La Corte di cassazione, sezioni unite civili, torna, con la sentenza del 25 giugno (n. 15872/13 insolvenza) sui criteri per determinare la giurisdizione del giudice italiano nel caso di società con sede legale in Italia che trasferisce la propria sede in un altro Stato membro. Per la Cassazione, che conferma il proprio orientamento, se una società trasferisce la propria sede quando è già stata iniziata la procedura d’insolvenza non può certo invocare l’esistenza della giurisdizione del giudice dello Stato in cui ha spostato la sede. Si tratta – precisa la Suprema Corte – di un trasferimento fittizio e strumentale e non può ritenersi che la nuova sede costituisca il centro principale degli interessi del debitore. Di conseguenza, poiché nel caso di specie, la società italiana aveva trasferito la sede nei Paesi Bassi dopo l’avvio della procedura d’insolvenza ciò non vale a sottrarre la giurisdizione al giudice italiano. E’ vero, infatti, che, in via generale, il centro principale degli interessi del debitore coincide con la sede legale dell’ente ma questa presunzione può essere superata laddove il trasferimento è fittizio.

In senso analogo si veda http://www.marinacastellaneta.it/blog/trasferimento-fittizio-di-sede-societaria-e-giurisdizione-in-materia-di-insolvenza-nuova-pronuncia-della-cassazione.html

Scritto in: giurisdizione civile | in data: 31 luglio 2013 |
Parole Chiave: //

Una lettura a tinte rosa quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri prospettata nella relazione annuale al Parlamento sull’esecuzione delle pronunce della CEDU nei confronti dello Stato italiano (RelazioneParlamento_2012). Nella relazione relativa all’anno 2012, diffusa nei giorni scorsi, si sottolinea che le pronunce rese nei confronti dall’Italia mostrano che l’Italia non incorre in “violazioni gravi od eclatanti dei diritti umani”, ma che subisce condanne soprattutto per difficoltà “gestionali” nell’organizzazione amministrativa e giudiziaria diretta a perseguire una coerente e credibile strategia di buoni rapporti tra Stato e cittadino”. Una visione ottimistica considerando che, anche limitandosi ad un’analisi del 2012, l’Italia è stata condannata per aver commesso trattamenti disumani e degradanti nei confronti di migranti oggetto di espulsioni collettive (sentenza della Grande Camera, Hirsi Jamaa e altri c. Italia,   ricorso n. 27765/09) e, in un’altra occasione, per il trattamento di detenuti malati (Cara-Damiani c. Italia, sentenza 7 febbraio 2012, ricorso n. 2447/05). Senza dimenticare la sentenza della Grande Camera del 27 giugno 2012 Europa 7 s.r.l. e Di Stefano c. Italia (ricorso 38433/09) dalla quale risulta chiaro il mancato rispetto del pluralismo televisivo in Italia.

La relazione illustra in dettaglio tutti gli atti indirizzati all’Italia, dalle sentenze alle decisioni adottate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, facendo il punto sullo stato di attuazione delle pronunce. Che, sul fronte della corresponsione degli indennizzi, vede l’Italia arrancare anche a causa dell’assenza di un’adeguata copertura finanziaria. Situazione che – si precisa nella relazione – rischia di provocare gravi problemi con l’entrata in vigore della legge sul pareggio del bilancio. Poco efficace il sistema relativo alle azioni di rivalsa ormai codificate nella legge 24 dicembre 2012 n. 234 (art. 43). Ne sono state avviate 5, ma solo una ha raggiunto l’obiettivo.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/respingimenti-di-massa-verso-la-libia-condanna-allitalia-da-strasburgo.html

Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha approvato nella seduta del 10 luglio il Protocollo n. 16 che introdurrà nel sistema di Strasburgo un meccanismo simile al rinvio pregiudiziale d’interpretazione predisposto nel Trattato Ue (protocollo n. 16). Con il nuovo Protocollo, che rafforza il dialogo tra Corte europea dei diritti dell’uomo e giudici interni, le corti supreme di uno Stato parte alla Convenzione europea potranno sospendere il procedimento interno e chiedere alla Grande Camera un parere sull’interpretazione o sull’applicazione di una norma convenzionale e sui  protocolli addizionali. La richiesta dovrà superare il filtro di un panel di 5 giudici che, in caso di rigetto dell’istanza, saranno tenuti a fornire un’adeguata motivazione. Il parere fornito dalla Grande Camera, però, non sarà vincolante (art. 5 del Protocollo) anche se appare difficile ipotizzare che un giudice nazionale si distacchi dalle conclusioni raggiunte dalla Grande Camera soprattutto con riguardo ai profili applicativi. Evidente, in questo caso, che si aprirebbe subito la strada di un ricorso a Strasburgo da parte di un individuo che si ritenga leso dalla mancata presa in considerazione del parere. Non è poi da escludere che nel provvedimento interno di esecuzione del Protocollo n. 16 gli Stati possano attribuire maggiore forza al parere. Per l’entrata in vigore del Protocollo è necessaria la ratifica di almeno 10 Stati parti alla Convenzione europea. Al momento della ratifica, ogni Stato dovrà indicare, in una dichiarazione, i tribunali nazionali che saranno competenti a formulare la richiesta di parere alla Grande Camera.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/corte-europea-verso-lintroduzione-di-un-sistema-ispirato-al-rinvio-pregiudiziale-ue.html

Scritto in: CEDU | in data: 28 luglio 2013 |
Parole Chiave: //

Un ricorso collettivo di natura sia inibitoria sia risarcitoria attivo in tutta Europa. Per raggiungere quest’obiettivo, accantonata, almeno per il momento, l’adozione di una direttiva in materia, la Commissione europea ha adottato una raccomandazione relativa a principi comuni per i meccanismi di ricorso collettivo di natura inibitoria e risarcitoria negli Stati membri che riguardano violazioni di diritti conferiti dalle norme dell’Unione (GUUE L 201 del 26 luglio 2013, azioni collettive). Le violazioni del diritto Ue molto spesso coinvolgono una pluralità di individui che devono poter agire in giudizio in modo collettivo sia con ricorsi di gruppo sia con la possibilità di ricorrere a un’organizzazione rappresentativa al fine di ottenere un ristoro dei danni subiti. La direttiva 2009/22 relativa a provvedimenti inibitori a tutela degli interessi dei consumatori si è limitata a introdurre le azioni inibitorie ma non quelle per il risarcimento. Di qui la necessità di un intervento che spinga gli Stati all’introduzione nel proprio ordinamento di ricorsi collettivi onnicomprensivi, di natura inibitoria e collettiva. Con la possibilità, per i ricorrenti, di utilizzare anche mezzi di soluzione alternativa delle controversie. La raccomandazione interviene sia sul fronte delle azioni di gruppo sia di quelle rappresentative per porre fine a pratiche illecite in violazione del diritto dell’Unione. La Commissione chiede anche che sia garantito il rimborso delle spese legali alla parte vittoriosa e la possibilità che una pluralità di ricorrenti sparpagliati sul territorio dell’Unione  possa agire dinanzi a un’unica giurisdizione. Gli Stati, poi, dovrebbero attivare un registro nazionale delle azioni di ricorso collettivo e impedire l’applicazione di risarcimenti punitivi o eccessivi.

Va ricordato che, in base alla sentenza Grimaldi del 13 dicembre 1989 (C-322/88) le raccomandazioni producono un effetto giuridico poiché i giudici nazionali devono prenderle in considerazione nell’applicazione del diritto dell’Unione e delle norme interne predisposte per garantirne l’attuazione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/meccanismi-di-ricorso-collettivo-targati-ue.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 26 luglio 2013 |
Parole Chiave: //

