E’ stata pubblicata, sulla Gazzetta Ufficiale n. 251 del 28 ottobre, la legge 7 ottobre 2014 n. 154 contenente la “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea – Legge di delegazione europea 2013 – secondo semestre” (legge europea) che stabilisce la deadline di due anni per il Governo per procedere all’adozione di decreti legislativi per l’attuazione delle direttive contenute negli allegati A e B. Inoltre, la legge delega il Governo ad adottare, entro due anni, le norme relative a sanzioni penali o amministrative per la violazione di obblighi contenuti in direttive o regolamenti Ue. Tra gli altri settori interessati, quello del rating del credito e dei fondi europei. La legge n. 154 mette anche mano alle regole sulla protezione internazionale. L’articolo 7, infatti, contiene la delega al Governo per l’adozione di un testo unico delle disposizioni di attuazione della normativa dell’Unione europea in materia di protezione internazionale e di protezione temporanea con l’obiettivo di dare organicità a una materia frammentata. Spazio anche a interventi nel campo della cooperazione giudiziaria penale, in particolare con riguardo all’attuazione della decisione quadro 2006/783/GAI, relativa all’applicazione del principio del reciproco riconoscimento delle decisioni di confisca. In questo caso, i tempi stringono e, quindi, il Governo avrà a disposizione solo sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge.

Tra le direttive di particolare interesse contenute nell’allegato B la direttiva 2013/11/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013, sulla risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori, che modifica il regolamento (CE) n. 2006/2004 e la direttiva 2009/22/CE (Direttiva sull’ADR per i consumatori), nonché la direttiva 2014/42/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 3 aprile 2014, relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi da reato nell’Unione europea.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 31 ottobre 2014 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo, con decisione del 23 settembre (ricorso n. 61781/08, TORNO v. ITALY) è intervenuta a chiarire la compatibilità della legge n. 364 del 20 giugno 1909 sull’inalienabilità delle antichità e delle belle arti con l’articolo 1 del Protocollo 1 della Convenzione dei diritti dell’uomo che assicura la tutela del diritto di proprietà. A rivolgersi a Strasburgo sono stati tre cittadini proprietari di alcuni beni archeologici. Il ministero della cultura considerava quei beni come patrimonio indisponibile dello Stato e aveva agito in giudizio per chiederne la restituzione. Il ricorso del Ministero era stato respinto in primo e secondo grado sul presupposto che il Ministero doveva provare che gli scavi, che avevano portato alla scoperta dei beni, erano stati compiuti dopo l’entrata in vigore della legge. La Cassazione aveva invece annullato la pronuncia e chiesto un nuovo giudizio. La Corte di appello ha così ribaltato il primo verdetto, con una pronuncia confermata in Cassazione. Spetta al proprietario – hanno stabilito i giudici italiani – provare che il materiale archeologico era stato prelevato prima dell’entrata in vigore della legge n. 364. Un’inversione dell’onere della prova a carico dei proprietari che per la Corte europea è del tutto conforme alla Convenzione, anche in ragione del pubblico interesse che sottende la protezione di beni di elevato valore culturale, artistico e archeologico. Per Strasburgo, gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento in ordine alle misure relative all’uso della proprietà. Tale discrezionalità – osserva la Corte europea – è ancora più ampia se lo Stato ha l’obiettivo di preservare il patrimonio culturale e artistico del Paese, la cui protezione è affidata allo Stato. Di conseguenza, affermare come ha fatto la Cassazione, una presunzione di proprietà dello Stato e riversare l’onere della prova sul momento in cui sono stati acquisiti i beni sul proprietario non costituisce una violazione della Convenzione. Si tratta, infatti, di un’ingerenza proporzionata fondata su una norma chiara che protegge coloro che già possedevano i beni prima dell’entrata in vigore della legge e che stabilisce norme chiare per il futuro.

Scritto in: CEDU | in data: 30 ottobre 2014 |

Via libera all’attuazione, anche in Italia, del Protocollo facoltativo al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, adottato a New York il 10 dicembre 2008. L’Italia ha infatti adottato la legge 3 ottobre 2014 n. 152, di ratifica ed esecuzione dell’accordo (Protocollo), che permetterà anche agli individui o a gruppi di individui, sottoposti alla giurisdizione italiana, di presentare una comunicazione contro lo Stato per violazione dei diritti economici, sociali e culturali riconosciuti nel Patto (qui la traduzione non ufficiale del Protocollo Protocollo trad.), tra i quali il diritto al lavoro, all’equo compenso, alla sicurezza sociale. Un atto significativo proprio nell’epoca delle restrizioni ai diritti sociali sacrificati sull’altare del pareggio del bilancio.

