Le misure previste dal 41bis sono compatibili con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo dice la Corte di Strasburgo con decisione depositata il 24 settembre 2015 con la quale i giudici internazionali hanno dichiarato irricevibile il ricorso presentato contro l’Italia da un detenuto condannato per associazione di stampo mafioso e sottoposto al regime speciale di detenzione (PAOLELLO c. ITALIE).

Per la Corte, il regime penitenziario differenziato del 41bis non può essere considerato tortura o trattamento disumano o degradante e quindi non è di per sé incompatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, con l’articolo 3 che vieta la tortura. Poco importa – scrive la Corte – l’applicazione prolungata del regime differenziato di detenzione perché va verificato caso per caso se il rinnovo del regime è dovuto alla persistenza delle condizioni. Così come non si configura una violazione dell’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e personale, per i controlli sulla corrispondenza e per il sistema di videosorveglianza perché entrambi servono a minimizzare i contatti del detenuto con strutture dell’organizzazione criminale, soprattutto tenendo conto della natura particolare del fenomeno mafioso. Nel momento in cui le misure sono proporzionali e limitate nel tempo, con un continuo controllo delle autorità giurisdizionali, come risulta dalle modifiche introdotte con la legge 8 aprile 2004 n. 95, non si configura alcuna violazione della Convenzione. Di qui l’irricevibilità del ricorso.

Scritto in: diritti dei detenuti | in data: 30 ottobre 2015 |
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L’immunità dalla giurisdizione di uno Stato estero non può essere concessa per le azioni derivanti da crimini di guerra e contro l’umanità, inclusi gli atti di terrorismo internazionale. Nel solco di quanto affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 238 del 22 ottobre 2014, la Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 21946/15 depositata il 28 ottobre (21946) ha stabilito che se uno Stato estero ha commesso gli indicati crimini la regola dell’immunità non trova applicazione, pur stabilendo che, nel caso di specie, la sentenza emessa da un tribunale Usa non potesse essere eseguita in Italia in quanto mancava la competenza internazionale del giudice straniero ai sensi dell’articolo 64 della legge n. 218/1995.

Alla Corte di Cassazione si sono rivolti i familiari di una cittadina americana, di religione ebraica, che era stata uccisa in un attentato terroristico, rivendicato da Hamas, in Israele. La United States District Court for the District of Columbia con la sentenza n. 97-396 aveva riconosciuto la propria giurisdizione e condannato l’Iran, accusato di aver diretto l’attentato, a versare ai parenti della vittima 26.002.690 dollari come risarcimento danni e 225.000.000 dollari per danni punitivi. I familiari si erano poi rivolti alla Corte di appello di Roma chiedendo la delibazione della sentenza per poter procedere all’esecuzione sui beni iraniani in Italia. La Corte di appello di Roma aveva però negato la delibazione, accogliendo quanto sostenuto dal Governo iraniano e da quello italiano, fermi e uniti nel rivendicare l’applicazione della regola consuetudinaria sull’immunità dalla giurisdizione come affermata dalla Corte internazionale di giustizia con la sentenza del 3 febbraio 2012, nella controversia Germania contro Italia. Una tesi che non ha convinto la Cassazione. Prima di tutto, secondo la Suprema Corte, la ratio decidendi dei giudici di appello non è accettabile in ragione di quanto sostenuto dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 238 la quale ha escluso che la norma internazionale alla quale il nostro ordinamento si è conformato in base all’articolo 10 della Costituzione possa comprendere “l’immunità degli Stati dalla giurisdizione civile in relazione ad azioni di danni derivanti da crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona, i quali risultano per ciò stesso non privi della necessaria tutela giurisdizionale effettiva”.  Un principio al quale le Sezioni Unite aderiscono: se la norma sull’immunità “confligge con gli elementi identificativi e irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale” non può “entrare” nell’ordinamento italiano. Un simile orientamento trova d’altra parte conferma nelle posizioni assunte dalla Cassazione che “ha ritenuto prevalenti, sul dogma della sovranità, i principi e i diritti fondamentali che si riconnettono ai valori costitutivi della dignità umana”. Tanto più che la Cassazione è da tempo orientata nel fare emergere una norma consuetudinaria internazionale basata “su un’operatività non illimitata o indiscriminata dell’immunità”.