Sono 3.544 gli avvocati che hanno ottenuto il riconoscimento della propria qualifica in uno Stato membro diverso da quello di origine nel periodo compreso tra il 1997 e aprile 2012. Il quadro normativo costruito dalle istituzioni Ue con le direttive 77/249 intesa a facilitare lo svolgimento effettivo della libera prestazione dei servizi, n. 98/5/Ce sull’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica e, da ultimo con la direttiva 2005/36 del 7 settembre 2005 relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali (recepita in Italia con Dlgs 6 novembre 2007 n. 206), in via di restyling, affiancato da importanti pronunce della Corte di giustizia e dal monitoraggio della Commissione ha funzionato, ma restano ancora ostacoli, anche indiretti, da abbattere. E’ scritto nell’articolato studio redatto dall’Università di Maastricht, finanziato dalla Commissione europea (report_en) relativo alla valutazione del quadro giuridico per la libera circolazione degli avvocati. Lo studio tiene conto delle modalità di attuazione delle direttive generali e specifiche, valutando sia gli aspetti economici sia le problematiche giuridiche. Ancora troppi, in numerosi Stati, gli ostacoli frapposti: per rimuoverli, è indispensabile eliminare burocrazia e formalità troppo rigide imposte in modo non conforme al diritto Ue. Critiche nei confronti dell’Italia che ha di recente prospettato, attraverso il Consiglio dell’Ordine Nazionale degli avvocati, la questione dell’abuso del diritto in relazione al riconoscimento degli avvocati abilitati in Spagna. L’Italia – si sottolinea nello studio – non appare del tutto adempiente nei confronti degli obblighi imposti dall’Unione europea sia con riguardo al diritto di stabilimento sia sotto il profilo della libera circolazione dei servizi. D’altra, parte, in senso negativo all’atteggiamento restrittivo alla circolazione e allo stabilimento degli avvocati comunitari si è espressa anche l’Autorità garante per la concorrenza italiana che, con delibera del 23 aprile 2013, ha ritenuto che alcuni Consigli dell’Ordine degli avvocati avessero violato l’articolo 101 del Trattato  ostacolando l’accesso al mercato agli avvocati comunitari (3691-i745chiusura).

Nello studio, che comprende anche un’analisi comparata e illustra le modifiche attuate più di recente negli Stati membri, si sottolinea che il quadro normativo è ancora lacunoso nella parte in cui non fornisce alcun aiuto ai praticanti legali che intendono spostarsi in altri Stati Ue. In questo senso, tenendo conto che è in dirittura di arrivo una modifica della direttiva 2005/36 sembra utile prevedere una disciplina anche per i tirocinanti. Così come andrebbe modificato il sistema della doppia deontologia e semplificate le regole sul diritto di stabilimento. Auspicabile, poi, l’utilizzo di una sorta di carta di identità professionale che valga tra i Paesi membri, novità sulla quale vi è convergenza tra le istituzioni Ue.

Scritto in: libera circolazione | in data: 24 luglio 2013 |
Parole Chiave: //

Il principio della lex mitior e del divieto di applicazione retroattiva di una legge che prevede pene più gravi  va applicato anche nel caso di crimini di guerra. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza resa dalla Grande Camera il 18 luglio 2013 (Maktouf e Damjanovic c. Bosnia Erzegovina, ricorsi n. 2312/08 e 34179/09, AFFAIRE MAKTOUF ET DAMJANOVIC c. BOSNIEHERZEGOVINE). Alla Corte si erano rivolti due individui condannati dalla Corte della Bosnia Erzegovina, istituita nel 2002, con la presenza di giudici internazionali, per crimini di guerra commessi durante il conflitto del 1992. Le pene erano state applicate in base al codice penale del 2003 e non secondo la legge del 1976. Di qui il ricorso alla Grande camera che ha dato ragione ai ricorrenti. Prima di tutto, la Corte ha chiarito che se per i crimini contro l’umanità non vi era altra scelta che applicare il codice del 2003 senza che avesse rilievo che nell’ordinamento interno quei reati non erano inclusi nel codice penale all’epoca delle condotte in ragione del fatto che esse erano crimini secondo l’ordinamento internazionale, per i crimini di guerra esistevano già precise regole nel codice penale. In discussione non era quindi la legalità del reato, ma l’applicazione di una pena più grave in ragione di una legge sopravveniente.

