Sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 25 novembre, C-439, le raccomandazioni indirizzate ai giudici nazionali per la presentazione delle domande di pronuncia pregiudiziale (raccomandazioni). Il testo aggiorna le raccomandazioni adottate all’indomani dell’entrata in vigore, il 1o novembre 2012, del nuovo regolamento di procedura della Corte di giustizia. Tra le indicazioni pratiche da seguire, l’individuazione del momento in cui è opportuno effettuare il rinvio pregiudiziale, la forma e il contenuto della domanda, l’interazione tra rinvio pregiudiziale e procedimento nazionale, le questioni relative alle spese e al gratuito patrocinio. Indicate anche le questioni per presentare la richiesta di procedimento accelerato e di urgenza, con l’allegato sugli elementi essenziali del rinvio pregiudiziale.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pubblicate-le-raccomandazioni-ai-giudici-nazionali-per-i-rinvii-pregiudiziali.html

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 30 novembre 2016 |
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Quale ruolo svolge la Carta Ue dei diritti fondamentali nell’attività delle istituzioni dell’Unione europea e nel sistema predisposto con il meccanismo di stabilità e con il fiscal compact? In che modo la Carta influenza l’attività legislativa delle istituzioni  e come viene applicata sul piano interno? Alcune risposte arrivano dallo studio commissionato dal Parlamento europeo – Dipartimento dei diritti dei cittadini e degli affari costituzionali dedicato all’attuazione della Carta dei diritti fondamentali nel quadro istituzionale dell’Unione (PE 571.39 (ipol_stu2016571397_en). Autore del volume, il professore De Schutter, dell’Università cattolica di Lovanio. Dallo studio risulta che se la Carta trova sempre più spazio anche nelle valutazioni di impatto preliminari all’adozione di atti legislativi dell’Unione, una grave lacuna emerge nell’ambito della governance economica. Sul punto l’autore ritiene indispensabile che si vada oltre la stessa Carta, peraltro non del tutto applicata, integrando nel sistema macroeconomico i diritti del Patto sui diritti economici, sociali e culturali e della Carta sociale europea. Per migliorare il quadro attuale, altamente insoddisfacente, sarebbe utile l’adozione di un Memorandum per indirizzare le riforme macroeconomiche verso un’incisiva valutazione d’impatto delle scelte economiche sui diritti fondamentali. Dopo un’analisi dell’attuazione della Carta da parte delle Agenzie Ue (tra le quali Frontex) e nell’ambito delle relazioni esterne, lo studio si concentra sul ruolo della Corte di giustizia nell’attuazione della Carta, sull’azione dei privati nei procedimenti di annullamento e sull’applicazione da parte dei giudici nazionali. Emerge, tra l’altro, la necessità di una funzione circolare e integrata dei diritti fondamentali con un ruolo centrale della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nell’attuazione del diritto Ue. A tal proposito, si ricorda la recente sentenza Tadducci e McCall (ricorso n. 51362/09) del 30 giugno 2016, con la quale l’Italia è stata condannata per violazione dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare perché ha negato il permesso di soggiorno per motivi familiari al partner di una coppia dello stesso sesso che, certo, scrive l’autore, inciderà sull’applicazione della direttiva 2004/38 sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Scritto in: Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea | in data: 29 novembre 2016 |
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I giudici di pace hanno ragione. L’Italia ha violato gli obblighi in materia di sicurezza sociale riconosciuti dalla Carta sociale europea. Lo dice il Comitato europeo dei diritti sociali che ha accolto il ricorso dell’Associazione nazionale dei giudici di pace e, con decisione del 5 luglio 2016, pubblicata il 15 novembre, ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 12, par. 4, lett. b, della Carta sociale europea del 1961 modificata nel 1996 (ratificata dall’Italia con legge 9 febbraio 1999 n. 30), in base al quale gli Stati sono tenuti ad assicurare “l’erogazione, il mantenimento ed il ripristino dei diritti alla sicurezza sociale con mezzi quali la totalizzazione dei periodi di contribuzione o di lavoro compiuti secondo la legislazione di ciascuna delle Parti” (decisione n. 102/2013, giudicidipace). Il Comitato ha respinto tutte le eccezioni del Governo sottolineando l’importanza del principio di non discriminazione con rispetto all’acquisizione di diritti sostanziali contenuti nell’art. 12 della Carta sociale europea. Nel caso in esame, il Comitato ha accertato che i giudici di pace sono pienamente integrati nello staff del sistema giudiziario come risulta anche dal Piano delle perfomance del 2014 e, di conseguenza, non è ammissibile una differenza di trattamento, anche rispetto ai giudici onorari, proprio sul piano della sicurezza sociale. Tra l’altro, osserva il Comitato, i giudici di pace riducono l’attività come professionisti avvocati, con conseguenze negative perché non raggiungono la soglia necessaria ai fini della registrazione nella Cassa forense. E’ vero che sono state introdotte alcune modifiche ma quello che manca, secondo il Comitato, è una regola chiara dalla quale si possa evincere che il Governo abbia deciso di garantire a tutti i giudici di pace una copertura sul fronte della sicurezza sociale. Incomprensibile anche la differenza di trattamento rispetto ai giudici onorari aggregati. Il Comitato ha respinto le giustificazioni del Governo che sosteneva la legittimità delle diversità nel sistema di sicurezza sociale in ragione delle differenze nelle procedure di selezione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/reclamo-dei-giudici-di-pace-superato-il-primo-step-dinanzi-al-comitato-europeo-dei-diritti-sociali.html

