Le informazioni sui conti correnti bancari sono dati personali, ma non ci sono ostacoli alla trasmissione se è in gioco la sopravvivenza di un settore strategico per l’economia di un Paese. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a sdoganare gli accordi sullo scambio di dati bancari tra due Stati, che impongono a un istituto di credito la comunicazione di informazioni sui correntisti alle autorità di un Paese. Con la sentenza G.S.B. contro Svizzera depositata il 22 dicembre (AFFAIRE G.S.B. c. SUISSE), Strasburgo ha riconosciuto la compatibilità di simili accordi con l’articolo 8 della Convenzione, che garantisce il diritto al rispetto della vita privata. E’ stato un cittadino con doppia nazionalità saudita e statunitense, che aveva conti bancari in Svizzera, a rivolgersi alla Corte europea. Le autorità fiscali Usa avevano in corso un’indagine su migliaia di contribuenti con conti presso la banca svizzera “UBS SA”, non dichiarati alle istituzioni statunitensi. A seguito di un accordo tra Svizzera e Stati Uniti, le autorità elvetiche s’impegnavano alla trasmissione dei dati bancari. Per la Corte europea l’accordo non ha alcuna incompatibilità con l’articolo 8 perché l’ingerenza era prevista dalla legge, accessibile a ogni individuo, con adeguate garanzie procedurali ed era giustificata perché perseguiva un fine legittimo, considerando che il settore bancario è strategico nell’economia della Svizzera. Naturale, quindi, l’esigenza di evitare uno scontro tra banche e autorità fiscali americane, le cui accuse avrebbero potuto mettere a rischio la sopravvivenza di un istituto di credito con un ruolo cruciale dovuto anche all’elevato numero di dipendenti. L’interesse del benessere del Paese e il rispetto degli impegni internazionali prevale, infatti, su quello individuale delle persone danneggiate dalla misura. Tra l’altro, le notizie fornite erano unicamente di carattere finanziario, funzionali ad accertare se gli impegni fiscali erano stati adempiuti, senza che fossero coinvolti aspetti più personali delle persone interessate. In ultimo, la Corte ha anche stabilito che non si è realizzata una violazione del principio di irretroattività dovuta all’applicazione dell’accordo a tutti perché la mutua assistenza amministrativa in materia fiscale ha natura procedurale e, quindi, su di essa non incide il divieto di applicazione retroattiva delle norme sostanziali. Giusto, quindi, applicare l’accordo ai procedimenti in corso.

Scritto in: CEDU | in data: 31 dicembre 2015 |
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La Corte di appello del Tribunale penale per l’ex Iugoslavia, con sentenza del 9 dicembre, ha annullato l’assoluzione di Jovica Stanišić e Franko Simatović, chiedendo un nuovo processo per i due imputati, ai vertici dei servizi di sicurezza della Serbia durante l’epoca Milosevic (151209-judgement). Una sentenza di particolare rilievo e salutata con molto favore dalle vittime e dalle organizzazioni non governative perché rimedia a un errore di valutazione dei giudici della Camera di primo grado, contribuendo a fornire un importante chiarimento a vantaggio del diritto internazionale umanitario. I due uomini erano stati assolti il 30 maggio 2013 dall’accusa di aver partecipato alla “Joint Criminal Enterprise” (JCE) che aveva per obiettivo la rimozione forzata e lo sterminio di croati e bosniaci musulmani, nonché dall’accusa di aver aiutato e incoraggiato gli autori materiali dei crimini. Secondo la Trial Chamber non era stato provato che i due uomini avevano dato “specific directions” per la commissione dei crimini. In sostanza, nella visione della Trial Chamber, i crimini erano stati commessi ma la responsabilità non poteva essere addossata ai due imputati perché i due non avevano dato aiuto agli esecutori materiali con un comportamento “specificamente diretto” alla loro commissione, pur essendo ben consapevoli del contributo che davano ad essa. Proprio questo il punto che non ha convinto la Camera di appello, presieduta dal giudice Fausto Pocar, che ha rigettato le posizioni restrittive dei giudici di primo grado che, di fatto, chiedendo la prova dell’esistenza di una direzione specifica di coloro che organizzano o supportano la commissione di crimini, ne impediscono la punizione. Di conseguenza, la Camera di appello ha affermato che “specific direction” non è un elemento necessario, in base al diritto internazionale consuetudinario, per l’attribuzione di responsabilità per aver aiutato e incoraggiato la commissione di crimini. I giudici di appello hanno così annullato la sentenza e chiesto un nuovo processo per tutti i capi di imputazione in base all’articolo 117 delle Regole di procedura del Tribunale.

