Il caso Yukos ancora al centro dell’attenzione di tribunali internazionali. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenza depositata oggi (OAO Neftyanaya Kompaniya Yukos contro Russia, ricorso n. 14902/04 CASE OF OAO NEFTYANAYA KOMPANIYA YUKOS v. RUSSIA), ha stabilito che la Russia deve versare agli azionisti del colosso petrolifero Yukos, fondato da Mikhail Khodorkovsky, un miliardo e 800 milioni di euro a titolo di risarcimento per i danni materiali subiti, oltre 300mila euro per le spese sostenute dai ricorrenti. La Corte europea, già con la sentenza del 20 settembre 2011 (CASE OF OAO NEFTYANAYA KOMPANIYA YUKOS v-1. RUSSIA), aveva condannato la Russia per violazione dell’articolo 6 (equo processo) e dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 (diritto di proprietà) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, di fatto considerando che il procedimento fiscale contro la società petrolifera fosse stato iniquo e volto a togliere la proprietà a Khodorkovsky, possibile concorrente politico di Putin, arrestato e da poco graziato.

Va segnalato che il 18 luglio, la Corte permanente di arbitrato, in 3 azioni avviate dagli azionisti di Yukos contro la Russia (qui le pronunce http://www.pca-cpa.org/showpage.asp?pag_id=1599) ha stabilito che Mosca ha adottato misure equiparabili a una vera e propria forma di espropriazione senza indennizzo, in violazione dell’articolo 13 della Carta dell’energia (http://www.encharter.org/),in base al quale “Gli investimenti di un investitore di una Parte contraente nell’area di un’altra Parte contraente, non possono essere nazionalizzati, espropriati o sottoposti a misure di effetto equivalente a una nazionalizzazione o espropriazione (in appresso denominate “espropriazione”) tranne nel caso in cui l’espropriazione sia a) dovuta a scopo di pubblico interesse; b) non discriminatoria; c) compiuta con procedura conforme alla legge; e d) accompagnata dalla corresponsione di un indennizzo tempestivo, congruo ed effettivo”. Ora, queste condizioni non sono state rispettate e, quindi, accertata la violazione della Carta, la Corte permanente di arbitrato ha condannato la Russia al pagamento, a titolo di risarcimento, di 50 miliardi di dollari. Anche in questo caso è stata accertata l’iniquità delle azioni contro la società Yukos che hanno comportato violazioni del diritto internazionale.

Scritto in: diritti umani | in data: 31 luglio 2014 |
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Entra in vigore, domani 1° agosto, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto alla violenza sulle donne e alla violenza domestica adottata a Istanbul, l’11 maggio 2011 (convenzione di istanbul). L’Italia ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione con legge n. 77 del 27 giugno 2013. Ad oggi, hanno ratificato Albania, Andorra, Bosnia Erzegovina, Francia, Malta, Montenegro, Portogallo, Repubblica ceca, Serbia, Spagna, Svezia e Turchia. immagine

 

La Convenzione – ha sottolineato Nils Muižnieks, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, in un comunicato diffuso oggi (Human Rights Comment) – è uno strumento di fondamentale importanza per sconfiggere una piaga che si diffonde in tutta Europa. Basti pensare che, da un rapporto citato nel documento, risulta che, nel 2013, in Turchia le vittime sono state 214, in Italia 134, in Francia 121, nel Regno Unito 143. Indispensabile, quindi, una lotta comune a questi crimini e una ratifica su larga scala della Convenzione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/violenza-contro-le-donne-pubblicata-la-legge-di-ratifica-della-convenzione-di-istanbul.html

