Via libera allo svolgimento di procedimenti paralleli, penali e fiscali, per uno stesso fatto, a patto, però, che un processo non si sia già chiuso con una sentenza definitiva. In questo caso, infatti, scatta l’applicazione del principio del ne bis in idem con la conseguente violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione dei diritti dell’uomo se uno dei due procedimenti va avanti. Ancora una volta, la Corte di Strasburgo è intervenuta sulla complessa questione dell’applicazione del principio del ne bis in idem nel caso di infrazioni fiscali che portano a un  procedimento amministrativo e a uno penale. Con la sentenza depositata ieri, che è costata una condanna alla Svezia (Lucky Dev, CASE OF LUCKY DEV v. SWEDEN) e che avrà certo effetti in tutti gli Stati che hanno ratificato la Convenzione, inclusa l’Italia, Strasburgo ha precisato la portata del ne bis in idem escludendo, tra l’altro, che l’articolo 4 si occupi di litispendenza.

Alla Corte europea si era rivolta una donna accusata di aver dichiarato meno entrate nonché di alcune irregolarità contabili. Il procedimento all’agenzia delle entrate, conclusosi dinanzi al giudice amministrativo, aveva portato alla condanna della donna al pagamento di una sovrattassa. Mentre la pronuncia non era ancora definitiva, era stato avviato un procedimento penale. La donna era stata assolta, in via definitiva, per i reati fiscali, mentre aveva subito una condanna per irregolarità contabili. In una certa fase, quindi, si erano svolti due procedimenti paralleli malgrado una pronuncia definitiva. Una chiara violazione dell’articolo 4 per la Corte. Prima di tutto, Strasburgo ha chiarito che il procedimento fiscale poteva essere qualificato come penale. In secondo luogo, la Corte ha precisato che, nel prevedere il principio del ne bis in idem, il Protocollo punta a impedire doppi procedimenti giudiziari che per reati derivanti dallo stesso fatto o da fatti che sono sostanzialmente gli stessi, intrinsecamente legati nel tempo e nello spazio, nei casi in cui un processo si sia già concluso con una decisione finale. Questo vuol dire – chiarisce la Corte – che la norma del Protocollo non si occupa della litispendenza, lasciando gli Stati liberi di prevedere il contemporaneo svolgimento del procedimento penale e fiscale. I due processi, quindi, possono andare di pari passo. Detto questo, però, la Corte precisa che un procedimento non può andare avanti se l’altro si è concluso con una sentenza definitiva. Nel caso in esame, quello penale si era chiuso 9 mesi prima ma la Corte suprema amministrativa non aveva preso in considerazione l’assoluzione per reati fiscali. Questo ha portato al fatto che la ricorrente è stata processata due volte per un fatto per il quale era stata assolta. Di qui la violazione della Convenzione che fa il paio con la sentenza Nykänen contro Finlandia del 20 maggio 2014 con la quale la Corte aveva affermato la violazione del principio del ne bis in idem in un caso analogo nel quale, però, si era concluso prima il processo fiscale e poi quello penale.

Sul fronte italiano, sulla questione della doppia sanzione, penale e fiscale, è stata chiamata in causa la Corte costituzionale. La Cassazione, con ordinanza del 10 novembre, dopo la sentenza Grande Stevens del 4 marzo 2014 della Corte europea, ha chiesto alla Consulta di verificare se la possibilità di una doppia sanzione, penale e amministrativa nel caso del market abuse, prevista dall’ordinamento italiano, sia in contrasto con l’articolo 117 della Costituzione il cui contenuto è fornito, nel caso di specie, dall’articolo 4 del Protocolo n. 7.

