E’ fissata per il 7 luglio la decisione del Panel di 5 giudici della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo che dovrà decidere sulla richiesta di deferimento presentata dal Governo italiano al massimo organo giurisdizionale di Strasburgo in relazione alla condanna resa nei confronti dell’Italia con la sentenza del 4 marzo. La decisione sarà resa pubblica l’8 luglio.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/gli-effetti-della-sentenza-grande-stevens-sul-diritto-interno-uno-studio-della-cassazione.html.

Qui la versione italiana della sentenza di condanna http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.wp?previsiousPage=mg_16_1&contentId=SDU997175

Scritto in: CEDU | in data: 30 giugno 2014 |
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L’Agenzia dell’Unione europea sui diritti fondamentali e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno pubblicato la nuova edizione del Manuale sul diritto europeo in materia di asilo, frontiere e immigrazione (handbook-law-asylum-migration-borders-2nded_it).

fra_handbook_en_couv_ecthr-1 Si tratta di un aggiornamento della prima guida apparsa nel 2013 e si propone di diffondere le norme e la prassi applicativa nel settore per favorire, negli Stati membri, una corretta e migliore attuazione sia del diritto dell’Unione europea sia della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Una parte del manuale è dedicata al funzionamento del sistema Schengen, al diritto di asilo, alle garanzie procedurali e ai diritti connessi all’immigrazione con particolare riguardo a quelli familiari e ai diritti economici e sociali. Una sezione è rivolta alle regole sul trattenimento e sui rimpatri e a individui che richiedono una maggiore protezione.

Scritto in: asilo, immigrazione | in data: 30 giugno 2014 |
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Spazio alla maternità surrogata e alla trascrizione di atti stranieri che riconoscono il rapporto di filiazione ottenuto con tecniche di procreazione vietate nel proprio Stato.  E’ Strasburgo a sdoganare questa prassi, seppure per via indiretta, in parte vanificando, nel nome dell’interesse superiore del minore e del riconoscimento degli status, i divieti nazionali. E lo ha fatto con la sentenza depositata il 26 giugno (Mennesson contro Francia, AFFAIRE MENNESSON c. FRANCE). Per la Corte europea dei diritti dell’uomo, per garantire il diritto all’identità personale e alla vita privata del minore (assicurato dall’articolo 8 della Convenzione), le autorità nazionali devono procedere alla trascrizione di atti stranieri che riconoscono il legame con i genitori che ricorrono all’estero alla maternità surrogata malgrado il divieto legislativo in patria. A rivolgersi alla Corte sono stati due genitori che avevano fatto ricorso alla maternità surrogata in California. Dopo la nascita di due gemelli, registrati negli Stati Uniti, avevano chiesto la trascrizione all’autorità consolare francese. Che aveva opposto un fermo no. Con passaporto americano la coppia era rientrata in Francia. Gli inquirenti francesi avevano aperto un’inchiesta, chiusa perché il reato era stato commesso negli Stati Uniti. La coppia non era neanche riuscita a far trascrivere la sentenza statunitense, che riconosceva il rapporto di filiazione con i genitori legali (il padre lo era anche per via biologica), perché contraria all’ordine pubblico e a valori fondamentali. Di qui il ricorso a Strasburgo. Prima di tutto, la Corte europea ha riconosciuto il margine di apprezzamento garantito agli Stati nelle scelte sulla  fecondazione in vitro. Tanto più che – osserva la Corte – ci sono molte divergenze tra i paesi parti alla convenzione. Se, quindi, non vi è una violazione del diritto alla vita familiare dei genitori proprio perché gli Stati hanno un ampio margine di  discrezionalità e possono vietare la maternità surrogata, la Francia ha però violato il diritto alla vita privata dei figli. Gli Stati, infatti, anche quando stabiliscono legittimamente norme interne che vietano forme di maternità surrogata, non possono trascurare, in ogni decisione, l’interesse superiore del minore. Che, in questo caso, è stato messo da parte. Con un effetto paradossale perché da un lato i figli sul documento statunitense hanno come genitori quelli legali, ma in Francia si vedono privati del riconoscimento della filiazione perché le autorità francesi, pur non negando la paternità biologica, hanno impedito ogni effetto giuridico. Con conseguenze negative anche su altri fronti come eventuali questioni ereditarie. Questa incertezza – precisa la Corte – ha danneggiato i minori e la loro identità. Di qui il freno alle autorità nazionali che non possono scoraggiare l’uso di tecniche vietate in patria sacrificando l’interesse superiore del minore. Strada spianata così alla trascrizione dell’atto straniero.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-uno-studio-della-commissione-internazionale-di-stato-civile.html

