La Corte di cassazione, I sezione civile, con la sentenza n. 11027/16 depositata il 27 maggio (11027) ha confermato la giurisdizione italiana in relazione a una controversia che vedeva contrapposte alcune società italiane all’Iraq, ribadendo il no all’immunità dalla giurisdizione dello Stato estero in ragione della circostanza che al centro del procedimento vi era un atto iure gestionis. E’ stata la Repubblica irachena a chiedere alla Suprema Corte di annullare la pronuncia della Corte di appello di Milano del 27 dicembre 2012 con la quale era stata affermata la competenza dei giudici italiani e imposto all’Iraq un risarcimento del danno a favore di Finmeccanica. Quest’ultima aveva incorporato la società Agusta ed era così subentrata nel processo avviato dall’azienda produttrice di elicotteri dopo che l’Iraq non aveva corrisposto il dovuto a seguito dell’acquisto di 5 velivoli che, però, non erano stati consegnati a causa dell’embargo che aveva colpito Baghdad dopo l’invasione del Kuwait. Il contratto di acquisto era stato concluso prima dell’attacco armato e, quindi, di fatto, l’azienda italiana non aveva potuto consegnare gli elicotteri. La Corte di Cassazione ha confermato il giudizio di appello che obbliga l’Iraq a versare un risarcimento accogliendo il ricorso iracheno solo in ordine alla questione relativa alla rivalutazione monetaria e del calcolo degli interessi in base al diritto francese. Gli altri motivi di ricorso iracheni sono stati tutti respinti. In primo luogo, sotto il profilo della competenza giurisdizionale, è stato chiarito che il contratto concluso dall’Iraq era da inquadrare tra gli atti iure privatorum e non iure imperii. In secondo luogo, la Cassazione ha stabilito che solo l’embargo successivo all’invasione dell’Iraq ha messo fine al contratto di compravendita, prima del tutto valido. A tale riguardo, è da escludere la tesi irachena circa l’impossibilità sopravvenuta perché lo scioglimento del contratto è da imputare alla controparte irachena. Così, è da escludere il ricorso alla forza maggiore perché in base al diritto internazionale essa non può essere invocata se la parte che la richiama ha causato con la sua condotta colpevole la situazione. In questo caso l’embargo era stata la conseguenza dell’invasione irachena del Kuwait. Di qui l’obbligo di corrispondere il risarcimento con un calcolo diverso degli interessi.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 30 maggio 2016 |
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La Commissione europea ha presentato la relazione annuale sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel 2015. Nel documento diffuso il 19 maggio (2015_annual_charter_report_en), Bruxelles ha evidenziato il preoccupante incremento dell’intolleranza, della xenofobia e dell’incitamento all’odio in molti Stati membri. Necessario un rafforzamento, quindi, delle istituzioni Ue per diffondere l’effettiva applicazione della Carta i cui diritti sono essenziali soprattutto nella realizzazione dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Nell’applicazione della Carta – sottolinea la Commissione europea – è stato essenziale il ruolo della Corte di giustizia dell’Unione europea che, nel 2015, ha depositato, tra le altre, due importanti sentenze, una riguardante il divieto di discriminazione nei confronti dei rom (Chez Razpredelenie, C-83/14) e una sul divieto di discriminazione basata sull’orientamento sessuale  in un caso di donazione di sangue (C-528/13, Leger). A fronte di una tendenza costante del richiamo alla Carta nelle sentenze della Corte Ue, nel 2015 si assiste a un decremento con 167 pronunce (sempre in pole position i diritti legati alla giustizia) a fronte delle 210 sentenze del 2014. I giudici nazionali, nei rinvii pregiudiziali trasmessi a Lussemburgo, hanno richiamato la Carta in 36 casi contro i 43 del 2014.