Se poi il Consiglio di Stato con ordinanza del 2 ottobre (ricorso n. 4491/2014, N. 07566_2014 REG.RIC.) ha imposto  alla Consob di adeguarsi alla pronuncia della Cedu per quanto riguarda i profili sanzionatori, modificando i regolamenti contrari alla Convenzione, in senso diverso, si attesta il Tar Lazio, seconda sezione, con sentenza del 27 novembre  (N. 11054_2014 REG.RIC.). Secondo il Tar non sussiste affatto “l’obbligo della CONSOB di adeguare il proprio regolamento sanzionatorio per le sanzioni “penali” alla sentenza CEDU su menzionata, affermato dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato con l’ordinanza n. 4491 in data 2 ottobre 2014, perché da un’attenta lettura di tutti passaggi della motivazione dalla sentenza n. 18640 del 2014 si desume chiaramente che il sistema di irrogazione e impugnazione delle sanzioni relative agli illeciti di cui all’art. 187-ter del TUF ha superato indenne lo scrutinio operato dalla Corte EDU. Pertanto il ricorso in esame deve essere respinto perché infondato”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/consiglio-di-stato-la-sentenza-cedu-sul-caso-grande-stevens-impone-la-modifica-dei-regolamenti-consob.html

Scritto in: CEDU | in data: 29 novembre 2014 |
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In quali casi la legge dello Stato di apertura della procedura di insolvenza cede il passo alle eccezioni previste nel regolamento n. 1346/2000 relativo alle procedure d’insolvenza transfrontaliere? A questo quesito ha fornito una risposta l’Avvocato generale Szpunar nelle conclusioni depositate il 27 novembre (causa C-557/13, insolvenza transfrontaliera). Il rinvio pregiudiziale è stato posto dalla Corte suprema federale tedesca alle prese con una controversia tra una società con sede in Germania, che si serviva di una controllata austriaca e un creditore. Quest’ultimo, un acquirente residente in Austria, aveva comprato un autoveicolo ma non aveva ottenuto il prodotto. Era stata emessa, in Austria, un’ingiunzione di pagamento e la società debitrice aveva chiesto l’apertura di una procedura d’insolvenza. In Germania era stata aperta una procedura d’insolvenza e il curatore fallimentare aveva avviato un’azione revocatoria fallimentare in ordine al pagamento effettuato all’acquirente, secondo decisione delle autorità austriache. Il curatore aveva chiesto ai giudici tedeschi che l’acquirente rifondesse  nella massa patrimoniale la somma ottenuta. La domanda era stata accolta e l’appello dell’acquirente respinto. Prima di risolvere la questione, la Cassazione si è rivolta ai giudici Ue per chiarire la portata dell’articolo 13 e 4 del regolamento. Quest’ultima norma stabilisce che le questioni sulla nullità, l’annullamento e l’inopponibilità degli atti pregiudizievoli per la massa dei creditori è disciplinata dalla legge applicabile alla procedura d’insolvenza, ma l’articolo 13 esclude quest’ipotesi se colui che ha “beneficiato di un atto pregiudizievole per la massa dei creditori provi che tale atto sia soggetto alla legge di uno Stato membro diverso dallo Stato di apertura e che tale legge non consenta, nella specie, di impugnare l’atto stesso con alcun mezzo”. Secondo l’Avvocato generale, chiarito che la qualificazione del diritto di pignoramento deve avvenire in base al diritto nazionale e che secondo il diritto austriaco il diritto di pegno esecutivo è un diritto reale “fondato sulla notifica dell’ordinanza di ingiunzione di pagamento al debitore”, l’articolo 13 trova applicazione anche se il diritto reale si è formato prima dell’apertura della procedura d’insolvenza. Non solo. Nel precisare la portata derogatoria dell’articolo 13, l’Avvocato generale ritiene che in esso sono inclusi i requisiti di forma per l’azione revocatoria nella quale rientrano i termini di prescrizione, di impugnazione e decadenza che devono essere previsti dalla lex causae e non dalla lex fori concursus.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 28 novembre 2014 |
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Dopo la pubblicazione in Gazzetta della legge di delegazione europea – secondo semestre (legge 7 ottobre 2014 n. 154 contenente la “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea”, legge europea) è stata pubblicata anche legge europea 2013 bis, in vigore dal 25 novembre 2014 (legge europea 2013 bis). Tra le novità, l’introduzione di alcune modifiche per i permessi di soggiorno di stranieri rilasciati in uno Stato membro dell’Unione europea che incideranno sul Dlgs 25 luglio 1998 n. 286.

