Un testo utile per fare luce, con norme alla mano, sulla situazione dei parlamentari negli Stati membri dell’Unione europea. Grazie al Manuale sulle incompatibilità e l’immunità dei membri del Parlamento europeo redatto a seguito di uno studio della Commissione giuridica del Parlamento europeo (PE 493.029 IPOL-JURI_ET(2014)493029_EN) è possibile verificare le situazioni esistenti negli Stati membri, con la precisa individuazione delle autorità competenti nazionali e le norme applicabili. Lo studio sarà aggiornato in modo regolare.

Scritto in: immunità, Unione europea | in data: 30 agosto 2014 |
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Nel caso di richiesta di esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso nei confronti di un cittadino italiano, l’autorità nazionale è obbligata ad apporre la condizione del rinvio in Italia in linea con l’articolo 19 della legge n. 69/2005 relativa al recepimento della decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sezione feriale penale, con sentenza n. 36094/14 del 22 agosto (Mae). La Corte di appello di Genova aveva disposto l’esecuzione di un mandato di arresto emesso dal Tribunale di grande istanza di Grasse (Francia) nei confronti di un cittadino italiano. Quest’ultimo aveva impugnato il provvedimento dinanzi alla Cassazione ritenendo, tra gli altri motivi, che non era stata rispettata la condizione della doppia incriminazione, non erano state accluse le norme rilevanti, un adeguato materiale probatorio e non era stata apposta la clausola relativa al rinvio in Patria esaurite le esigenze processuali. La Cassazione ha respinto il ricorso per gli altri motivi, accogliendolo solo in relazione all’indicata clausola. Prima di tutto, osserva la Cassazione, per assicurare il rispetto del principio della doppia punibilità non è necessario che lo schema astratto della norma incriminatrice dell’ordinamento straniero “trovi il suo esatto corrispondente in una norma italiana dell’ordinamento italiano”. E’ sufficiente, infatti, che la concreta fattispecie sia punibile in entrambi gli ordinamenti senza che vi sia una corrispondenza formale. Né è possibile bloccare l’esecuzione del mandato di arresto solo perché non è stato consegnato il testo delle disposizioni applicabili. Inoltre, le autorità emittenti non sono tenute a un’elaborazione dei dati fattuali perché è sufficiente che l’autorità dell’esecuzione possa evincere la gravità del fatto e procedere, anche perché spetta allo Stato emittente valutare le esigenze di misure cautelari. La Cassazione ha invece accolto il ricorso per la sola parte relativa all’assenza della condizione del rinvio in Italia del cittadino che il giudice è tenuto ad apporre ex officio, secondo l’articolo 19 della legge n. 69/2005 in base al quale “se la persona oggetto del mandato d’arresto europeo ai fini di un’azione penale è cittadino o residente dello Stato italiano, la consegna è subordinata alla condizione che la persona, dopo essere stata ascoltata, sia rinviata nello Stato membro di esecuzione per scontarvi la pena o la misura di sicurezza privative della libertà personale eventualmente pronunciate nei suoi confronti nello Stato membro di emissione”, salvo nei casi in cui non vi sia un’espressa diversa richiesta dell’interessato.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 28 agosto 2014 |
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La comunità internazionale si mobilita, con ritardo, di fronte agli stermini commessi dall’Isis (Islamic State of Iraq and the Levant). E anche le organizzazioni internazionali si svegliano, senza però una reale strategia e mostrando, ancora una volta, non di aver compreso l’entità degli stermini in un contesto in cui quelle che erano prima entità da supportare si trasformano in nemici da abbattere. Basti pensare alla Siria che la comunità internazionale voleva bombardare solo un anno fa mentre oggi gli Stati Uniti si trovano quasi a combattere contro l’Isis a fianco del Presidente siriano Bashar al-Assad .

In ambito Onu è intervenuto il Comitato sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (CERD) con l’adozione della decisione n. 1(85) (early-warningDecisionIraq). Esaminati i rapporti sull’Iraq e le comunicazioni di diverse organizzazioni non governative, il Comitato chiede al Consiglio per i diritti umani di convocare una sessione speciale per affrontare la situazione e spinge il Segretario generale a chiedere al Consiglio di sicurezza l’istituzione di una forza di pace Onu per creare una zona di sicurezza nella zona di Niniveh.