Detto questo, però, la Cassazione ritiene che la decisione della Corte di appello di impedire l’exequatur della sentenza Usa sia stata corretta in forza dell’articolo 64 della legge n. 218/1995, perché il giudice straniero non aveva la giurisdizione secondo i criteri propri dell’ordinamento italiano. Questo vuol dire che non può essere riconosciuta ed eseguita in Italia una pronuncia adottata da giudici stranieri competenti in base al proprio ordinamento, ma non secondo i criteri di competenza del giudice italiano. Inoltre, la Suprema Corte esclude che la sentenza della Consulta possa essere utilizzata per affermare un principio di giurisdizione civile universale per le azioni risarcitorie derivanti da crimini di diritto internazionale. Di qui la decisione di respingere il ricorso e bloccare l’exequatur della sentenza targata Usa.

Scritto in: immunità | in data: 29 ottobre 2015 |
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Il diritto di cambiare cognome rientra nell’ambito dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e personale, ma gli Stati hanno un margine di discrezionalità e possono porre limiti, anche per ragioni di sicurezza interna, alla libertà degli individui che puntano a modifiche del cognome. Lo ha stabilito la Corte di Strasburgo con la decisione Macalin Moxamed Sed Dahir contro Svizzera depositata l’8 ottobre (ricorso n. 12209(01), MACALIN MOXAMED SED DAHIR c. SUISSE). A rivolgersi alla Corte europea una donna, con doppia cittadinanza, somala e svizzera, la quale, dopo il matrimonio con il marito somalo, aveva chiesto e ottenuto di aggiungere al cognome del coniuge il proprio cognome di nascita. Tuttavia, poiché la pronuncia del suo nome, in Svizzera, richiamava una parola che secondo la lingua somala era offensiva, la donna aveva chiesto di utilizzare due differenti cognomi. Una richiesta bocciata dalle autorità svizzere, la cui posizione è stata condivisa da Strasburgo. E’ vero, infatti, che le questioni legate al cognome rientrano nel campo di applicazione dell’articolo 8, ma lo Stato ha un margine di discrezionalità per garantire la stabilità nelle relazioni sociali assicurata anche dal cognome utilizzato. Il cognome – prosegue  la Corte – svolge una funzione essenziale per la sicurezza sociale e cambiamenti possono essere concessi se esso è umiliante o ridicolo. Ma certo, un individuo non può chiedere l’utilizzo di entrambi i cognomi a seconda delle circostanze. Di qui la decisione sull’irricevibilità del ricorso.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cambio-del-patronimico-si-dalla-cedu.html

