La Corte Suprema indiana procede all’esecuzione dell’ordinanza del Tribunale internazionale sul diritto del mare che, il 24 agosto, ha disposto che Italia e India sospendano ogni procedimento giudiziario e si astengano dall’avvio di nuovi procedimenti che possano aggravare o estendere la controversia. Di conseguenza, con ordinanza del 26 agosto (http___courtnic.nic.in_supremecourt_qrydisp.asp) che, a nostro avviso, mostra chiaramente la portata della sconfitta italiana dinanzi al Tribunale sul diritto del mare, la Corte suprema ha disposto la sospensione/rinvio dei procedimenti in corso. I giudici hanno però fissato un termine per la sospensione che terminerà il 13 gennaio 2016. Questo comporta che nessun provvedimento per il rientro del fuciliere italiano, Girone, può essere adottato dalle autorità indiane. Riguardo a Massimiliano Latorre il permesso a rimanere in Italia per motivi di salute terminerà il 15 gennaio 2016. Ora, a seguito dell’ordinanza del Tribunale sul diritto del mare la richiesta di un’eventuale proroga non potrà più essere presentata ai giudici indiani e, quindi, a meno che l’istituendo tribunale arbitrale non adotti un provvedimento specifico, il militare dovrebbe rientrare in India a causa del limite temporale specificato nel provvedimento del 13 luglio 2015 (LATORRE).

Qui l’ordinanza del Tribunale internazionale sul diritto del mare http://www.marinacastellaneta.it/blog/adottata-lordinanza-sulle-misure-cautelari-nella-controversia-enrica-lexie.html.

Scritto in: Controversie internazionali | in data: 31 agosto 2015 |
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Non è un’imposizione o una limitazione della libertà di stabilimento l’obbligo per il coniuge affidatario di risiedere in un luogo che consenta al padre di vedere il figlio. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 33983/15 depositata il 3 agosto, chiamata ad occuparsi di un caso di sottrazione internazionale di minore (33983). Alla Suprema Corte si era rivolta una donna alla quale, accertato che il reato di sottrazione internazionale dei minori era prescritto, era stato imposto di non allontanarsi dall’Italia, in violazione, secondo la donna, della Convenzione dell’Aja sulla sottrazione internazionale dei minori del 1980 che consente al coniuge affidatario di decidere liberamente la propria residenza. Una posizione respinta dalla Cassazione che, preso atto della prescrizione, ha tenuto a chiarire che il coniuge non può allontanarsi all’insaputa dell’altro genitore, impedendo così contatti tra padre e figlio. Non si tratta, in  questi casi, di un’imposizione coatta che limita diritti, ma di un provvedimento idoneo a tutelare i diritti dei componenti della famiglia e consentire il diritto di visita. “Lungi dal creare un’imposizione coatta di una residenza alla madre – scrive la Cassazione – nel caso concreto si versa nella ben diversa prospettiva dell’utile perseguimento dell’interesse dei minori”, che deve prevalere su tutto.

Scritto in: sottrazione internazionale di minori | in data: 30 agosto 2015 |
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Escludere gli stranieri dallo svolgimento del servizio civile nazionale è contrario agli articoli 2 e 3 della Costituzione. Lo ha stabilito la Consulta con la sentenza n. 119 depositata il 25 giugno (servizio civile) con la quale i giudici costituzionali hanno accolto il ricorso della Corte di Cassazione, sezioni Unite, ritenendo che l’articolo 3 del Dlgs n. 77/2002 “Disciplina del servizio civile nazionale”, nello stabilire la condizione della cittadinanza italiana per l’ammissione allo svolgimento del servizio, viola gli articoli 2 (che riconosce i diritti inviolabili della persona) e 3 (principio di uguaglianza) della Costituzione. La Corte considera che l’istituto del servizio civile è cambiato ispirandosi al rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà sociale e questo sia sul piano nazionale sia su quello internazionale. Pertanto, escludere gli stranieri, impedendo loro di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale e, di conseguenza, di sviluppare il valore del servizio a favore del bene comune, comporta “un’ingiustificata limitazione al pieno sviluppo della persone e all’integrazione nella comunità di accoglienza”.