Scritto in: CEDU | in data: 30 giugno 2014 |
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Lo Stato è libero di decidere se agire in protezione diplomatica. Di conseguenza, tenendo conto di tale libertà nell’esercizio di un diritto che è proprio dello Stato, l’azione di risarcimento danni avviata da un’azienda che ritiene di avere subito danni a causa della mancata azione deve essere respinta. Lo ha chiarito il Consiglio di Stato nella sentenza n. 2792/2014 depositata il 29 maggio (N. 08825_2007 REG.RIC.) scrivendo la parola fine a una controversia tra un’azienda e il Governo. L’azienda italiana aveva iniziato i lavori per un collegamento marittimo Savona-Tangeri ma, a causa di ostacoli frapposti dalle autorità marocchine, aveva dovuto interrompere l’attività. Con inevitabili danni patrimoniali. L’azienda aveva chiesto al Governo di istituire una commissione prevista in un accordo stipulato con Il Marocco proprio per tutelare l’azienda italiana, eventualmente applicando il principio di reciprocità nei confronti di aziende del Marocco. A fronte della decisione di non fare nulla, l’azienda aveva citato dinanzi al Tar il Governo ma, sia in primo sia in secondo grado, il ricorso era stato respinto. La Corte di Cassazione, con sentenza n. 21581 del 2011, aveva invece accolto il ricorso relativo all’assenza di tutela giurisdizionale del ricorrente e rimesso la questione al Consiglio di Stato. Che, però, ha di fatto confermato l’impianto dei giudici amministrativi. Questo perché non sussisteva alcun obbligo di istituire una commissione tecnica e non è affatto detto che l’indicata commissione avrebbe raccomandato di agire in protezione diplomatica. In ogni caso, anche se l’avesse fatto – osserva il Consiglio di Stato – il Governo sarebbe stato libero di seguire o no questo suggerimento proprio perché spetta allo Stato decidere se agire in protezione diplomatica. Per i giudici amministrativi, infatti, “sarebbe spettato poi ai titolari del relativo potere politico di decidere, in ragione degli esiti degli accertamenti porre in essere la relativa attività”.

Scritto in: protezione diplomatica | in data: 29 giugno 2014 |

Ampio spazio alla libertà di espressione dei professori. Soprattutto quando esprimono le proprie idee in riviste di carattere scientifico. E’ quanto affermato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 27 maggio 2014 che ha portato alla condanna della Turchia (ricorso n. 346/04, AFFAIRE ASLAN ET SEZEN c. TURQUIE). Nel caso in esame, un professore di diritto costituzionale, condannato per diffamazione a causa di alcune opinioni critiche espresse verso alcuni giudici della Corte costituzionale che avevano disposto la chiusura di un partito, pubblicate su una rivista quadrimestrale di carattere scientifico,aveva deciso di rivolgersi a Strasburgo. Che gli ha dato ragione. Per la Corte europea, infatti, l’ingerenza nel diritto alla libertà di espressione non era una misura necessaria in una società democratica. I giudici nazionali, inoltre, non avevano tenuto conto del contesto nel quale l’articolo era stato pubblicato e non avevano valutato la circostanza che si trattasse di una rivista scientifica e non di un quotidiano, situazione che comporta un minore impatto delle opinioni anche aspre espresse nell’articolo. Inoltre, osserva la Corte, non si può trascurare l’importanza delle ricerche accademiche e il rilievo di esprimere opinioni critiche e giudizi di valore con una base fattuale sufficiente. A ciò si aggiunga che i giudici nazionali non hanno differenziato tra critiche e insulto equiparando le prime a quest’ultimo. Di qui l’evidente violazione del diritto alla libertà di espressione del professore e la consequenziale condanna della Turchia.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 28 giugno 2014 |