Scritto in: CEDU | in data: 28 ottobre 2015 |
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Un’amministrazione pubblica non può trasmettere i dati a un altro ente senza avere informato preventivamente le persone interessate. Di conseguenza, è contrario al diritto Ue un sistema nazionale che consente all’amministrazione tributaria di inviare le dichiarazioni dei redditi alla cassa nazionale malattia che tratta poi i dati ricevuti. E’ la Corte di giustizia a stabilirlo con la sentenza del 1° ottobre nella causa C-201/14 (C-201:14). A rivolgersi a Lussemburgo, la Corte di appello di Cluj (Romania) alle prese con una controversia tra alcuni lavoratori autonomi e l’Agenzia nazionale per l’amministrazione tributaria. Quest’ultima aveva trasmesso le dichiarazioni dei redditi dei ricorrenti alla Cassa nazionale malattia che aveva imposto il pagamento dei contributi previdenziali arretrati. Una violazione, secondo i contribuenti, della direttiva 95/46 del 24 ottobre 1995, relativa alla protezione delle persone per quanto riguarda il trattamento dei dati personali e la libera circolazione degli stessi (recepita in Italia con il Dlgs n. 196/2003, “Codice della privacy”), perché i dati erano stati trattati dalla Cassa malattia senza il loro consenso preventivo. Prima di risolvere il caso, i giudici rumeni hanno chiamato in aiuto Lussemburgo. E’ evidente – scrivono gli eurogiudici – che i dati fiscali trasmessi dall’amministrazione tributaria alla cassa previdenziale devono essere classificati tra i dati personali inclusi nell’ambito di applicazione della direttiva 95/46 perché si tratta di informazioni “concernenti una persona fisica identificata o identificabile”. Di conseguenza, il responsabile del trattamento dati dell’amministrazione interessata è soggetto a un obbligo di informazione nei confronti della persona coinvolta che deve conoscere l’identità del responsabile del trattamento e le finalità, nonché “ogni altra informazione necessaria per effettuare un trattamento leale dei dati”, e quindi, anche le categorie dei destinatari delle informazioni. Questo vuol dire che ogni amministrazione pubblica è tenuta a informare la persona interessata del trasferimento di dati a altra amministrazione, che poi procederà a trattarli. L’assenza di informazioni specifiche è una violazione della direttiva. Non è sufficiente che la legislazione nazionale preveda che i dati riguardanti la persona che effettua la dichiarazione saranno trasmessi all’ente previdenziale perché nella normativa non è specificata l’inclusione del contenuto delle dichiarazioni dei redditi, facendo invece riferimento unicamente all’identità dell’assicurato. E’ evidente che una simile situazione è contraria alla direttiva perché le persone interessate – osserva la Corte – dovevano essere informate non solo delle finalità di un trattamento ma anche delle categorie dei dati trattati. Gli eurogiudici, poi, escludono la possibilità di applicare l’eccezione prevista dall’articolo 13 della direttiva in base alla quale gli obblighi di informazione possono essere limitati  se “tale restrizione costituisce una misura necessaria alla salvaguardia di un rilevante interesse economico o finanziario di uno Stato membro”. Né è possibile invocare la non applicazione degli obblighi di informazione solo perché l’obbligo di registrazione e di comunicazione era prescritto dalla legge poiché, in ogni caso, lo Stato deve adottare misure appropriate idonee a tutelare gli interessati. Di qui la conclusione che è contraria al diritto Ue una misura nazionale che consente a un’amministrazione pubblica la trasmissione di dati senza informazione alla persona interessata.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 27 ottobre 2015 |
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La Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 42458 depositata il 22 ottobre 2015 (42458_10_15) conferma un orientamento volto a limitare gli effetti delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, insistendo su un’interpretazione delle sentenze di Strasburgo con effetti circoscritti alle sole pronunce consolidate. E questo malgrado una simile interpretazione sia stata già stigmatizza dai giudici internazionali. Con l’indicata sentenza, la Suprema Corte ha stabilito che la confisca obbligatoria di cui all’articolo 174 del Dlgs n. 42 del 22 gennaio 2004, che punisce chiunque trasferisca beni artistici e storici all’estero, senza attestato di libera circolazione, è una misura di carattere amministrativo, applicabile anche in mancanza di un accertamento della responsabilità penale, escludendo così il carattere sanzionatorio del provvedimento. Nel caso all’attenzione della Cassazione, il ricorrente si opponeva alla confisca di alcuni beni disposta dal giudice dell’esecuzione, misura stabilita pur in mancanza di una sentenza di condanna per il fatto per il quale era stato disposto il provvedimento ablativo. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato. Chiarito che sussiste una presunzione della proprietà statale dei beni culturali, la Corte ha precisato che il ricorrente non ha fornito prove idonee a ribaltare questa presunzione. E’ altresì da respingere il richiamo all’articolo 240 c.p. il quale prevede che, nel caso di condanna, il giudice può ordinare “la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto”, perché la disposizione si riferisce a una fattispecie diversa da quella in esame. In pratica, in relazione all’articolo 240 per disporre la confisca è necessario il previo accertamento della responsabilità penale, mentre così non è per l’applicazione dell’articolo 174 Dlgs n. 42/2004. Per la Corte, inoltre, una diversa interpretazione volta a limitare la protezione prevista per beni di valore artistico e culturale sarebbe in contrasto con gli obblighi di tutela del patrimonio culturale che incombono sullo Stato in base al diritto internazionale e, in particolare, alla Convenzione Unesco del 14 novembre 1970 sulle misure da adottare per vietare e impedire ogni illecita importazione, esportazione o trasferimento di beni di proprietà riguardanti beni culturali nonché alla Convenzione Unidroit del 24 giugno 1955 sul rientro dei beni culturali rubati o illecitamente esportati. Alla luce di quanto detto, la Cassazione, accertato che la confisca dei beni culturali ha una finalità recuperatoria di un bene che non può essere sottratto al patrimonio culturale, giunge alla conclusione che “la confisca di beni culturali esportati illecitamente all’estero non richiede necessariamente la contestuale sentenza di condanna penale nei confronti dell’autore del reato”. Di conseguenza, non si applica la sentenza della CEDU resa il 29 ottobre 2013 nel caso Varvara tanto più – scrive la Cassazione – che l’obbligo del giudice interno di adattarsi all’interpretazione della Convenzione sussiste solo per le pronunce consolidate. Una conclusione, quest’ultima, che ricalca la sentenza della Corte costituzionale n. 49/2015, depositata il 26 marzo 2015, con la quale la Consulta ha limitato, in modo discutibile, gli effetti delle pronunce di Strasburgo, stabilendo che il giudice interno non è tenuto a conformarsi alla giurisprudenza della Corte europea se non nei casi di sentenze pilota o di diritto consolidato. E’ opportuno ricordare che la Corte europea, nella sentenza Parrillo contro Italia resa dalla Grande Camera il 27 agosto 2015, ha ritenuto che i limiti imposti dalla sentenza n. 49 sono fondati su un predominio “assiologico” della Costituzione sulle norme della Convenzione europea, con un consequenziale limite all’applicazione delle sentenze della Corte europea. Un effetto che, a nostro avvisto, è contrario all’articolo 46 della Convenzione che stabilisce la forza vincolante delle sentenze senza i paletti posti dal giudice nazionale.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 26 ottobre 2015 |
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La Commissione per l’uguaglianza di genere del Consiglio d’europa, nell’ambito del Programma 2014-2017 “Gender Equality Strategy”, ha pubblicato un volume sull’accesso delle donne alla giustizia che contiene le buone prassi seguite negli Stati parti del Consiglio (A2J_good practices_2015). E’ evidente – scrive la Commissione – che prevedere diritti senza favorire l’accesso alla giustizia rende di fatto non effettive le garanzie fissate nella legislazione interna, impedendo una reale eguaglianza di genere. Tra l’altro, l’accesso limitato alla giustizia è, di frequente, un fenomeno sociale complesso in cui vengono in rilievo ostacoli giuridici, sociali, culturali, economici e strutturali. Indispensabile, quindi, ridurre fino ad eliminarli gli ostacoli nell’accesso alla giustizia, fornendo anche un supporto economico per le donne che intendono agire in sede giurisdizionale e garantendo adeguate misure di compensazione e di riparazione. Lo studio scandaglia le realtà dei diversi Paesi. Per l’Italia è richiamata la legge n. 119/2013 che ha convertito il decreto legge n. 93 del 14 agosto 2013 recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, anche se, a differenza di altri Paesi, non sono indicate pratiche effettive.

