Da Strasburgo una nuova condanna all’Italia per la drammatica vicenda dei contagi provocati dal sangue infetto. Dopo la pronuncia G.N del 1° dicembre 2009 e la sentenza M.C. e altri contro Italia  del 3 settembre 2013, questa volta la condanna è arrivata con la sentenza D.A. e altri depositata il 14 gennaio (AFFAIRE D.A. ET AUTRES c. ITALIE) con la quale Strasburgo ha disposto anche l’obbligo per lo Stato italiano, colpevole di tempi troppo lunghi per la liquidazione degli indennizzi alle vittime del sangue infetto, di assenza di ricorsi effettivi e di violazione del diritto alla salute, di versare, nel complesso, oltre dieci milioni di euro a titolo di risarcimento alle vittime. Sono stati ben 889 i ricorrenti (anche se molti ricorsi sono stati dichiarati irricevibili) a rivolgersi alla Corte europea. Condannati a gravi malattie contratte per trasfusioni di sangue infetto o utilizzo di emoderivati, le vittime avevano incontrato ostacoli per far valere almeno il proprio diritto a un indennizzo. Di qui la scelta di rivolgersi a Strasburgo che ha dato ragione alla maggior parte dei ricorrenti. Ed invero, la Corte europea ha accertato la violazione del diritto all’equo processo (articolo 6) nel quale rientra il diritto a ottenere in tempi rapidi l’esecuzione delle sentenze e questo a causa del fatto che, alcuni ricorrenti, malgrado avessero avuto il riconoscimento dell’indennizzo sul piano giurisdizionale non avevano ottenuto la piena esecuzione della sentenza perché lo Stato non aveva liquidato gli importi dovuti. Una situazione che spinge la Corte europea ad affermare che se uno Stato non esegue una sentenza definitiva a detrimento di una parte è chiara la violazione dell’articolo 6 proprio perché nel diritto all’equo processo è inclusa l’effettiva e tempestiva esecuzione della pronuncia. Nei casi in esame, i ritardi nell’esecuzione delle sentenze sugli indennizzi hanno impedito alle vittime di ottenere un effettivo ristoro che è rimasto solo sulla carta e questo – prosegue Strasburgo – senza alcuna giustificazione, per di più tenendo conto che si trattava di risarcimenti dovuti a malati. Violato anche l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà nel quale rientrano i crediti esigibili che lo Stato deve corrispondere senza poter avvalersi, a giustificazione dei ritardi, né della complessità delle procedure né di problemi di budget. Condanna, altresì, per violazione dell’articolo 13 che assicura il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva e dell’articolo 2 sul diritto alla salute, per gli aspetti procedurali, perché lo Stato non ha fornito risposte adeguate e rapide tenendo conto che, in alcuni casi, il procedimento per ottenere un indennizzo è durato 12 anni per un solo grado di giudizio.

Solo su un punto la Corte, a nostro avviso in modo non condivisibile vista l’esiguità dell’indennizzo fissato che non tiene neanche lontanamente conto delle effettive sofferenze dei malati, dà ragione all’Italia. Per Strasburgo, infatti, la somma di 100mila euro stabilita dall’articolo 27bis del d.l. 90/2014, prevista per chi ha deciso di avvalersi di una procedura transattiva, è da considerarsi adeguata (sic!).

Sulle precedenti pronunce si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/indennizzi-per-il-sangue-infetto-sentenza-pilota-contro-litalia.html.

