L’esecuzione del mandato di arresto europeo deve essere esclusa se la consegna riguarda un accusato di un fatto illecito che si è svolto nella sua massima parte in Italia. Lo ha ribadito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 22493/16, depositata il 27 maggio (22493) con la quale è stato accolto il ricorso di un cittadino tedesco che chiedeva l’annullamento della sentenza della Corte di appello di Milano che aveva dato il via libera alla consegna in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Procura della Repubblica di Berlino. I giudici di appello avevano sostenuto che non sussisteva un motivo ostativo alla consegna malgrado il segmento finale delle condotte illecite (rapina e truffa) risultava eseguito in Italia. Una conclusione errata secondo la Suprema Corte e non conforme a quanto previsto dall’articolo 18 della legge n. 69/2005 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri. In particolare, se una parte della condotta criminosa si è verificata in Italia va esclusa la consegna all’autorità giudiziaria straniera. Pertanto, per la Cassazione, nel caso in esame, mancano i presupposti legittimanti la consegna tanto più che la condotta illecita risultava compiuta in Italia perché solo le mail per cercare di truffare le vittime erano state ricevute in Germania.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 30 giugno 2016 |
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La Corte Ue amplia il perimetro di applicazione del titolo esecutivo europeo, che trova spazio anche quando il credito è accertato con una sentenza pronunciata in contumacia. Poco importa, infatti, che l’assenza del debitore in un procedimento non equivale, in base all’ordinamento interno, a non contestazione del credito, perché ciò che conta è la qualificazione fornita dal regolamento Ue n. 805/2004 che istituisce il titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati. E’ quanto ha stabilito la Corte di giustizia con la sentenza del 16 giugno (C-511/14, C-511:14), su rinvio pregiudiziale del Tribunale di Bologna, che permette di scavalcare gli ostacoli posti dall’ordinamento nazionale all’applicazione della procedura sprint prevista dal regolamento, a vantaggio del creditore. Il procedimento nazionale riguardava una società con sede in Italia che aveva citato in giudizio alcune aziende inglesi. I giudici avevano condannato una società inglese a versare all’azienda ricorrente 18mila euro al termine di un procedimento che si era svolto in contumacia, con il pieno rispetto delle regole sulle notificazioni. Di qui la richiesta al Tribunale di Bologna di certificare la sentenza come titolo esecutivo europeo. Prima di emettere il certificato, i giudici italiani hanno chiamato in aiuto la Corte Ue avendo dubbi sulla possibilità di equiparare l’assenza dal processo all’ammissione del debito da parte della società convenuta, presupposto per applicare il regolamento.

Prima di tutto, gli eurogiudici bloccano la possibilità di interpretare le norme del regolamento in base all’ordinamento interno. Se manca un rinvio al diritto nazionale, per garantire l’applicazione uniforme del diritto dell’Unione e il rispetto del principio di uguaglianza, l’interpretazione deve avvenire tenendo conto unicamente delle norme Ue. Il regolamento n. 805/2004 – osserva la Corte – non rinvia all’ordinamento interno per definire la nozione di credito non contestato che comprende “tutte le situazioni in cui un creditore, tenuto conto dell’assenza accertata di contestazione da parte del debitore in ordine alla natura o all’entità del debito, abbia ottenuto, in particolare, una decisione giudiziaria contro quel debitore”. Se l’azienda debitrice rimane inattiva, anche non prendendo parte al processo, pur essendo ritualmente informata, il credito deve essere considerato come non contestato. Non ha importanza – precisa la Corte – che “in forza del diritto italiano una condanna in contumacia non equivale a una condanna per credito non contestato”, perché le conseguenze giuridiche dell’assenza del debitore sono regolate dall’atto Ue. Se le norme procedurali minime funzionali ad assicurare il diritto di difesa sono garantite il titolo esecutivo europeo deve essere emesso. La Corte ha anche respinto l’eccezione di irricevibilità posta dal Governo italiano chiarendo che il procedimento che si conclude con la certificazione di un titolo esecutivo è un atto di natura giurisdizionale, con la conseguenza che il Tribunale nazionale può rivolgersi a Lussemburgo.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 29 giugno 2016 |

fra-ecthr-2016-handbook-on-access-to-justice_en-1Una guida per fare il punto sul diritto di accesso alla giustizia, essenziale per realizzare ogni altro diritto (fra-ecthr-2016-handbook-on-access-to-justice_en). E’ l’Agenzia europea per i diritti fondamentali e la cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo a pubblicarla per fornire una guida pratica a tutti gli operatori del diritto e diffondere la conoscenza degli standard fissati a livello Ue e nel sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La guida copre sia il settore civile sia quello penale, con una particolare attenzione alla questione del gratuito patrocinio, del diritto all’assistenza legale, della durata del processo, della tutela delle vittime di reato. Con riferimento a quest’ultimo ambito, una sezione è dedicata alle vittime vulnerabili e alle azioni in particolari contesti come quello della tutela dell’ambiente .