Modifiche anche nel campo della sicurezza sul lavoro con cambiamenti al Dlgs 9 aprile 2008 n. 81 in materia di salute e sicurezza dei lavoratori durante il lavoro, che punta a far chiudere la procedura di infrazione avviata contro l’Italia. Per dare attuazione alla sentenza della Corte Ue del 13 febbraio 2014 nella causa C-596/12, il nuovo testo modifica l’articolo 24 della legge 23 luglio 1991 n. 223 in materia di licenziamenti collettivi.

L’articolo 32 della legge europea, in attuazione del regolamento Ue n. 650/2012 sulla competenza, legge applicabile, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni e degli atti pubblici in materia di successioni e alla creazione di un certificato successorio europeo, che entrerà in vigore il 17 agosto 2015 (non prendono parte al regolamento Regno Unito, Irlanda e Danimarca), attribuisce la competenza ai notai come organi competenti a emanare il certificato successorio europeo. Il certificato potrà essere utilizzato dagli eredi, dai legatari “che vantano diritti diretti sulla successione e dagli esecutori testamentari o amministratori dell’eredità che, in un altro Stato membro, hanno necessità di far valere la loro qualità o di esercitare, rispettivamente, i loro diritti di eredi o legatari e/o i loro poteri come esecutori testamentari o amministratori dell’eredità”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/in-gazzetta-la-legge-di-delegazione-europea-2013.html