Ora, poiché l’art. 7 della Convenzione europea, come interpretato dalla Corte, stabilisce il divieto di attuare una legge più sfavorevole anche con riguardo alla pena, ai due imputati doveva essere applicata la legge precedente e non quella del 2003. Respinta poi la tesi del Governo secondo il quale il principio in esame non doveva essere applicato ai casi di crimini in ragione di quanto previsto dal par. 2 dell’art. 7 secondo il quale il principio di legalità non è di ostacolo “alla condanna di una persona colpevole di una azione o di una omissione che, al momento in cui fu commessa, era criminale secondo i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili”. Questa previsione, nota come clausola di Norimberga e Tokyo, ha solo una funzione chiarificante al fine di escludere ogni dubbio sulla validità dei procedimenti dinanzi ai tribunali istituiti dopo la Seconda guerra mondiale. Evidente, quindi, che non sussisteva alcuna volontà di limitare l’applicazione del principio di non retroattività della legge più sfavorevole. Pertanto, poiché la nuova legge del 2003 aveva previsto pene più gravi essa non poteva essere applicata anche se la Corte tiene a precisare che ciò non implica che avrebbe dovuto essere imposta una pena meno grave.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/irricevibile-il-terzo-ricorso-di-previti-alla-cedu.html

Scritto in: CEDU | in data: 22 luglio 2013 |
Parole Chiave: //

La Corte costituzionale ha natura di  «giurisdizione nazionale» ai sensi dell’art. 267, terzo comma, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e questo anche nei giudizi in via incidentale. Di conseguenza la Consulta può presentare un rinvio pregiudiziale d’interpretazione alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Lo ha stabilito, in un’ordinanza innovativa del 18 luglio 2013 n. 207 (ordinanza n. 207), la Corte costituzionale che ha effettuato, per la seconda volta, un rinvio a Lussemburgo. In particolare, la Corte costituzionale vuole conoscere la corretta interpretazione della clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE. A seguito della pronuncia di Lussemburgo la Corte si pronuncerà sulla legittimità costituzionale dell’art. 4, commi 1, ultima proposizione, e 11, della legge 3 maggio 1999, n. 124 (Disposizioni urgenti in materia di personale scolastico). Questo anche per chiarire se il sistema di organizzazione delle supplenze sia compatibile con il diritto Ue laddove  la normativa relativa all’assunzione del personale scolastico a tempo determinato non prevede il diritto al risarcimento del danno.

L’ordinanza è poi importante perché la Corte considera come ormai consolidata la possibilità di effettuare un rinvio pregiudiziale a Lussemburgo e dialogare con la Corte Ue.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-corte-costituzionale-applica-la-pronuncia-di-lussemburgo-sulla-tassa-del-lusso.html

 

Scritto in: rinvio pregiudiziale | in data: 19 luglio 2013 |

Il cognome attribuito ai figli da un cittadino con doppia nazionalità, inclusa quella italiana ottenuta dopo il soggiorno per molti anni in Italia, non può essere corretto dagli ufficiali di stato civile senza il consenso dell’interessato. Di conseguenza, se il padre ha scelto in base a una delle due cittadinanze di attribuire ai figli il doppio cognome, incluso quello materno, le autorità amministrative italiane devono garantire la continuità del cognome. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, I sezione civile, n. 17462/13 del 17 luglio 2013 (17462) in una sentenza che frena la prevalenza della cittadinanza italiana sulle altre nazionalità nei casi di attribuzione del cognome. La controversia arrivata in Cassazione aveva preso il via dalla decisione della Corte di appello di Milano che aveva accolto il ricorso del Sindaco di un paese del nord e del Ministero dell’Interno i quali avevano a loro volta impugnato il decreto del Tribunale di Milano che aveva ammesso la registrazione del doppio cognome del figlio di un cittadino italiano e peruviano. Quest’ultimo aveva attribuito, in base alla legge peruviana, il doppio cognome. L’ufficiale di stato civile italiano aveva respinto l’istanza di trascrizione e corretto direttamente il doppio cognome cancellando quello materno. La Cassazione ha dato ragione al ricorrente. Prima di tutto, ha precisato la Suprema Corte, il nome è un diritto della personalità tutelato dalla Costituzione. Con la conseguenza che “una modifica coattiva del cognome potrebbe essere consentita solo in presenza di diritti di rango parimenti elevato”. Questo principio deve guidare l’operatore giuridico anche nell’interpretazione della Convenzione di Monaco sui cognomi e nomi del 5 settembre 1990, ratificata in Italia con legge 19 novembre 1984 n. 950, così come, prosegue la Cassazione, devono essere applicati i principi stabiliti nella sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (C-148/2002, Garcia Avello) che trovano spazio nella circolare n. 397/2008. Pertanto, il ricorrente cittadino italiano e peruviano ha diritto “a portare anche in Italia il proprio doppio cognome”.