Scritto in: diritti dei lavoratori | in data: 28 novembre 2016 |
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corte-di-cassazione-ceduE’ da pochi giorni in libreria il volume “Dialogando sui diritti. Corte di Cassazione e CEDU a confronto”, Editoriale scientifica, Napoli, 2016. Il testo, pubblicato con l’obiettivo di rafforzare la diffusione delle questioni problematiche con al centro il dialogo tra Corte europea dei diritti dell’uomo e giudici nazionali, è costituito da una prima parte generale e da due sezioni: la prima con un focus sul diritto civile e la seconda sul diritto penale. Il testo s’inserisce nel quadro delle attività collegate all’attuazione del Protocollo d’intesa tra Corte di cassazione e Corte di Strasburgo (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/protocollo-dintesa-tra-cedu-e-cassazione-nel-segno-del-dialogo-tra-corti.html) che hanno portato a un primo incontro a Strasburgo il 26 maggio 2016. Punto di contatto nazionale per l’attuazione del Protocollo è il Consigliere di Cassazione Roberto Giovanni Conti.

 

 

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 27 novembre 2016 |
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E’ stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale di ieri la legge n. 214 del 3 novembre 2016 di ratifica ed esecuzione, da parte dell’Italia, dell’Accordo su un tribunale unificato dei brevetti (tribunale-brevetti). L’Accordo è l’ultimo e indispensabile tassello del mosaico che costituisce la tutela brevettuale unitaria voluta dall’Unione europea, di fondamentale importanza visto che i regolamenti 1257/2012 sulla cooperazione rafforzata nel settore dell’istituzione di una tutela brevettuale unitaria (GU L 361 del 31.12.2012, pag. 1) e 1260/2012 sul regime di traduzione applicabile (GU L 361 del 31.12.2012, pag. 89) possono essere attuati solo a partire dalla data di entrata in vigore dell’Accordo. Del sistema non fanno parte Spagna e Croazia e dall’Accordo sul tribunale anche la Polonia.

L’Accordo istituisce altesì un centro di mediazione e arbitrato nelle controversie in materia di brevetti che rientrano nell’ambito di applicazione dell’atto, con sedi a Lubiana e Lisbona. Va poi ricordato che, a seguito del parere 1/09 dell’8 marzo 2011, sono state inserite specifiche norme volte a ribadire il principio della primazia del diritto dell’Unione sull’Accordo istitutivo del Tribunale e la responsabilità degli Stati parti per violazioni del diritto dell’Unione da parte del Tribunale. La legge n. 214, intanto, modifica l’articolo 3 del Dlgs 168/2003 istitutivo delle sezioni specializzate in materia d’impresa, con un passaggio di competenze al Tribunale e l’articolo 4 del Dlgs n. 30/2015 sul codice della proprietà industriale.