151215_hagueI due imputati restano detenuti all’Aja in attesa del nuovo processo.

Scritto in: Tribunale per l'ex Iugoslavia | in data: 30 dicembre 2015 |
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La Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 49331/15 depositata il 15 dicembre ha precisato, annullando l’ordinanza del Tribunale di Asti, che l’ordine di demolizione non ha natura penale e, quindi, non vanno applicate le regole sulla prescrizione fissate dall’articolo 173 del codice penale (49331). Nell’indicata ordinanza, i giudici avevano invece ritenuto, alla luce delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, dal caso Engel in poi, che l’ordine di demolizione era di natura penale. Una lettura sbagliata – scrive la Cassazione – secondo la quale il Tribunale ha trascurato l’ordinamento interno non considerando che l’ordine di demolizione  di un immobile abusivo serve a ripristinare lo stato del territorio nella sua originaria situazione. La demolizione, di conseguenza, ha una finalità ripristinatoria dell’originario assetto del territorio. Questa qualificazione – prosegue la Suprema Corte – non è in contrasto con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo come si desume anche dal caso Sud Fondi contro Italia in cui è stato chiarito che la demolizione, a differenza della confisca, non è una pena perché tende unicamente alla riparazione effettiva del danno e non ha la finalità di punire. Quindi, la demolizione del manufatto abusivo, anche se disposta dal giudice penale, ha natura amministrativa e ripristinatoria e non vanno così applicate le regole sulla prescrizione.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 29 dicembre 2015 |
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Il dialogo tra Corte europea dei diritti dell’uomo e giudici nazionali deve essere rafforzato e costantemente alimentato. In questa direzione, il Primo presidente della Corte di Cassazione, Giorgio Santacroce, e il Presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo, Guido Raimondi, hanno stipulato un Protocollo d’intesa tra i due organi giurisdizionali proprio con l’obiettivo di diffondere e favorire lo scambio di conoscenza della giurisprudenza anche ai fini di una migliore e costante attuazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (attuazione_del_protocollo_d’intesa). Grazie al Protocollo saranno intensificati i momenti di confronto per consentire una più agevole “inclusione della giurisprudenza della Corte dei diritti umani nell’ordinamento nazionale, offrendo altresì l’opportunità di un interscambio sui conflitti già in atto o potenziali”.