Resta ancora aperta la questione del diritto di potere attribuire anche il cognome materno per i genitori che abbiano unicamente la cittadinanza italiana, attualmente discriminati. Difficile che il legislatore ci metta mano in tempi rapidi. Una svolta potrebbe arrivare dalla Corte europea dei diritti dell’uomo alla quale si è rivolta una coppia italiana (http://www.marinacastellaneta.it/blog/diritto-al-cognome-materno-la-parola-alla-cedu.html).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/sullattribuzione-del-cognome-interviene-la-corte-europea.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/doppio-cognome-la-svezia-si-arrende-al-diritto-ue.html.

Per un approfondimento cognome DCSI

 

Scritto in: diritti della personalità | in data: 18 luglio 2013 |
Parole Chiave: //

Tolleranza zero verso i criminali che depredano le casse dell’Unione europea e che attentano agli interessi finanziari dell’Ue. Con quest’obiettivo, la Commissione europea ha messo sul tavolo un pacchetto di misure. Prima tra tutte, la proposta di regolamento che istituisce l’ufficio del procuratore europeo (COM(2013)534 regulation_eppo_en) che porterà, dopo il sì dell’europarlamento e del Consiglio, a una prima realizzazione di quanto previsto dall’articolo 86 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. In pratica, con la costituzione di questo nuovo organo indipendente dell’Unione che avrà una struttura decentralizzata, sarà possibile colmare anche i gap nelle indagini tra i diversi Stati membri, per impedire che chi commette reati a danno degli interessi finanziari dell’Unione la faccia franca usufruendo dei varchi che spesso si aprono. Una misura necessaria e fortemente innovativa, strumentale a combattere una vera e propria emergenza criminale visto che ogni anno spariscono 500 milioni di euro a causa delle frodi comunitarie. Se tutto fila liscio, l’Ufficio della Procura europea assumerà le funzioni dal 1° gennaio 2015; in mancanza di accordo si procederà con la cooperazione rafforzata.

L’Ufficio sarà costituito oltre che dal Procuratore capo, nominato dal Consiglio con il consenso del Parlamento europeo (art. 8), da 4 aggiunti e 5 sostituti procuratori: tutti con poteri di indagine e operativi nei singoli Stati membri, con gli stessi poteri dei procuratori nazionali (art. 27). La Procura europea, tuttavia, non si occuperà solo delle indagini ma avrà il potere di agire in sede giurisdizionale dinanzi ai tribunali dei singoli Stati. Garantiti i diritti degli indagati con un quadro articolato disegnato nel Capitolo VI che riconosce espressamente il diritto a rimanere in silenzio come garanzia della presunzione d’innocenza.

L’Olaf, l’Ufficio europeo antifrode, continuerà ad occuparsi delle materie che non rientrano nella competenza della Procura europea.

ANNEX 1: Breakdown of actions transferred to Member States, judicial decision and convictions, from 2006 to 2011

Actions transferred to Member States Actions with judicial decision Actions with judicial decisions as % of transferred Convictions Convictions as % of actions with judicial decision
Austria 8 4 50% 4 100%
Belgium 56 28 50% 18 643%
Bulgaria 37 14 378% 6 429%
Cyprus 1 0 0% 0 NA
Czech Republic 23 8 348% 2 25%
Denmark 4 3 75% 1 333%
Estonia 3 1 333% 1 100%
Finland 12 12 100% 11 917%
France 29 12 414% 9 75%
Germany 168 114 679% 65 57%
Greece 86 26 302% 5 192%
Hungary 10 1 10% 0 0%
Ireland 0 0 NA 0 NA
Italy 112 37 33% 14 378%
Latvia 4 0 0% 0 NA
Lithuania 9 9 100% 8 889%
Luxembourg 2 1 50% 1 100%
Malta 5 0 0% 0 NA
Netherlands 29 16 552% 5 313%
Poland 90 17 189% 6 353%
Portugal 21 9 429% 6 667%
Romania 225 128 569% 30 234%
Slovakia 16 9 563% 0 0%
Slovenia 2 0 0% 0 NA
Spain 54 5 93% 0 0%
Sweden 5 4 80% 4 100%
United Kingdom 19 13 684% 3 231%
Total 1030 471 457% 199 423%