La Comunicazione deve essere presentata previo esaurimento dei ricorsi interni ed entro 12 mesi dalla pronuncia interna definitiva. E’ esclusa la competenza del Comitato per fatti successivi all’entrata in vigore del Protocollo. Il Comitato può rifiutarsi di esaminare una comunicazione laddove ritenga che non vi sia un pregiudizio evidente salvo nei casi in cui la questione non sollevi una grave questione di interesse generale. Il procedimento, che può chiudersi con un regolamento amichevole, termina con le osservazioni del Comitato contenute in una raccomandazione inviata allo Stato, il quale entro sei mesi deve fornire una risposta scritta. Il Comitato, qualora non sia soddisfatto delle risposte, può prevedere che lo Stato presenti un supplemento d’informazione.

Il Protocollo è entrato in vigore, sul piano internazionale, il 5 maggio 2013 e, al 27 ottobre, è stato ratificato da 16 Stati, tra i quali il Belgio, il Portogallo, la Slovacchia, la Spagna  la Finlandia.

Scritto in: diritti umani | in data: 28 ottobre 2014 |
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Notai con competenza esclusiva nell’adozione del certificato successorio europeo. E’ una delle novità introdotte dalla legge europea 2013 bis, approvata il 21 ottobre (Camera.it –) che aggiunge un tassello importante in vista dell’attuazione del regolamento Ue n. 650/2012 sulla competenza, legge applicabile, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni e degli atti pubblici in materia di successioni e alla creazione di un certificato successorio europeo, che entrerà in vigore il 17 agosto 2015 (non prendono parte al regolamento Regno Unito, Irlanda e Danimarca). Il testo Ue lasciava spazio agli Stati nell’individuazione dell’organo giurisdizionale competente a emettere il certificato che avrà valore anche negli altri Stati membri. L’Italia, con l’articolo 38 della legge europea, dà la competenza ai notai, individuati come unica autorità competente a emettere il certificato successorio su richiesta degli interessati. Il certificato potrà essere utilizzato dagli eredi, dai legatari “che vantano diritti diretti sulla successione e dagli esecutori testamentari o amministratori dell’eredità che, in un altro Stato membro, hanno necessità di far valere la loro qualità o di esercitare, rispettivamente, i loro diritti di eredi o legatari e/o i loro poteri come esecutori testamentari o amministratori dell’eredità”.

In base a quanto disposto dalle legge europea,  in caso di reclamo la competenza è attribuita al tribunale del luogo in cui risiede il notaio.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/successioni-internazionali-divulgato-uno-studio-delleuroparlamento-sul-regolamento-n-6502012.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 26 ottobre 2014 |
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Qui la sentenza 238

 

 

 