Scritto in: straniero | in data: 29 agosto 2015 |
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La sentenza della Grande Camera depositata il 27 agosto nel caso Parrillo contro Italia presenta due aspetti di particolare rilievo (CASE OF PARRILLO v. ITALY). Il primo, più immediato, quello relativo al riconoscimento dell’ampio margine di apprezzamento concesso agli Stati ai quali è attribuita la possibilità di scegliere, come ha fatto l’Italia, di vietare la ricerca scientifica sugli embrioni e, il secondo, riguardante la possibilità, per gli individui, di ricorrere alla Corte europea senza dover attivare e attendere un’eventuale pronuncia della Corte costituzionale considerando il carattere indiretto del ricorso alla Consulta che non incide, così, sull’obbligo del previo esaurimento dei ricorsi interni.

A rivolgersi alla Corte europea è stata una donna che aveva utilizzato la procreazione assistita in vitro. I cinque embrioni erano stati sottoposti alla crioconservazione. Tuttavia, dopo la morte del proprio compagno, ucciso nella strage di Nassiriya prima dell’impianto degli embrioni, la donna aveva deciso di donarli in modo che potessero essere impiegati nella ricerca. La richiesta, però, era stata respinta in base al divieto di sperimentazione e di ricerca sugli embrioni fissato nella legge n. 40/2004, “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. E questo anche se gli embrioni erano stati ottenuti prima dell’entrata in vigore della legge. La donna, quindi, sin dal 2011, aveva fatto ricorso a Strasburgo. La Camera ha rinviato il caso alla Grande Camera sia perché si trattava di una questione di particolare rilievo sia perché era il primo caso del genere arrivato a Strasburgo. Due le violazioni contestate dalla donna: la lesione dell’articolo  8 della Convenzione, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e quella dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà.

Prima di tutto, però, la Grande Camera ha risposto alle eccezioni del Governo italiano secondo il quale la ricorrente aveva violato l’obbligo del previo esurimento dei ricorsi interni poiché non aveva promosso un ricorso alla Corte costituzionale. Una posizione respinta da Strasburgo che, per la prima volta, si è occupata del rapporto tra previo esaurimento dei ricorsi interni, condizione di ricevibilità dell’azione a Strasburgo a patto che essi siano effettivi sotto il profilo pratico e non solo teorico, e ricorso dinanzi alla Corte costituzionale. Ed invero, per la Corte europea, il ricorso alla Consulta non può essere considerato effettivo perché, a differenza di quanto accade in altri ordinamenti, non si tratta di un ricorso diretto. E’, infatti, il giudice di merito che deve sollevare la questione di costituzionalità. Inoltre, in aggiunta al fatto che l’Italia non ha fornito alcun esempio di pronunce interne sulla donazione degli embrioni e che non si può contestare alla ricorrente di non aver presentato un ricorso per misure proibite dalla legge, a sostegno della propria conclusione, la Grande Camera si è soffermata sulle sentenze n. 348 e 349 del 2007, con le quali è stato chiarito il diverso ruolo tra le due Corti: Strasburgo interpreta e accerta le violazioni della Convenzione, mentre la Consulta verifica la conformità del diritto interno alle norme convenzionali, come interpretate dai giudici di Strasburgo. A conferma del diverso ruolo, la Grande Camera ricorda che la stessa Corte costituzionale italiana ha sospeso l’esame di un rinvio sugli embrioni, effettuato dal Tribunale di Firenze, in attesa della sentenza della Corte europea. La Grande Camera considera senza dubbio positivo quanto stabilito con le sentenze n. 348 e n. 349 riguardo al ruolo assegnato alla Convenzione nell’ordinamento italiano, mentre traspare qualche perplessità sulla sentenza n. 49/2015 con la quale la Corte costituzionale sembra limitare  gli effetti delle pronunce di Strasburgo, stabilendo che il giudice interno non è tenuto a conformarsi alla giurisprudenza della Corte europea se non nei casi di sentenze pilota o di diritto consolidato.