 

Scritto in: diritti umani | in data: 28 giugno 2016 |
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Il Relatore speciale dell’Onu sulla promozione del diritto alla libertà di opinione e di espressione, David Kaye, ha presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite il rapporto sulla libertà di opinione e di espressione adottato l’11 maggio e in discussione nella sessione in corso di svolgimento in questi giorni (Doc. A/HRC/32/38 A_HRC_32_38_EN), con al centro l’ambiente digitale che presenta nuove questioni sulla legge applicabile e sull’applicazione di regole in materia di diritti umani da parte di privati. Un documento che affronta la libertà di espressione da una nuova prospettiva: si tratta del primo documento al quale seguiranno altri in cui si analizzano i rischi sulla libertà di espressione che possono essere provocati da network privati e, in via generale, da aziende che operano nell’ambito tecnologico. L’obiettivo è di istituire un quadro che permetta di fornire agli Stati un modello che delinei le regole di comportamento dei network privati per limitare l’adozione di misure non necessarie o sproporzionate che interferiscano con la libertà di espressione online. Punto centrale è che la rimozione di contenuti o l’accesso alle informazioni sugli utenti avvenga sulla base di una specifica previsione normativa. Così, nell’ambito del diritto all’oblio e della necessità di garantire la neutralità di internet. Ai privati, che accumulano dati in misura massiccia e tecnologie che spesso i Governi non conoscono, è richiesto di adottare delle politiche aziendali che mettano in primo piano la libertà di espressione e di agire con il massimo della trasparenza. Il documento ha tenuto conto dei contributi forniti da organizzazioni non governative e da alcuni Stati. Tra gli altri, Stati Uniti, Paesi Bassi, Grecia e Turchia (manca l’Italia).

Scritto in: libertà di espressione | in data: 27 giugno 2016 |
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La Corte di cassazione, I sezione penale, con la sentenza n. 22120/16 depositata il 26 maggio fa il punto sugli effetti della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso El Dridi e chiarisce che la “sostanziale valutazione di incompatibilità della norma incriminatrice interna con la disciplina Ue produce effetti simili alla abolitio criminis” (2_22120_2016). La Suprema Corte, proprio grazie alla pronuncia di Lussemburgo (28 aprile 2011, si veda il post del 28 aprile), ha accolto il ricorso del Procuratore generale della Repubblica di Perugia il quale chiedeva l’annullamento della condanna di un cittadino del Marocco condannato a un anno di reclusione per aver violato l’obbligo di lasciare il territorio dello Stato dopo l’adozione di un decreto di espulsione. L’annullamento è stato richiesto perché il fatto per il quale l’uomo era stato condannato, proprio a seguito della pronuncia El Dridi, non si può più considerare come previsto dalla legge come reato. In particolare, l’indicata sentenza ha prodotto effetti sull’articolo 14, comma 5-ter del Dlgs n. 286/98 che puniva con la sanzione detentiva la condotta di ingiustificata inosservanza dell’ordine di allontanamento, di fatto portando all’abolizione del reato. L’indicata abolizione è stata poi confermata con il decreto legge n. 89/2011 e il recepimento della direttiva 2008/115.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-applica-il-decreto-legge-sul-recepimento-della-direttiva-rimpatri.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/recepita-la-direttiva-rimpatri.html

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 24 giugno 2016 |
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image_galleryL’interesse pubblico ad accedere a notizie sul terrorismo prevale sul diritto all’oblio rivendicato da un ex terrorista. E’ stato così respinto con decisione n. 4988654 del 31 marzo 2016, depositata nei giorni scorsi (4988654), il ricorso al Garante della privacy  presentato da un ex terrorista che aveva finito di scontare la pena e aveva chiesto a Google la rimozione di alcuni url e i suggerimenti di ricerca visualizzati dalla funzione di completamento automatico a seguito della digitazione nella stringa di ricerca del proprio cognome e della parola terrorista. Poco importa – scrive il Garante – il trascorrere del tempo di fronte a reati particolarmente gravi perché prevale in ogni caso l’interesse pubblico a reperire notizie. Di qui, la constatazione dell’assenza dei presupposti per applicare la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 13 maggio 2014 (causa C-131/12, Costaja) anche perché il diritto all’oblio non trova spazio nei casi di crimini efferati. Si tratta, inoltre, di informazioni che hanno una valenza storica e appartengono, così, alla memoria collettiva.