Scritto in: CEDU | in data: 31 gennaio 2016 |
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L’ultima parola al padre nella scelta del cognome, in caso di disaccordo con la madre del bambino, è contraria al divieto di discriminazione basata sul sesso. Non supera il vaglio della Corte costituzionale belga la modifica all’articolo 335, alinea 2 del codice civile, introdotta con la legge dell’8 maggio 2014, che ha lasciato spazio alla volontà dei genitori nella scelta del cognome da attribuire al proprio figlio, permettendo, però, in caso di disaccordo, l’ultima parola al padre. E’ stata la Corte costituzionale belga a pronunciarsi con la sentenza n. 2/2016 depositata il 14 gennaio 2016 (2016-002f). Diverse le questioni arrivate alla Consulta tutte con al centro la discriminazione a danno della donna. In particolare, nel caso di specie, la madre di una bambina, nata dalla fecondazione in vitro, dopo che il marito l’aveva lasciata prima della nascita della bimba, aveva chiesto di aggiungere il proprio cognome a quello paterno. L’ex marito si era però opposto. Di qui la contestazione della donna secondo la quale le nuove regole introdotte in Belgio sono in contrasto con gli articoli 10 e 11 della Costituzione e con l’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vieta ogni forma di discriminazione, inclusa quella basata sul sesso. Secondo la norma belga, i genitori possono scegliere il cognome del figlio al momento della dichiarazione di nascita però, in caso di disaccordo, prevale il cognome del padre che può, quindi, bloccare la combinazione dei due cognomi. Un sistema che, di fatto, attribuisce un sostanziale diritto di veto al padre nelle decisioni sulla trasmissione del cognome. La Corte costituzionale riconosce che il legislatore gode di un margine di apprezzamento esteso perché nella scelta del cognome, a differenza dei casi di attribuzione del nome, sussistono delle esigenze di carattere sociale da tutelare, nonché la necessità di garantire un certo margine di invariabilità. A ciò si aggiunga che il diritto di dare il proprio cognome non è un diritto fondamentale, ma certo i genitori hanno un interesse chiaro a intervenire nel processo di determinazione del cognome dei propri figli. Se è vero che con la legge introdotta nel 2014 vi è stato un importante cambiamento perché prima della modifica si dava sempre la preferenza al cognome del padre, mentre oggi è privilegiata la volontà dei genitori, è evidente che è rimasta una preferenza accordata al padre a danno della madre. La Consulta è netta nell’individuare una contrarietà del sistema belga anche con la sentenza Cusan e Fazzo contro Italia del 7 gennaio 2014 nella quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che la preclusione nell’assegnazione al figlio del cognome materno è una discriminazione sulla base del sesso e costituisce una violazione della Convenzione europea e, in particolare, dell’articolo 8 sul diritto al rispetto della vita privata e familiare e dell’articolo 14 che vieta ogni forma di discriminazione. Sul punto, la Consulta belga riconosce che le modifiche legislative erano funzionali a fissare in modo semplice e rapido il sistema di attribuzione del cognome in linea con l’articolo 7 della Convenzione di New York  del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo, ma non è consentito trattare diversamente persone – in questo caso madre e padre – che si trovano nella stessa situazione. Di qui la constatazione che è stata effettuata una discriminazione sulla base del sesso che non è per di più giustificata da ragioni imperative visto che le esigenze addotte dal Governo, legate alla tradizione e alla volontà di riformare in modo progressivo il sistema interno, non sono giustificazioni accettabili. Adesso, quindi, il legislatore dovrà nuovamente mettere mano all’art. 335 che, però, per esigenze di certezza giuridica, continua ad espletare i suoi effetti fino al 31 dicembre 2016.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cedu-condanna-litalia-per-il-divieto-di-attribuzione-del-cognome-materno-ai-figli.html.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 29 gennaio 2016 |
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E’ entrato in vigore il 26 gennaio,  il decreto legislativo 7 gennaio 2016 n. 2 con il quale è stata attuata la direttiva 2014/60/Ue relativa alla restituzione dei beni culturali usciti illecitamente dal territorio di uno Stato membro e che modifica il regolamento n. 1024/2012 (beni culturali). Al di là delle modifiche di carattere formale è da segnalare la sostituzione della nozione di bene culturale che deve essere inteso come un bene “che è stato classificato o definito da uno Stato membro, prima o dopo essere illecitamente uscito dal territorio di tale Stato membro, tra i beni del patrimonio culturale dello Stato medesimo ai sensi dell’articolo 36 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea”. Il Dlgs n. 2/2016 modifica il 42/2004, introducendo un nuovo comma, il 2 bis all’articolo 76, al fine di prevedere che l’autorità centrale per le consultazioni e lo scambio di informazioni con altri Stati utilizzi il modulo del sistema di informazione del mercato interno (IMI) stabilito nel regolamento n. 1024/2012 “specificamente adattato per i beni culturali”.

Prolungato da due a sei mesi il termine entro il quale lo Stato membro, a cui è stato notificato il ritrovamento di un bene culturale da parte di un altro Stato membro, è tenuto a verificare se il bene in questione costituisce un bene culturale (articolo 3, punto 3). E’ inoltre portato da uno a tre anni il termine entro il quale un Paese membro può chiedere davanti al giudice competente di un altro Stato membro la restituzione del bene uscito illegittimamente dal proprio territorio e ritrovato nel territorio di detto Stato. Come in precedenza, tale temine è calcolato a decorrere dalla data in cui lo Stato membro richiedente è venuto a conoscenza del luogo in cui si trova il bene e dell’identità del suo possessore o detentore (articolo 8, comma 1).