Scritto in: violenza contro le donne | in data: 30 luglio 2014 |
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Gli Stati membri non possono stabilire condizioni più favorevoli per i permessi di soggiorno Ue al coniuge di un cittadino di un Paese terzo che già soggiorna sul territorio e che ha già lo status di soggiornante di lungo periodo.  E’ stata la Corte di giustizia dell’Unione europea a stringere le maglie sul ricongiungimento nella sentenza del 17 luglio, su rinvio pregiudiziale del Tribunale di Verona (causa C-469/13, C-469:13). Al centro dell’attenzione degli eurogiudici, la direttiva 2003/109 relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo (modificata dalla 2011/51), recepita con Dlgs n. 3/2007. Questi i fatti. La moglie di un cittadino pakistano, già in Italia con un permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo, aveva presentato alla questura di Verona una richiesta per analogo permesso. L’istanza era stata respinta perché la donna soggiornava in Italia solo dal 2010 con un visto d’ingresso per ricongiungimento familiare. Proprio l’assenza della permanenza in Italia da 5 anni aveva spinto le autorità italiane a negare il permesso. Di qui il ricorso in tribunale che ha chiamato in aiuto Lussemburgo. Per la donna, doveva essere applicato l’articolo 9 del Dlgs 286/1998 che non richiede, per il coniuge del titolare dello status di soggiornante di lungo periodo, il soggiorno di 5 anni. Una tesi non accolta dalla Corte Ue che ha messo in primo piano le esigenze di uniforme applicazione della normativa europea armonizzata. E’ vero – osservano gli eurogiudici – che l’articolo 13 della direttiva permette agli Stati membri di rilasciare permessi di soggiorno permanenti a condizioni più favorevoli rispetto alle condizioni dell’atto Ue ma, in questi casi, il titolo non può produrre gli stessi effetti nello spazio europeo e non può avere lo stesso valore di quello previsto nella direttiva. In caso contrario – precisa Lussemburgo – sarebbe compromessa l’armonizzazione delle condizioni per il conferimento dello status di soggiornante di lungo periodo e, di conseguenza, la reciproca fiducia fra gli Stati membri. Un freno, quindi, alla discrezionalità degli Stati, anche in presenza di condizioni più favorevoli: il mancato rispetto del termine di 5 anni impedisce che il provvedimento possa valere come “titolo Ue” per l’assenza di un radicamento effettivo nello Stato ospitante. Questo vuol dire che, in linea con l’articolo 7 della direttiva, le autorità nazionali devono richiedere, anche per il coniuge che ha ottenuto un permesso a titolo di ricongiungimento, il quale voglia un miglioramento con un permesso di lungo periodo, un soggiorno legale e ininterrotto nei cinque anni immediatamente precedenti la presentazione dell’istanza.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 30 luglio 2014 |
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Non è una  pratica abusiva e non costituisce, quindi, abuso del diritto, il comportamento di un cittadino che si reca in un altro Stato membro per ottenere una qualifica professionale e poi torna in patria per esercitare la professione con il titolo acquisito all’estero. Un principio chiaro che non ammette fughe nell’applicazione e non lascia spazio al fraintendimento. Lo ha fissato la Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza depositata il 17 luglio (cause riunite C-58/13 e C-59/13, Torresi, C-58:13), che apre la strada a un obbligatorio cambiamento nelle prassi interne relative alle istanze di iscrizione nella sezione speciale dell’Albo degli avvocati dedicata a quelli stabiliti e, soprattutto degli abogados, con effetti che in realtà potrebbero andare anche al di là del caso dei legali, coinvolgendo tutti i professionisti interessati ad ottenere la qualifica in uno Stato membro diverso da quello della cittadinanza o in cui hanno ottenuto il diploma di laurea, per poi iscriversi in un albo ed esercitare in Italia. La pronuncia della Corte è stata la conseguenza del rinvio pregiudiziale del Consiglio nazionale forense. Due cittadini italiani, conseguita la laurea in giurisprudenza in Italia, avevano ottenuto il diploma anche in Spagna ed erano stati iscritti, nel 2011, nell’albo degli abogados di Santa Cruz de Tenerife. Nel 2012 avevano presentato una domanda di iscrizione nell’albo speciale degli avvocati stabiliti di Macerata. Il Consiglio dell’ordine di Macerata non aveva risposto all’istanza nel termine di 30 giorni. Così, i richiedenti si erano rivolti al Consiglio nazionale forense che, avendo dubbi sull’interpretazione dell’articolo 3 della direttiva 98/5/Ce sull’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica, recepita in Italia con il Dlgs n. 96 del 2 febbraio 2001, ha deciso di sospendere il procedimento e chiamare in aiuto, con un’ordinanza di rinvio pregiudiziale d’interpretazione e di validità, la Corte di giustizia dell’Unione europea. Stabilito che il Consiglio nazionale forense può essere considerato come un organo giurisdizionale ai sensi dell’articolo 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la Corte di giustizia è passata all’intepretazione della direttiva che ha l’obiettivo di facilitare l’esercizio della professione di avvocato in modo permanente, in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica. Il richiedente è tenuto a presentare il documento che provi l’iscrizione nello Stato di origine. In questa situazione, l’autorità competente dello Stato membro ospitante è tenuta a procedere all’iscrizione dell’avvocato. Rispetto ai poteri dello Stato ospitante, la direttiva ha cura di precisare che l’autorità competente può richiedere che il documento “non sia stato rilasciato prima dei tre mesi precedenti la sua presentazione. Essa dà comunicazione dell’iscrizione all’autorità competente dello Stato membro di origine”. Nel caso di specie, tuttavia, il Consiglio nazionale forense riteneva inutilizzabile l’articolo 3 perché i due richiedenti avrebbero usato le norme dell’Unione in modo abusivo, per sottrarsi all’applicazione della normativa italiana sull’accesso alla professione forense. Un’obiezione non condivisa dalla Corte di Lussemburgo.