Respinta anche l’eccezione del mancato rispetto della condizione temporale che impone di presentare il ricorso entro sei mesi dalla definitività del provvedimento interno, la Corte europea è passata all’esame del merito del ricorso. Per la Grande Camera, il divieto di donazione di embrioni per la ricerca scientifica, fissato dall’articolo 13 della legge n. 40, non è contrario all’articolo 8. La Corte ha chiarito che gli embrioni contengono materiale genetico della ricorrente e, quindi, sono una parte costitutiva della sua identità. Questo vuol dire che l’articolo 8, nella parte in cui tutela la vita privata, è applicabile e include il diritto di decidere degli embrioni frutto della fecondazione assistita. Gli embrioni, quindi, sono parte dell’identità personale e del diritto di autodeterminarsi. Questo porta la Corte a ritenere che la legge che vieta la donazione degli embrioni è un’ingerenza nell’articolo 8. Detto questo, però, la Grande Camera ha stabilito che l’ingerenza, alla luce delle eccezioni previste dall’articolo 8, si può considerare “necessaria in una società democratica” anche perché raggiunge un giusto bilanciamento tra interessi dello Stato e diritti individuali. Inoltre, – ed è un aspetto che la Grande Camera considera centrale – sulle questioni sensibili dal punto di vista etico e morale e su aspetti sui quali manca ancora un’uniformità di orientamento degli Stati, i Paesi parti alla Convenzione godono di un ampio margine di apprezzamento. Se 17 Paesi ammettono la ricerca sugli embrioni, altri la vietano espressamente o la consentono solo per la protezione della salute dell’embrione. Non va dimenticato, inoltre, – scrive la Corte – che il partner non aveva espresso la propria volontà sugli embrioni prima della morte, tanto più che ciò non era possibile in base alla legislazione italiana.

In ultimo, la Grande Camera ha escluso la possibilità di invocare l’articolo 1 del Protocollo n. 1. Chiarito che non è necessario esaminare la controversa questione relativa al momento in cui inizia la vita umana ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione, che assicura il diritto alla vita, la Corte europea ha escluso la violazione del diritto di proprietà perché gli embrioni non possono essere considerati dei beni nel senso stabilito dalla norma convenzionale che ha un’evidente connotazione patrimoniale.

Scritto in: CEDU, procreazione assistita | in data: 28 agosto 2015 |
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Un filo diretto tra la Corte europea dei diritti dell’uomo e il legislatore italiano che ha portato a un sensibile miglioramento della situazione dei ricorsi pendenti e, quindi, a una diminuzione del contenzioso dinanzi a Strasburgo. Nel 2014, inoltre, si legge nella relazione annuale sull’esecuzione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia presentata dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri RelazioneCd), sono diminuiti di molto gli indennizzi che l’Italia ha dovuto pagare alle vittime di violazioni accertate da Strasburgo. La nona relazione annuale, prevista dalla legge n. 12/2006, analizza non solo le più significative modifiche adottate dopo pronunce della Corte europea, ma anche l’applicazione dei diritti convenzionali sul piano interno, con particolare riguardo alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Se nel 2013 la Corte aveva attribuito alle vittime che avevano presentato ricorsi contro l’Italia, nel complesso, ben 71.284.302 di euro, nel 2014 l’importo è sceso a quota 29.540.589 (l’Italia, però, nel 2014 ha liquidato solo poco più di 5 milioni di euro contro i 61 del 2013). Una riduzione di 59 punti percentuale dovuta anche all’utilizzo di procedure conciliative e ai Piani d’azione con procedure transattive, come quello seguito alla sentenza Torreggiani. Un modello – si legge nella relazione – “indicativo di una svolta emblematica nei rapporti di collaborazione instaurati con la Corte”. I risultati: diminuzione del 30,55% dei ricorsi assegnati a una formazione giudiziaria a Strasburgo. Certo, rimane ancora alto il numero di ricorsi (10.1000), ma con una diminuzione rispetto ai 14.400 casi del 2013. E già i primi mesi del 2015 hanno condotto a risultati ancora più positivi perché la quota di ricorsi è scesa a 8.800. Non mancano però le questioni problematiche: non è ancora chiuso il capitolo riguardante i ricorsi seriali dovuti ai ritardi nella liquidazione degli indennizzi ex legge Pinto. Preoccupa, poi, il numero rilevante di ricorsi in materia di leggi retroattive, di asilo e respingimento e di danni per emotrasfusioni e vaccinazioni obbligatorie. Pende, inoltre, il ricorso “Idep s.a. e altri”, una società che contesta all’Italia la violazione dell’articolo 6 della Convenzione (equo processo) perché, con la modifica del regime di prescrizione in materia penale con l’ex Cirielli, di fatto, ha ridotto il termine anche per le azioni civili per il risarcimento dei danni verso i responsabili della gestione del patrimonio del gruppo.