Un passo necessario, che mette la Cassazione italiana in prima linea nell’attuazione di un progetto sperimentale avviato dalla Francia e che porterà anche alla realizzazione di una serie di incontri formativi. Tra l’altro, si legge nel Protocollo, al quale è annessa una nota circolare del Segretario generale della Corte di Cassazione Franco Ippolito, in questo modo sarà possibile procedere a un’attuazione efficace del meccanismo di parere preventivo che andrà a regime con l’entrata in vigore del Protocollo n. 16, ad oggi a quota 6 ratifiche (ne sono necessarie 10). Come punto di contatto nazionale per l’attuazione del Protocollo è stato designato il Consigliere di Cassazione Roberto Giovanni Conti.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 28 dicembre 2015 |
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E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 24 dicembre il regolamento n. 2015/2421 del 16 dicembre 2015 recante modifica del regolamento (CE) n. 861/2007, che istituisce un procedimento europeo per le controversie di modesta entità, e del regolamento (CE) n. 1896/2006, che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento (2015:2421). Il regolamento sarà pienamente applicabile dal 14 luglio 2017. Malgrado l’ampliamento di soglia nelle controversie transfrontaliere la cui entità potrà arrivare a 5mila euro “alla data in cui l’organo giurisdizionale competente riceve il modulo di domanda”, restano fuori alcuni settori come diffamazione e controversie di lavoro. Per rafforzare la diffusione di uno strumento che consente un taglio dei costi processuali, è previsto che gli Stati membri diffondano la procedura  rendendo disponibile il modulo di domanda standard A presso tutti gli organi giurisdizionali dinanzi ai quali il procedimento europeo per le controversie di modesta entità può essere avviato. Confermata la prevalenza del procedimento in forma scritta con la previsione che l’organo giurisdizionale possa procedere “a un’udienza esclusivamente se ritiene che non sia possibile emettere la sentenza sulla base delle prove scritte o su richiesta di una delle parti”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/si-delleuroparlamento-alle-modifiche-al-procedimento-ue-per-controversie-di-modesta-entita.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 25 dicembre 2015 |
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Se l’ordinamento interno non prevede l’applicazione di danni punitivi, il giudice nazionale non può avvalersi, per applicarli, della direttiva Ue 2006/54 sull’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza del 17 dicembre (causa C-407:14). La vicenda approdata a Lussemburgo ha preso il via dal licenziamento di una dipendente di un istituto penitenziario minorile. La donna aveva impugnato il licenziamento ritenendo di essere vittima di una discriminazione fondata sul sesso. Il giudice del lavoro di Cordoba (Spagna) le aveva dato ragione, ma aveva ipotizzato un indennizzo limitato a 3mila euro. Di conseguenza,  nutrendo dubbi sulla possibilità di corrispondere un risarcimento superiore in base all’articolo 18 della direttiva, sotto la forma dei danni punitivi, malgrado non siano previsti nell’ordinamento interno, il Tribunale spagnolo ha chiesto un aiuto agli eurogiudici. Prima di tutto Lussemburgo ha sottolineato che i cambiamenti introdotti nella direttiva 2006/54, recepita in Italia con Dlgs n. 5/2010, rispetto alla precedente normativa puntano proprio ad assicurare una maggiore efficacia punitiva nei confronti dei datori di lavoro che dispongono licenziamenti discriminatori. Le sanzioni, infatti, devono avere un effetto dissuasivo reale e generale, non circoscritto al perimetro del singolo caso. Negli ordinamenti interni, quindi, deve essere previsto un sistema di liquidazione del danno che porti a un risarcimento integrale. Questo perché il risarcimento non deve solo riparare o indennizzare il danno subito in modo effettivo e proporzionale, ma deve avere anche un effetto dissuasivo rispetto a altri comportamenti. Pertanto, malgrado non sussista alcun obbligo di previsione dei danni punitivi, gli ordinamenti nazionali devono assicurare o la riassunzione del soggetto discriminato o un risarcimento monetario del danno. Che – scrive Lussemburgo – deve essere adeguato e consentire un’integrale riparazione del danno. Tuttavia, la direttiva non impone agli Stati membri di prevedere l’applicazione di danni punitivi e, quindi, se non previsti, il giudice nazionale non ha una base giuridica nella direttiva.  Di conseguenza, tenendo conto dell’articolo 18 della direttiva 2006/54, gli Stati membri, che optano per una forma pecuniaria di riparazione, sono tenuti a stabilire un “indennizzo che copra integralmente il danno subito ma non il versamento di danni punitivi” che possono, però, liberamente inserire nel proprio ordinamento per assicurare una protezione più favorevole per la vittima. A patto che i criteri stabiliti per calcolare l’entità della sanzione rispettino i principi di equivalenza e di effettività.

 

