La Corte di appello alla quale la Cassazione ha rinviato un procedimento dopo l’annullamento della sentenza di secondo grado può procedere a comminare una pena più grave rispetto a quella prevista nella pronuncia annullata a condizione che la sanzione detentiva non sia più alta rispetto a quella resa dai giudici di primo grado. Nessuna violazione dell’articolo 7 della Convenzione che afferma il principio nulla poena sine lege in una simile situazione. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella decisione depositata il 24 settembre nel caso Greco contro Italia (GRECO c. ITALIE) con la quale Strasburgo ha dichiarato irricevibile il ricorso. Il ricorso era stato presentato da un individuo condannato per associazione di stampo mafioso con giudizio abbreviato. L’uomo aveva impugnato la sentenza di condanna a sei anni contestando la legittimità delle intercettazioni. La Corte di appello aveva ridotto la pena a 5 anni. La Cassazione aveva annullato con rinvio ad altra Corte di appello ritenendo che le intercettazioni potevano essere realizzate con strumenti non appartenenti agli inquirenti ma solo in circostanze eccezionali. Nel nuovo giudizio la Corte di appello aveva confermato il giudizio di primo grado inasprendo così la pena rispetto a quella precedente disposta dai giudici di appello. Per la Corte europea, una simile circostanza non costituisce alcuna violazione del principio del divieto di reformatio in peius. D’altra parte, l’articolo 597 c.p. impedisce l’applicazione di una pena più grave rispetto a quella emessa in prima istanza. Inoltre, – scrive Strasburgo – non è stato violato il divieto di applicazione analogica e, quindi, non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 7, né dell’articolo 6 relativo all’equo processo perché se è vero che che il giudizio abbreviato presenta delle differenze rispetto al normale svolgimento del processo con riguardo alla produzione delle prove è anche vero che esso permette all’imputato, che ne fa richiesta, di ottenere una riduzione di pena.

Scritto in: CEDU | in data: 30 settembre 2015 |
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Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha adottato, il 18 settembre 2015, la risoluzione CM/AS(2015)2068 sui “servizi sociali in Europa: legislazione e pratiche relative all’allontanamento dei bambini dalle famiglie nei Paesi membri del Consiglio d’Europa”(CM). Il Comitato segue quanto deciso dall’Assemblea parlamentare e il rapporto presentato il 13 marzo 2015 (Doc. 13730, social services report) nel quale, affermato il diritto del bambino ad essere protetto da tutte le forme di violenza, fisica, sessuale o psicologica, si riconosce il diritto a non essere separato dalla propria famiglia. In quasi tutti i Paesi il minore è ascoltato dalle autorità competenti ma in alcuni Stati come Germania, Italia, Estonia, Lituania, Polonia e Serbia non è consentito il ricorso giurisdizionale avverso le decisioni dei servizi sociali. Nel rapporto, che si sofferma anche sull’adozione, si sottolinea l’assenza di statistiche complete da parte degli Stati anche se è possibile individuare due diverse tendenze: da un lato, i servizi sociali talvolta adottano decisioni di allontanamento troppo rapidamente senza fornire un sostegno adeguato e preliminare a famiglie e genitori, disponendo in alcuni casi l’adottabilità, dall’altro lato i servizi sociali sono in alcuni casi lenti e o restituiscono i minori con troppa fretta alle famiglie. Se, poi, sul piano formale gli Stati hanno legislazioni adeguate agli standard internazionali, sul piano pratico si evidenziano lacune sul piano dell’effettività, che devono essere risolte proprio per proteggere minori e famiglie.

Scritto in: diritti dei bambini | in data: 29 settembre 2015 |
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Il Sottocomitato delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura ha concluso la sua prima visita in Italia il 22 settembre e ha presentato al Governo le osservazioni preliminari ancora confidenziali (torture). Il monitoraggio ha riguardato, in particolare, le condizioni di detenzione dei migranti e le garanzie per la protezione dalla tortura e da maltrattamenti. Sono state visitate diverse strutture per i migranti a Roma, Trapani, Pozzallo, Torino e Bari. In base a quanto previsto dal Protocollo opzionale sulla prevenzione della tortura, il Sottocomitato è tenuto a presentare una relazione confidenziale, trasmettendola, se necessario, al meccanismo di prevenzione nazionale. Gli Stati possono decidere di rendere disponibili pubblicamente le relazioni del Sottocomitato.