Gli Stati possono scegliere di avviare un procedimento di carattere civile e non penale nei casi in cui l’errore medico non sia stato commesso con dolo. Lo ha precisato la Corte europea nella sentenza del 22 maggio CASE OF GRAY v. GERMANY con la quale la Corte ha stabilito il margine di discrezionalità concesso agli Stati per assicurare il pieno rispetto dell’articolo 2 della Convenzione europea che assicura il diritto alla vita, occupandosi anche dei profili procedurali. Alla Corte si erano rivolti i due figli di un cittadino inglese il quale viveva in Germania. In questo Stato era stato inviato un medico indicato da una società di assicurazione. Il medico, però, aveva sbagliato farmaco con conseguenze fatali per l’uomo. In Inghilterra era stato avviato un procedimento penale e a seguito di una richiesta inviata in Germania anche le autorità tedesche avevano iniziato l’azione penale. Che aveva condotto alla condanna del medico. Ad avviso dei figli la pena era stata troppo lieve. Ma la Corte europea non ha ritenuto violato l’articolo 2 chiarendo che rientra nella discrezionalità degli Stati la possibilità di scegliere un determinato procedimento. Ciò che conta è che venga assicurato un accertamento della responsabilità attraverso un’inchiesta indipendente. Così come non costituisce una violazione il mancato coinvolgimento delle vittime nel procedimento e la decisione di non consegnare il medico alle autorità inglesi per lo svolgimento di un procedimento in Inghilterra.

Scritto in: CEDU | in data: 28 giugno 2014 |

Sui rapporti tra decisione quadro 2008/909/GAI del 27 novembre 2008 sull’applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sentenze penali che irrogano pene detentive o misure privative della libertà personale, ai fini della loro esecuzione nell’UE e la decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri è intervenuta la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con sentenza n. 20527 depositata il 19 maggio (Sentenza del 19 maggio 2014, n. 20527). La Suprema corte ha annullato la pronuncia della Corte di appello di Messina che aveva rifiutato la consegna di un individuo condannato  in Romania, applicando, però, la pena secondo i criteri dell’ordinamento rumeno. Per la Suprema Corte, considerando l’applicabilità della decisione quadro 2008/909 recepita in Italia con Dlgs 7 settembre 2010 n. 161, i giudici nazionali avrebbero dovuto provvedere a un adattamento della sentenza straniera per l’esecuzione in Italia, tenendo conto della sussistenza di una durata e di una natura della pena incompatibili con l’ordinamento italiano. Ad avviso della Suprema corte, che si è soffermata sul rispettivo campo di applicazione delle decisioni quadro e sui rapporti tra i due atti, le disposizioni introdotte con il Dlgs n. 161 ” si applicano ai casi previsti dall’art. 18, comma primo, lett. r), della legge n. 69 del 2005, qualora anche il Paese richiedente abbia dato attuazione alla predetta decisione quadro”. Di conseguenza, è posto un reno al riconoscimento automatico proprio dei casi in cui risulta applicabile unicamente la disciplina sul mandato di arresto europeo e la Corte d’appello “è tenuta al formale riconoscimento della sentenza su cui si fonda il m.a.e., secondo quanto previsto dal d.lgs. n. 161 dl 2010, qualora intenda disporre l’esecuzione nello Stato della pena inflitta al cittadino italiano (o al cittadino di altro Paese dell’Unione legittimamente residente o dimorante in Italia) rifiutando la consegna ai sensi del su citato art. 18, comma primo, lett. r), l. n. 69 del 2005”.

 

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 27 giugno 2014 |
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Un uso ingiustificato della forza durante un arresto causa all’Italia una condanna per trattamenti disumani e degradanti. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenza depositata ieri nel caso Alberti contro Italia (ricorso n. 15397/11, AFFAIRE ALBERTI c. ITALIE) ha accertato una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea ritenendo che la frattura di tre costole provocata a un individuo sottoposto a fermo e condotto in una cella di sicurezza dai Carabinieri rappresenta un uso non giustificato della forza. A Strasburgo si era rivolto un individuo che era stato fermato dai carabinieri in quanto, in stato di ebrezza, si era rifiutato di fornire  documenti e generalità alle forze dell’ordine. Il ricorrente era stato portato in una cella di sicurezza dai Carabinieri e poi processato per direttissima per minaccia e resistenza a pubblico ufficiale,  ma aveva denunciato di essere stato percosso. I medici gli avevano diagnosticato la frattura di 3 costole e un ematoma al testicolo, con una diagnosi di 20 giorni. Dopo la sua denuncia, a seguito di un’indagine, il pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione del caso sulla quale il gip era stato d’accordo. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato invece ragione al ricorrente. Per la Corte si è verificato un uso eccessivo della forza fisica da parte dei carabinieri che, stando alla ricostruzione dei fatti, doveva essere avvenuto mentre il ricorrente era stato trasportato in un’autovettura delle forze dlel’ordine dal bar dove il ricorrente aveva dato in escandescenza al comando dei carabinieri. Ma c’è di più. La Corte europea, infatti, ha stabilito che lo Stato non ha rispettato la Convenzione neanche nella fase d’indagine, conducendo un’inchiesta superficiale e soffermandosi unicamente su quanto avvenuto nel bar e non nella fase successiva. Inoltre, l’autorità giudiziaria, per Strasburgo, ha attribuito un peso eccessivo ai precedenti e alla personalità del ricorrente, considerandolo a priori poco credibile. Di qui la conclusione che l’inchiesta è stata condotta senza la diligenza dovuta e la constatazione di una violazione dell’articolo 3 anche per gli aspetti procedurali. Strasburgo ha riconosciuto al ricorrente un indennizzo pari a 15mila euro e 4mila euro per le spese processuali.