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 27 novembre 2014 |
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Nel caso di procedura passiva di consegna, se l’autorità emittente non rispetta i termini richiesti dalla decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri, recepita in Italia con l. n. 69/2005, la custodia cautelare disposta dallo Stato di esecuzione non può essere rinnovata. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, nella sentenza n. 46165 depositata il 7 novembre 2014 (mae). Nel caso di specie, il mandato di arresto era stato emesso dalle autorità tedesche. L’Italia aveva adottato un provvedimento di custodia cautelare e, in ultimo, la misura era stata reiterata in attesa dell’ulteriore documentazione che doveva provenire dalla Germania. Di qui il ricorso alla Cassazione che ha dato ragione al destinatario del Mae. La decisione quadro – osserva la Suprema Corte – è chiara nel prevedere che la decisione sulla richiesta di consegna sia adottata entro 60 giorni e prorogata di altri 30 sono in casi eccezionali proprio al fine di assicurare che il mandato di arresto sia trattato ed eseguito con la massima urgenza. Così non era stato nel caso di specie con la conseguenza che la custodia cautelare non può essere rinnovata malgrado la richiesta della Corte di appello di informazioni integrative.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 25 novembre 2014 |
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Il segreto professionale prevale sull’accesso alle informazioni se il procedimento in cui una persona è coinvolta ha natura amministrativa e non penale. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella pronuncia del 12 novembre relativa alla causa C-140/13 (Altmann e altri, C-140:13) sull’interpretazione dell’articolo 54, della direttiva 2004/39/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, relativa ai mercati degli strumenti finanziari, recepita in Italia con Dlgs 17 settembre 2007, n. 164. Sono stati i giudici tedeschi a chiedere l’intervento di Lussemburgo. Al centro della vicenda nazionale la richiesta di alcuni dirigenti di una società, condannati in sede penale per frode, di accedere a documenti dell’azienda sottoposta a liquidazione. Una richiesta non accolta in ragione del segreto professionale opposto dalle autorità nazionali, scelta condivisa dagli eurogiudici. La direttiva – ha precisato la Corte Ue – si prefigge di tutelare gli investitori e assicurare un clima di fiducia, tutelando il “normale funzionamento dei mercati degli strumenti finanziari dell’Unione”. In questa direzione, principio generale della direttiva è l’obbligo di mantenere il segreto professionale, pur ammettendo alcune limitate eccezioni. E’ il caso, ad esempio, dei procedimenti penali o delle ipotesi in cui le informazioni riservate non riguardino terzi, o ancora di informazioni che è possibile rivelare nei procedimenti civili e commerciali e che risultino necessarie in questi processi. Ora, i due dirigenti erano stati già condannati e la loro azione riguardava un procedimento amministrativo diverso da quelli indicati nelle deroghe elencate nell’articolo 54. Di conseguenza, secondo la Corte, l’autorità nazionale di vigilanza aveva l’obbligo di opporre il divieto di divulgazione delle informazioni. E questo anche se l’impresa d’investimento, sottoposta a liquidazione giudiziale, aveva messo in piedi una frode di ampia portata.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 24 novembre 2014 |
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La Corte di cassazione, sezioni unite civili, interviene nella controversa questione relativa alla determinazione del giudice competente nelle controversie sulle compravendite internazionali. E lo fa con la sentenza n. 24279/14, depositata il 14 novembre (Cassazione_24279_2014), che fa anche il punto sugli orientamenti della Corte di giustizia dell’Unione europea e sul rapporto tra regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale e il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (che dal 10 gennaio 2015 sarà sostituito dal regolamento n. 1215/2012) e gli usi della Camera di commercio internazionale (Incoterms). Nel caso all’attenzione della Cassazione, che ha escluso la giurisdizione del giudice italiano, una società italiana aveva adito il giudice nazionale chiedendo e ottenendo un’ingiunzione nei confronti di una società slovena che non aveva corrisposto il pagamento per i pezzi di ricambio forniti. La società slovena aveva eccepito il difetto di giurisdizione in base al regolamento n. 44/2001. Una tesi condivisa dalla Suprema Corte secondo la quale, in linea con l’articolo 5 punto 1, lett. b, del regolamento n. 44/2001, l’individuazione del giudice competente nel caso di vendita internazionale di cose mobili deve essere determinato tenendo conto del luogo di consegna materiale dei beni che, nel caso in esame, era la Slovenia. E’ vero che, come affermato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza Car Trim del 25 febbraio 2010 (causa C-381/08), il luogo di consegna deve essere determinato in base al contratto, ma – precisa la Cassazione – dall’esame della documentazione non risulta alcuna deroga al cosiddetto criterio fattuale, tale da consentire di individuare nel territorio italiano il luogo di consegna della merce. E’ evidente – osserva la Cassazione – che la pattuizione del luogo di consegna non può essere determinato secondo una “generica prova per via orale di un termine tratto dagli Incoterms”. Su una simile conclusione non incide la sentenza di Lussemburgo nel caso Electrosteel nella quale è stata data notevole importanza agli Incoterms quali elementi rivelatori del luogo di consegna, ma tale valorizzazione “non può essere intesa come fattore destabilizzante del principio dalla sentenza Car Trim”. Nel caso di specie non risultava una chiara pattuizione sull’individuazione della giurisdizione del giudice italiano, mentre per poter prevalere sul titolo di giurisdizione di cui all’articolo 5 del regolamento ossia sul criterio del luogo di esecuzione della prestazione di consegna, la deroga “deve essere chiara ed esplicita, intendendosi così dire che deve nitidamente risultare dal contratto”. Così non era nel caso di specie, con la conseguenza che deve essere applicato l’art. 5 del regolamento n. 44/2001.