Anche l’Alto Commissario per i diritti umani Navi Pillay, in una Dichiarazione del 25 agosto (Pillay), ha evidenziato le gravi violazioni dei diritti umani condotte dall’Isis, inclusi abusi sessuali, sterminio della popolazione, riduzione in schiavitù, distruzione di luoghi religiosi. Si tratta – ha precisato Pillay – di “persecuzioni equiparabili a crimini contro l’umanità”. Molti uomini sono stati uccisi solo perché hanno rifiutato di convertirsi, mentre donne e bambini sono stati ridotti in schiavitù.

Dal canto suo, il  Consiglio di sicurezza ha adottato, il 15 agosto,  la risoluzione 2170 (N1450849) e, qualche giorno dopo, una dichiarazione a seguito dell’uccisione del giornalista statunitense James Foley da parte dei terroristi dell’Isis (SPress Statement). Nella risoluzione n. 2170, il Consiglio di sicurezza chiede agli Stati di assicurare alla giustizia gli autori degli atti di terrorismo e sottolinea con allarme la diffusione del terrore da parte dell’Isis, mostrando preoccupazione per le attività di reclutamento attraverso l’uso delle nuove tecnologie e il finanziamento all’Isis. Sulla base del capitolo VII, condannando i crimini commessi, il Consiglio di sicurezza, in linea con la risoluzione n. 2161 del 2014, chiede la cessazione delle violenze e dispone sanzioni nei confronti di diversi individui appartenenti all’Isis, costola di Al-Qaida.

L’8 agosto, intanto, sono iniziati i bombardamenti aerei da parte degli Stati Uniti in supporto dei peshmerga curdi che hanno portato il Governo iracheno a riprendere, almeno per il momento, il controllo della diga di Mosul.

L’Unione europea è scesa in campo – si fa per dire – con una dichiarazione del Consiglio del 15 agosto 2014 (144311).

Scritto in: crimini contro l'umanità | in data: 27 agosto 2014 |
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No al mantenimento del cognome del marito alla ex moglie che rivendica la conservazione in ragione della tutela della sua identità personale. Questo perché il mantenimento può essere ammesso solo in casi straordinari, tenendo conto che è necessario salvaguardare le esigenze dell’ex marito che ha diritto a ricrearsi una famiglia in linea con l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. E’ il principio fissato dalla Corte di cassazione, sesta sezione civile, con l’ordinanza interlocutoria n. 18141/14 del 22 agosto (cognome), con la quale la Suprema Corte, a nostro avviso, ha tenuto conto dell’importanza del cognome in rapporto all’identità personale, salvaguardando i diritti dell’effettivo titolare del cognome.

Alla Cassazione si era rivolta una donna, divorziata dal marito, che chiedeva di continuare ad usare il cognome dell’ex coniuge poiché l’aveva utilizzato per oltre 30 anni e serviva ad assicurare la tutela della sua identità personale. Una tesi respinta dalla Cassazione che, a differenza di quanto prospettato dalla donna, ravvisa, nel caso in cui fosse accolta la richiesta di un continuo utilizzo del cognome dell’ex marito alla prima moglie, un possibile pregiudizio proprio per l’ex marito che vuole ricreare “esercitando un diritto fondamentale a mente dell’articolo 8 CEDU, un nuovo nucleo familiare che sia riconoscibile, come legame familiare attuale, anche nei rapporti sociali e in quelli rilevanti giuridicamente”. Tuttavia, tenendo dell’importanza della questione e dell’assenza di precedenti, la Cassazione ha deciso di rimettere la questione alla pubblica udienza della prima sezione della Cassazione anche se l’ordinanza fornisce indicazioni nel senso di non ammettere il mantenimento del cognome dell’ex marito.