Qui lo stato delle ratifiche dell’accordo, non ancora aggiornato con la novità italiana (agreement-consilium). All’appello continua però a mancare la ratifica del Regno Unito, essenziale per l’applicazione dell’Accordo.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/tribunale-unificato-dei-brevetti-modificato-il-regolamento-n-12152012.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/si-alla-partecipazione-dellitalia-al-brevetto-ue-al-via-anche-al-protocollo-sul-tribunale-unificato.html

 

Scritto in: Unione europea | in data: 25 novembre 2016 |
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Limiti di età nei concorsi per l’accesso alle attività operative della polizia compatibili, in alcune circostanze, con il diritto Ue. Per la Corte di giustizia dell’Unione europea, che si è pronunciata il 15 novembre (C-258/15, c-25815), la fissazione di un’età massima per accedere ai concorsi in settori che richiedono lo svolgimento di attività esecutive e non amministrative non è in contrasto con la direttiva 2000/78 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (recepita in Italia con Dlgs n. 216/2003). Al centro della vicenda approdata a Lussemburgo, l’impugnazione dinanzi ai giudici nazionali di un bando di concorso per agenti di polizia della Comunità autonoma dei Paesi Baschi, che sbarrava l’accesso ai candidati con più di 35 anni. Un requisito considerato dal ricorrente contrario al divieto di discriminazione in base all’età. La Corte superiore di giustizia spagnola prima di decidere ha passato la parola agli eurogiudici chiamati a interpretare la direttiva, in un procedimento in cui sono intervenuti altri Stati inclusa l’Italia. E’ vero – scrive la Corte – che la direttiva mira a eliminare le discriminazioni sull’età per rendere effettivo in tutti gli Stati membri il principio della parità di trattamento, ma per alcune attività possono essere richieste caratteristiche essenziali per le funzioni che un candidato è poi chiamato a svolgere. L’attività operativa di un agente di polizia è strettamente legata a un’attitudine fisica, richiesta, nel bando al centro della controversia, per proteggere persone e beni, assicurare l’esercizio dei diritti e delle libertà individuali e garantire la sicurezza dei cittadini. Così, tenendo conto che i nuovi assunti sono chiamati a svolgere “i compiti più gravosi dal punto di vista fisico durante un periodo relativamente lungo della carriera”, l’obiettivo perseguito nell’imporre un limite di età è giudicato da Lussemburgo legittimo. Proprio la circostanza che i nuovi assunti sono destinati ai compiti più impegnativi sul piano fisico e che un’assunzione in età più avanzata potrebbe compromettere il risultato di destinare alcuni agenti per un periodo lungo ai compiti più significativi sul piano operativo fa dire alla Corte che la condizione dell’età persegue un fine compatibile con la direttiva. Via libera anche sotto il profilo della proporzionalità della misura. Per Lussemburgo, infatti, non è necessario ricorrere ad altri strumenti come prove fisiche impegnative ed eliminatorie.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 24 novembre 2016 |
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wcms_237568In vigore, dal 9 novembre 2016, il Protocollo n. P029 adottato l’11 giugno 2014 relativo alla Convenzione sul lavoro forzato del 1930 (protocol-p029). Una buona notizia accompagnata, però, da un dato negativo, ossia dal numero limitato di Stati parti che hanno ratificato il Protocollo. Si tratta di Niger, Norvegia, Regno Unito, Mauritania, Mali, Francia, Repubblica Ceca, Panama e Argentina. Il Protocollo è oggi in vigore per Niger e Norvegia, mentre per gli altri Paesi ratificanti entrerà in vigore in date differenziate nel 2017.