Spazio anche all’attuazione della Carta da parte dei giudici nazionali con un ruolo di primo piano della Corte costituzionale tedesca e una rilevante sentenza della Corte costituzionale di Cipro (si veda il documento di lavoro annesso al rapporto della Commissione, SWD(2016)158, staff_working_doc_charter_2015_en). Anche i giudici italiani fanno sempre più ricorso alla Carta. Nel documento di lavoro è riportata la sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio che, nella pronuncia depositata il 14 luglio 2015 (201509411) relativa alla non ammissione all’esame orale di avvocato di un candidato, ha basato il proprio ragionamento sull’articolo 41 della Carta che assicura il principio della buona amministrazione. Nel ritenere illegittima la bocciatura, il Tar, infatti, ha richiamato l’obbligo di motivazione essenziale ai fini della buona amministrazione come affermato dall’articolo 41 della Carta.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/boom-di-richiami-alla-carta-dei-diritti-ue-da-parte-della-corte-di-giustizia-e-dei-giudici-interni.html.

Scritto in: Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea | in data: 29 maggio 2016 |
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La Corte suprema del Canada nel caso World Bank Group contro Wallace e altri, con la sentenza n. 36315 depositata il 29 aprile 2016 (world bank group), rafforza la tutela dell’immunità e dell’inviolabilità degli archivi delle organizzazioni internazionali. La vicenda approdata al massimo organo giurisdizionale canadese riguarda una controversia tra la Banca Mondiale, che invocava l’immunità e escludeva così l’obbligo di consegnare materiale relativo a un caso di corruzione, e quattro dipendenti di una società canadese (che aveva ottenuto fondi dalla Banca Mondiale per una costruzione in Bangladesh) che erano sotto processo dinanzi ai tribunali interni. La Banca Mondiale aveva avviato un’indagine interna sospettando l’esistenza di un caso di corruzione internazionale e aveva poi deciso una sospensione dell’azienda dalla partecipazione all’utilizzo dei fondi dell’Organizzazione per dieci anni. Era stata avviata anche un’indagine della Procura dell’Ontario alla quale la Banca mondiale aveva consegnato alcune email. Tuttavia, la Banca Mondiale si era rifiutata di produrre intercettazioni e altro materiale richiesto dalla difesa degli imputati nel corso del procedimento penale. I giudici di merito avevano ritenuto che la Banca mondiale avesse rinunciato all’immunità perché inizialmente aveva presentato alcuni documenti alla Procura e, quindi, era tenuta alla consegna. Una decisione ribaltata dalla Corte suprema che ha così bloccato l’ordinanza che imponeva la produzione di documenti. Prima di tutto, la Corte Suprema ha messo in primo piano l’importanza dell’immunità delle organizzazioni internazionali, necessaria a evitare ingerenze dello Stato, immunità che vale anche per gli archivi. La Corte sottolinea che le parti non hanno sollevato la questione dell’immunità delle organizzazioni internazionali con riguardo al diritto consuetudinario e che, con riferimento alla Banca Mondiale, la questione dell’immunità si pone con riguardo agli istituti che ne fanno parte, però, pur evidenziando che non è del tutto chiaro il regime dell’unità interna “The Integrity Vice President” propende per una portata allargata dell’immunità, bocciando la posizione restrittiva anche con riguardo alla nozione di archivio. Così, per la Corte suprema, non può essere qualificata come rinuncia all’immunità su ogni documento la collaborazione della Banca Mondiale con il Procuratore al quale erano state consegnate alcune mail. Sostenere che la sola consegna di alcuni atti comporta una rinuncia generale all’immunità su ogni documento significa dare ampio spazio a un chilling effect sulla collaborazione tra Banca Mondiale e organi inquirenti interni. Alla luce di tutto ciò, la Corte Suprema riconosce l’immunità riguardo ai documenti dell’unità investigativa interna e degli archivi, annullando la pronuncia dei giudici di merito.

