Troppo tempo e troppi soldi per ottenere il riconoscimento di un documento pubblico nello spazio Ue. Per ovviare a un sistema che rischia, in molti casi, di compromettere la libera circolazione delle persone fisiche e giuridiche, la commissione per gli affari giuridici del Parlamento europeo ha approvato un accordo con il Consiglio che punta a semplificare le procedure (qui il testo della proposta di regolamento proposta). Con il nuovo strumento per avvalersi di un documento pubblico rilasciato in uno Stato membro in un altro Paese Ue non dovrà più essere richiesta l’autenticazione (apostilla) per i documenti inclusi nel regolamento come i documenti legali di stato (matrimonio, unioni civili, certificati di nascita e di morte), i certificati di residenza e domicilio, lo stato dei diritti elettorali e l’assenza di precedenti penali. Restano però fuori settori cruciali come quello del commercio e dell’istruzione. Il sistema è basato sull’utilizzo di moduli multilingue. In ogni caso, il riconoscimento del documento non darà luogo a diritti non previsti nello Stato membro nel quale si chiede il riconoscimento. Si tratta – ha dichiarato il relatore Mady Delvaux  – del primo passo verso la predisposizione di documenti pubblici comuni all’interno dell’UE.

Per la documentazione completa si veda il sito http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/ficheprocedure.do?reference=2013/0119(COD)&l=en.

Scritto in: libera circolazione | in data: 30 novembre 2015 |
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La Francia ha comunicato al Segretario generale del Consiglio d’Europa di avvalersi dell’articolo 15 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, quindi, di escludere l’applicazione della Convenzione durante lo stato d’emergenza in Francia, dopo gli attentati del 13 novembre (deroga). In base all’articolo 15 della Convenzione, nel caso di guerra o di altro pericolo pubblico “che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte Contraente può prendere delle misure in deroga alle obbligazioni previste nella presente Convenzione nella stretta misura in cui la situazione lo esiga e a condizione che tali misure non siano in contraddizione con le altre obbligazioni derivanti dal diritto internazionale”. Alcuni articoli sono tuttavia inderogabili: si tratta del diritto alla vita (articolo 2), del divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti (articolo 4), del divieto di schiavitù e di servitù (articolo 4, par. 1) e del principio nulla poena sine lege (articolo 7). Lo Stato che invoca la deroga deve comunicare la durata e la cessazione del periodo di deroga. Inoltre, spetta alla Corte, a seguito di ricorsi individuali, verificare che i criteri siano stati rispettati.

Con la legge n. 2015-1501 del 20 novembre 2015 (LOI n° 2015-1501), con la quale è stato prorogato lo stato di emergenza, la Francia ha introdotto altre misure in grado di incidere in modo negativo sulla tutela dei diritti umani, in parte avviandosi verso la strada seguita dall’ex Presidente Usa George W. Bush. Nella legge ampio spazio alle perquisizioni senza autorizzazione dell’autorità giudiziaria e accesso ai dati informatici. Come dato positivo, invece, è stata modificata la norma della legge n. 55-385 del 3 aprile 1955 relativa allo stato di emergenza che prevedeva la possibilità per il ministro dell’interno e per il prefetto di adottare tutte le misure necessarie per controllare stampa. In vista dell’adozione della legge è stato pubblicato uno studio sulla disciplina in altri Paesi (ei_prorogeant_loi_55_385_etat_urgence_cm_18.11.2015).

Sul monitoraggio delle misure d’emergenza e sulla loro applicazione, con riguardo al rispetto dei diritti fondamentali si veda il blog del giornalista di Le Monde, Laurent Borredon http://delinquance.blog.lemonde.fr/.