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 28 gennaio 2016 |
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Va annullata la decisione del Tribunale amministrativo del Lazio che ha accolto il ricorso di un cittadino italiano che aveva conseguito in Spagna il titolo di “economista” e aveva chiesto l’iscrizione nell’albo dei commercialisti. Il ministero della giustizia aveva negato il riconoscimento della qualifica ottenuta in Spagna come idonea per l’iscrizione nell’albo dei commercialisti e degli esperti contabili, ma il Tar aveva annullato il provvedimento e consentito l’iscrizione. Di diverso avviso il Consiglio di Stato, IV sezione, che si è pronunciato con la sentenza n. 32/16 dell’8 gennaio 2016 stabilendo che la pronuncia del Tar deve essere annullata (Consiglio di Stato). Questo perché -scrive l’organo giurisdizionale – la direttiva 2005/36/CE, recepita in Italia con il Dlgs. n. 206/2007, deve essere interpretata “nel senso di non consentire l’automatico riconoscimento di titoli conseguiti in altro Stato dell’Unione, qualora questo sia richiesto al fine di ottenere l’attribuzione di un titolo per il quale l’ordinamento nazionale richiede un esame o una formazione professionale specifica, ulteriore rispetto al diploma di laurea (cfr. Corte di giustizia UE, 29 gennaio 2009, C-311)”. Il titolo di laurea in sé, prosegue il Consiglio di Stato, non può consentire l’iscrizione nell’albo dei dottori commercialisti. Di qui l’accoglimento del ricorso del Ministro della Giustizia che aveva impugnato la decisione del Tar.

Scritto in: riconoscimento qualifiche professionali | in data: 27 gennaio 2016 |
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Spetta alle Sezioni Unite decidere se sia rilevabile d’ufficio il mancato rispetto dei parametri di legalità convenzionale da parte del giudice di appello che ribalta una sentenza di assoluzione in primo grado basandosi su una testimonianza cartolare. Con l’ordinanza n. 2259 depositata il 20 gennaio (2259), la Seconda sezione penale ha rimesso la questione, in ragione delle divergenze giurisprudenziali esistenti sulla possibile rilevabilità d’ufficio, alle Sezioni Unite. Oggetto del ricorso in Cassazione, una sentenza della Corte di appello di Brescia che aveva riformato la pronuncia di primo grado, con la quale il ricorrente era stato assolto, sulla base di una diversa valutazione circa l’attendibilità dei testimoni, senza una nuova escussione dei testi, basandosi così unicamente sul dato cartolare. In diverse occasioni, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto iniquo il ribaltamento dell’assoluzione fondato sulla rivalutazione dell’attendibilità della testimonianza senza che i giudici sentissero nuovamente il teste, ammettendo solo in talune limitate circostanze la mancata audizione dei testimoni che, quindi, in via generale, risulta incompatibile con il diritto di difesa a meno che non sussistano esigenze di tutela della vittima o la condanna non sia basata anche su altri elementi. Ad avviso della Seconda sezione i dubbi principali riguardano non tanto l’uso della testimonianza, quanto l’operazione di “overturning” su un compendio probatorio deprivato rispetto a quello esaminato dai giudici di prima istanza. Strasburgo ritiene contraria alla Convenzione una simile prassi che porta a una condanna fondata su un minore numero di elementi rispetto a quelli esaminati dal giudice che ha disposto l’assoluzione. Tuttavia, poiché la questione del mancato rispetto dei parametri di legalità rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non è stata sollevata nel ricorso alla Seconda sezione, quest’ultima ha deciso di chiedere alle Sezioni Unite di chiarire, anche tenendo conto delle divergenze giurisprudenziali sul punto, se la questione del mancato rispetto dei parametri di legalità convenzionale (in particolare l’articolo 6 riguardante il diritto di difesa) sia rilevabile d’ufficio.

Va sottolineato che nel ragionamento della Seconda sezione affiora, ancora una volta, il discutibile approdo della Corte costituzionale contenuto nella sentenza n. 49/2015 con la quale si ritiene che abbiano rilievo, rispetto a sentenze interne, unicamente gli orientamenti consolidati di Strasburgo o quelli provenienti dalla Grande Camera (si veda sul punto il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cedu-conforme-alla-convenzione-il-no-alla-ricerca-sugli-embrioni-previo-esaurimento-dei-ricorsi-interni-rispettato-anche-senza-il-ricorso-alla-consulta.html).