Scritto in: corruzione internazionale, immunità organizzazioni internazionali | in data: 27 maggio 2016 |
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Le norme interne non possono essere utilizzate in modo strumentale dalle autorità amministrative per impedire l’esercizio del proprio credo religioso, anche in modo collettivo. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo che, con la sentenza depositata il 24 maggio nel caso Association de solidarité avec les Témoins de Jéhovah e altri (LES TEMOINS DE JEHOVAH), ha condannato la Turchia per violazione dell’articolo 9 della Convenzione europea che assicura la libertà di pensiero, coscienza e religione. Strasburgo ha chiarito che i limiti posti dalla legislazione nazionale in ordine alla costruzione di luoghi culto, inclusi nel piano urbanistico locale, incidono sulla libertà di religione in modo diretto, con un’evidente violazione di un diritto convenzionale fondamentale. E’ vero, infatti, che esiste un ampio margine di apprezzamento concesso agli Stati in materia urbanistica, ma ogni limitazione posta a una libertà fondamentale deve essere proporzionata rispetto al fine conseguito. A rivolgersi alla Corte alcuni predicatori responsabili della Congregazione dei testimoni di Geova della città di Mersin in Turchia, autorizzati a svolgere alcune celebrazioni del proprio culto in luoghi privati. In base a una legge nazionale, le autorità avevano impedito, successivamente, l’utilizzo dell’appartamento nel quale erano compiuti i riti e detto no alla costruzione di edifici di culto. Tra le varie motivazioni, esigenze di sicurezza e il mancato rispetto di alcune condizioni legislative che, di fatto, impedivano a piccole comunità di realizzare luoghi di celebrazione del proprio credo. Dopo vari ricorsi interni, la vicenda è approdata a Strasburgo che ha dato pienamente ragione ai ricorrenti. Prima di tutto, i giudici internazionali hanno chiarito che la libertà di manifestare il proprio credo e di compiere i riti connessi alla propria religione sono parte integrante dell’articolo 9. E’ evidente – osserva la Corte – che anche la mancanza di un luogo di culto per celebrare regolarmente il proprio credo è un’ingerenza che si riflette direttamente sulla libertà di religione, per la cui piena realizzazione ha un grande rilievo la possibilità di svolgere cerimonie in luoghi in cui i fedeli possono manifestare il proprio credo collettivamente. La normativa interna in discussione e la sua applicazione – osserva la Corte europea – di fatto impediscono a piccole comunità di poter rispettare le condizioni per costruire un luogo di culto. Di qui la constatazione dell’ingerenza che, pur perseguendo un fine in sé legittimo, come, tra gli altri, la sicurezza nazionale, è sproporzionata e non necessaria in una società democratica perché impedisce la pratica religiosa in locali appropriati, bloccando il pluralismo religioso. Tanto più che la legge interna consente alle autorità amministrative di imporre condizioni rigide e proibitive per l’esercizio di certi culti minoritari.

Scritto in: libertà di religione | in data: 27 maggio 2016 |

La sospensione automatica di un procedimento avviato dal singolo consumatore, che fa valere il carattere abusivo di una clausola contenuta in un contratto di mutuo, solo perché pende un’azione collettiva, è contraria al diritto Ue. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza depositata il 14 aprile nelle cause riunite C-381/14 e C-385/14 (C-381:14). Al centro della pronuncia di Lussemburgo, l’interpretazione della direttiva 93/13 sulle clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori recepita in Italia con Dlgs n. 52/96, abrogato dal codice del consumo. Sono stati due clienti di un istituto di credito, che avevano stipulato un contratto di mutuo ipotecario, ad avviare l’azione dinanzi ai giudici spagnoli. I ricorrenti sostenevano che la clausola di tasso minimo inserita nel contratto, dovuto indipendentemente dalla fluttuazione dei tassi del mercato, era da considerare abusiva perché procurava uno squilibrio a loro danno. Poco prima, anche un’associazione di consumatori aveva avviato un’azione contro 72 istituti bancari chiedendo la cessazione dell’uso delle clausole di tasso minimo. Il giudice nazionale aveva sospeso il procedimento individuale in attesa del giudizio collettivo. Una decisione che non convince la Corte Ue. Prima di tutto, gli eurogiudici hanno chiarito che le azioni individuali e collettive hanno “obiettivi ed effetti giuridici diversi”, tanto più che le associazioni dei consumatori, che svolgono un ruolo di primo piano nel legittimo interesse a tutelare i consumatori, non si trovano in una situazione di inferiorità rispetto al professionista (in questo caso gli istituti di credito) che invece contraddistingue il singolo consumatore. Va bene – osserva la Corte – fissare regole interne per la corretta amministrazione della giustizia ed evitare decisioni giudiziarie contraddittorie, ma a patto che non si verifichi un indebolimento nella tutela dei consumatori. Se la legislazione nazionale vincola il consumatore all’esito dell’azione collettiva, malgrado abbia deciso di non prendervi parte e di procedere a un ricorso individuale, la sua tutela è attenuata e priva di effettività a causa della sospensione automatica dell’azione individuale solo perché pende il ricorso collettivo. Di qui la contrarietà al diritto Ue, evidente anche perché l’esercizio effettivo dei diritti soggettivi riconosciuti dalla direttiva “non può essere messo in discussione sulla base di considerazioni legate all’organizzazione giudiziaria di uno Stato”.