Scritto in: CEDU | in data: 26 giugno 2014 |
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Un freno all’applicazione di leggi con effetti retroattivi, adottate mentre sono in corso processi. Lo chiede la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha depositato ieri una sentenza di condanna all’Italia (caso Azienda Agricola Silverfunghi e altri, CASE OF AZIENDA AGRICOLA SILVERFUNGHI S.A.S. AND OTHERS v. ITALY). Sono state quattro aziende agricole a chiamare in aiuto Strasburgo. Le aziende avevano ottenuto alcuni benefici consistenti in esenzioni (sgravi contributivi) e concessioni (fiscalizzazione degli oneri sociali) che comportavano una riduzione dei contributi da versare per i propri dipendenti. Tuttavia, con una circolare, l’Inps aveva precisato che i due benefici concessi erano alternativi e non cumulativi. Con un inevitabile danno per le aziende che per di più operavano in zone svantaggiate. Di qui il ricorso in sede giurisdizionale. In due gradi di giudizio le ricorrenti avevano avuto ragione, ma con legge n. 326/03 il legislatore era intervenuto precisando il carattere non cumulativo dei vantaggi. La Corte di cassazione aveva, quindi, accolto il ricorso dell’Inps tanto più che, a suo avviso, la legge adottata aveva un mero carattere interpretativo. Nessun problema, quindi, di applicazione retroattiva della legge. Una conclusione del tutto ribaltata a Strasburgo che ha bocciato l’applicazione della legge sopraggiunta mentre era in corso il processo. Tanto più – osserva la Corte – che non vi era alcuna ragione imperativa di interesse generale che imponesse, proprio in quel momento, l’adozione della legge che ha inciso in modo sostanziale sull’esito della controversia, modificando il risultato del procedimento. E questo malgrado le parti non avessero tentato di usare la legge in modo abusivo, approfittando delle lacune presenti nel quadro normativo. Di qui la constatazione di una violazione dell’articolo 6 della Convenzione che assicura il diritto all’equo processo e l’obbligo per lo Stato in causa di versare una somma complessiva pari a 248mila euro (da cui vanno dedotte le somme non ancora restituite all’Inps) a titolo di indennizzo, corrisposto perché il procedimento è stato iniquo. La Corte ha invece escluso una violazione del diritto di proprietà ossia dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 perché il danno economico non è stato eccessivo e le aziende hanno comunque potuto usufruire di almeno un beneficio.

 

Scritto in: CEDU, equo processo | in data: 26 giugno 2014 |
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La Conferenza dell’Aja di diritto internazionale privato ha adottato, nei primi di giugno, uno studio sui costi collegati ai casi di adozione internazionale (note33fa2014). Nel rapporto sono analizzati, partendo dalla Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale adottata all’Aja il 29 maggio 1993 e ratificata dall’Italia con legge 31 dicembre 1998 n. 476,  sia i costi direttamente legati agli aspetti procedurali dell’adozione sia i costi che non appaiono non del tutto giustificati. Sono poi allegate le buone prassi di alcuni Stati (tables33fa2014-1) e i costi derivanti dagli enti accreditati. Un buon punto di partenza anche per verificare se sia necessario predisporre alcuni aggiustamenti per favorire le adozioni e limitare casi di sfruttamento.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/adozioni-internazionali-piu-sicure-con-le-nuove-linee-guida-per-gli-enti-accreditati.html

Scritto in: adozione internazionale, Conferenza dell'Aja | in data: 25 giugno 2014 |
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