Scritto in: diritti umani, terrorismo internazionale | in data: 29 novembre 2015 |

Uniti per fare il punto sul livello di tutela dei diritti dei minori nello spazio europeo. L’Agenzia europea dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la Corte europea dei diritti dell’uomo, il 20 novembre, nel corso della giornata mondiale per l’infanzia, hanno pubblicato il “Manuale di diritto europeo sui diritti del bambino” (fra-ecthr-2015-handbook-european-law-rights-of-the-child_en) che raccoglie la normativa e la prassi giurisprudenziale sviluppatasi nel contesto europeo, sia con riguardo all’Unione europea sia alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Non sempre – osserva l’Agenzia dei diritti fondamentali – gli operatori giuridici, incluso il personale dei servizi sociali, hanno adeguata familiarità con la normativa Ue e con quella internazionale. Di qui la necessità di divulgare una guida pratica che raccoglie la normativa e la giurisprudenza che si è sviluppata sia dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea sia dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il volume si sofferma anche sulla Convenzione ONU sui diritti del fanciullo e su altri strumenti internazionali.

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Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/giustizia-a-misura-di-bambino-uno-studio-dellagenzia-ue-per-i-diritti-fondamentali.html

Scritto in: diritti dei bambini | in data: 26 novembre 2015 |
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E’ stato pubblicato, sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 24 novembre, il primo aggiornamento delle informazioni (reg. 1215:2012) ai sensi dell’articolo 76 del regolamento (UE) n. 1215/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale. L’articolo 76 prevede, infatti, che gli Stati procedano a comunicare alla Commissione  le indicate norme affinché Bruxelles possa redigere gli appositi elenchi.

Per quanto riguarda l’Italia le norme sulla competenza di cui all’articolo 5, paragrafo 2, e all’articolo 6, paragrafo 2, sono gli articoli 3 e 4 della legge 31 maggio 1995, n. 218.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/rettifiche-al-regolamento-bruxelles-ibis.html .

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 26 novembre 2015 |
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“The Trasformation of Occupied Territory in International Law”: è il titolo della monografia di Andrea Carcano, professore a contratto preso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, appena pubblicata nella collana “Leiden Studies on the Frontiers of International Law”, che tratta in modo approfondito il tema dell’occupazione militare di carattere ‘trasformativo’, ossia delle occupazioni volte a modificare, con effetti potentialmente permanenti, il tessuto politico, economico e sociale di un determinato territorio. Un tema classico e al tempo stesso di grande attualità che vede al centro le questioni legate al rapporto fra Stati ‘imperialisti’ e Stati soggetti a colonizzazione o a sovranità limitata, tra Stati vincitori e vinti, tra Stati democratici e dittatoriali, nonché tra Stati indipendenti e ‘failed’ States. Un volume di sicuro interesse per giuristi, storici, e studiosi di relazioni internazionali, articolato in sei capitoli e accompagnato dalle prefazioni degli editori della collana e del professor Georges Abi-Saab.

Dopo un’analisi approfondita dei casi di occupazione trasformativa a partire dal XIX secolo, l’autore esamina la prassi in materia, anche con riguardo a vicende di grande attualità come l’occupazione dell’Iraq (2003-2005), e analizza le risposte del diritto internazionale, valutando l’adeguatezza delle norme di diritto internazionale umanitario e, più in generale, del  diritto internazionale applicabile a un’occupazione bellica. Di particolare interesse l’analisi del ruolo del Consiglio di sicurezza a fronte di processi di democratizzazione di un territorio occupato intrapresi da parte di uno o più Stati.

Per l’indice completo si veda il sito http://www.brill.com/products/book/transformation-occupied-territory-international-law#TOC_1.