Scritto in: consumatori | in data: 26 maggio 2016 |
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Due giorni dedicati ad approfondire la tutela della salute nel contesto internazionale ed europeo. Appuntamento il 9 e il 10 giugno, a Parma (Università degli Studi di Parma, Aula Magna), per discutere del tema nell’ambito del XXI Convegno della Società italiana di diritto internazionale e dell’Unione europea (SIDI). Il Convegno, dal titolo “La tutela della salute nel diritto internazionale ed europeo tra interessi globali e interessi particolari”, partirà il 9 giugno con la prima sessione dedicata alla salute come bene pubblico. Si prosegue venerdì con la seconda sessione sul diritto alla salute, limiti alla discrezionalità dello Stato e giustiziabilità. Segue l’analisi della libertà di commercio, protezione degli investimenti e gestione dei rischi per la salute e si chiude con l’ultima sessione sui danni alla salute con particolare riguardo alla responsabilità dello Stato, delle organizzazioni internazionali e delle imprese.

Qui il programma completo sidi programma (009) (2)

Scritto in: convegni | in data: 26 maggio 2016 |
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E’ stato diffuso il terzo rapporto annuale del Segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, sullo stato dei diritti umani, della democrazia e della rule of law in Europa (report 2016). Un anno difficile, il 2015, tra terrorismo e misure nazionali per combattere gli attacchi terroristici che spesso hanno comportato arretramenti nella democrazia e nelle libertà fondamentali. Il rapporto è articolato in cinque sezioni: la prima dedicata all’imparzialità e all’indipendenza del sistema giudiziario, segue la libertà di espressione, la libertà di riunione e di associazione, i diritti legati alla democrazia (tra gli altri, diritto alle libere elezioni, separazione dei poteri), i diritti legati a una società inclusiva, con particolare riguardo ai migranti. Nell’ottica di tutelare le categorie più vulnerabili, il Segretario generale mette in evidenza la necessità di assicurare l’accesso alla giustizia. Grande preoccupazione per la libertà di stampa a causa dell’incremento dei casi di sorveglianza a danno dei reporter e di violazione del diritto dei giornalisti alla segretezza delle fonti. Dalla piattaforma sulla protezione dei giornalisti (qui il sito http://www.coe.int/en/web/media-freedom/) risulta che la situazione è peggiorata in ben 27 Stati del Consiglio d’Europa, con 160 casi di allerta da aprile 2015 ad oggi di cui ben 101 a livello 1 (il più grave).

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 25 maggio 2016 |
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Parte dal 1° giugno la nuova edizione del corso di Alta formazione in Europrogettazione (edizione 2016) organizzato dalla Scuola di aggiornamento della Fondazione della Scuola Forense Barese diretta dall’avvocato Lorenzo Minunno. Il corso, che offre ai professionisti la possibilità di acquisire nuove conoscenze per sfruttare al meglio le potenzialità dei fondi Ue, permetterà di imparare a progettare e cogliere le opportunità di finanziamento che arrivano da Bruxelles soprattutto attraverso il programma di stanziamento fondi deciso dalla Commissione europea per il settennato 2014-2020. Il corso inizierà il 1° giugno alle 16.00 e terminerà il 6 luglio, con cadenza settimanale. Due le sessioni che si terranno presso la Sala biblioteca del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bari: una teorica generale con un’analisi dei subprogetti di finanziamento e una pratica con un laboratorio di progettazione organizzato con l’ausilio di Eurolabor. Le lezioni, tutte dal taglio pratico, termineranno con la redazione di un progetto che sarà poi valutato da un esperto indipendente. Al termine del corso è previsto un viaggio a Bruxelles presso le istituzioni Ue.