Ed invero, per poter invocare l’abuso del diritto e limitare di conseguenza l’utilizzo della libertà di circolazione, è necessario accertare la presenza di un elemento soggettivo e di uno oggettivo. Con riguardo a quest’ultimo punto, ad avviso della Corte, “deve risultare da un insieme di circostanze oggettive che, nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell’Unione, l’obiettivo perseguito da tale normativa non è stato raggiunto” (par. 45). Per la Corte di giustizia così non è stato nel caso di specie. La direttiva, come detto, si prefigge di facilitare il diritto di stabilimento nello spazio Ue e, in particolare, in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata conseguita la qualifica professionale in linea con la realizzazione di una libertà fondamentale del Trattato quale la libera circolazione. Dal ragionamento della Corte è evidente, così, che ha scarso rilievo il fatto che la domanda proveniva da un cittadino italiano, laureatosi in Italia e poi tornato in patria, dopo una sosta in Spagna per acquisire il titolo, proprio perché il titolo professionale era stato conseguito in uno Stato diverso da quello ospitante, secondo quanto previsto dalla direttiva.

Manca, inoltre, per configurare l’abuso del diritto, l’elemento soggettivo, in base al quale “deve risultare che sussiste una volontà di ottenere un vantaggio indebito derivante dalla normativa dell’Unione mediante la creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento” (par. 46). Quest’aspetto non è stato dimostrato e il vantaggio conseguito è insito nella direttiva. E questo, per la Corte, anche se non si tratta di cittadini di altri Stati membri. La stessa direttiva – osserva la Corte – prevede il diritto di recarsi in uno Stato membro e ottenere la qualifica e poi tornare nello Stato membro di cui il richiedente è cittadino per esercitare la professione. Inoltre, con una conclusione che sarà certo determinante per l’analisi della pratiche dei richiedenti, la Corte dice chiaramente, bloccando la strada a possibili letture restrittive della pronuncia, che se il cittadino di uno Stato membro sceglie di acquisire il titolo professionale in un altro Paese membro, diverso da quello in cui risiede, per beneficiare di una normativa a lui più favorevole, ciò “non consente, di per sé, come rilevato dall’avvocato generale ai paragrafi 91 e 92 delle conclusioni, di concludere nel senso della sussistenza di un abuso del diritto”.

