Gli Stati hanno l’obbligo di versare un indennizzo effettivo alle vittime di inquinamento, anche quando un danno provocato dall’acqua insalubre è causato a un’unica persona. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 25 ottobre (Otgon, n. 22743/07) con la quale Strasburgo ha condannato la Moldova che aveva versato un indennizzo troppo basso a una donna la quale era stata colpita da una grave dissenteria per aver bevuto acqua dal rubinetto (case-of-otgon). La donna era stata ricoverata per due settimane in ospedale. Era stato accertato che l’acqua era stata contaminata da liquami. Di qui l’azione contro lo Stato. Ed invero, i tribunali nazionali avevano riconosciuto la responsabilità delle autorità statali e, in particolare, della società dell’acqua gestita dallo Stato, ma avevano liquidato un importo di soli 310 euro. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha dato ragione alla donna. Per la Corte, gli Stati, in base all’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il rispetto al diritto della vita privata e familiare, sono tenuti ad adottare tutte le misure necessarie per garantire il benessere degli individui. Di conseguenza, lo Stato è responsabile se causa un inquinamento o se non adotta alcuna misura per impedirlo. Nel caso in esame, l’ambiente non salubre dovuto a un inquinamento della falda acquifera ha leso il benessere della ricorrente. Ciò è stato riconosciuto dalle autorità giurisdizionali nazionali che, però, hanno stabilito un indennizzo di soli 310 euro, ben al di sotto degli importi concessi in casi analoghi dalla Corte europea che ha così deciso una liquidazione di 4mila euro.

Scritto in: CEDU | in data: 31 ottobre 2016 |
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In vigore, dal 3 ottobre 2016, il decreto legislativo 15 settembre 2016, n. 184 “Attuazione della direttiva 2013/48/UE, relativa al diritto di avvalersi di un difensore nel procedimento penale e nel procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo, al diritto di informare un terzo al momento della privazione della libertà personale e al diritto delle persone private della libertà personale di comunicare con terzi e con le Autorità consolari”(dlgs).

Rispettati così i tempi di recepimento della direttiva che aveva fissato come deadline il 27 novembre di quest’anno. Il decreto legislativo si occupa solo di alcune disposizioni della direttiva perché diverse garanzie in essa formulate sono già presenti nell’ordinamento italiano che, in alcuni casi, assicura una tutela di più ampia portata. In questo senso, ad esempio, non è stata riprodotta la norma che prevede la rinuncia al difensore inserita nella direttiva ma incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento italiano. Novità per il quadro difensivo del destinatario di un mandato di arresto europeo nel caso di procedura attiva di consegna. L’articolo 4 del Dlgs ha aggiunto un comma, il 5-bis, all’articolo 9 della legge 22 aprile 2005 n. 59 di recepimento della decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e sulle procedure di consegna tra Stati membri, con un allargamento delle garanzie. E’ così previsto che la persona destinataria del provvedimento di consegna possa nominare un difensore non solo nello Stato di esecuzione ma anche in quello di emissione. Se l’interessato esprime la volontà di avvalersi di un difensore in quello Stato, il Presidente della Corte di appello competente comunica immediatamente questa richiesta all’autorità dello Stato membro di emissione.

Allarme Onu sulla libertà di stampa, soprattutto per l’impunità diffusa verso coloro che colpiscono giornalisti e blogger. A lanciarlo è David Kaye, Relatore speciale dell’Onu sulla promozione del diritto alla libertà di opinione e di espressione che, nel rapporto diffuso il 20 ottobre (report) e discusso dinanzi all’Assemblea generale il 6 settembre (A/71/373), punta il dito contro i Governi che troppo spesso, anche con leggi imprecise e vaghe, permettono un’ampia discrezionalità negli interventi delle autorità nazionali colpendo così chi esercita il diritto alla libertà di espressione. Primi tra tutti i giornalisti che indagano sui casi di corruzione che coinvolgono politici.