 

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 26 gennaio 2016 |
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Lo scambio di dati contenuti nei casellari giudiziari degli Stati Ue va rafforzato per fare in modo che, per avere notizie su persone di Stati terzi precedentemente detenute in altri Paesi membri, non sia necessario consultare il casellario giudiziario di ogni Stato membro interessato. In questa direzione, la Commissione europea, il 19 gennaio, ha proposto l’adozione di una direttiva (COM(2016)7 (ecris_tcn_commission_proposal_en), che modifica la decisione quadro n. 2009/315/GAI relativa all’organizzazione e al contenuto degli scambi fra gli Stati membri di informazioni estratte dal casellario giudiziario, operativo dal 2012, e la 2009/316. Con la nuova direttiva, che inizia adesso il lungo cammino verso l’adozione, con una prima tappa al Consiglio “Giustizia e affari interni” del 26 gennaio, sarà aggiornato il sistema europeo di informazioni sui casellari giudiziari (ECRIS), che già consente lo scambio di informazioni sulle condanne di cittadini di Paesi Ue comminate negli Stati membri, con dati di cittadini di Paesi terzi, per combattere il terrorismo e le altre gravi forme di criminalità. In particolare, come sottolineato dalla Commissaria responsabile per la giustizia, i consumatori e la parità di genere, Vera Jourová, con l’inclusione delle impronte digitali di Paesi extra Ue sarà possibile contrastare l’uso di identità false. Inoltre, questo porterà a un incremento delle richieste di informazioni sulle condanne penali pronunciate nell’Unione europea che oggi ammontano a circa 288.000 l’anno. Tra i benefici, un miglioramento nella cooperazione giudiziaria con un sistema semplificato per le ricerche di precedenti penali dei cittadini di Paesi terzi, un  taglio di costi e tempi, perché le richieste non dovranno più essere inviate a tutti gli Stati membri, e un contrasto più efficace alle false identità. I vantaggi, poi, riguarderanno anche i cittadini che devono dimostrare di avere una fedina penale pulita.

La Commissione europea, sempre il 19 gennaio 2016, ha presentato il rapporto (COM(2016)6,(ecris_implementation_report_en) sullo stato di attuazione della decisione quadro 2009/315. Dal documento risulta che l’Italia, insieme a Danimarca, Grecia, Irlanda, Malta e Romania non ha ancora trasposto la decisione quadro anche se utilizza il sistema ECRIS. Il recepimento è stato previsto con la legge europea 2014 del 29 luglio 2015 n. 115, in vigore dal 18 agosto, intitolata “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea”, ma, ad oggi, non è stato ancora adottato il decreto legislativo di attuazione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/sprint-per-evitare-condanne-per-i-ritardi-nel-recepimento-delle-decisioni-quadro.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 25 gennaio 2016 |
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Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha approvato, il 13 gennaio, una raccomandazione sulla protezione e la promozione del diritto alla libertà di espressione e del diritto alla vita privata con riguardo alla neutralità della rete (CM:Rec). L’accesso a internet, anche attraverso adeguati strumenti informatici – scrive il Comitato dei Ministri – permette di realizzare in modo effettivo il  15a64746-6438-4f26-bf1d-07e4077f46c4  diritto alla libertà di espressione (articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) che va conciliato con il diritto alla privacy (articolo 8). Tali diritti possono oggi essere realizzati  anche mettendo a disposizione adeguati strumenti di disseminazione evitando che gli internet provider utilizzino meccanismi di controllo o in grado di bloccare la diffusione di informazioni, ostacolando l’accesso alla rete. Al testo, che mette in primo piano la libertà di ricevere e di fornire informazioni per le quali è sempre di più necessario un sicuro e ampio accesso alla rete, sono accompagnate le linee guida sulla neutralità della rete articolate in diverse sezioni: principi generali, uguaglianza di trattamento del traffico internet, evitando discriminazioni nell’accesso alla rete, pluralismo e diversità delle informazioni, privacy, trasparenza e responsabilità.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/diritto-di-accesso-a-internet-ne-discute-il-consiglio-deuropa.html.