Non ha convinto la Corte Ue neanche la seconda tesi propugnata dal Consiglio nazionale forense secondo il quale l’articolo 3, applicabile in Italia sin dal 2001, data di recepimento dell’atto Ue, sarebbe invalido perché in contrasto con l’articolo 4, par. 3 del Trattato di Lisbona, in base al quale l’Unione deve rispettare l’identità nazionale degli Stati membri, insita nella struttura fondamentale, politica e costituzionale. Sul punto, malgrado l’articolo 33 della Costituzione italiana richieda l’esame di stato per l’accesso alla professione di avvocato, Lussemburgo non ha nessun dubbio nel ridimensionare il valore delle norme che si occupano, seppure nella costituzione, di accesso alle professioni, che certo non incidono “sulle strutture fondamentali, politiche e costituzionali né sulle funzioni essenziali dello Stato membro di origine”. Gli Stati, osserva la Corte, sono liberi di prevedere un esame di Stato per l’accesso a una professione liberale e anche di regolare detto esame in autonomia, nell’esercizio di un potere che non è limitato dal diritto dell’Unione. Tuttavia, detto questo, gli Stati membri non possono bloccare la circolazione dei titoli professionali e, quindi, l’accesso alle professioni in modo stabile in uno Stato membro diverso da quello di origine per il solo fatto che altri Stati hanno altre regole di accesso. Questo comporta l’eliminazione dell’utilizzo, come parametro universale e insostituibile, delle regole nazionali di accesso alla professione.

Scritto in: libera circolazione | in data: 29 luglio 2014 |
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Quali rischi per la libertà di espressione nell’epoca del digitale? Come mai, malgrado la diffusione di strumenti che favoriscono il flusso di informazioni, la libertà di stampa è a rischio anche in Paesi occidentali, tradizionali baluardi della stampa libera? Per rispondere a queste domande, l’Unesco ha diffuso, nei giorni scorsi, uno studio “World Trends in Freedom of Expression and Media Development” (227025e) in cui si analizzano le nuove tendenze della libertà d’informazione e le vecchie e nuove forme di restrizione alla libertà dei giornalisti, inclusa la diffusione di minacce accompagnate spesso dall’impunità, con un grave danno per la stampa. Nello studio, che analizza, oltre i problemi per la sicurezza dei giornalisti, anche i rischi per il pluralismo, si segnala con soddisfazione che vi è un trend – seppure lento – verso la depenalizzazione della diffamazione accompagnato, però, da un incremento nell’utilizzo di azioni civili con multe e sanzioni pecuniarie sproporzionate (tabella).

Scritto in: libertà di espressione | in data: 28 luglio 2014 |
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Il silenzio che i Governi dei Paesi occidentali cercano di imporre sul caso delle extraordinary renditions è stato squarciato, ancora una volta, da due sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo depositate il 24 luglio. Si tratta delle pronunce Al Nashiri contro Polonia (CASE OF AL NASHIRI v. POLAND) e Husayn contro lo stesso Stato (CASE OF HUSAYN ABU ZUBAYDAH v. POLAND) che segnano una sconfitta per uno Stato membro non solo del Consiglio d’Europa, ma anche dell’Unione europea che, al pari di altri, ha del tutto ignorato l’obbligo di rispettare i diritti umani, aprendo la strada a forme di detenzione segrete, atti di tortura, consegna di individui presenti sul proprio territorio a Paesi in cui si pratica la pena di morte.

Nella prima vicenda, un cittadino nato in Arabia saudita, di origine yemenita, era stato accusato di aver partecipato all’attentato dell’ammiraglia Usa USS Cole e di aver avuto un ruolo nell’attacco alle torri gemelle del 2011. Era stato catturato dalle forze americane e detenuto nelle strutture detentive della Cia prima in Afghanistan e Thailandia e poi in Polonia. Qui, dopo essere stato inghiottito in un buco nero, era stato torturato, con la simulazione di due esecuzioni e poi, con un volo segreto, era stato trasferito a Guantanamo, senza che la Polonia bloccasse la consegna malgrado il rischio di trattamenti disumani e degradanti. Analogo scenario per la vicenda Husayn. Due casi di extraordinary renditions, sui quali la Polonia ha aperto un procedimento nel 2008 senza però arrivare ad alcuna conclusione processuale. L’unica speranza Strasburgo, che ha dato ragione ai ricorrenti e disegnato, nelle due sentenze fiume di oltre 200 pagine, un quadro agghiacciante sul fronte delle violazioni dei diritti umani.20120320PHT41270_original