Ricostruito il quadro normativo, il Relatore speciale si è soffermato sulla necessità che, nei casi in cui vengano poste restrizioni, in via eccezionale, alla libertà di espressione, sia l’autorità nazionale a fornire la prova circa l’esigenza di tali limitazioni. E’ necessario, inoltre, che lo spettro del terrorismo non sia usato come grimaldello per limitare libertà fondamentali come la libertà di espressione. Sotto scacco anche la comunicazione via web che è minacciata da nuove forme di repressione e di censura. Proprio nel 2016, d’altra parte, si è verificato un incremento dei casi di blocco all’accesso al web. Restano poi diffusi gli attacchi ai giornalisti, con molti Governi che brandiscono lo strumento della censura e lasciano spazio a punizioni penali nei confronti dei reporter, mentre accade troppo di frequente che chi minaccia i giornalisti resti impunito.

Un quadro allarmante, quindi, anche perché troppe limitazioni sono basate su obiettivi non legittimi dal punto di vista del diritto internazionale e non sono in linea con il principio di proporzionalità e necessità. Pertanto, il Relatore ha chiesto, in via generale, una revisione delle regole interne non conformi al diritto internazionale e un particolare supporto per rafforzare la libertà di espressione dei media indipendenti. Gli Stati – conclude il Relatore – devono evitare sanzioni eccessive nei casi di diffamazione e ogni altra misura in grado di interferire con la libertà dei media, ponendo particolare attenzione a internet.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/liberta-di-stampa-riflettori-accesi-sul-disegno-di-legge-sulla-diffamazione.html

Scritto in: libertà di stampa | in data: 26 ottobre 2016 |
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31aa28otszl-_ac_us160_E’ in libreria il volume “Diritto internazionale” scritto dai docenti Dominique Carreau (Università di Paris I) e Fabrizio Marrella (Ca’ Foscari di Venezia), edito da Giuffrè. Il testo, indirizzato a studenti, studiosi del diritto internazionale e a operatori pratici, non soltanto affronta i temi del diritto internazionale contemporaneo, ma fornisce uno strumento di grande utilità agli operatori giuridici (magistrati, avvocati, notai, commercialisti) chiamati ad applicare sul piano interno il diritto internazionale. “Complice la globalizzazione – scrivono gli autori nella premessa – nelle migliori università del mondo si è capito che la ricerca e l’insegnamento specialistico del diritto internazionale svolgono una funzione fondamentale per una formazione degli studenti più adeguata al mondo contemporaneo”. D’altra parte, proprio grazie al diritto internazionale è possibile comprendere “le grandi sfide della nostra epoca”. In questa direzione, gli Autori affrontano, tra le altre, le questioni relative alla soggettività internazionale, all’attuazione del diritto internazionale e alla responsabilità internazionale. Grande spazio al tema dell’applicazione del diritto internazionale nell’ordinamento giuridico interno e ai procedimenti giurisdizionali, incluso l’arbitrato internazionale. Il volume, inoltre, affianca all’analisi teorica l’attuazione pratica, mettendo in risalto la giurisprudenza internazionale ed interna. La lettura e lo studio del testo sono poi agevolate dalle schede di sintesi riportate nelle pagine finali.

Qui l’indice completo del volume (indice)