Scritto in: CEDU | in data: 26 agosto 2014 |
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La Danimarca accetta di aderire alla modifica del regolamento n. 1215/2012 dovute alle competenze attribuite al Tribunale unificato dei brevetti. E lo fa stipulando un Accordo con l’Unione europea  concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (accordo). Il 15 maggio 2014 è stato adottato il regolamento (UE) n. 542/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica del regolamento (UE) n. 1215/2012 per quanto riguarda le norme da applicare con riferimento al Tribunale unificato dei brevetti e alla Corte di giustizia del Benelux (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/tribunale-unificato-dei-brevetti-modificato-il-regolamento-n-12152012.html). La Danimarca, con lettera del 2 giugno 2014, ha notificato alla Commissione la decisione di attuare il contenuto del regolamento (UE) n. 542/2014. Ciò significa che le disposizioni di tale regolamento si applicheranno alle relazioni fra l’Unione europea e la Danimarca.

Va ricordato che la Danimarca partecipa al regolamento n. 1215/2012 (http://www.marinacastellaneta.it/blog/accordo-tra-danimarca-e-ue-sul-regolamento-bruxelles-i-bis.html).

Scritto in: brevetto, cooperazione giudiziaria civile | in data: 24 agosto 2014 |
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L’accertamento della residenza abituale del minore è essenziale per verificare se si è verificato un caso di sottrazione internazionale di minori. Lo ha precisato la Corte di cassazione, I sezione civile, nella sentenza n. 16648/14 (sottrazione) con la quale la Corte ha chiarito che “il parametro della residenza abituale posto a salvaguardia della continuità affettivo-relazionale del minore, non è in contrasto ma al contrario valorizza la preminenza dell’interesse del minore”. Il caso arrivato alla Suprema Corte ha preso il via dal ricorso di una donna che chiedeva il rientro in Brasile del figlio minore, il quale viveva in Italia con il padre. Il Tribunale per i minorenni di Firenze, al quale la donna si era rivolta per il trasferimento del figlio (l’altro era già con lei in Brasile) sostenendo che il marito l’aveva sottratto, aveva respinto la richiesta stabilendo che non vi era stato alcun caso di sottrazione ai sensi della Convenzione dell’Aja sulla sottrazione internazionale dei minori del 25 ottobre 1980 (atto, come è noto, ratificato dall’Italia con legge 15 gennaio 1994 n. 64), proprio perché la residenza del minore era in Italia. Marito e moglie erano su posizioni contrapposte: il primo sosteneva che la residenza abituale era in Italia. E’ vero – riconosceva il marito – che vi erano stati viaggi in Brasile, anche per sondare la possibilità di un trasferimento, ma la scelta era stata poi quella di rimanere in Italia, luogo della residenza che abbracciava l’intera vita del minore. La donna rimasta in Brasile con un altro figlio, invece, riteneva che vi era un accordo per vivere in Brasile e chiedeva il rientro dell’altro figlio. Il Tribunale per i minorenni, respingendo l’istanza della donna, ha anche confermato che il rientro in Italia non era uno sradicamento ma una ripresa della vita familiare. Una tesi condivisa dalla Cassazione che ha tenuto ad accertare l’effettiva residenza abituale, secondo i criteri imposti dalla Convenzione dell’Aja. Proprio l’Italia -osserva la Suprema Corte – era il luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale del minore, senza che possa aver rilievo l’ultimo trasferimento. Le caratteristiche temporali e di radicamento in Brasile, sia quantitativamente che qualitativamente, erano molto inferiori rispetto alla situazione fattuale anteriore. Ora, tenendo conto dell’analisi accurata svolta dal Tribunale sull’effettivo centro dei legami affettivi del minore, la Cassazione ha respinto il ricorso della donna escludendo che vi fosse una sottrazione internazionale del minore. A ciò si aggiunga – prosegue la Cassazione – che eventuali deroghe al ripristino della situazione “ex qua ante” sono consentite dall’articolo 13 della Convenzione in casi eccezionali, se vi sia il fondato rischio di compromettere l’interesse superiore del minore o quest’ultimo si opponga. Né il Tribunale ha trascurato il parametro della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Di qui l’esclusione di un’ipotesi di sottrazione internazionale e la giusta conclusione del Tribunale nel rigettare la domanda della donna, il cui ricorso è stato respinto anche in Cassazione.