Tra i casi pendenti dinanzi alla Grande Camera, il divieto di sperimentazione scientifica su embrioni umani (la sentenza è prevista per giovedì 27 agosto), gli effetti della maternità surrogata all’estero e la confisca senza reato, che vede nuovamente sotto i riflettori della Corte, la vicenda Punta Perotti. Sul fronte dell’esecuzione delle sentenze depositate nel 2014, per attuare la pronuncia Cusan sull’attribuzione del cognome materno, l’Italia è partita subito con l’adozione, da parte del Consiglio dei ministri, di un disegno di legge ma poi tutto si è fermato. Con il rischio di nuovi ricorsi. Tuttavia, è la questione del ne bis in idem a provocare più problemi nell’attuazione anche perché il divieto di cumulo di sanzioni penali e amministrative – segnala la relazione – coinvolge gli accertamenti amministrativi tributari, gli illeciti riguardanti la circolazione stradale, quelli depenalizzati e i procedimenti disciplinari in materia di impiego. Con la necessità di una revisione generale. Non decolla l’azione di rivalsa introdotta con l’articolo 43 della legge n. 234/2012. Nel 2014, il Governo ha avviato 7 azioni di rivalsa (per un totale di 1.628.240 euro) delle quali 5 nei confronti di enti territoriali e 2 verso enti trasformati in società per azioni, ma nulla è andato avanti per i contrasti sulla gradazione delle responsabilità.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/italia-boom-di-pagamenti-per-gli-indennizzi-dovuti-alle-violazioni-della-cedu.html

 

Scritto in: CEDU, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 26 agosto 2015 |
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Una nuova sconfitta per l’Italia, quella che arriva da Amburgo. Il Tribunale internazionale sul diritto del mare, infatti, con l’ordinanza depositata oggi (C24_Order_24.08.2015_orig_Eng), in relazione alla controversia “Enrica Lexie” che vede l’Italia contrapposta all’India, non ha accolto la richiesta che stava più a cuore all’Italia ossia il rientro in patria dell’ufficiale del Battaglione San Marco, Salvatore Girone, ancora in India e la permanenza in Italia, senza limiti di tempo, di Massimiliano Latorre al quale la Corte suprema indiana, con provvedimento del 13 luglio 2015, ha concesso di rimanere in patria per altri sei mesi, per motivi di salute. Il Tribunale internazionale, che ha adottato il provvedimento con 15 sì e 6 no (incluso il giudice di nazionalità indiana, Rao (C24_Order_24.08.2015_diss.op_Ch.Rao_orig_Eng) e il vicepresidente Bouguetaia (opinione dissenziente), si è pronunciato sulle misure cautelari richieste dall’Italia e, per quanto riguarda le restrizioni alla libertà dei due militari italiani, ha ritenuto di non accordare la misura invocata da Roma perché essa potrebbe pregiudicare le decisioni di merito del Tribunale arbitrale che dovrebbe avere la competenza in base all’allegato VII della Convenzione di Montego Bay, ad oggi non ancora costituito. In pratica, per il Tribunale sul diritto del mare, che ha riconosciuto quello arbitrale competente prima facie, la richiesta italiana è inappropriata perché tocca questioni legate al merito della controversia che non possono essere decise nel procedimento cautelare. Il Tribunale di Amburgo era competente unicamente sulle misure provvisorie che servono a non pregiudicare e a preservare i diritti di entrambe le parti alla controversia in attesa della decisione di merito. Pertanto, il Tribunale ha solo deciso, per assicurare i diritti di entrambi le parti, che Italia e India sospendano ogni procedimento giudiziario e si astengano dall’avvio di nuovi procedimenti che possano aggravare o estendere la controversia. Certo, in realtà, questa misura è rivolta solo all’India che vede bloccato il procedimento giudiziario nazionale nei confronti dei due fucilieri italiani, che arranca da tre anni e mezzo nelle aule di giustizia indiane, senza che siano stati ancora formulati i capi d’imputazione.

Il Tribunale sul diritto del mare non si è espresso sulla questione relativa allo status dei due militari in quanto non competente. Il giudice ad hoc Francesco Francioni, che ha votato a favore dell’ordinanza, ha annesso una dichiarazione in cui ha affermato che il Tribunale avrebbe dovuto includere un provvedimento pro tempore volto a rimuovere la restrizione alla libertà dei due militari (dichiarazione).