Source: The Olaf Report 2011: Twelfth operational report of the European Anti-fraud Office, 1 January to 31 December 2011, Table 6, p

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 17 luglio 2013 |
Parole Chiave: //

Il diritto di un giornalista a non svelare la fonte non è un privilegio da concedere o ritirare a seconda della liceità o meno della fonte, ma è un elemento essenziale della libertà di espressione che non deve essere compresso per non incorrere in una violazione della Convenzione dei diritti dell’uomo. Lo ha ribadito la Corte europea nella sentenza Nagla contro Lettonia depositata ieri (ricorso n. 73469/10, CASE OF NAGLA v. LATVIA). Una giornalista di una televisione nazionale aveva trasmesso un servizio riportando notizie acquisite da una fonte anonima sui “buchi” nel database contenente i salari e le dichiarazioni dei redditi di funzionari e dipendenti pubblici. Non solo. La reporter aveva anche svelato, proprio in un periodo di crisi e tagli, gli alti compensi di dipendenti, manager e amministratori del settore pubblico. A seguito dell’apertura di un’inchiesta, la donna si era rifiutata di svelare la propria fonte che le aveva trasmesso le notizie sotto la garanzia dell’anonimato. Di qui le perquisizioni nell’abitazione della donna, il sequestro di un laptop, di hard disk esterni, chiavette usb e altro. In pratica, una “pesca a strascico” che aveva compromesso il lavoro della giornalista. Le autorità inquirenti avevano però ottenuto il proprio scopo ossia individuare la fonte. La donna si era così rivolta a Strasburgo visto che sul piano interno i giudici nazionali avevano ritenuto che la reporter avesse l’obbligo di indicare colui che, presumibilmente, aveva commesso un illecito, svelando dati riservati. Di diverso avviso la Corte europea che ha condannato la Lettonia per violazione dell’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo che assicura il diritto alla libertà di espressione. Prima di tutto – ha osservato Strasburgo – i giudici nazionali devono tener conto che la tutela delle fonti è un elemento essenziale della professione giornalistica e della libertà di espressione che è un diritto doppio perché include anche il diritto della collettività a ricevere informazioni su questioni scottanti di interesse pubblico. Se le autorità inquirenti effettuano perquisizioni nella casa e nella redazione del giornalista è evidente che compromettono il lavoro del reporter e quindi il suo diritto alla libertà di espressione e anche quello di ogni individuo a ricevere informazioni. Nessun dubbio sull’interesse pubblico della collettività a conoscere gli stipendi di dipendenti pubblici e questo soprattutto in periodi di crisi durante i quali sono richiesti sacrifici. Nel caso in esame, poi, i provvedimenti delle autorità inquirenti erano stati adottati senza tener conto delle conseguenze che avrebbero avuto sul diritto alla libertà di espressione garantito dalla Convenzione. Di qui la condanna alla Lettonia e l’obbligo dello Stato di versare alla giornalista 10.000 euro per i danni non patrimoniali e identica cifra per le spese processuali sostenute.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/contrarie-alla-convenzione-europea-dei-diritti-delluomo-le-perquisizioni-nelle-redazioni-e-il-sequestro-di-materiale-ai-giornalisti.html;

http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-corte-europea-guida-la-cassazione-nel-rafforzare-la-liberta-di-stampa.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/protezione-delle-fonti-dei-giornalisti-rafforzata-a-strasburgo.html

Scritto in: libertà di stampa | in data: 16 luglio 2013 |
Parole Chiave: //