Scritto in: sottrazione internazionale di minori | in data: 23 agosto 2014 |
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Pieno rispetto del Trattato di estradizione con il Brasile e via libera alla consegna di un cittadino brasiliano che deve scontare la pena per traffico di organi e associazione a delinquere nel Paese di origine. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con sentenza n. 30087/14 depositata il 9 luglio (30087:14). L’uomo, condannato nel Paese carioca, si opponeva all’estradizione invocando il rischio di trattamenti disumani e degradanti: la consegna, a suo avviso, costituiva una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Una tesi non condivisa dalla Cassazione che ha respinto il ricorso e confermato la decisione della Corte di appello di Roma che ha dato attuazione al Trattato sull’estradizione tra Italia e Brasile del 17 ottobre 1989, in vigore dal 1° agosto 1993 e ratificato dall’Italia con legge 23 aprile 1991 n. 144 (http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_3.wp?detail=y&tabait=y&tab=a&ait=AIT32555&aia=AIA78755). Ad avviso della Cassazione nulla impedisce l’estradizione perché, anche i rapporti delle organizzazioni non governative sulla situazione dei diritti dell’uomo in Brasile, mostrano che le violazioni sono frutto di situazioni occasionali e che vi è un progressivo miglioramento della situazione nel Paese. Inoltre, per la Corte di cassazione è stato rispettato il principio della doppia incriminazione che non deve consistere in una “piena e perfetta sovrapponibilità”, essendo sufficiente “un’equivalenza delle concezioni repressive, essendo inevitabile la modulazione delle varie ipotesi di reato nei rispettivi ordinamenti penali”. Ora, poiché il traffico di organi è riconducibile all’articolo 582 e 583 del codice penale, che sarebbe configurabile anche la tratta di persona sanzionata dall’articolo 601 c.p. e che per l’associazione a delinquere non sorge alcun problema riguardo alla doppia incriminazione, la Corte di cassazione ha ritenuto infondato il ricorso e dato il via libera all’estradizione.

Si veda, in senso diverso, il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/estradizione-in-brasile-no-per-le-sistematiche-violazioni-dei-diritti-dei-detenuti.html

Scritto in: estradizione | in data: 21 agosto 2014 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo è intervenuta nuovamente, con la sentenza Rouiller contro Svizzera del 22 luglio 2014 (ricorso n. 3592/08, AFFAIRE ROUILLER c. SUISSE), sulla sottrazione internazionale dei minori e, in particolare, sul rapporto tra Convenzione dell’Aja sulla sottrazione internazionale dei minori del 25 ottobre 1980 e l’articolo 8 della CEDU che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. E lo ha fatto stabilendo che un trasferimento del minore, seppure di pochi chilometri ma comunque oltre confine rispetto alla residenza abituale, costituisce un caso di sottrazione comportando conseguenze sui bambini e su uno dei genitori.

Il ricorso contro la Svizzera era stato presentato da una cittadina elvetica che, accusata di sottrazione internazionale di minori, contestava la decisione dei tribunali nazionali che, in appello e in  ultimo grado, avevano ordinato alla donna di far rientrare i minori in Francia. La donna era stata sposata con un cittadino francese dal quale aveva avuto due figli. La coppia viveva in Francia, a sette chilometri dal confine svizzero. Con la decisione che sanciva il divorzio, i giudici avevano deciso l’affido condiviso, affidando i minori alla madre e consentendo il diritto di accesso al padre. Entrambi i genitori contestavano la decisione. La donna si era poi trasferita in Svizzera. Di qui la denuncia dell’ex marito ai quali, in ultimo, i giudici nazionali hanno dato ragione. La donna si è così rivolta a Strasburgo sostenendo che vi era stata una violazione dell’articolo 8 sul diritto al rispetto della vita privata e familiare. La Corte europea non ha ritenuto fondato il ricorso. E’ vero che lo spostamento da un  luogo di residenza all’altro era stato minimo (di soli 7 chilometri),  ma non era stato privo di conseguenze per il diritto di accesso del padre. Non solo. Anche tenendo conto delle dichiarazioni di un figlio che voleva tornare in Francia, non si può sostenere che il trasferimento non avesse inciso negativamente sui bambini i quali, d’altra parte, senza lo spostamento di residenza, sarebbero stati scolarizzati in Svizzera in un ambiente culturale e sociale diverso rispetto a quello francese. Inoltre, come chiarito in diverse occasioni, l’interesse superiore del minore non può essere valutato solo sulla base delle dichiarazioni di minori. Bene hanno fatto, quindi, i giudici nazionali a considerare illecito il trasferimento agendo nel pieno rispetto dell’articolo 8 della Convenzione visto che hanno preso in debita considerazione le ragioni della donna.