Si ringrazia Guida al diritto per il testo della sentenza.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/compravendita-internazionale-cosi-va-individuato-il-giudice-competente.html

Scritto in: regolamento 44/2001 | in data: 22 novembre 2014 |
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Un’indagine condotta in modo lacunoso, omettendo di considerare aspetti rilevanti dell’episodio che ha condotto alla morte di un cittadino iracheno. Di qui la condanna per violazione dell’articolo 2 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto alla vita, disposta dalla Grande Camera della Corte europea nella sentenza Jaloud contro Paesi Bassi (ricorso n. 47708/08) depositata oggi (CASE OF JALOUD v. THE NETHERLANDS). A Strasburgo si era rivolto il padre di un cittadino iracheno ucciso nel 2004 da un militare delle forze armate olandesi presenti in Iraq, che contribuivano alla Forza di stabilizzazione, in una zona sotto il controllo inglese. Nell’area, tuttavia, erano presenti militari olandesi che, in base all’accordo tra i due Paesi, seguivano le regole di ingaggio del proprio Stato. L’episodio contestato era avvenuto a un checkpoint controllato dalle forze irachene e olandesi, allorquando un’automobile si era avvicinata senza fermarsi al posto di blocco. I militari olandesi avevano iniziato a sparare colpendo il figlio del ricorrente. L’indagine successiva, compiuta dalle forze armate dei Paesi Bassi, aveva dimostrato che il fuoco era stato esploso sia dalle forze olandesi che da quelle irachene e che il militare olandese sospettato dell’uccisione aveva agito in legittima difesa. Non ottenendo giustizia, il padre si è rivolto alla Corte europea dei diritti dell’uomo che gli ha dato ragione. Prima di tutto, la Grande Camera ha confermato, sulla base della precedente prassi, che rientrano nella giurisdizione degli Stati parti alla Convenzione gli atti compiuti al di fuori del proprio territorio laddove si tratti di zone sulle quali gli Stati hanno il controllo effettivo. Nel caso in esame, dopo aver delineato il quadro convenzionale e giurisprudenziale esistente sul piano internazionale, la Corte ha respinto la tesi olandese secondo la quale la propria responsabilità doveva essere esclusa in considerazione del fatto che Potenze occupanti erano Stati Uniti e Regno Unito, chiarendo che il fatto di eseguire un ordine proveniente da un governo straniero non è sufficiente a escludere che lo Stato debba rispondere dell’adempimento degli obblighi convenzionali. Per Strasburgo, inoltre, il test per stabilire la giurisdizione ai sensi dell’articolo 1 non è identico al test per verificare la responsabilità internazionale di uno Stato. Affermata così l’applicazione della Convenzione, la Corte ha accertato la violazione del diritto alla vita affermato dall’articolo 2. La Grande Camera ha respinto la tesi secondo la quale i Paesi Bassi non avrebbero condotto un’indagine indipendente anche se le attività istruttorie iniziali erano state svolte proprio dai militari che condividevano con i sospettati la vita quotidiana nel campo militare. Così come ha ritenuto salvaguardato il principio d’indipendenza dell’organo giudicante malgrado fossero presenti militari nell’organo giurisdizionale chiamato a pronunciarsi sulla vicenda. Detto questo, però, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di omissioni durante le indagini soprattutto per il fatto che gli organi competenti si erano limitati a verificare che il presunto autore dell’illecito avesse agito in legittima difesa, senza però valutare se l’uso della forza fosse stato proporzionato. In pratica, non è stato considerato se erano stati sparati troppi colpi e se gli spari erano cessati appena fosse stato superfluo procedere in questo senso. Non solo. L’autopsia non è stata condotta con rigore non assicurando la presenza di ufficiali olandesi qualificati. Il rapporto autoptico era breve, lacunoso e privo di immagini. E’ vero che la conduzione di indagini in un Paese straniero poteva presentare difficoltà, ma ciò non toglie che le modalità  di svolgimento delle indagini non sono state conformi alla Convenzione europea. Di qui la violazione dell’articolo 2 e l’obbligo per i Paesi Bassi di corrispondere 25mila euro per i danni morali subiti dal padre della vittima.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cedu-strasburgo-interpreta-la-convenzione-secondo-il-diritto-internazionale-umanitario.html