Prima di tutto la Corte europea, respinte le obiezioni del Governo polacco sul mancato rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni, ha accertato che Varsavia non ha collaborato con i giudici internazionali, rifiutandosi di consegnare documenti utili all’accertamento delle violazioni. Questo non ha impedito alla Corte di verificare che le autorità polacche erano a conoscenza delle attività della Cia sul territorio e malgrado ciò non hanno impedito il transito nel proprio spazio aereo e lo svolgimento di atti di tortura. E’ vero, infatti, che, in termini generali, tocca al ricorrente provare la violazione della Convenzione, ma in casi come quello in esame, considerato che i fatti accaduti rientrano nella quasi esclusiva competenza del Governo, l’onere della prova ricade sullo Stato. Nel merito, la Polonia ha lasciato spazio libero agli agenti della Cia chiudendo gli occhi sulle torture perpetrate durante la permanenza nelle prigioni segrete sul proprio territorio. Di conseguenza, come ogni Stato parte alla Convenzione, è responsabile delle azioni commesse sul suo territorio che hanno conseguenze su un individuo esposto alla violazione della Convenzione. Varsavia, inoltre, ha creato le condizioni per favorire l’attività degli agenti della Cia e non ha fatto nulla per impedirle, permettendo che il ricorrente fosse trasferito fuori dalla Polonia, malgrado il rischio della pena di morte. Nessuna indagine effettiva, poi, che consentisse di accertare la verità dei fatti. E’ vero che in taluni casi possono sorgere esigenze di sicurezza nazionale, ma lo Stato deve trovare i mezzi per fornire informazioni senza compromettere la sicurezza. Inoltre, laddove vi sono casi in cui sono contestati gravi violazioni dei diritti umani, “il diritto alla verità relativo alle circostanze rilevanti del caso non appartiene solo alla vittima del reato e alla sua famiglia, ma anche alle altre vittime di situazioni simili e alla collettività che ha il diritto di sapere che cosa è accaduto”. Un’affermazione che contrasta in modo netto con l’operato degli Stati che invece mettono al primo posto il segreto di Stato, il cui carattere assoluto è evidentemente contrario alla Convenzione.

Di qui la condanna per violazione dell’articolo 3 (divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti), dell’articolo 5 sulla libertà personale, dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), dell’articolo 6 (equo processo), dell’articolo 13 (divieto di discriminazioni), degli articoli 2 e 3 in rapporto all’articolo 1 del Protocollo n. 6 che vieta la pena di morte, considerando, a quest’ultimo riguardo, che la Polonia non ha impedito che il ricorrente fosse trasportato a Guantanamo.

La Corte ha condannato la Polonia a indennizzare le vittime per i danni non patrimoniali subiti (100mila euro a ciascun ricorrente) e ha ordinato alla Polonia, con riguardo al ricorso Al Nashir, di adottare misure individuali ai sensi dell’articolo 46 della Convenzione e fare in modo che il ricorrente non subisca la pena di morte, chiedendo assicurazioni in questo senso agli Stati Uniti.

Si veda il ricorso contro l’Italia nel caso Abu Omar (NASR AND GHALI v. ITALY e i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/stati-uniti-poche-le-indagini-penali-sulle-renditions-perpetrate-dalla-cia.html, nonché http://www.marinacastellaneta.it/blog/no-al-segreto-di-stato-nei-casi-di-extraordinary-renditions-lo-chiede-con-forza-il-parlamento-europeo.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/per-la-consulta-segreto-di-stato-senza-limiti-anche-se-sono-in-ballo-violazioni-dei-diritti-umani.html