Scritto in: diritti umani | in data: 22 gennaio 2016 |
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Arriva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo un chiaro monito agli Stati: la libertà di stampa va salvaguardata in modo effettivo e, quindi, sono incompatibili con l’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto alla libertà di espressione, misure come le perquisizioni nelle redazioni dei giornali e il sequestro di materiale cartaceo e informatico, disposte dall’autorità giudiziaria e funzionali a individuare la fonte che ha svelato al giornalista fatti scottanti. E questo anche quando è certo che le notizie arrivano al giornalista da documenti classificati come confidenziali che non possono essere diffusi. Comportamenti diversi, che portano a perquisizioni a strascico nelle redazioni, conducono inevitabilmente a una condanna dello Stato a Strasburgo e questo con danni per l’immagine del Paese, classificato come uno Stato non in grado di garantire la libertà di stampa e per le casse del Paese, costretto a versare un indennizzo al giornalista oggetto delle misure che compromettono la libertà di stampa. Va poi ricordato che le sentenze della Corte europea, a prescindere dallo Stato che ne è il destinatario, hanno, di fatto, una portata generale perché servono a interpretare le norme della Convenzione, che è uno strumento vivente. Con la conseguenza che se i giudici nazionali ignorano l’articolo 10 nella lettura che ne dà la Corte europea è certa la successiva condanna a Strasburgo.

Questa volta la condanna dalla Corte europea è arrivata alla Turchia, con la sentenza Görmüs depositata il 19 gennaio (AFFAIRE Gormus ET AUTRES c. TURQUIE), a seguito del ricorso presentato dal direttore e da 5 giornalisti di un magazine turco che avevano pubblicato un articolo nel quale davano conto dell’esistenza di una sorta di lista di giornalisti buoni e cattivi stilata dalle autorità militari a seconda che i cronisti fossero favorevoli o contrari alle forze armate e questo al fine di invitare a determinati eventi solo i giornalisti ritenuti “buoni”. La lista era contenuta in un dossier confidenziale che, presumibilmente, era stato consegnato ai giornalisti da un whistleblower, ossia da una fonte interna che voleva denunciare questi comportamenti arbitrari all’opinione pubblica con la garanzia dell’anonimato. Il Tribunale militare aveva ordinato una perquisizione su larga scala all’interno del giornale che aveva portato al sequestro di cd, materiale cartaceo e informatico e oltre 40 computer. Non ottenendo giustizia sul piano nazionale, malgrado i chiari orientamenti della Corte europea del tutto ignorati dalle autorità giudiziarie interne che hanno provocato la condanna a Strasburgo, i giornalisti si sono rivolti alla Corte europea che, prima di tutto, ha chiarito che la tutela delle fonti dei giornalisti è la pietra angolare della libertà di stampa perché, se non fosse assicurata, alcune fonti non svelerebbero notizie scottanti di interesse pubblico e la stampa, di conseguenza, non potrebbe svolgere il proprio ruolo di cane da guardia della società, denunciando fatti che Governo e altri autorità nazionali vogliono tenere nascosti. Detto questo, la Corte condanna il comportamento delle autorità  turche che con l’adozione di provvedimenti giudiziari abnormi hanno messo sotto scacco la libertà di stampa. Provvedimenti come perquisizioni nei giornali e sequestro di computer e documenti – scrive la Corte –  non solo sono in contrasto con la Convenzione, ma costituiscono uno degli atti più gravi a danno della libertà di stampa, molto più gravi rispetto alla ripetuta richiesta al giornalista di svelare il nome della fonte. E questo anche quando le perquisizioni non raggiungono alcun risultato, perché sia la fonte sia il giornalista sono sicuramente intimiditi da misure di questo genere. Strasburgo è poi sorpresa non solo dalle misure, ma anche dalla circostanza che le autorità interne abbiano messo in secondo piano la valutazione circa l’interesse pubblico della notizia che invece ha un ruolo preminente.  Nessun dubbio – scrive la Corte europea – che la classificazione dei giornalisti in base alla propria attività e il comportamento delle forze armate sia una questione di interesse pubblico che la collettività deve conoscere, anche quando la notizia è attinta da materiale coperto da segreto perché su tutto prevale la libertà di stampa, che può essere limitata solo in casi eccezionali e in presenza di un bisogno sociale imperativo che deve essere dimostrato e che, nel caso di specie, per Strasburgo, mancava anche se il documento era secretato e lo Stato invocava ragioni di sicurezza nazionale, giudicate inesistenti dai giudici internazionali. La Corte europea, poi, ci tiene a ribadire, con un chiaro monito alle autorità giudiziarie nazionali, il proprio diritto a vigilare affinché le misure disposte sul piano nazionale non costituiscano una forma di censura funzionale a spingere la stampa a non esprimere critiche con danni per la collettività e per la democrazia. Tra l’altro, proprio le perquisizioni a strascico nei giornali intimoriscono sia le future fonti che possono perdere fiducia nei giornalisti, sia questi ultimi che possono essere spinti a non  pubblicare notizie scottanti e di interesse generale per il timore di subire questi provvedimenti arbitrari, con effetti dannosi su larga scala. Proprio per questo la Corte conclude nel senso della violazione della Convenzione, con l’obbligo per lo Stato in causa condannato di versare un indennizzo per danni morali pari a 8.250 euro.