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Scritto in: diritto internazionale | in data: 25 novembre 2015 |
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Sulla legge applicabile alla procura alle liti rilasciata all’estero e i suoi effetti in Italia è intervenuta la Corte di Cassazione, terza sezione penale, che si è pronunciata con la sentenza del 10 novembre (45038). Nodo della questione la validità della procura: l’articolo 122 c.p.p. prevede che un atto compiuto per mezzo di un procuratore speciale ha alla base una procura rilasciata con atto pubblico o scrittura privata autenticata, con il pubblico ufficiale che deve dichiarare unicamente che la dichiarazione è avvenuta in sua presenza. Nel caso di specie, il direttore di una società aveva chiesto il riesame di un provvedimento del  Tribunale di Cagliari che aveva disposto il sequestro preventivo di un’imbarcazione di proprietà di una società. La richiesta era stata dichiarata inammissibile in quanto l’uomo era stato considerato privo di legittimazione. Sul punto che qui interessa, la Cassazione ha chiarito che, con riguardo alla procura rilasciata all’estero, va applicato l’articolo 12 della legge n. 218/1995 di riforma del diritto internazionale privato. In base a tale norma, la procura alle liti, anche se rilasciata all’estero è disciplinata, per poter espletare effetti in Italia,  dalla legge processuale italiana. Tuttavia, nella parte in cui consente l’impiego di un atto pubblico o di una scrittura privata autenticata si rinvia al diritto sostanziale e, quindi, la validità del mandato va riscontrata, per quanto riguarda la forma, in base alla lex loci a condizione che l’ordinamento straniero “conosca, quantomeno, i suddetti istituti e li disciplini in maniera non contrastante con le linee fondamentali che lo caratterizzano nell’ordinamento italiano”. Per quanto riguarda la scrittura privata autenticata questo vuol dire che il pubblico ufficiale deve dichiarare che il documento è stato firmato in sua presenza, dopo aver accertato l’identità del sottoscrittore.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 24 novembre 2015 |
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La libertà di espressione garantita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non può essere utilizzata per diffondere messaggi sul negazionismo o dichiarazioni che hanno un evidente intento di seminare messaggi antisemiti. Lo ha stabilito, a chiare lettere, la Corte europea dei diritti dell’uomo nella decisione del 10 novembre con la quale è stato dichiarato irricevibile il ricorso di M’Bala M’Bala, noto come Dieudonné (M’BALA M’BALA c. FRANCE). Il ricorrente, nel corso di uno spettacolo teatrale, aveva invitato Faurisson, un accademico condannato a più riprese per aver negato l’olocausto. Lo spettacolo era derisorio delle sofferenze degli ebrei ed era stato diffuso anche via internet. I giudici francesi lo avevano condannato per offese razziste verso un determinato gruppo in ragione dell’appartenenza religiosa. L’uomo era stato tenuto a versare un indennizzo. Di qui il ricorso alla Corte europea. Il “comico” riteneva che era stata violata la sua libertà di espressione garantita dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Una tesi del tutto bocciata a Strasburgo che ha condiviso la posizione dei giudici nazionali. Il ricorrente aveva scientemente invitato un uomo noto per le sue posizioni negazioniste e aveva deriso le sofferenze degli ebrei facendo apparire un attore vestito con il pigiama che indossavano le vittime dell’olocausto, incaricato di consegnare un premio a Faurisson. Erano evidenti, tra l’altro, i passaggi antisemiti contenuti nello spettacolo e  la condivisione delle posizioni negazioniste. Il ricorrente aveva cercato di arrampicarsi sugli specchi sostenendo che aveva invitato Faurisson per contestare la sua tesi ma non è stata individuata alcuna traccia di una presa di distanza dalle posizioni denigratorie o dall’antisemitismo di Faurisson. Respinta poi la giustificazione della provocazione tanto più che più che uno spettacolo teatrale l’incontro si era trasformato in un meeting politico.  E’ evidente – osserva la Corte – che l’intera scena, anche con la presenza di un attore vestito da deportato che premia Faurisson, è stata una manifestazione di odio e di antisemitismo e che Dieudonné voleva valorizzare il negazionismo. Non si può certo accettare – prosegue Strasburgo – che l’espressione di un’idea che va contro i valori fondamentali della Convenzione come la pace e la giustizia, possa ottenere una protezione ai sensi dell’articolo 10. La Corte applica senza esistazione l’articolo 17 della Convenzione in base al quale nessuna disposizione del trattato «può essere interpretata come implicante il diritto per uno Stato, gruppo o individuo di esercitare un’attività o compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti o delle libertà riconosciuti nella Convenzione…».  E’ vero – scrive la Corte – che la norma finora è stata applicata unicamente con riguardo a manifestazioni esplicite e dirette per le quali non è necessaria alcuna interpretazione, ma essa è applicabile anche ai casi di posizioni antisemite nascoste dietro l’alibi di  una rappresentazione per così dire artistica che è comunque un attacco pericoloso per i valori della Convenzione. Nessuna protezione, quindi, in base all’articolo 10 che non può certo essere utilizzato in modo contrario allo spirito della Convenzione. Se fosse ammessa una simile tutela si contribuirebbe alla “distruzione dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzione”. In forza dell’articolo 17, quindi, il ricorrente non può avvalersi dell’articolo 10.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 23 novembre 2015 |
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650681Council_ResolutionIl Consiglio di sicurezza ha approvato, all’unanimità, il 20 novembre, la risoluzione n. 2249 (ris. ) con la quale chiede agli Stati di usare tutte le misure necessarie per combattere l’Isis. Gli attacchi a Sousse (Tunisia), ad Ankara, nel Sinai, a Beirut e a Parigi (poi anche quella di Bamako), mostrano che la minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale dell’Isis è globale ed è senza precedenti. Di qui la convergenza degli Stati che secondo le proprie capacità hanno il via libera del Consiglio ad adottare ogni misura necessaria in conformità al diritto internazionale, alle regole sui rifugiati, al diritto internazionale umanitario e ai diritti umani. Nella risoluzione non è indicata la base giuridica né è effettuato un richiamo al capitolo VII della Carta così come manca la tipica formula che autorizza l’uso della forza perché il Consiglio chiede agli Stati che ne hanno la capacità di impiegare le misure necessarie, ma non autorizza l’uso di tutti i mezzi necessari. Gli Stati Uniti, nel corso del dibattito, hanno evidenziato che, in Siria, Assad non è in grado di sopprimere la minaccia dell’Isis e, di conseguenza, gli Stati, in base alla Carta e alla legittima difesa individuale e collettiva hanno diritto di reagire. Nella risoluzione si sottolinea la necessità di smantellare le zone occupate dall’Isis in Iraq e in Siria, veri e propri santuari del terrorismo, e di arginare il flusso dei foreign fighters.