Scritto in: diritto internazionale | in data: 26 ottobre 2016 |
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Nei procedimenti di divorzio in cui si discute l’affidamento dei figli, il giudice deve ascoltare i minori coinvolti. E’ vero che non esiste un diritto assoluto dei minori, ma nei casi in cui il tribunale nazionale si rifiuti sistematicamente di audire i figli al centro del procedimento di affidamento, l’organo giurisdizionale ha l’obbligo di giustificare il rifiuto opposto alla richiesta di uno dei genitori. E’ la Corte europea a chiarirlo nella sentenza Iglesias Casarrubios e Cantalapiedra Iglesias contro Spagna depositata l’11 ottobre 2016 (ricorso n. 23298/12, affaire-iglesias-casarrubios-et-cantalapiedra-iglesias-c-espagne) con la quale i giudici internazionali hanno condannato la Spagna per violazione dell’articolo 6 della Convenzione che assicura l’equo processo. Il procedimento nazionale riguardava il divorzio di una coppia e l’affidamento delle figlie, minorenni all’epoca dei fatti. La madre aveva chiesto ai giudici competenti di sentire le bambine, ma la sua istanza era stata respinta. Tuttavia, l’affidamento condiviso aveva causato numerosi problemi con ulteriori dissidi tra i genitori, che avevano portato la donna a proseguire la sua richiesta fino alla Corte costituzionale. Ma ogni sua istanza era stata rigettata. Di qui il ricorso a Strasburgo che le ha dato ragione. Prima di tutto, Strasburgo ha dichiarato irricevibile il ricorso delle bambine che avevano affiancato la madre nell’azione alla Corte europea. Questo non perché minorenni (tanto più che è ben possibile, anche in questi casi, il ricorso alla Corte europea), ma perché solo la madre era stata parte nel procedimento nazionale. Detto questo, però, Strasburgo ha dato ragione alla donna. E’ vero – osserva la Corte – che non si può affermare un diritto assoluto a sentire i minori perché ciò dipende dalle circostanze particolari di ciascun caso, con un obbligo di valutare l’età e la maturità del minore, ma la conclusione cambia se è la legge interna a stabilire un simile obbligo. Se poi tale obbligo viene disatteso, è indispensabile una giustificazione, che era mancata nel caso arrivato a Strasburgo, con la consequenziale condanna della Spagna.

Scritto in: CEDU | in data: 25 ottobre 2016 |
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150px-international_criminal_court_logoIl Sudafrica e il Burundi dicono addio alla Corte penale internazionale. I due Stati hanno concluso l’iter interno per recedere dallo Statuto della Corte penale internazionale. In particolare, il Sudafrica ha già notificato l’atto di recesso al Segretario generale dell’Onu (minister-michael-masutha_-media-briefing-on-international-criminal-court-and-sudanese-president-omar-al-bashir-south-african-government), come previsto dall’articolo 127 del Trattato in base al quale uno Stato parte può notificare, con forma scritta, indirizzata al Segretario generale Onu, di recedere dallo Statuto, con effetti un anno dopo la data del ricevimento della notifica a meno che non sia indicata una data successiva. E’ la prima volta che accade da quando la Corte è operativa (1° luglio 2002). Per il Sudafrica ha pesato la diatriba interna tra le autorità governative che, trincerandosi dietro il principio dell’immunità dei Capi di Stato esteri dalla giurisdizione, avevano consentito la presenza e soprattutto l’uscita del Presidente del Sudan Al-Bashir, primo capo di Stato per il quale la Camera del Tribunale penale internazionale ha emesso un mandato di arresto (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/mandato-di-arresto-per-genocidio-per-il-presidente-del-sudan.html) e i giudici nazionali che avevano chiesto la consegna alla Corte penale internazionale. La scelta del Burundi, che non ha ancora effettuato la notifica, è dovuta alla “politica” della Corte accusata di focalizzare le indagini su crimini commessi unicamente in Africa o da cittadini di quel continente (burundi).

Qui la dichiarazione del Presidente dell’Assemblea degli Stati parti (presidente-assemblea) e dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini (declaration-by-the-high-representative).