Scritto in: CEDU | in data: 20 novembre 2014 |
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Il quadro normativo Ue in materia di tutela brevettuale unitaria supera il primo vaglio a Lussemburgo. L’Avvocato generale Bot, nelle conclusioni depositate il 18 novembre relative alle cause C-146/13 (C-146:13) e C-147/13 (C-147:13) ha sostenuto che i ricorsi presentati dalla Spagna contro il Consiglio e il Parlamento europeo devono essere respinti, sancendo così la legittimità degli atti adottati. Si tratta, in particolare, del regolamento n. 1257/2012 del 17 dicembre 2012 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore dell’attuazione di una tutela brevettuale unitaria (l_36120121231it00010008) e del regolamento n. 1260/2012 relativo al regime di traduzione applicabile (l_36120121231it00890092). In particolare, ad avviso dell’Avvocato generale le cui conclusioni non sono vincolanti per la Corte di giustizia, il regolamento non fa altro che aggiungere una caratteristica rispetto alla Convenzione sui brevetti europei adottata a Monaco il 7 ottobre 1977, assicurando l’effetto unitario e rafforzando così l’uniformità e l’integrazione nel sistema brevettuale. Questo perché – precisa l’Avvocato generale – il brevetto europeo sarà disciplinato dalla legge di un solo Stato membro, con applicazione ed effetti in tutti gli Stati Ue che partecipano alla cooperazione rafforzata. Poi, l’Avvocato generale ha sostenuto l’incompetenza a pronunciarsi sul contenuto dell’accordo sul tribunale unificato dei brevetti (Tribunale brevetti) che, per la Spagna, violerebbe le competenze dell’Unione, “conferendo a un terzo il potere di determinare unilateralmente l’applicazione del regolamento impugnato”. In pratica, per Madrid, con il meccanismo predisposto si intaccherebbero le competenze di organi e istituzioni dell’Unione. Per Bot, in realtà, il provvedimento in discussione  “non rientra in nessuna delle categorie di atti di cui la Corte può sindacare la legittimità”, trattandosi di un accordo intergovernativo. Va ricordato che, a seguito dell’indicato accordo, è stato adottato il regolamento n. 524/2014 che modifica il n. 1215/2012 concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, per quanto riguarda le norme da applicare con riferimento al Tribunale unificato dei brevetti e alla Corte di giustizia del Benelux (542:2014).

L’Avvocato generale, poi, è passato ad analizzare – nella sentenza relativa alla causa C-147/13 – la controversa questione del regime linguistico, spianando la strada  alle limitazioni nella scelta linguistica indicate nel regolamento che deciso l’uso della lingua inglese, francese e tedesca. Prima di tutto, il diritto dell’Unione non afferma un principio di uguaglianza fra le lingue, come sostenuto dalla stessa Corte di giustizia nella sentenza C-361/01 del 17 ottobre 2003 (KIK contro UAMI). In secondo luogo, la scelta è motivata dal perseguimento di un obiettivo legittimo che è quello di limitare i costi e favorire la certezza giuridica, evitando le traduzioni e i relativi costi. Garantita poi la proporzionalità della scelta tanto più che, entro un certo massimale, è previsto un regime di compensazione diretto a rimborsare i costi di traduzione a vantaggio di coloro che non hanno presentato l’istanza in una delle lingue ufficiali. Adesso la parola passa alla Corte.

Scritto in: brevetto | in data: 19 novembre 2014 |
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No ai limiti di età per l’accesso a concorsi pubblici. E questo anche quando si tratta di attività lavorative che richiedono capacità fisiche particolari se è possibile accertarle con altre modalità. E’ il principio stabilito dalla Corte di giustizia Ue nella sentenza depositata ieri (C-416/13, età) sui limiti di età imposti in Spagna per i concorsi per agenti di polizia locale. Nel procedimento è intervenuto anche il Governo italiano. La sentenza apre la strada, di fatto, a una generale eliminazione dei limiti di età considerati come una discriminazione vietata dalla direttiva 2000/78/Ce sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, favorendo il ricorso a misure non sproporzionate come prove selettive basate sulla capacità fisica.