Scritto in: privacy | in data: 24 giugno 2016 |
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Un freno a interpretazioni autonome da parte dei giudici di merito che portano a disapplicare una norma interna in forza di un contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, senza sollevare la questione di legittimità costituzionale. La Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la pronuncia n. 25815/16 depositata ieri (25815:16) ha disposto l’annullamento della sentenza del Tribunale di Asti che aveva assolto l’imputato per un reato e stabilito che per le altre imputazioni non si doveva procedere in quanto era stato già destinatario di sanzioni amministrative per gli stessi fatti oggetto del procedimento penale. Il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Torino ha impugnato la pronuncia dinanzi alla Cassazione che gli ha dato ragione. Per la Suprema Corte, l’articolo 649 c.p.p., che fissa il divieto di un nuovo processo penale per il medesimo fatto, non può essere interpretato autonomamente dal giudice di merito alla luce dell’articolo 4 (sul principio del ne bis in idem) del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo secondo i criteri stabiliti nella sentenza Grande Stevens, superando il chiaro dato letterale della norma. E’, infatti, evidente, che l’interpretazione convenzionalmente orientata non appare possibile visto la chiara formulazione della norma. L’articolo 649, infatti, si riferisce a più procedimenti penali per il medesimo fatto e non si può, quindi, estendere il suo ambito applicativo “a sanzioni irrogate l’una dal giudice penale, l’altra da un’autorità amministrativa” nei casi in cui tra le due violazioni c’è un rapporto di progressione illecita. Il Tribunale – osserva la Cassazione – non aveva la possibilità di interpretare l’articolo in esame in modo conforme alla Convenzione alla luce della sentenza Grande Stevens ed Engel e, quindi, anche sulla base delle sentenze della Corte costituzionale n. 348 e n. 349 del 2007, avrebbe dovuto constatare l’impossibilità di interpretare l’articolo 649 in modo conforme alla regola convenzionale e sollevare la questione di legittimità costituzionale ex articolo 117 della Costituzione in relazione all’articolo 4 del Protocollo n. 7 nella parte in cui l’articolo 649 non prevede l’applicabilità del divieto di un secondo giudizio se l’imputato è stato già giudicato con un provvedimento irrevocabile, per il medesimo fatto, nell’ambito di un procedimento amministrativo.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 23 giugno 2016 |
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Gli Stati sono obbligati a rispettare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare le norme sull’equo processo e sull’accesso alla giustizia anche nei casi in cui le autorità nazionali sono chiamate ad eseguire le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. E’ la Grande Camera a ribadirlo con la sentenza depositata ieri nel caso Al-Dulimi e Montana contro Svizzera (CASE OF AL-DULIMI AND MONTANA MANAGEMENT INC. v. SWITZERLAND), con la quale Strasburgo ha confermato la condanna a Berna già decisa dalla Camera con la pronuncia del 26 novembre 2013. Dopo il primo verdetto, la Svizzera aveva chiesto il riesame della causa alla Grande Camera, che le dato torto. Al centro del ricorso l’applicazione della risoluzione n. 1483 del Consiglio di sicurezza sull’embargo all’Iraq adottata nel 2003 con la quale sono state previste sanzioni contro persone fisiche e giuridiche vicine al Governo iracheno. Tra queste il ricorrente e la sua società con sede a Panama colpiti dalla confisca dei beni ad opera del Dipartimento federale dell’economia svizzero che ha dato esecuzione all’atto del Consiglio di sicurezza e disposto la confisca dei beni e il trasferimento in Iraq. Tutti i ricorsi del destinatario delle misure erano stati respinti sulla base della circostanza che le risoluzioni del Consiglio di sicurezza prevalgono su ogni obbligo internazionale. Di qui l’azione a Strasburgo.