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 24 ottobre 2014 |
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Se i giudici nazionali, nel condannare un giornalista per diffamazione, non tengono conto della circostanza che il reporter ha agito in buona fede e nel rispetto delle regole deontologiche, è certo un contrasto con l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che assicura il diritto alla libertà di espressione. Il principio è stato affermato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza depositata il 21 ottobre (Hlynsdottir contro Islanda (n. 2), ricorso n. 54125/10, ERLA HLYNSDOTTIR) che è costata una condanna all’Islanda. E’ stata una reporter islandese a rivolgersi ai giudici internazionali dopo essere stata condannata per diffamazione per aver scritto su un fatto di cronaca che aveva suscitato grande interesse. La giornalista aveva riportato i dubbi esistenti intorno alla figura del direttore di un centro di riabilitazione e di sua moglie accusati da alcuni pazienti di abusi sessuali. Sul giornale erano anche apparse le dichiarazioni di alcune pazienti che accusavano i due. A seguito dell’azione del direttore sanitario, che era stato indagato, e della donna, la giornalista era stata condannata dai giudici nazionali che – osserva la Corte europea – non hanno seguito i parametri di Strasburgo. Prima di tutto la questione riportata era di interesse pubblico ed era stata ampiamente seguita dai media. Non solo. Il giornalista aveva cercato di sentire le parti interessate e aveva riportato le dichiarazioni della presunta vittima. E’ evidente che la giornalista aveva agito in buona fede, rispettato le regole del buon giornalismo e cercato un giusto equilibrio che varia notevolmente a seconda del medium usato. Senza dimenticare che né i giudici nazionali né la Corte possono sostituirsi ai giornalisti nella costruzione di un articolo. I giudici nazionali, sui quali grava l’onere della prova, non hanno dimostrato la cattiva fede del giornalista e non hanno, quindi, effettuato un bilanciamento tra gli interessi in gioco così come non hanno dimostrato l’esistenza di un bisogno sociale imperativo nel limitare la libertà di stampa.Di qui, la condanna della Corte all’Islanda i cui giudici nazionali hanno dimenticato la Convenzione non considerando, per di più, il contesto e le modalità di preparazione dell’articolo. Straburgo, inoltre, ha considerato che il solo accertamento della violazione non costituisse una misura sufficiente e ha così condannato lo Stato a versare alla giornalista 2.500 euro per i danni patrimoniali e  5.500 per quelli morali, misura necessaria per indennizzare la reporter dello stress e della frustrazione subita.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 24 ottobre 2014 |
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Dal 10 gennaio 2015 entrerà in vigore il regolamento n. 1215/2012 sulla competenza giurisdizionale, l’esecuzione e il riconoscimento delle decisioni in materia civile e commerciale (Bruxelles I bis) che ha proceduto alla rifusione del regolamento n. 44/2001. Per fare il punto sulle modifiche e sugli sviluppi applicativi, anche sotto ilprofilo pratico, si terrà a Verona, dal 28 al 29 novembre, una conferenza internazionale dal titolo “International Litigation in Europe: the Brussels I Recast as a panacea?” (qui il programma completo Flyer Verona Conference). La due giorni, alla quale parteciperanno i massimi esperti nazionali e internazionali, si terrà presso il Dipartimento di giurispudenza (Aula Cipolla) dell’Università di Verona. E’ richiesta la registrazione, ma la partecipazione al convegno è gratuita. Sono previsti 6 crediti formativi per gli avvocati. La conferenza scandaglierà tutti gli aspetti incluse le novità rispetto al precedente regolamento. Si parte il 28 novembre alle 13.30: la giornata è articolata in 3 sessioni che passeranno in rassegna gli aspetti di carattere generale e gli obiettivi da perseguire, l’eccezione in materia di arbitrato e l’ambito di applicazione territoriale. Al centro della seconda sessione le norme speciali e sulla competenza obbligatoria con particolare riguardo a una novità costituita dall’individuazione del giudice competente sul recupero dei beni culturali. Il primo giorno si conclude con l’esame dell’utilizzo della volontà delle parti come titolo di giurisdizione. L’incontro prosegue il 29 alle ore 9.00 con 3 sessioni dedicate, tra l’altro, alla delicata tematica del riconoscimento e dell’esecuzione delle decisioni e ai rapporti con altre convenzioni internazionali. Un appuntamento da non mancare.
Scritto in: convegni | in data: 22 ottobre 2014 |

Per celebrare la giornata europea della lotta contro la tratta degli esseri umani fissata il 18 ottobre, la Commissione europea ha diffuso la relazione intermedia sulla strategia Ue per gli anni 2012-2016 (20141017_), un rapporto sulle statistiche relative al 2010-2012  nonché la comunicazione del 17 ottobre sull’applicazione della direttiva 2004/81/CE riguardante il titolo di soggiorno da rilasciare ai cittadini di paesi terzi vittime della tratta di esseri umani (communication). Nel triennio 2010-2012 le vittime della tratta sono state 30.146. Questi i dati scomposti: l’80% delle vittime registrate sono donne e il 16% minori. Il 69% delle vittime è stato oggetto di tratta a fini di sfruttamento sessuale. Ma c’è anche lo sfruttamento di manodopera che vede sempre in primo piano, come vittime, le donne (71%). Il 65% delle vittime registrate sono cittadini dell’Unione. Passando dal lato delle vittime a quelle degli aguzzini, il 70% dei trafficanti (indagati, imputati o condannati) è costituito da uomini. Le condanne per tratta nel triennio sono state 3.786.