Intanto, il 24 settembre, Italia e India dovranno presentare un rapporto sull’attuazione della misura cautelare. Non è chiaro, però, a questo punto, chi dovrà pronunciarsi sull’eventuale richiesta di prolungamento del permesso in Italia per Latorre (che scade a gennaio 2016) o su una possibile istanza di Girone, che non può più chiedere all’India di rientrare in patria.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/al-via-ad-amburgo-il-procedimento-enrika-lexie.html. Qui la lettura dell’ordinanza da parte del Presidente del Tribunale https://www.itlos.org/cases/webcast-archives-case-no-24/

Scritto in: Controversie internazionali, diritto del mare | in data: 24 agosto 2015 |
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Sotto la scure dell’apertura di procedure d’infrazione da parte della Commissione europea e di condanne della Corte Ue, anche la Francia prova a colmare i ritardi nel recepimento delle decisioni quadro in materia di cooperazione giudiziaria penale. Con la legge 2015-993 del 17 agosto (LOI n° 2015-993), sono state adottate le norme per l’adattamento della procedura penale al diritto dell’Unione europea. La legge predispone le modifiche al codice di procedura penale a seguito dell’attuazione della decisione quadro 2009/948/GAI del 30 novembre 2009 sulla prevenzione e la risoluzione dei conflitti relativi all’esercizio della giurisdizione nei procedimenti penali, della 2009/829/GAI del 23 ottobre 2009 sull’applicazione tra gli Stati membri dell’Unione europea del principio del reciproco riconoscimento alle decisioni sulle misure alternative alla detenzione cautelare e della decisione quadro 2008/947/GAI del 27 novembre 2008 relativa all’applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sentenze e alle decisioni di sospensione condizionale in vista della sorveglianza delle misure di sospensione condizionale e delle sanzioni sostitutive. Con la stessa legge, la Francia ha dato il via libera al recepimento della direttiva 2011/99/UE del 13 dicembre 2011 sull’ordine di protezione europeo e della 2012/29/UE del 25 ottobre 2012 (alla quale partecipano Regno Unito e Irlanda) che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/sprint-per-evitare-condanne-per-i-ritardi-nel-recepimento-delle-decisioni-quadro.html.

La Corte costituzionale ha accolto il ricorso del Tribunale ordinario di Roma che aveva sollevato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato a seguito dell’adozione, da parte del Senato, della delibera che riconosceva l’insindacabilità delle opinioni espresse dall’onorevole Maurizio Gasparri nei confronti di Marco Travaglio nel corso di una trasmissione televisiva. Con sentenza n. 144/2015, depositata il 10 giugno (144:2015), la Consulta, avvalendosi dell’interpretazione fornita dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ha chiarito che l’articolo 68 della Costituzione, il quale riconosce che i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni, va letto nel senso di riconoscere l’insindacabilità unicamente per le opinioni espresse da un parlamentare che abbiano un evidente collegamento con la propria attività. Le dichiarazioni rese al di fuori del Parlamento – osserva la Corte costituzionale – possono essere considerate come esercizio dell’attività parlamentare unicamente se c’è un legame temporale tra l’attività parlamentare e l’attività esterna, ossia quando quest’ultima consiste in un’attività divulgativa connessa alla prima, senza che, però, ci si possa limitare a rilevare l’esistenza di un mero collegamento tematico tra i due ambiti. In caso contrario, allargando l’immunità parlamentare ad ogni esternazione di deputati e senatori, si configurerebbe la mera attribuzione di un privilegio. Nel caso di specie, l’accertamento del carattere diffamatorio delle affermazioni di Gasparri nel corso della trasmissione televisiva “Porta a porta” non può essere preclusa proprio perché le dichiarazioni rese non avevano alcun nesso funzionale con l’attività di parlamentare. Mancava, quindi, quel legame evidente, tale da non poter essere disconosciuto “da una persona ragionevole” richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Di qui l’accoglimento del ricorso del Tribunale di Roma e il via libera al procedimento nei confronti di Gasparri, con l’annullamento della delibera di insindacabilità.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 23 agosto 2015 |
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Con il decreto legislativo n. 130 del 6 agosto 2015 l’Italia ha recepito la direttiva 2013/11/UE  del 21 maggio 2013 sulla risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori, che modifica il regolamento (CE) n. 2006/2004 e la direttiva 2009/22/CE (Direttiva sull’ADR per i consumatori, adr). La nuova normativa comporta una modifica al codice del consumo con l’inserimento del capitolo relativo alla risoluzione extragiudiziale delle controversie, che contiene anche chiarimenti in relazione all’operatività delle regole di prescrizione e decadenza. Per quanto riguarda le controversie transfrontaliere, il consumatore potrà rivolgersi al Centro nazionale della rete europea per i consumatori (ECC-NET, qui il sito http://www.ecc-net.it/) che sarà anche punto di contatto ODR (On line Dispute Resolution). A tale proposito, va ricordato che il 22 luglio è entrato in vigore il regolamento UE 2015/1051  sulle modalità per l’esercizio delle funzioni della piattaforma di risoluzione delle controversie online, sulle caratteristiche del modulo di reclamo elettronico e sulle modalità della cooperazione tra i punti di contatto che sarà pienamente operativa dal 6 gennaio 2016.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pubblicate-le-modalita-applicative-per-la-soluzione-delle-controversie-online.html