La misura del Consiglio di sicurezza è di importanza cruciale e segna un salto di qualità rispetto agli interventi dell’Unione europea che, dal canto suo, dopo aver dato il via libera, su richiesta della Francia, all’utilizzo della clausola di assistenza reciproca in base all’articolo 42, par. 7 del Trattato sull’Unione europea (SEAE), ha previsto alcune misure che vanno da regole più stringenti sul controllo dei dati alla condivisioni delle informazioni. In particolare, come si legge nelle conclusioni del Consiglio del 20 novembre (conclusioni consiglio), è necessario procedere alla effettiva applicazione del PNR (Passenger Name Record) e rafforzare la lotta alla radicalizzazione (conclusioni).

Il G20 di Antalya, che si è riunito all’indomani degli attacchi del 13 novembre, ha posto l’attenzione sull’individuazione dei canali di finanziamento del terrorismo e sull’attuazione di reazioni in linea con la risoluzione n. 2178 del Consiglio di sicurezza.

La Francia ha promulgato, con decreto n. 2015-1475 del 14 novembre (Décret n° 2015-1475 e Décret n° 2015-1476), lo stato di emergenza in linea con la legge n. 55-385 del 3 aprile 1955, come modificata nel 1960. Unico precedente il periodo della guerra in Algeria.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/siria-fallimento-della-comunita-internazionale-lonu-non-trova-strade-per-la-soluzione-della-crisi.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/pagamento-dei-riscatti-allisis-no-del-consiglio-di-sicurezza.html.

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Scritto in: Consiglio di sicurezza, terrorismo internazionale | in data: 22 novembre 2015 |