L’Italia ha ratificato il Protocollo con legge 9 novembre 2012 n. 195 “Ratifica ed esecuzione del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti, fatto a New York il 18 dicembre 2002”.

Scritto in: tortura | in data: 28 settembre 2015 |
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L’utilizzo di frasi che deridono un politico non possono essere considerate diffamatorie se contribuiscono al dibattito su questioni di interesse generale e se non si tratta di attacchi personali gratuiti. Mentre sul piano nazionale si comprime la libertà di stampa (in Italia come in altri Paesi), la Corte europea dei diritti dell’uomo procede nella sua opera di rafforzamento nella protezione dei giornalisti proprio in ragione della strumentalità della libertà di stampa per  la democrazia. In questa direzione, con la sentenza depositata il 22 settembre (AFFAIRE KOUTSOLIONTOS ET PANTAZIS c. GR?CE), Strasburgo ha condannato la Grecia per violazione dell’articolo 10 che assicura la libertà di espressione. A rivolgersi alla Corte europea l’editore di un giornale locale di Ioannina e il direttore del dipartimento dei monumenti storici che aveva scritto un articolo polemico su un politico, ex sindaco della città. Quest’ultimo li aveva citati in giudizio e i tribunali greci li avevano condannati per diffamazione a una sanzione di 15mila euro. I giudici nazionali avevano analizzato la vicenda tenendo conto dell’articolo 10 della Convenzione, ma erano giunti alla conclusione che era stato oltrepassato il limite previsto poiché era stata lesa la reputazione dell’ex sindaco. Una conclusione che non ha convinto Strasburgo. Per i giudici internazionali, infatti, non è conforme alla prassi di Strasburgo estrapolare una singola frase dal contesto dell’articolo senza valutare elementi essenziali come il contributo di un articolo di stampa al dibattito su questioni di interesse per l’intera collettività. L’autore dell’articolo aveva usato uno stile polemico, sarcastico, incisivo e provocatorio ma ciò non può giustificare una restrizione alla libertà di espressione se l’articolo ha un interesse generale. Tanto più – osserva la Corte – che non spetta ai giudici indicare all’interessato lo stile da utilizzare. Nel caso di specie, poi, l’autore aveva espresso critiche nei confronti di un politico senza alcun attacco personale gratuito perché le espressioni utilizzate avevano un legame sufficientemente stretto con la situazione commentata dall’autore e con la gestione della città. Di qui la violazione dell’articolo 10 a seguito della condanna disposta dai tribunali nazionali e l’obbligo, per lo Stato in causa, di versare a ciascun ricorrente poco più di 10mila euro per i danni patrimoniali subiti.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 25 settembre 2015 |
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E’ ancora una volta il Parlamento europeo a tornare sulla responsabilità degli Stati nei casi di extraordinary renditions. Vicende che molti Stati vorrebbero seppellire senza far luce su fatti che gettano pesanti ombre sul livello di democrazia reale di molti Paesi europei. Con l’obiettivo di non dimenticare, la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni dell’europarlamento ha diffuso uno studio dal titolo “A quest for accountability? EU and Member States inquiries into the CIA Rendition and Secret Detention Programme” (IPOL_STU(2015)536449_EN). Lo studio fortemente voluto, seppure tra non poche opposizioni, dai parlamentari europei, partendo dal rapporto Feinstein del Senato americano e dalle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, analizza il livello di coinvolgimento di alcuni Paesi europei, Italia, Lituania, Romania e Regno Unito, che non hanno esitato ad accantonare regole fondamentali in materia di diritti umani, alla base della democrazia per supportare e realizzare le renditions. Con un ulteriore dato negativo perché le autorità nazionali di questi Paesi hanno cercato di nascondere la realtà e ostacolare il lavoro delle autorità inquirenti nell’accertamento dei fatti attraverso un abuso del segreto di Stato (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/per-la-consulta-segreto-di-stato-senza-limiti-anche-se-sono-in-ballo-violazioni-dei-diritti-umani.html). In questa direzione lo studio ricorda proprio l’Italia e il caso Abu Omar: grazie all’allora Procuratore di Milano Armando Spataro e all’operato di alcuni giornalisti le indagini sono andate avanti malgrado gli ostacoli frapposti dalle autorità governative italiane e statunitensi. Adesso sulla vicenda si attende la pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo che dovrebbe essere depositata nei prossimi mesi.