Scritto in: sottrazione internazionale di minori | in data: 19 agosto 2014 |
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La Corte di cassazione, sesta sezione penale, con sentenza n. 29555/14 del 7 luglio (29555 MAE) interviene, ancora una volta, sulla nozione di residenza ai fini dell’applicazione della legge n. 69/2005 relativa al recepimento della decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri. Per la Suprema Corte, investita del ricorso di un cittadino rumeno che si opponeva alla consegna decisa dalla Corte di appello di Catanzaro invocando la residenza in Italia, in questi casi è necessario dimostrare un radicamento reale ed effettivo, non estemporaneo, tenendo conto, tra i vari indici da considerare, della legalità della presenza in Italia e di un apprezzabile distacco tra la residenza in Italia e il momento della commissione del reato. Nel caso di specie, la Corte di appello aveva adeguatamente motivato il fatto che il condannato non aveva una residenza stabile in Italia, ma si trovava in una situazione precaria. La Cassazione ha anche respinto l’altro motivo di ricorso in base al quale la consegna doveva essere esclusa perché non era stata inviata nei termini la sentenza di condanna. Per la Suprema Corte, infatti, è certa la legittimità della consegna anche se la sentenza viene acquisita successivamente laddove la documentazione, come nel caso di specie, contenga “tutti gli elementi conoscitivi necessari e sufficienti per la decisione”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/mae-residenza-effettiva-e-non-solo-anagrafica-per-scontare-la-pena-in-italia.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 18 agosto 2014 |
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Sul materiale probatorio necessario per accertare la possibilità di escludere l’estradizione per violazione dei diritti umani è intervenuta la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con sentenza depositata l’11 luglio (30864 estradizione). Per la Suprema Corte è possibile, per accertare la situazione dei diritti umani in un Paese e, soprattutto l’esistenza di un effettivo rischio di trattamenti lesivi della persona, rifarsi a documenti ufficiali di organizzazioni internazionali nonché di organizzazioni non governative, ma a patto che si tratti di documenti fondati su fatti accertati. Nei casi di estradizione – osserva la Cassazione – non è necessario ottenere una prova certa e insuperabile, poiché è possibile ricorrere a informazioni mediate che possono rientrare nel concetto di fatto notorio. Tuttavia, i documenti indicati a supporto del no all’estradizione devono essere del tutto attendibili e non generici, oltre a dover essere basati su fatti. Così non era nel caso di specie che riguardava la richiesta di estradizione dell’Ucraina nei confronti di un cittadino ucraino che aveva commesso una rapina in Polonia. La Corte di appello di Venezia aveva negato l’estradizione adducendo le sistematiche violazioni dei diritti umani in Ucraina, citando a supporto anche il caso Tymoschenko. Una conclusione non condivisa dalla Suprema Corte proprio in ragione del fatto che le fonti non erano del tutto attendibili. Non solo. Per la Cassazione nei rapporti mancano gli elementi idonei a dimostrare “ordinari trattamenti lesivi di diritti umani”. In pratica, manca la sistematicità delle violazioni. A supporto di questa conclusione, la Cassazione richiama anche la circostanza che i casi di cui si è occupata la Corte europea dei diritti dell’uomo sono pochi “soprattutto se paragonati a quelli che riguardano l’Italia”. Né si può citare il caso Tymoschenko viste le motivazioni politiche che riguardavano l’ex presidente dell’Ucraina e che certo non coinvolgono il ricorrente. In ultimo, il clima politico attuale non incide – precisa la Cassazione – sulla situazione del detenuto. Pertanto, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte di appello di Venezia e disposto l’estradizione.

Scritto in: estradizione | in data: 17 agosto 2014 |
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