Prima di tutto, il massimo organo giurisdizionale ha ribadito che la Convenzione europea deve essere interpretata tenendo conto delle regole e dei principi propri dell’ordinamento internazionale e, in particolare, della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati. Ed invero, in via generale, se l’articolo 103 della Carta Onu sancisce il primato, in caso di conflitto con altri obblighi internazionali, di quelli derivanti dalla Carta è anche vero che tra gli obiettivi delle Nazioni Unite vi è la protezione dei diritti umani e, di conseguenza, sussiste una presunzione in base alla quale  il Consiglio di sicurezza non impone obblighi che potrebbero violare i diritti dell’uomo. La Grande Camera, inoltre, chiarito di non essere competente a valutare la legittimità della risoluzione, ha precisato che se la risoluzione non contiene un’esplicita affermazione volta a limitare o escludere il rispetto dei diritti dell’uomo nel contesto dell’esecuzione delle sanzioni a livello nazionale, va presunto che le misure sono compatibili con la Convenzione e che non sussiste, in linea di principio, un conflitto con gli obblighi convenzionali. Ora, poiché compito della Corte è di accertare se uno Stato ha adottato tutte le misure necessarie a garantire il rispetto della Convenzione anche nell’esecuzione della risoluzione del Consiglio di sicurezza e che gli Stati non possono trincerarsi dietro la natura vincolante delle risoluzioni del Consiglio, ma sono tenute, nel momento in cui si trovano dinanzi all’organo giurisdizionale, a mostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per evitare violazioni della Convenzione, la Grande Camera ha bocciato la tesi delle autorità nazionali che hanno invocato l’assoluta primazia degli obblighi derivanti dalla Carta Onu e, in particolare dell’articolo 103, per respingere ogni azione dei ricorrenti.  Tra l’altro, la risoluzione del Consiglio non ha escluso in modo chiaro ed esplicito l’esame giudiziario delle sanzioni e, quindi, non si è posto un conflitto tra l’atto Onu e la Convenzione europea che prevede il diritto di accesso alla giustizia, alla base dell’equo processo, rendendo così inutile l’applicazione del principio della protezione equivalente. Di conseguenza, i tribunali nazionali avrebbero ben potuto occuparsi di valutare l’arbitrarietà della misura di confisca, conciliando le esigenze di sicurezza alla base della risoluzione e i diritti umani. Nel rifiutarsi di esaminare se vi fosse una violazione delle garanzie procedurali, la Svizzera è così incorsa in una violazione della Convenzione, limitando il diritto di accesso alla giustizia. Va segnalato che la Corte non ha condiviso la tesi del ricorrente secondo il quale il diritto di accesso alla giustizia è una norma di ius cogens, almeno allo stato attuale del diritto internazionale, pur confermando la centralità della norma all’interno della Convenzione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/lesecuzione-delle-risoluzioni-del-consiglio-di-sicurezza-non-esonera-gli-stati-dal-rispetto-dei-diritti-delluomo-garantiti-dalla-cedu.html

Scritto in: diritti umani | in data: 22 giugno 2016 |
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Nessuna violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare se lo Stato non riconosce la pensione di reversibilità al partner di una coppia dello stesso sesso, morto quando la legge che consentiva il matrimonio ai conviventi same sex non era in vigore. Lo ha chiarito, con riferimento alla Spagna, la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Aldeguer Tomás depositata il 14 giugno (CASE OF ALDEGUER TOM?S v. SPAIN) con la quale è stato respinto il ricorso di un uomo che aveva avuto una convivenza di fatto, per 12 anni, con un partner dello stesso sesso e che non aveva potuto regolarizzare la propria situazione perché la legge che prevedeva il matrimonio era entrata in vigore dopo la morte del partner. I tribunali nazionali avevano respinto le sue richieste relative alla pensione di reversibilità e così ha fatto la Corte europea. Riconosciuto il principio consolidato secondo il quale i rapporti tra coppie dello stesso sesso rientrano nell’ambito della vita privata e familiare, diritto tutelato dall’articolo 8, Strasburgo ha chiarito, però, che la norma in esame non assicura un diritto di beneficiare di uno specifico regime di previdenza sociale come quello ad ottenere la pensione di reversibilità. E questo malgrado nella nozione di vita familiare non rientrino solo aspetti di natura sociale, morale o culturale ma anche interessi materiali. Nel periodo considerato, tra l’altro, gli Stati godevano di un certo margine di apprezzamento, tanto più che mancava un consenso degli Stati circa i diritti da attribuire alle coppie same sex. La Corte esclude, quindi, una violazione del principio di non discriminazione in base all’orientamento sessuale perché il partner che rivendicava la pensione non si trovava nella stessa situazione del coniuge e, quindi, il rifiuto era basato unicamente sul fatto che la coppia non era sposata, circostanza che costituiva una condizione per ottenere la pensione di reversibilità. Così, la Corte esclude un’assimilazione alle coppie che una volta sposate non potevano divorziare per le quali il legislatore era intervenuto con una legislazione ad hoc perché, pur trattandosi di ostacoli giuridici, le due situazioni hanno natura differente e riguardano due contesti diversi. Respinta anche la tesi di un’applicazione retroattiva della legge che ha poi riconosciuto riconosciuto il diritto al matrimonio a persone delle stesso sesso.

Scritto in: matrimonio | in data: 21 giugno 2016 |
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marinabis

C-308:14

 

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 20 giugno 2016 |
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