Grandi assenti proprio i Paesi Ue, malgrado la decisione 2015/2037 del Consiglio del 10 novembre 2015 che autorizza gli Stati membri a ratificare, nell’interesse dell’Unione europea, il Protocollo del 2014 della Convenzione sul lavoro forzato del 1930 dell’Organizzazione internazionale del lavoro per quanto riguarda le questioni relative alla politica sociale (decisione). Eppure che si tratti di un’emergenza, per di più strettamente connessa alla tratta di esseri umani, lo dicono i numeri, con 21 milioni di vittime di lavoro forzato (11,4 milioni di donne), soprattutto da parte di imprese private (19 milioni, 2 invece sono vittime di Stati e gruppi insurrezionali). Un dramma che genera profitti per un importo pari a 150 miliardi di dollari l’anno. Settori più coinvolti lavoro domestico, agricoltura, edilizia, settore manufatturiero e artistico. Il Protocollo chiede agli Stati la previsione di sanzioni penali, un piano d’azione per l’eliminazione di questa piaga e un sistema di indennizzo alle vittime.

Scritto in: diritti umani | in data: 23 novembre 2016 |
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Misure draconiane per spegnere la libertà di espressione. Sono quelle messe in campo dal Governo turco all’indomani del tentato colpo di Stato del 15 luglio. Lo scrive senza mezzi termini David Kaye, Relatore speciale dell’Onu sulla promozione del diritto alla libertà di opinione e di espressione al termine di una missione di tre giorni in Turchia. de069be9-9a23-4389-bce5-10571943a984Nelle osservazioni presentate il 18 novembre (preliminary-conclusions), il Relatore speciale ha espresso profonda preoccupazione per le misure contro la stampa, con forme di censura senza precedenti. Il Governo – ha scritto Kaye – ha sollevato le esigenze di sicurezza nazionale, ma gli attacchi ad avvocati, giudici, giornalisti, artisti, accademici e attivisti, in violazione degli standard internazionali a tutela dei diritti umani, sono ingiustificati. La Turchia, pur essendo parte al Patto sui diritti civili e politici del 1966 e alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e pur garantendo nella Costituzione la libertà di stampa (art. 28) non ha esitato a predisporre misure sproporzionate, con leggi che permettono di processare giornalisti e sospendere le pubblicazioni. Il Relatore speciale, che ha potuto incontrare solo alcuni tra i giornalisti detenuti, ha chiesto al Governo l’immediata scarcerazione dei giornalisti e la rimozione di provvedimenti che impediscono l’accesso al web e ai social network, bollate come azioni sproporzionate e non compatibili con gli standard internazionali. Grave e preoccupante la rimozione di professionisti dalle università e dai media. Tra l’altro, le misure sono state imposte senza un regolare processo. Drammatica la situazione per le ONG, considerando che all’11 novembre 2016 il Governo ne ha sospese ben 370. Adesso il rapporto sarà trasmesso al Consiglio per i diritti umani.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cedu-sbarra-la-strada-ai-ricorsi-contro-la-turchia-per-le-misure-post-golpe-malgrado-lallarme-degli-organismi-internazionali.html