20120320PHT41270_originalLo studio, intanto, ricostruisce gli approdi della Corte europea dei diritti dell’uomo nelle sentenze al-Nashiri contro Polonia, Husayn (Abu Zubaydah) contro Polonia e El-Masri contro ex Repubblica jugoslava di Macedonia, mentre si è in attesa delle sentenze Abu Zubaydah contro Lituania, al-Nashiri contro Romania e Nasr e Ghali contro Italia.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/europarlamento-nuove-indagini-sul-ruolo-dei-paesi-ue-nelle-azioni-della-cia.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/necessario-fare-luce-sui-casi-di-tortura-e-sulle-extraordinary-renditions-lo-chiede-lonu-agli-stati-uniti.html.

Scritto in: extraordinary renditions | in data: 24 settembre 2015 |
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Con ordinanza n. 18254 del 17 settembre 2015, la sesta sezione civile della Corte di cassazione ha chiarito l’incidenza sul divieto di reingresso della direttiva 115/2008 relativa alle norme e alle procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, riconsiderando il proprio precedente orientamento (28254_09_2015). Una donna, espulsa anni prima, era rientrata in Italia e aveva presentato istanza di revoca del decreto di espulsione. La domanda era stata respinta sul presupposto che non erano decorsi 10 anni come prevedeva il Dlgs 286/1988 e che non era stata chiesta la speciale autorizzazione ministeriale. Di diverso avviso la Cassazione secondo la quale l’adozione della direttiva 2008/115 recepita in Italia con d.l. n. 89/2011, convertito nella legge n. 129/2011 ha modificato il divieto di reingresso riducendo l’arco temporale da 10 a 5 anni, senza alcuna necessità, trascorso questo tempo, dell’autorizzazione ministeriale. E’ evidente che l’adeguamento della normativa italiana alla direttiva, secondo la quale il divieto di reingresso non può essere superiore a 5 anni e inferiore a 3, impone di tener conto del nuovo termine anche con riferimento a situazioni relative al periodo precedente rispetto all’adozione del decreto legge di recepimento. Di conseguenza, per la Suprema Corte non si può ritenere illegittimo il rientro di un cittadino straniero colpito da decreto di espulsione dopo che siano decorsi 5 anni così come non va richiesta la speciale autorizzazione ministeriale che riguarda solo casi concreti, mentre è irragionevole richiederla una volta scaduto il termine relativo al divieto di reingresso.

Scritto in: immigrazione | in data: 23 settembre 2015 |
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Troppi Stati parti alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo abusano della custodia cautelare, con effetti negativi sul detenuto, sulla sua famiglia e sulla società nel suo insieme, tanto più che i detenuti in detenzione preventiva, in via generale, si trovano in condizioni peggiori rispetto a coloro che sono in carcere per scontare una condanna. Lo scrive il Relatore del Comitato sugli affari giuridici e i diritti umani del Consiglio d’Europa, Pedro Agramunt, nel rapporto del 7 settembre 2015 n. 13863 (custodia cautelare). Ad avviso del Relatore, troppo spesso le autorità nazionali procedono a un’interpretazione eccessivamente ampia delle condizioni che consentono l’applicazione della detenzione preventiva, violando così il principio fondamentale della presunzione d’innocenza e i limiti stabiliti dall’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Parlano, d’altra parte, i numeri perché il 25% dei detenuti in Europa è composto da persone in custodia cautelare (dati 2013). Allarme per la Russia dove la custodia cautelare è utilizzata troppo spesso per far confessare o per neutralizzare i concorrenti politici, così come in Ucraina. Ampia applicazione anche in Turchia per spegnere le voci critiche. Tra le luci, la Polonia che ha fatto molti passi avanti per adeguarsi agli standard internazionali. Dai dati risulta che il numero di detenuti senza sentenza di condanna definitiva per 100mila abitanti è molto alto in Turchia (89,2), in Albania (68,1), in Russia (65,6), nel Principato di Monaco (63,4). Il numero più basso in Islanda (4,0) e, tra i Paesi più grandi, in Germania (13,8) e Bulgaria (10,6).