Per quanto riguarda la comunicazione sull’applicazione della direttiva 2004/81, la Commissione sottolinea che la possibilità di rilasciare titoli di soggiorno temporanei ai cittadini di Paesi terzi vittime della tratta “è attualmente sottoutilizzata” tant’è che  nel 2012 – osserva Bruxelles – “sono stati concessi nell’UE solo 1.124 primi titoli di soggiorno alle vittime che cooperavano con le autorità, contro 2.171 cittadini di paesi terzi vittime della tratta registrati dagli Stati membri nello stesso anno.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/traffico-di-esseri-umani-in-continuo-aumento-nellunione-europea.html

Scritto in: Unione europea | in data: 21 ottobre 2014 |
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Sì alla trasformazione del contratto di lavoro part-time in uno a tempo pieno anche senza il consenso del lavoratore. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea in una sentenza depositata il 15 ottobre (C-221:13) resa su un rinvio pregiudiziale del Tribunale di Trento. Una funzionaria del ministero della giustizia si era opposta alla decisione unilaterale del Ministero, che le aveva imposto la trasformazione del suo contratto da part-time a tempo pieno, ritenendola in contrasto con la direttiva 97/81 relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES. Una tesi che non convinto la Corte secondo la quale la direttiva impone di raggiungere il risultato di eliminare ogni forma di discriminazione tra lavoratori a tempo parziale e quelli a tempo pieno, ma lascia gli Stati membri liberi nella scelta dei mezzi. Certo, osserva la Corte, l’eventuale opposizione del lavoratore al cambiamento del rapporto di lavoro non può essere l’unico motivo per un eventuale licenziamento, ma se ci sono ragioni obiettive la trasformazione del rapporto può avvenire anche senza il consenso del lavoratore. Con la conseguenza che la legge n. 183 del 2010, che consente questa possibilità per la pubblica amministrazione, non è contraria al diritto Ue.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 19 ottobre 2014 |
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Le autorità nazionali che non adottano misure adeguate ed effettive per assicurare l’esecuzione di una sentenza che dispone l’affidamento di un minore alla madre commettono una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. E’ il principio stabilito dalla Corte di Strasburgo nella sentenza del 16 ottobre relativa al caso Vorozhba (ricorso n. 57960/11, AFFAIRE VOROZHBA c. RUSSIE) che è costata una condanna alla Russia. E’ stata la madre di un bambino al quale i tribunali nazionali avevano affidato il figlio, sottratto dal padre, a rivolgersi alla Corte a causa dell’inerzia delle autorità nazionali russe nella fase di esecuzione della sentenza. A fronte di un verdetto favorevole alla madre, le misure adottate dagli organi competenti erano state del tutto inefficaci, con la conseguenza che, per molto tempo, il padre, non rispettando la sentenza, l’aveva avuta vinta continuando a vivere con il figlio. Un’evidente violazione della Convenzione che – osserva Strasburgo – impone alle autorità nazionali, di fronte al rifiuto persistente di un genitore nell’eseguire una sentenza, di adottare misure coercitive effettive e concrete per spingere il genitore a eseguire la sentenza. Questo vuol dire che gli Stati sono tenuti ad adottare strumenti giuridici adeguati e sufficienti al fine di garantire il rispetto degli obblighi positivi che incombono in base all’articolo 8 della Convenzione. Lasciare ineseguita una sentenza in materia di rapporti familiari comporta, in base alla pronuncia di Strasburgo, una pressoché automatica violazione della Convenzione. Senza dimenticare che viene leso l’interesse superiore del minore. Ma c’è di più. Tra i parametri da prendere in considerazione, la Corte individua il fattore tempo. Questo vuol dire che il carattere adeguato di una misura deve essere giudicato tenendo conto della sua rapidità nell’esecuzione. Anche perché il trascorrere del tempo ha conseguenze irrimediabili sulla vita e sui rapporti familiari del minore e dell’altro genitore. La Corte, accertata la violazione, ha anche riconosciuto un indennizzo di 10mila euro per i danni non patrimoniali subiti dalla madre.

 

Scritto in: CEDU | in data: 17 ottobre 2014 |
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