Scritto in: extraordinary renditions | in data: 27 luglio 2014 |
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Lo sport è ormai un settore nel quale circolano grandi quantità di denaro. Un business che attrae anche la criminalità e che determina, sempre più spesso, la commissione di reati. Per combattere il fenomeno delle manifestazioni sportive “contraffatte”, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha approvato, il 9 luglio, la Convenzione sulla lotta contro la manipolazione delle competizioni sportive (Committee of Ministers), che sarà aperta alla firma l’8 settembre a Macolin (Svizzera). La Convenzione ha l’obiettivo di prevenire i conflitti di interesse nelle scommesse, intensificare la lotta alla frode, controllare i flussi finanziari che si nascondono dietro le attività di scommesse. In via generale, poi, la Convenzione chiede interventi sulla governance per evitare le manipolazioni sportive. In questa direzione, se è vero che vige il principio di autonomia dello sport è anche vero che gli Stati devono intervenire per garantire l’integrità, che è una caratteristica essenziale delle competizioni. Al centro degli interventi il principio di trasparenza. Il capitolo IV della Convenzione è interamente dedicato al diritto penale sostanziale per fare in modo che gli Stati includano, nel proprio ordinamento, alcuni comportamenti tra i reati e prevedano sanzioni con una funzione deterrente. Sulle sanzioni, l’articolo 22 specifica che esse devono essere effettive, proporzionali e dissuasive, condurre a una restrizione della libertà personale e includere sanzioni monetarie. Al centro dell’attenzione anche la lotta al riciclaggio e la responsabilità delle persone giuridiche.

Per l’entrata in vigore è richiesta la ratifica di 5 Stati.

 

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 25 luglio 2014 |
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Una situazione che nel complesso è migliorata rispetto all’anno precedente. Ma c’è ancora molto da fare nella lotta alle frodi. Lo dice la Commissione europea nella relazione annuale sulla tutela degli interessi finanziari dell’Unione relativa all’anno 2013 adottata il 17 luglio 2014 (COM(2014)474 (1_act_part1_en) in base all’articolo 325 del trattato. Sarà per il rafforzamento dei controlli, sarà per misure più mirate basate sull’analisi dei rischi, le frodi sono diminuite nel 2012.

Sul versante della spesa, le frodi hanno raggiunto quota 248 milioni di euro di fondi UE, un importo equivalente allo 0,19% del bilancio di spesa, con un calo del 21% rispetto ai 315 milioni di euro dell’anno precedente. Sul versante delle entrate, le frodi presunte o accertate sono state pari a 61 milioni di euro, pari allo 0,29% delle risorse proprie tradizionali riscosse per il 2013, con un calo del 21% rispetto ai 77,6 milioni di euro dell’anno precedente.  E’ aumentato il numero di frodi segnalate. Il numero più alto di irregolarità fraudolente sono state segnalate in Italia, Romania, Bulgaria, Polonia, Danimarca e Grecia (da 302 a 55). Gli stessi Paesi svettano anche per l’entità delle frodi (tra 68  e 24 milioni di euro), con intesta Italia, Polonia, Romania, Grecia e Germania. Il settore agricolo è quello più colpito, raggiungendo circa il 75% del totale delle frodi. L’Italia è al primo posto (213 Caso), dato che, ad avviso della Commissione, è dovuto anche a un rafforzamento delle indagini. Non tutti gli Stati hanno individuato il Coordinatore nazionale per i servizi antifrode (AFCOS). L’Italia lo ha fatto.

