento contro uno Stato estero debba essere eseguito nello stesso modo in cui esso è eseguito nei confronti di un normale datore di lavoro. Pertanto, la legge austriaca che non consente di eseguire gli obblighi in materia di sicurezza sociale nei confronti di datori di lavoro che godono di extraterritorialità non è contraria alla Convenzione.

Scritto in: immunità, immunità Stati esteri | in data: 24 giugno 2013 |

I detenuti hanno diritto di conferire con il proprio difensore senza limiti prefissati perché solo così è affermata la tutela di una garanzia fondamentale come il diritto alla difesa che deve essere assicurato anche a coloro che sono sottoposti al 41 bis. E’ il principio stabilito dalla Corte costituzionale che, con sentenza n. 143 depositata il 20 giugno 2013, ha stabilito l’illegittimità dell’articolo 41-bis, comma 2-quater, lettera b, ultimo periodo della legge 26 luglio 1975 n. 634, modificato dalla n. 94 del 15 luglio 2009 (pronuncia_143_2013). Questo perché la norma in esame, come modificata nel 2009, fissa per i detenuti sottoposti al regime speciale restrizioni numeriche nel colloquio con il difensore a differenza di quanto accade per i detenuti comuni. Le limitazioni apposte – osserva la Consulta – “si traducono in un vulnus del diritto di difesa incompatibile con la garanzia di inviolabilità sancita dall’art. 24, secondo comma, Cost.”. A tal proposito, i giudici costituzionali hanno richiamato la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. In alcune occasioni Strasburgo ha ammesso che sia possibile limitare i contatti confidenziali tra un detenuto e il suo avvocato, ma ciò solo in casi eccezionali e senza compromettere l’effettività del diritto alla difesa che deve essere garantito in tutte le circostanze. D’altra parte, precisa la Corte costituzionale, nella sentenza Ocalan contro Turchia del 21 marzo 2003, in una vicenda simile a quella italiana, la Corte ha considerato che il sistema turco violasse il diritto all’equo processo proprio a causa delle limitazioni dei colloqui con il difensore.

Di qui la dichiarazione di incostituzionalità della disposizione in discussione e la necessità di rimettere mano alla norma per non incorrere in una condanna da Strasburgo.

Scritto in: detenzione | in data: 23 giugno 2013 |
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E’ stato divulgato, il 13 giugno, il rapporto annuale sull’attività del GRECO, il Gruppo di Stati del Consiglio d’Europa contro la corruzione (GRECO, Greco(2013)1_Gen.Act.Report2012_EN). Nel rapporto si dà atto del nuovo ciclo di valutazioni avviato nel 2012 per verificare le misure adottate dagli Stati per prevenire e combattere la corruzione tra i membri del Parlamento, tra i giudici e i procuratori. Sinora il monitoraggio ha coinvolto Regno Unito, Polonia, Slovenia, Lettonia ed Estonia. Il GRECO invoca un rafforzamento degli strumenti giuridici, un adeguato sistema di sorveglianza al fine di prevenire i fenomeni corruttivi e chiede l’adozione di un efficace sistema sanzionatorio. Sotto esame anche le questioni legate alle attività di lobby.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-consiglio-deuropa-chiede-allitalia-di-modificare-il-quadro-normativo-per-rafforzare-la-lotta-alla-corruzione.html

Scritto in: corruzione | in data: 22 giugno 2013 |
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Ai tirocini formativi e di orientamento non curriculari svolti all’estero si applica la normativa del Paese sul cui territorio si svolge il tirocinio. Lo ha chiarito il Ministero del lavoro e delle politiche sociali con interpello n. 20/2013 del 14 giugno 2013 (202013). Al Ministero aveva presentato un’istanza di chiarimento l’Università di Modena per ottenere delucidazioni sulle regole da applicare ai tirocini svolti all’estero. Per questi ultimi – ha precisato il Ministero – si applica la legge dello Stato in cui è svolto il tirocinio salvi i casi in cui sussista una specifica convenzione tra i due Paesi. Diverso il caso per i tirocini in ambasciate italiane all’estero per i quali è certa l’applicazione della legge italiana.

Scritto in: Senza categoria | in data: 21 giugno 2013 |
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