Scritto in: Corte penale internazionale | in data: 24 ottobre 2016 |
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Il sistema all’italiana di recepimento della direttiva Ue sull’indennizzo delle vittime di reato, almeno nella vecchia versione, non supera il vaglio di Lussemburgo. La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza depositata l’11 ottobre nella causa C-601/14 (c-60114), ha così condannato l’Italia per l’inadempimento dovuto al non corretto recepimento, avvenuto attraverso il Dlgs n. 204/2007, integrato da altre disposizioni, della direttiva 2004/80 relativa all’indennizzo delle vittime di reato. E’ la seconda volta che l’Italia subisce una condanna per questo atto: la prima, che risale al 29 novembre 2007, era stata provocata dalla mancata trasposizione nei termini (causa C-112/07). Questa volta la condanna è dovuta alla cattiva qualità del recepimento dovuto alle limitazioni nell’applicazione della direttiva non contemplate dall’atto Ue. Va detto che, con la legge europea 7 luglio 2016 n. 122, l’Italia, consapevole che era in arrivo la condanna, ha provveduto ad alcune modifiche ma ha previsto ulteriori condizioni (art. 12) non elencate nella direttiva (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/legge-europea-novita-nella-cooperazione-giudiziaria-civile-e-penale.html). D’altra parte, nello stesso sito del Ministero della Giustizia, a commento della sentenza, da un lato si afferma che l’Italia è oggi in regola con la conseguenza che la sentenza non produce grandi effetti, dall’altro lato, però, si sottolinea che devono ancora essere fatti alcuni necessari aggiustamenti.

Sotto la scure di Lussemburgo sono cadute le limitazioni al risarcimento previste nel testo italiano che circoscrive il perimetro di applicazione degli indennizzi solo ad alcuni reati come quelli legati alla mafia o al terrorismo, non prevedendo, invece, la piena realizzazione del diritto a un indennizzo per tutti i reati dolosi violenti nelle situazioni transfrontaliere. Eppure – scrive la Corte – la direttiva, la quale assicura che le vittime di un reato intenzionale violento commesso in uno Stato membro diverso da quello in cui il richiedente risiede abituamente possano presentare la domanda presso un’autorità dello Stato membro di residenza, non esclude tipologie di reati e non lascia agli Stati membri un potere discrezionale di selezionare gli illeciti come presupposto dell’indennizzo, puntando a garantire un’adeguata tutela delle vittime di reati violenti in tutto lo spazio europeo. Pertanto, gli Stati sono tenuti a fornire un indennizzo nei casi in cui il reato commesso sia intenzionale e violento. Solo così, infatti, è possibile evitare che una vittima lesa in uno Stato non abbia la possibilità di ottenere il giusto indennizzo a causa della normativa nazionale, situazione che provocherebbe gravi conseguenze e ripercussioni sulle esigenze di sicurezza sottese alla disciplina Ue e alla libera circolazione. Respinta la tesi del Governo secondo il quale la direttiva imporrebbe unicamente agli Stati di prevedere l’accesso ai sistemi di indennizzo già previsti nell’ordinamento interno a favore dei propri cittadini. Gli Stati – osserva la Corte – hanno margine nel determinare la nozione di “reato doloso violento”, quella di intenzionalità e i criteri di quantificazione della riparazione alle vittime, ma non di restringere il campo di applicazione del sistema di indennizzo solo ad alcuni reati dolosi violenti perché, ad ammettere ciò, l’articolo 12 della direttiva sarebbe privato del suo effetto utile.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/recepita-la-direttiva-201229-sulle-vittime-di-reato.html