 

 

Scritto in: libertà di stampa | in data: 21 gennaio 2016 |
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L’annullamento del riconoscimento del figlio minorenne effettuato dal padre legale a vantaggio del padre biologico è conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se i giudici nazionali, nel procedere a scardinare una situazione già consolidata, hanno valutato l’interesse superiore del minore, è conforme all’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita familiare, il via libera al riconoscimento da parte del padre biologico tenendo conto che il minore ha diritto a conoscere le proprie origini. E’ il principio stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 14 gennaio nel caso Mandet contro Francia (ricorso n. 30955/12, AFFAIRE MANDET c. FRANCE). Sono stati la madre, il marito della donna e il minore legittimato a seguito del matrimonio a rivolgersi a Strasburgo. A loro dire i tribunali francesi avevano violato l’articolo 8 della Convenzione e il diritto all’interesse superiore allorquando avevano accolto il ricorso del padre biologico del minore il quale viveva con il marito della madre e con quest’ultima. Una tesi respinta dalla Corte europea secondo la quale i giudici nazionali hanno agito correttamente perché hanno messo in primo piano l’interesse superiore del minore che non può essere apprezzato tenendo conto unicamente delle sue dichiarazioni. La Corte europea pone l’accento sull’importanza di conoscere la verità sulle proprie origini e considera che, nel caso di specie, era stato raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi diritti in gioco, tanto più che il minore era comunque affidato alla madre. Questo vuol dire che avrebbe continuato a vivere con la madre e con il padre che lo aveva legittimato a seguito del matrimonio, pur affermando il diritto del padre biologico ad avere rapporti familiari con il proprio figlio. Strasburgo riconosce che è stato modificato un elemento importante della struttura familiare e che questo cambiamento è avvenuto mentre il minore era bambino e poi adolescente ma è stato considerato l’interesse superiore del minore garantendo sia la continuità con la famiglia nella quale era sempre vissuto sia il diritto alla verità sulle proprie origini.

Scritto in: CEDU | in data: 20 gennaio 2016 |
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D’accordo sulle esigenze di celerità nell’esecuzione di un mandato di arresto europeo, ma senza sacrificare sull’altare della speditezza i diritti dei destinatari del provvedimento di consegna. E’ la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, a stabilirlo con la sentenza n. 48943/14 depositata il 10 dicembre 2015 (48943). A impugnare l’ordinanza della Corte di appello di Brescia che dava il via libera alla consegna, un cittadino rumeno, il quale aveva dato il suo consenso alla consegna al momento dell’arresto, ma non aveva partecipato all’udienza camerale con la quale la Corte di appello aveva emanato il provvedimento di consegna. Una violazione, secondo il difensore, degli articoli 6, 10 e 13 della legge n. 69/2005 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri. Sulla questione se sia necessaria la presenza del “ricercato” nell’udienza camerale che porta alla decisione sulla consegna, nei casi in cui al momento dell’arresto l’individuo abbia già dato il suo consenso, non vi è stata alcuna pronuncia della Corte di legittimità, mentre la dottrina si è divisa tra coloro che sostengono la non necessità della presenza all’udienza camerale e coloro secondo i quali, in base al dato letterale dell’articolo 14, comma 4 della legge n. 69 sarebbe necessaria la presenza tanto più che le autorità che raccolgono il consenso fuori dell’udienza e quelle che decidono sulla consegna ed adottano l’ordinanza sono differenti. La Cassazione aderisce a quest’ultima soluzione che non è in alcun modo in contrasto con la decisione quadro. E’ vero, infatti, che l’articolo 14 della decisione in esame prevede il diritto del ricercato all’audizione di un’autorità giudiziaria solo se lo stesso non abbia dato il consenso alla propria consegna, ma il legislatore può rafforzare le garanzie se non è compromessa la celerità complessiva della procedura. Si tratta poi di una forma procedimentale irrinunciabile  con la conseguenza che il provvedimento della Corte di appello deve essere annullato.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 19 gennaio 2016 |
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