La Commissione ha anche pubblicato un documento di lavoro che contiene la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di violenza contro le donne (Court doc eng).

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/in-vigore-la-convenzione-di-istanbul-sulla-lotta-alla-violenza-domestica.html

Scritto in: diritti delle donne | in data: 23 ottobre 2015 |
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Se, almeno in parte, la Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 21 ottobre 2015 (causa C-347/14, News Media Online, C-347:14) passa la palla ai giudici nazionali chiamati a stabilire l’applicazione alle sequenze video in collegamento con articoli di stampa della direttiva 2010/13/Ue sui servizi di media audiovisivi, gli eurogiudici forniscono, però, taluni importanti chiarimenti destinati ad incidere sull’applicazione delle regole in materia di comunicazioni commerciali e sponsorizzazioni in casi che ormai sono sempre più frequenti ossia di siti internet di quotidiani online che hanno un sottodominio che contiene video. La questione, approdata a Lussemburgo a seguito di un rinvio pregiudiziale della Corte amministrativa austriaca, riguarda una società con sede a Innsbruck che gestisce un quotidiano online. Il sito contiene articoli di stampa e un sottodominio con un link che collega a un catalogo di ricerca con molti video. Per l’Autorità austriaca delle comunicazioni l’azienda era tenuta a rispettare la direttiva Ue sul coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi perché il sottodominio video doveva essere considerato come servizio audiovisivo, con programmi disponibili a richiesta. I giudici nazionali, ai quali si è rivolta l’azienda, hanno sospeso il procedimento e chiamato in aiuto la Corte Ue. Chiarita la nozione di servizio di media audiovisivo e l’inapplicabilità della direttiva alle versioni elettroniche di quotidiani e riviste, gli eurogiudici sono arrivati alla conclusione che rientra nella nozione di “programma” la messa a disposizione, “in un sottodominio del sito internet di un quotidiano, di filmati di breve durata consistenti in brevi sequenze estratte da notizie locali, sportive o di intrattenimento”. Per la Corte, inoltre, è da escludere un automatismo che porta a non applicare la direttiva solo perché il sito internet per vedere i video è accessibile dal quotidiano, con una netta bocciatura di ogni decisione automatica che comprometterebbe il grado di tutela del consumatore. Una chiara indicazione per i giudici nazionali tanto più che – come osserva la Corte – la durata dei filmati e le modalità di selezione non incidono sulla qualificazione che deve essere basata su un approccio sostanziale, tenendo conto del contesto. Un ulteriore elemento che spinge la Corte nella direzione dell’applicabilità della direttiva è che tali filmati entrano concorrenza con il mercato dei media audiovisivi e, quindi, sottrarli alla disciplina della direttiva significherebbe falsare la concorrenza. Una conclusione che è destinata ad incidere, in via generale, sulle aziende editoriali che all’interno dei siti delle testate giornalistiche includono video. Unica possibilità per escludere la direttiva è che i filmati non abbiano una funzione autonoma rispetto all’attività giornalistica del gestore del sito internet e siano, quindi, un mero completamento di quest’ultima attività, funzionale unicamente ad integrare gli articoli della stampa scritta.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 23 ottobre 2015 |
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“Il private enforcement del diritto della concorrenza dell’Unione europea”: è il titolo dell’interessante monografia di Caterina Fratea appena pubblicato nell’ambito della Collana del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Unione europea dell’Università di Verona, edito da Edizioni Scientifiche italiane (qui l’indice completo Indice). Fratea Il volume che, come recita il sottotitolo, si occupa a tutto tondo del tema analizzando i profili europei, internazionalprivatistici ed interni, scandaglia in dettaglio l’argomento partendo dalla questione della diretta applicabilità delle norme dei Trattati Ue in materia di concorrenza per arrivare all’analisi del regolamento n. 1/2003 e della direttiva 2014/104. Centrale l’analisi della giurisprudenza della Corte Ue anche su questioni come i ricorsi collettivi e le azioni di risarcimento danni. Segue l’analisi del private enforcement e il diritto internazionale privato sia con riguardo all’individuazione del foro competente sia della legge applicabile alle azioni risarcitorie. Il volume si chiude con un approfondimento sugli effetti nell’ordinamento italiano.