Nel decidere la legge da applicare in una questione di diritto internazionale privato il giudice nazionale deve considerare le convenzioni internazionali in linea con l’articolo 2 della legge n. 218/1995. Di conseguenza, nel determinare il diritto di una donna a mantenere il cognome del marito dopo il divorzio, i tribunali competenti devono applicare la Convenzione di Monaco del 5 settembre 1980 sulla legge applicabile ai nomi e ai cognomi, ratificata e resa esecutiva con legge 19 novembre 1984 n. 950. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 23291 depositata il 13 novembre (123291). Al centro della vicenda una coppia (moglie svedese), che aveva divorziato. E’ stato l’ex marito a rivolgersi alla Suprema Corte a seguito della decisione della Corte di appello che aveva modificato l’assegno di mantenimento e consentito alla ex moglie di mantenere il cognome del coniuge malgrado la cessazione del matrimonio. Secondo i giudici di appello, che avevano ribaltato la pronuncia in primo grado in base alla quale alla donna non poteva essere consentito l’utilizzo del cognome dell’ex marito in forza dell’articolo 5 della legge n. 898/1970,  la donna poteva mantenere il cognome che era stato acquisito con il consenso del marito al momento della celebrazione del matrimonio e che aveva sostituito quello originario. La legge straniera applicabile dava la possibilità all’ex coniuge di scegliere se mantenere il cognome assunto al momento del matrimonio o cambiarlo. Pertanto, la donna poteva mantenere il cognome. Una soluzione che non ha convinto l’ex marito secondo il quale doveva essere applicata la legge italiana, applicabile al divorzio: di qui l’obbligo di attuare l’articolo 5 della legge n. 898 che limita la conservazione del cognome del marito assunto al momento del matrimonio, nel caso di divorzio, a situazioni eccezionali. La Cassazione ha respinto il ricorso del marito e condiviso la conclusione della Corte di appello ma ha ritenuto di apportare alcune precisazioni sulle norme di conflitto applicabili. La Suprema Corte ribadisce che il diritto al cognome rientra tra i diritti della personalità (articolo 24 legge n. 218/95) con la conseguenza che va, in via generale, applicata la legge nazionale del soggetto salvo nei casi in cui i diritti in questione derivano dal rapporto di famiglia perché in quest’ipotesi si applica la legge regolatrice del rapporto.  Sia l’articolo 24, comma 2, della legge n. 218/95, sia l’articolo 31 – scrive la Cassazione – riconducono alla legge italiana, tuttavia va considerata la Convenzione di Monaco tenendo conto altresì che l’articolo 2 della legge n. 218/95 riconosce la prevalenza delle convenzioni internazionali. L’indicata Convenzione richiama la legge dello Stato di cui il titolare è cittadino (in questo caso quella svedese) e le situazioni “da cui dipendono i cognomi e i nomi, ovvero i rapporti di famiglia che li determinano sono valutati alla luce della legge dello Stato della cittadinanza”, con una soluzione diversa rispetto alle legge n. 218/95. Di qui l’applicazione della legge svedese tanto più che il diritto alla continuità del cognome non è incompatibile con l’ordine pubblico. La conservazione del cognome, poi, precisa la Suprema Corte, è “la soluzione più coerente con i principi elaborati dalla Corte di giustizia Ue nelle sentenze Grunking Paul e Garcia Avello”.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 20 novembre 2015 |
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Il Comitato sugli affari giuridici e i diritti umani dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato, il 10 novembre 2015, un rapporto su “Accesso alla giustizia: potenziale e sfide” (13918)  che analizza l’importanza, per la soluzione rapida e con pochi costi, dell’impiego di internet per la soluzione delle controversie. Malgrado, però, l’uso delle tecnologie più moderne possa contribuire a superare gli ostacoli all’accesso alla giustizia, questi strumenti – osserva il Relatore Jordi Xuclà – pongono taluni problemi in particolare con riguardo alla privacy. Nel rapporto sono analizzate le questioni problematiche relative all’attuazione, nel contesto delle procedure di soluzione giudiziale ed extragiudiziale via web, dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto all’equo processo e dell’articolo 13 che assicura la tutela giurisdizionale effettiva. Tenendo conto, in particolare, della necessità che gli Stati adottino le misure necessarie, anche dal punto di vista tecnologico, per consentire a ogni individuo di accedere al web.

Nel rapporto sono anche esaminati gli sviluppi nel contesto dell’Unione europea con particolare riguardo al regolamento n. 524/2013 del 21 maggio 2013 relativo alla risoluzione delle controversie online dei consumatori e che modifica il regolamento n. 2006/2004 e la direttiva 2009/22/Ce (regolamento sull’ODR per i consumatori, in vigore dal 1° gennaio 2016) e in quello internazionale attraverso l’attività dell’Uncitral.

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 19 novembre 2015 |
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