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 23 ottobre 2016 |
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Nessuna violazione del principio del ne bis in idem se alla multa per eccesso di velocità comminata in un procedimento penale segue, per lo stesso fatto, il ritiro della patente deciso in un procedimento amministrativo. E questo anche se entrambe le misure possono essere inquadrate tra quelle penali. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo nella sentenza Rivard contro Svizzera (ricorso n. 21563/12,affaire-rivard-c-suisse), depositata il 4 ottobre, a seguito del ricorso di un cittadino canadese residente in Svizzera che era stato condannato a una multa di 600 franchi svizzeri per eccesso di velocità. Due mesi dopo gli era stata ritirata la patente. Il ricorrente aveva contestato la misura ritenendo di essere stato oggetto di una doppia condanna per uno stesso fatto in violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione dei diritti dell’uomo, norma che vieta un doppio procedimento per uno stesso reato per il quale un individuo sia stato già assolto o condannato. Tutti i ricorsi interni erano stati respinti. Di qui l’azione a Strasburgo che, però, ha respinto il ricorso. Strasburgo ricorda che la classificazione di una misura tra quelle penali o amministrative non dipende dal diritto interno, ma dalla presenza di alcuni elementi individuati dalla Corte europea che, a suo avviso, erano presenti nel caso di specie. D’altra parte, in questo caso, il ritiro della patente è una sanzione supplementare che completa la condanna penale ossia la multa, con la conseguenza che il principio del ne bis in idem deve essere applicato. Tuttavia, pur in presenza di uno stesso fatto, ossia l’eccesso di velocità che dà origine a due procedure, una penale e l’altra amministrativa, in questo caso non c’è stata violazione del principio del ne bis in idem. Le sanzioni inflitte al ricorrente – precisa la Corte – sono state pronunciate da due autorità distinte in due procedimenti diversi, ma in presenza di un legame materiale e temporale “sufficientemente stretto perché si possa considerare il ritiro della patente come una delle misure previste dal diritto interno per la punizione dei reati legati alla guida”. E’, quindi, la necessità di coordinare le procedure che ha portato a due momenti distinti per applicare misure sanzionatorie (entrambe, in sostanza, penali) riferite allo stesso fatto. Il lasso temporale trascorso tra i due procedimenti è stato poi minimo e il ritiro della patente è stato deciso appena la condanna per eccesso di velocità è divenuta esecutiva. Il provvedimento di ritiro della patente, così, non è altro che una pena complementare rispetto a quella penale e i due procedimenti, penale e amministrativo, sono due aspetti di un sistema unico, senza che si possa configurare un doppio procedimento in grado di far scattare la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7.

Scritto in: CEDU | in data: 21 ottobre 2016 |
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Ultimo passo per rendere pienamente operativo il sistema Ue di sequestro sui conti bancari. E’ stato pubblicato, infatti, sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 19 ottobre, L 283, il regolamento di esecuzione n. 2016/1823 (sequestro-conservativo) del 10 ottobre 2016 che istituisce i moduli di cui al regolamento (UE) n. 655/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce una procedura per l’ordinanza europea di sequestro conservativo su conti bancari al fine di facilitare il recupero transfrontaliero dei crediti in materia civile e commerciale. L’atto comprende i moduli da utilizzare per le diverse domande, da quella di ordinanza europea di sequestro all’impugnazione di una decisione fino alla richiesta di dissequestro degli importi eccedenti a quelli fissati nell’ordinanza, nonché l’ipotesi della revoca. Il testo, al pari del regolamento n. 655/2014, entrerà in vigore il 18 gennaio 2017. Va ricordato che non partecipano al sistema il Regno Unito e la Danimarca.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/in-gazzetta-il-regolamento-sullordinanza-europea-sul-sequestro-conservativo.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 20 ottobre 2016 |
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 E’ stata pubblicata una Guida sulle buone prassi relative all’attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, in vigore dal 2008, che si avvale di un gruppo di esperti (GRETA) impegnato nella verifica sull’attuazione della Convenzione (compendium). Nel volume, diffuso ieri, sono passate in rassegna le prassi seguite dagli Stati in materia di prevenzione, di indagine, di protezione delle vittime e di partnership per combattere il fenomeno. Alcuni Stati, come i Paesi Bassi, hanno reso operativo un database con i casi verificatisi nel Paese, altri come la Finlandia hanno previsto l’istituzione di un organo ad hoc. Per l’Italia, è stato messo in evidenza il sistema di assistenza e le regole favorevoli alle vittime della tratta in materia di permesso di soggiorno.

546b6b24-5f26-4f50-9fac-d8dad598a209Nella Guida sono raccolte anche le prassi positive seguite nei Paesi di origine e di transito oltre che di destinazione, con l’obiettivo di aiutare le autorità nazionali a combattere il drammatico fenomeno in costante crescita.

Qui alcuni dati divulgati dall’Unione europea human-trafficking

 

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 19 ottobre 2016 |
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