Si parte mercoledì 1° giugno alle 16.00 con la lezione del dott. Giampaolo Peccolo, Direttore del centro di formazione in Europrogettazione, Venice International University.

Il costo dell’intero corso è di 180 euro (è anche possibile l’iscrizione a singole lezioni), con sconti per gli allievi della scuola di formazione della Fondazione Scuola forense barese, soci eu-lab.org, AIGA, UDAI, Unione giovani commercialisti e revisori contabili di Bari e Trani. L’Ordine degli avvocati riconosce altresì 15 CFU.

Qui il programma completo del corso, con le modalità di iscrizione (programma)

Scritto in: corsi | in data: 25 maggio 2016 |
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Sul segreto bancario prevalgono le esigenze legate ai controlli fiscali. E’ la Corte di giustizia dell’Unione europea a stabilirlo con la sentenza del 14 aprile (causa C-522/14, Sparkasse C-522:14), su rinvio pregiudiziale della Corte federale tributaria tedesca. Per Lussemburgo, è compatibile con il diritto Ue e, in particolare, con l’articolo 49 che garantisce la libertà di stabilimento, la legislazione nazionale che impone agli enti creditizi con sede sociale in uno Stato di dichiarare gli attivi depositati o gestiti in succursali non indipendenti stabilite in un altro Stato membro nei casi di morte del titolare e apertura della successione nel primo Stato. La controversia nazionale riguardava un ente creditizio operativo in base a un’autorizzazione delle autorità tedesche competenti al quale l’amministrazione tributaria aveva chiesto la trasmissione delle informazioni di alcuni clienti della succursale in Austria, residenti in Germania al momento del decesso. L’ente creditizio aveva presentato un reclamo contro questa decisione, ma tutte le azioni erano state respinte. La Corte di giustizia ammette che una norma interna che impone il trasferimento di informazioni può disincentivare un ente creditizio stabilito nello Stato ad aprire succursali in un altro Stato, ma un simile obbligo non è qualificabile come una restrizione alla libertà di stabilimento. Necessario, però, che le operazioni richieste relative alle succursali non siano discriminatorie “rispetto alle operazioni realizzate dalle loro succursali nazionali”.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 24 maggio 2016 |
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La riforma per la protezione dati sbarca sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Sono stati pubblicati i tre tasselli che costituiscono il nuovo quadro sulla protezione dei dati che tiene conto delle più significative pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea, assicurando, almeno nelle intenzioni, un maggiore controllo dei dati, modificando la direttiva 95/46. Si tratta, in particolare, del regolamento 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (2016:679), applicabile dal 25 maggio 2018; della direttiva 2016/680 relativa alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la decisione quadro 2008/977/GAI del Consiglio (2016:680), da attuare, sul piano interno, entro il 6 maggio 2018 e della direttiva 2016/681 sull’uso dei dati del codice di prenotazione (PNR) a fini di prevenzione, accertamento, indagine e azione penale nei confronti dei reati di terrorismo e dei reati gravi (2016:681), da recepire entro il 25 maggio 2018.

infographicPer quanto riguarda il regolamento, l’Unione si prefigge di garantire, a ogni individuo, un accesso facilitato ai propri dati, un iter più semplice per la portabilità dei dati, la cancellazione, la rettifica e l’esercizio del diritto all’oblio, codificato all’articolo 17. Vantaggi anche per le aziende che potranno avvalersi di uno sportello unico: in pratica, una società con controllate in diversi Stati membri dovrà interagire solo con l’autorità preposta alla protezione dati nello Stato membro in cui ha lo stabilimento principale.

 

 

Scritto in: protezione dati | in data: 23 maggio 2016 |
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