Scritto in: concorrenza, diritto internazionale privato | in data: 22 ottobre 2015 |
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L’applicazione retroattiva di una norma del codice penale che include una nozione ampia di genocidio è contraria all’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che afferma il principio nulla poena sine lege tanto più se, all’epoca dei fatti contestati, anche nel diritto internazionale generale non si prevedeva che gli atti di genocidio comprendessero determinate azioni contro i membri di un gruppo politico e i partigiani non rientravano tra i gruppi che potevano essere considerati vittime di genocidio. E’ stata la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza depositata il 20 ottobre, nel caso Vasiliauskas contro Lithuania, ( CASE OF VASILIAUSKAS v. LITHUANIA) a cogliere l’occasione per delineare la nozione di genocidio tenendo conto delle regole pattizie, del diritto consuetudinario e della prassi di organi giurisdizionali internazionali come la Corte internazionale di giustizia, il Tribunale internazionale per l’ex Iugoslavia e quello per il Ruanda. A ricorrere a Strasburgo un ex ufficiale dei servizi di sicurezza lituani condannato per l’uccisione di alcuni partigiani che avevano cercato di resistere alle truppe sovietiche all’indomani della Seconda guerra mondiale. L’uomo era stato condannato per genocidio dopo la modifica del codice penale avvenuta nel 2003 per fatti risalenti al 1953. Un’applicazione retroattiva contraria alla Convenzione europea, ha stabilito Strasburgo. Per la Grande Camera, lo Stato in causa non ha neanche provato che la condanna era basata sulla nozione di genocidio affermata dal diritto internazionale esistente nel 1953, malgrado gli organi giurisdizionali nazionali avessero, in un secondo tempo, giustificato la condanna sostenendo che nel diritto internazionale, all’epoca dei fatti, si fosse affermata una nozione in base alla quale andavano protetti anche i rappresentanti di un gruppo politico e, quindi, i partigiani. Ed invero, a quell’epoca, tra i gruppi oggetto di tutela in base alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 1948 e al diritto consuetudinario non rientravano i gruppi politici mentre erano puniti atti come l’uccisione di membri di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Di conseguenza, se è certo che il genocidio era già riconosciuto, nel 1953, come crimine secondo il diritto internazionale pattizio e consuetudinario è anche vero che non è sicuro che fossero oggetto di protezione anche gli appartenenti ai gruppi politici. Di qui la conclusione che vi è stata una violazione dell’articolo 7 della Convenzione e la condanna alla Lituania con l’obbligo di versare 10mila euro al ricorrente per danni patrimoniali.

Scritto in: CEDU, genocidio | in data: 21 ottobre 2015 |
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Nessuna immunità per il consolato del Perù a Milano che si oppone alla restituzione di manufatti di arte precolombiana al legittimo proprietario. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, con ordinanza n. 19784 depositata il 5 ottobre (19784). La vicenda ha preso il via da una segnalazione ai carabinieri fatta dal consolato del Perù che aveva portato al sequestro di manufatti di arte precolombiana acquistati da un gallerista milanese. I beni erano stati consegnati, con provvedimento cautelare, ai consolati di Cile e Perù di Milano. Ogni accusa nei confronti del gallerista si era dimostrata del tutto infondata ma i due consolati non avevano reso i beni, invocando le prerogative garantite agli uffici consolari dal diritto internazionale. Il consolato del Perù aveva eccepito il difetto di giurisdizione del giudice italiano ex articolo 43 comma 1 della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari sostenendo di aver agito nella sua dimensione pubblicistica, diplomatica e consolare. Il Tribunale di Milano ha ritenuto infondata la questione della giurisdizione. Dello stesso avviso la Cassazione secondo la quale il consolato non ha agito in via pubblicistica non avendo seguito la via diplomatica di cui alla Convenzione Unesco del 14 novembre 1970 “che rappresenta l’unico strumento mediante il quale lo Stato, attraverso l’organo consolare, può legittimamente disporre, iure imperii, di beni di proprietà privata”. Inoltre, scrive la Suprema Corte, la vicenda non presentava alcun collegamento con l’esercizio tipico di potestà pubblicistiche di governo da parte dello Stato estero per il tramite della sua rappresentanza consolare. Il provvedimento di restituzione, quindi, non interferisce con la funzione sovrana dello Stato tanto più che, dopo il dissequestro dei beni, la questione attiene unicamente al diritto di proprietà e non all’esercizio di attività pubblicistiche, con la conseguenza che la giurisdizione italiana è sussistente.

Scritto in: immunità organi dello Stato | in data: 20 ottobre 2015 |
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