Il rapporto ricostruisce in dettaglio la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Scritto in: CEDU | in data: 22 settembre 2015 |
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Con la sentenza del 3 settembre nella causa C-110/14 (avvocato:consumatore), la Corte di giustizia dell’Unione europea ha precisato in quali casi un libero professionista può essere considerato un consumatore ai fini dell’applicazione della direttiva 93/13 sulle clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, recepita in Italia con Dlgs 206/2005 contenente il codice del consumo. In particolare, gli eurogiudici, nell’ampliare il perimetro di applicazione della direttiva, hanno chiarito che un avvocato il quale conclude un contratto con un istituto di credito, non legato alla sua attività professionale, ha diritto alla tutela accordata ai consumatori. E questo anche nei casi in cui, congiuntamente a quello principale, stipula un contratto accessorio di mutuo in cui fornisce come garanzia un immobile legato allo studio legale. Il rinvio pregiudiziale era stato sottoposto dai giudici rumeni investisti di una richiesta di annullamento di una clausola abusiva presentata da un avvocato che aveva stipulato un contratto di credito con una banca, garantito da un’ipoteca su un immobile del suo studio legale. Il contratto era stato firmato dal legale sia in quanto mutuatario sia come rappresentante dello studio, per la garanzia fornita dall’immobile. Punto controverso è se la direttiva possa essere applicata a un contratto in cui il consumatore è una persona fisica che esercita, però, una libera professione. La direttiva, infatti, ha un limite dal punto di vista soggettivo perché si applica unicamente ai contratti in cui uno dei contraenti sia una persona fisica che agisce al di fuori della sua attività professionale e l’altro sia un professionista che, invece, svolge l’attività professionale nel momento di conclusione del contratto.

Per la Corte, la qualificazione dei contraenti non va fatta in astratto, ma deve essere legata al caso di specie. Pertanto, “una stessa e identica persona può agire in quanto consumatore nell’ambito di determinate operazioni e in quanto professionista in altre”. Non è rilevante l’attività professionale in generale, mentre ha importanza se nella stipulazione del contratto il consumatore agisca o no come professionista, considerando le condizioni del contratto, la natura del bene o del servizio oggetto dell’obbligazione e i fini per i quali il bene è acquisito. Se un avvocato agisce per fini che non rientrano nella sua attività professionale, la direttiva va applicata e l’avvocato tutelato come consumatore, con l’annullamento della clausola abusiva. E questo anche se il legale dispone “di un elevato livello di competenze tecniche”, perché quest’unica circostanza non è sufficiente ad escludere che possa essere considerato parte debole. La situazione di inferiorità di un contraente, d’altra parte, non è limitata al livello di informazione, ma va valutato anche il potere di trattativa durante la fase negoziale che può essere ristretto anche per un avvocato, spingendolo ad aderire alle condizioni predisposte dall’altro contraente senza poter incidere sul contenuto delle stesse.

Né cambia la qualificazione per il fatto che il credito sorto dal contratto sia stato garantito con un’ipoteca utilizzando un immobile appartenente allo studio legale e, quindi, un bene destinato all’attività professionale, anche perché la qualità di consumatore va accertata con riferimento al contratto principale (e, quindi, quello di credito) e non a quello accessorio.

Scritto in: consumatori | in data: 21 settembre 2015 |
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La cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo, il 26 agosto, ha comunicato all’Italia il ricorso presentato da una donna, con doppia cittadinanza, moldava e rumena, vittima insieme alla figlia, di continue violenze domestiche culminate nella morte della figlia, uccisa dal padre (TALPIS c. ITALIE). Uno scenario che, purtroppo, si ripete malgrado le denunce delle donne. Questi i fatti. La ricorrente aveva raggiunto il marito in Italia. La vita familiare si era trasformata in un incubo con continue violenze da parte del marito. La moglie si era allontana di casa e aveva varie volte chiamato la polizia. La figlia era tornata in patria ma poi era rientrata in Italia. Nel corso di una lite,  la figlia aveva cercato di proteggere la madre ed era stata uccisa dal padre con tre coltellate. L’uomo era stato condannato all’ergastolo. La donna ha presentato ricorso alla Corte europea sostenendo che le autorità nazionali italiane non hanno rispettato l’obbligo di proteggerla, violando così l’articolo 2 della Convenzione europea che garantisce il diritto alla vita e che impone l’adozione di misure positive. La ricorrente accusa le autorità nazionali, a suo avviso inerti e indifferenti, di non aver adottato alcuna precauzione effettiva volta a impedire le violenze nei suoi confronti. Non solo. Malgrado avesse presentato una denuncia nel 2012, la prima udienza si era tenuta solo nel 2014, dopo la morte della figlia. Tra l’altro, la ricorrente sostiene di essere stata vittima di discriminazione in quanto donna. Adesso il Governo dovrà rispondere alle domande poste dalla Corte che dovrà decidere sulla ricevibilità del ricorso.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/vittime-di-violenza-familiare-obbligo-di-misure-positive-in-base-alla-cedu.html