Ulteriori dettagli nel sito dell’Olaf http://ec.europa.eu/anti_fraud/about-us/reports/communities-reports/index_en.htm

Scritto in: frodi | in data: 23 luglio 2014 |
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L’obbligo di conoscere, almeno in forma elementare, la lingua tedesca imposta dalle autorità di Berlino è incompatibile con il diritto Ue perché impedisce il ricongiungimento familiare. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza depositata il 10 luglio (C-138:13). A rivolgersi alla Corte è stato il Tribunale amministrativo di Berlino investito di un ricorso di una cittadina turca che aveva presentato la domanda di visto all’ambasciata tedesca ad Ankara per ricongiungersi con il marito che da molti anni viveva e lavorava in Germania. La domanda era stata respinta perché la donna non aveva una conoscenza elementare della lingua tedesca, condizione inserita nell’ordinamento nazionale nel 1973. La Corte Ue ha chiarito che gli Stati devono rispettare la clausola di standstill e quindi non inserire misure interne dopo l’entrata in vigore di un accordo come quello di associazione con la Turchia che comprometta i diritti riconosciuti in un atto dell’Unione. E’ evidente la violazione tedesca visto che la normativa era stata cambiata nel 1973 e, quindi, dopo la conclusione dell’accordo el 1970. Le nuove regole, di fatto, compromettono il diritto al ricongiungimento familiare necessario a consentire il diritto alla libera circolazione e di soggiorno dei lavoratori turchi. E’ evidente che la limitazione apposta incide in modo negativo su uno strumento, come il ricongiungimento, indispensabile “per permettere la vita in famiglia dei lavoratori turchi inseriti nel mercato del lavoro degli Stati membri” e che “contribuisce sia a migliorare la qualità del loro soggiorno sia alla loro integrazione in tali Stati”. La Corte precisa, inoltre, che le condizioni restrittive apposte fanno sì che il cittadino turco che voglia “stabilirsi in uno Stato membro per esercitarvi un’attività economica in modo stabile può essere influenzata negativamente qualora la normativa di tale Stato membro renda difficile o impossibile il ricongiungimento familiare, di modo che detto cittadino può eventualmente trovarsi costretto a scegliere tra la sua attività nello Stato membro interessato e la propria vita di famiglia in Turchia”. La Corte ha anche respinto la giustificazione tedesca: secondo il Governo la normativa serviva ad evitare i matrimoni forzati e a favorire l’integrazione effettiva. Una tesi che non ha convinto Lussemburgo tanto più le restrizioni interne vanno certamente al di là di quanto necessario per ottenere l’obiettivo perseguito, considerato che la domanda di ricongiungimento è respinta automaticamente nel momento in cui il richiedente non ha conoscenza della lingua tedesca, senza alcuna valutazione di altre problematiche.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 21 luglio 2014 |
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Il Working group dell’Onu sulle detenzioni arbitrarie ha diffuso i risultati della visita in Italia, svoltasi i primi di luglio, ravvisando un uso sproporzionato della detenzione preventiva soprattutto nei casi in cui risultino coinvolti migranti e individui di origine rom. E’ vero che il decreto legge n. 92/2014 va nella giusta direzione e tiene conto delle osservazioni già presentate dal Gruppo di lavoro in ordine allo stato delle carceri, ma la situazione rimane allarmante per i migranti. La recente abolizione, tra le circostanze aggravanti in caso di commissione dei reati, dell’immigrazione clandestina, è certo un passo molto importante, ma ad avviso del Working group la permanenza dell’ingresso irregolare sanzionato in sede amministrativa costituisce un motivo di preoccupazione. Allarme per la situazione nei CIE e per i tempi lunghi di detenzione in questi centri nonché per le troppe misure di espulsione adottate, talvolta anche nei confronti di minori non accompagnati. In Italia, inoltre, mancano procedure di asilo eque e nel sistema italiano, in via generale, c’è ancora una grave lacuna costituita dall’assenza di un’istituzione nazionale indipendente che si occupi di diritti umani come richiesto, invece, in sede internazionale, dai principi di Parigi contenuti nella risoluzione 48/134 dell’Assemblea generale del 20 dicembre 1993. Una parte del rapporto è dedicata al regime speciale del 41bis per il quale sono richieste modifiche soprattutto per migliorare il sistema di controllo regolare sulla misura che dispone il prolungamento del regime.

Il rapporto del Working group guidato da Mads Andenas è stato trasmesso al Consiglio per i diritti umani. Si veda il comunicato stampa http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=14853&LangID=E

Scritto in: diritti umani | in data: 20 luglio 2014 |
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