Scritto in: consumatori | in data: 21 agosto 2015 |
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La richiesta di sospensione di un procedimento sulle misure provvisorie in vista del divorzio, per tentare un regolamento amichevole con il convenuto, non incide sulla litispendenza del procedimento. E’ il principio stabilito dalla Corte di giustizia dell’Unione europea con ordinanza del 16 luglio relativa alla causa C-507/14 (C-507:14). Il rinvio pregiudiziale è stato sollevato dalla Corte Suprema portoghese adita da un marito che chiedeva l’affidamento dei figli, allontanati dalla madre dalla casa familiare fissata a Lisbona. In precedenza, la donna aveva avviato la procedura di separazione in Spagna e richiesto alcune misure provvisorie, ma aveva chiesto la sospensione del procedimento provando a ragggiungere un accordo amichevole con il marito. Fallito questo tentativo, la donna aveva ripreso l’azione in Spagna. Il marito aveva eccepito l’esistenza del procedimento in Portogallo ma, ad avviso dei giudici spagnoli, poiché la richiesta di misure provvisorie era stata introdotta prima in Spagna, la giurisdizione era di tale Stato.

L’uomo aveva continuato il procedimento in Portogallo i cui giudici, alla luce del regolamento n. 2201/2003 del 27 novembre 2003 sulla competenza, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale che abroga il regolamento n. 1347/2001, si erano dichiarati incompetenti e avevano anche respinto la richiesta di sollevare la questione pregiudiziale a Lussemburgo. In ultimo, invece, la Corte suprema ha sollevato la questione che verte, in particolare, sull’interpretazione dell’articolo 16 del regolamento. In base a tale disposizione, l’autorità giurisdizionale “si considera adita: a) alla data in cui la domanda giudiziale o un atto equivalente è depositato presso l’autorità giurisdizionale, purché successivamente l’attore non abbia omesso di prendere tutte le misure cui era tenuto affinché fosse effettuata la notificazione al convenuto; o b) se l’atto deve essere notificato prima di essere depositato presso l’autorità giurisdizionale, alla data in cui l’autorità competente ai fini della notificazione lo riceve, purché successivamente l’attore non abbia omesso di prendere tutte le misure cui era tenuto affinché l’atto fosse depositato presso l’autorità giurisdizionale”. La Corte di Lussemburgo, per chiarire la nozione di litispendenza e il momento in cui un’autorità giurisdizionale si considera adita, si rifà al regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, l’esecuzione e il riconoscimento delle decisioni in materia civile e commerciale, sostituito, dal 15 gennaio 2015, dal regolamento n. 1215/2012. Nel caso sottoposto alla sua attenzione, la Corte sottolinea che l’uomo non aveva contestato la regolarità della notificazione della domanda di misure provvisorie preliminari alla richiesta del divorzio, seppure intervenuta dopo la domanda di ripresa della procedura da parte della donna. A ciò si aggiunga – scrive la Corte – che è irrilevante, per chiarire la data in cui una giurisdizione è adita, che si sia verificata una sospensione della procedura a meno che non si dimostri una negligenza da parte dell’attore. E’ evidente che, nel caso di specie, la donna non era stata negligente ma aveva cercato un accordo amichevole con il marito in linea con lo stesso regolamento Ue. La domanda di sospensione presentata dalla donna aveva, quindi, un fine previsto dalla stessa normativa Ue e non ha inciso sull’individuazione della data di comparizione da parte del giudice spagnolo. Pertanto, per gli eurogiudici, la giurisdizione spagnola si può considerare adita correttamente ai sensi dell’articolo 16 del regolamento nel momento in cui è stato depositato l’atto introduttivo anche se la procedura è sospesa su istanza del ricorrente senza che ciò sia notificato  al convenuto. A condizione, però, che l’attore prenda successivamente le misure necessarie affinché l’atto sia notificato al convenuto.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 21 agosto 2015 |
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