Scritto in: violenza contro le donne | in data: 20 settembre 2015 |
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Gli spostamenti dei dipendenti dal proprio domicilio a quello del cliente, che servono per l’esecuzione di prestazioni tecniche dei lavoratori, rientrano nella nozione di “orario di lavoro”. E’ il principio fissato nella sentenza depositata il 10 settembre (causa C-266/14, C-266:14) dalla Corte di giustizia dell’Unione europea chiamata a interpretare la direttiva 2003/88 su taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, recepita in Italia con Dlgs n. 66/2003, modificato dal n. 213/2004. Il rinvio pregiudiziale è stato presentato dai giudici spagnoli alle prese con una controversia tra alcuni lavoratori, che si occupavano dell’installazione e della manutenzione dei sistemi di sicurezza e il datore di lavoro. I dipendenti chiedevano di conteggiare nell’orario lavorativo anche lo spostamento dal proprio domicilio a quello del primo e dell’ultimo cliente. Dopo la chiusura delle sedi regionali, infatti, i lavoratori erano tenuti a spostarsi dalla propria abitazione al luogo di installazione con un veicolo di servizio, una volta ricevuta dalla sede centrale, sul cellulare aziendale, la tabella di viaggio. Lo spostamento domicilio – primo e ultimo cliente era considerato dalla società come periodo di riposo. Di qui la controversia e il rinvio pregiudiziale a Lussemburgo, che ha fornito un’interpretazione a tutela del lavoratore. Prima di tutto, gli eurogiudici hanno chiarito che le nozioni di “orario di lavoro” e “periodo di riposo” non dipendono dagli ordinamenti nazionali, ma dal diritto dell’Unione. Solo grazie all’individuazione di una nozione autonoma è possibile, infatti, assicurare piena efficacia alla direttiva e l’applicazione uniforme in tutti gli Stati membri. Tra gli elementi costitutivi della nozione di “orario di lavoro” è incluso l’esercizio delle attività e delle funzioni lavorative. Lo spostamento verso la sede del cliente presso il quale vanno installati i sistemi di sicurezza è parte integrale della funzione del lavoratore. D’altra parte – osserva la Corte – prima della chiusura degli uffici regionali, l’azienda conteggiava lo spostamento tra sede e domicilio del cliente nell’orario di lavoro. Il semplice fatto che il dipendente parta dalla propria abitazione, a causa del fatto che non ha un luogo di lavoro fisso o abituale, non altera la circostanza che lo spostamento sia considerato come esercizio delle attività e delle funzioni lavorative. Inoltre, il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro e raggiunge un cliente su sua indicazione “per poter immediatamente fornire le opportune prestazioni in caso di bisogno”. Durante lo spostamento, poi, il lavoratore non può gestire il tempo in modo libero, ma è obbligato “giuridicamente ad eseguire le istruzioni del proprio datore di lavoro e ad esercitare la propria attività per il medesimo”. Il ristretto margine di autonomia concesso al lavoratore non sposta la conclusione della Corte di giustizia tanto più che il datore di lavoro può cambiare l’ordine dei clienti e modificare gli appuntamenti. Irrilevante il rischio di abusi  che non può essere arginato modificando la qualificazione giuridica della nozione di orario di lavoro. Spetta all’azienda, infatti, effettuare controlli per evitare abusi anche limitando il pagamento del carburante solo a quello necessario per un uso professionale. Nessuna possibilità, quindi, per l’azienda di ridurre il tempo di riposo includendo in questa fase lo spostamento domicilio-cliente funzionale all’esecuzione dell’attività lavorativa del dipendente.

Scritto in: diritti dei lavoratori | in data: 18 settembre 2015 |
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