Scritto in: Corte di giustizia Ue, discriminazione | in data: 25 dicembre 2015 |
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logo L’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha divulgato il parere n. 1/2015 del 4 dicembre 2015 su richiesta della Commissione europea riguardante lo scambio di informazioni su cittadini di Paesi terzi per integrare il sistema europeo di informazioni sui casellari giudiziari (ECRIS) (fra-opinion-1-2015-ecris). L’obiettivo di Bruxelles è quello di rafforzare il sistema ECRIS, ampliandolo anche a cittadini di Stati terzi, modificando il sistema operativo con la decisione 2009/316/Gai del 6 aprile 2009 che istituisce il sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari (ECRIS) in applicazione dell’articolo 11 della decisione quadro 2009/315/Gai (si veda anche il Manuale di procedura contenente informazioni pratiche dei 27 Stati membri sull’accesso ai casellari, Doc. 5459/09 del 16 gennaio 2009). L’Agenzia mostra preoccupazioni sui rischi di discriminazione nei confronti dei cittadini di Paesi terzi e, soprattutto, sull’utilizzo dei dati per questioni legate alla concessione o al rinnovo del permesso di soggiorno, effetto che andrebbe evitato. Tra le preoccupazioni, l’uso delle impronte digitali che potrebbe essere limitato utilizzando strumenti meno intrusivi, e gli effetti sui minori che vanno protetti. In primo piano, poi, la tutela dei dati personali in linea con l’articolo 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ad avviso dell’Agenzia, una proposta di allargamento nell’utilizzo del sistema ECRIS può essere presentata a condizione che ogni disposizione sia conforme, anche nella fase applicativa, alla Carta Ue.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 24 dicembre 2015 |
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L’Agenzia europea sui diritti fondamentali ha pubblicato uno studio sulla protezione contro le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale, l’identità di genere e le caratteristiche sessuali nell’Unione europea che contiene un’analisi giuridica aggiornata rispetto al precedente studio del 2010 (protection). Dal documento risulta che si è verificato un miglioramento nel riconoscimento dei diritti anche sui luoghi di lavoro e in relazione ai diritti sociali al partner, ma in alcuni Stati permangono situazioni lacunose soprattutto con riferimento al riconoscimento giuridico dell’identità dei transgender. Tra l’altro – scrive l’Agenzia – la mancanza di una chiara definizione nell’ambito dei rapporti familiari può costituire un ostacolo alla libertà di movimento. Di qui la richiesta di colmare i gaps nella protezione dei diritti e la necessità di legislazione idonee a combattere manifestazioni di odio.

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Scritto in: discriminazione | in data: 23 dicembre 2015 |
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Panama ha depositato il ricorso contro l’Italia accusata di aver violato la libertà di navigazione in alto mare a seguito della decisione di procedere all’arresto e alla detenzione della nave battente bandiera panamense MV Norstar che tra il 1994 e il 1998 ha rifornito di gasolio alcuni yachts oltre il mare territoriale italiano, spagnolo e francese.  I fatti risalgono al 1998 quando, su richiesta delle autorità inquirenti italiane, la nave fu fermata dalla Spagna mentre si trovava in alto mare e portata nei porti spagnoli.

Tribunale_sul_diritto_del_mare Panama sostiene che l’arresto della nave avvenuto nel 1998 è stato illegale e chiede all’Italia un indennizzo. Adesso la parola passa al tribunale internazionale sul diritto del mare (qui il comunicato stampa del Tribunale di Amburgo (PR_241_EN)

 

Scritto in: diritto del mare | in data: 22 dicembre 2015 |
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L’Italia ha ratificato e dato esecuzione, con legge 16 novembre 2015, n. 199 (fanciullo), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 293 del 17 dicembre, al Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo che stabilisce

una procedura di presentazione di comunicazioni, adottato dall’Assemblea generale

delle Nazioni Unite il 19 dicembre 2011 in vigore, sul piano internazionale, dal 10 aprile 2014.

Il Comitato è costituito da 18 esperti indipendenti, tra i quali l’italiana Maria Rita Parsi

(http://www.ohchr.org/EN/HRBodies/CRC/Pages/Membership.aspx).

153528Il Protocollo, rispetto alla Convenzione di New York  del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo, ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991 n. 176, dà il via libera al sistema delle comunicazioni individuali con un migliore risultato riguardo all’effettiva applicazione della Convenzione. In particolare, potranno essere presentate comunicazioni “da o per conto di una persona o di un gruppo di persone nella giurisdizione di uno Stato parte, che sostengono di essere vittime di una violazione ad opera di tale Stato parte di uno dei diritti enunciati” nella Convenzione, nel Protocollo opzionale alla Convenzione relativo alla vendita di minori, la prostituzione minorile e la pedopornografia e nel Protocollo opzionale alla Convenzione relativo al coinvolgimento dei minori nei conflitti armati. E’ necessario, per la presentazione di una comunicazione per conto di una  persona o di un gruppo di persone,  del consenso degli interessati “a meno che l’autore possa giustificare di agire per loro conto senza tale consenso”. Nel caso di comunicazioni individuali, il Comitato può adottare misure provvisorie e, superato l’esame di ricevibilità, può inviare allo Stato in causa le proprie valutazioni e raccomandazioni. Il Protocollo predispone anche il sistema delle comunicazioni statali e di procedure d’inchiesta in caso di violazioni gravi e sistematiche.

Scritto in: diritti dei bambini | in data: 21 dicembre 2015 |
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