E’ stato il Tribunale amministrativo spagnolo di Oviedo a sollevare la questione pregiudiziale d’interpretazione alla Corte Ue. Al centro della controversia nazionale il ricorso di un candidato escluso da un bando di concorso per agenti della polizia locale che fissava il limite di età a 30 anni. Un limite contrario al diritto dell’Unione. La direttiva, osserva Lussemburgo, introduce il principio di non discriminazione in base all’età sia nel settore pubblico che in quello privato. E’ evidente che stabilire il limite di accesso a 30 anni comporta “che alcune persone per il fatto di aver superato i 30 anni, sono trattate meno favorevolmente di altre che versano in situazioni analoghe”. Una disparità di trattamento che potrebbe essere ammessa solo se sussistesse una motivazione legata all’attività lavorativa e solo se proporzionata. La Corte di giustizia riconosce che alcune funzioni della polizia locale possono richiedere l’utilizzo della forza con un’attitudine fisica particolare anche per il mantenimento dell’ordine pubblico, ma boccia le modalità applicative del limite di età. Prima di tutto, la stessa direttiva, pur ammettendo deroghe al divieto di discriminazione sulla base dell’età, lo fa solo per “casi strettamente limitati” e poi perché non è escluso che analoghe capacità fisiche siano possedute da persone che hanno superato l’età limite prevista nel concorso. Questo vuol dire che le autorità nazionali, se vogliono includere il limite anagrafico, devono basare la scelta su dati scientifici idonei a dimostrare la necessità dei limiti di età. Nel caso degli agenti di polizia – prosegue la Corte – non è stato dimostrato che ci sia bisogno di capacità fisiche “particolarmente elevate”. Non solo. Le prove del concorso includevano prove fisiche rigorose ed eliminatorie che permettono di raggiungere l’obiettivo di selezionare agenti con capacità fisica adeguata alla professione, “con una modalità meno restrittiva rispetto alla fissazione di un’età massima”.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 18 novembre 2014 |
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Il Comitato europeo per i diritti sociali ha reso pubbliche due decisioni relative all’applicazione dei diritti della Carta sociale europea ai migranti che si trovano in una situazione di irregolarità. Nella prima decisione, la n. 90/2013, divenuta pubblica il 10 novembre 2014, il Comitato ha sancito la violazione, da parte dei Paesi Bassi, dell’articolo 13 della Carta che assicura una serie di diritti a coloro che non hanno risorse sufficienti, incluso il diritto all’assistenza sociale e medica (CC90Merits_en). Al Comitato si era rivolta la Conferenza delle chiese europee lamentando l’insufficienza dell’assistenza offerta dalle autorità nazionali olandesi ai migranti irregolari che non avevano ottenuto assistenza sociale, cibo, acqua e vestiti. Il Comitato ha respinto l’eccezione del Governo olandese secondo il quale le disposizioni della Carta non dovevano essere applicate ai migranti irregolari in ragione del fatto che l’allegato alla Carta sociale europea specifica che essa si applica, salvo alcuni articoli tra i quali l’articolo 13, par. 4, solo agli stranieri regolari. Una tesi respinta dal Comitato secondo il quale è vero che c’è un limite applicativo ratione personae, ma questo non vuol dire che gli Stati sono autorizzati a privare gli stranieri irregolari della protezione dei diritti più elementari garantiti dalla Carta. Questo vuol dire che il diritto all’integrità fisica e quello alla dignità umana devono essere assicurati tanto più che sussiste l’obbligo di interpretare la Carta in armonia con gli altri atti internazionali. Nella seconda decisione, la n. 86/2012 (CC86Merits_en), il Comitato ha accertato la violazione soprattutto con riguardo alle categorie vulnerabili, inclusi i bambini, contestando ai Paesi Bassi di aver favorito l’esclusione sociale.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/carta-sociale-europea-al-via-un-meccanismo-di-monitoraggio-semplificato.html

Scritto in: Carta sociale europea | in data: 18 novembre 2014 |
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