Scritto in: libertà di espressione | in data: 22 novembre 2016 |
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Malgrado gli arresti di massa di magistrati, giornalisti, accademici, attivisti dei diritti umani, la Corte europea dei diritti dell’uomo non vede nessuna circostanza speciale per ritenere che il ricorso a Strasburgo di una giudice turca, rimossa dall’incarico all’indomani del tentato golpe del 15 luglio e arrestata nell’ondata repressiva di Erdogan, possa essere dichiarato ricevibile senza che la ricorrente abbia esperito i ricorsi interni e, in particolare, alla Corte costituzionale turca. Segno che, per Strasburgo, che si è pronunciata con decisione depositata il 17 novembre (caso Mercan contro Turchia, ricorso n. 56511/16, mercan-c-turquie), il sistema giudiziario turco rispetta gli standard convenzionali. Porte chiuse, quindi, per il ricorso presentato dalla giudice che era stata rimossa dal suo incarico e posta in custodia cautelare dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio, che aveva portato le autorità nazionali a destituire dalle proprie funzioni ben 2.900 magistrati. La donna si era rivolta alla Corte di assise di Ordu (Turchia), ma la sua azione era stata respinta. Di qui il ricorso alla Corte europea per violazione, da parte della Turchia, del diritto alla libertà e alla sicurezza garantito dall’articolo 5 della Convenzione europea: la donna, infatti, sosteneva di essere stata sottoposta a una misura detentiva senza alcuna prova e senza che le autorità inquirenti le avessero fornito alcuna indicazione dei motivi dell’arresto. In particolare, la ricorrente sosteneva la necessità di adire subito, per far valere i propri diritti, la Corte europea in ragione dell’ineffettività del ricorso alla Corte costituzionale, tenendo conto del contesto di gravi repressioni nei confronti dei magistrati, culminati con l’arresto di due giudici della stessa Corte costituzionale. Un problema che per Strasburgo evidentemente non esiste, malgrado Ankara abbia anche notificato la sospensione dell’applicazione della Convenzione in base all’articolo 15.

La Corte europea, infatti, richiama altri precedenti relativi però a una fase in cui non erano state adottate le misure speciali dopo il tentato colpo di Stato. Il timore circa la mancanza di imparzialità dei giudici – osserva Strasburgo – non solleva la ricorrente da presentare prima il ricorso alla Corte costituzionale, come previsto dall’articolo 35, par. 1 della Convenzione europea. Nel presente caso, secondo i giudici internazionali, non vi sono motivi (sic) per discostarsi dalla giurisprudenza consolidata che ha già giudicato i ricorsi alla Corte costituzionale turca come effettivi. Inoltre, per Strasburgo gli argomenti avanzati dall’interessata circa l’esistenza di circostanze particolari proprio a causa delle reazioni del Governo “non consentono di far dubitare prima facie dell’effettività dei ricorsi dinanzi alla Corte costituzionale”.

Una posizione allarmante e sconcertante perché se la Corte non vede in quest’occasione i motivi per non considerare ineffettivi i ricorsi interni non è chiaro quando lo farà. Intanto il Consiglio consultivo dei giudici europei (CCJE) ha adottato, il 10 novembre, una dichiarazione con la quale sottolinea le preoccupazioni per lo stato del diritto e degli operatori del settore in Turchia (ccje-statement) e l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha inviato un Comitato, guidato da Mogens Jensen, per accertare la situazione, evidentemente per nulla rassicurata dalle dichiarazioni dei rappresentanti turchi. Senza dimenticare l’importante dichiarazione del Presidente del Mechanism for International Criminal Tribunals (http://www.unmict.org/) Theodor Meron che, nel corso della presentazione del quarto rapporto annuale sull’attività del Meccanismo dinanzi all’Assemblea generale dell’Onu ha additato il comportamento delle autorità turche che hanno arrestato il giudice del Meccanismo internazionale, Aydin Sefa Akay, detenuto dal 21 settembre (meron-turchia). Meron ha chiesto alla Turchia il rispetto effettivo degli obblighi internazionali in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e l’immediata scarcerazione del giudice Akay. E’ evidente che, anche alla luce di questi atti, la decisione della Corte europea è sconcertante e con un evidente errore di valutazione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.html

Scritto in: CEDU | in data: 21 novembre 2016 |
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La richiesta di trascrizione di un atto di nascita del figlio nato da maternità surrogata all’estero non prova la sussistenza del dolo generico necessario per poter contestare il delitto di alterazione di stato civile. Bene hanno fatto i giudici di primo e secondo grado a escludere la colpevolezza di una coppia che aveva fatto ricorso alla pratica dell’utero in affitto in Ucraina e poi chiesto la trascrizione dell’atto di nascita in Italia. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 48696/16 depositata il 17 novembre (48696) con la quale la Suprema Corte ha respinto il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di appello di Trieste che aveva impugnato la pronuncia dei giudici di secondo grado. La Corte di appello aveva assolto, perché il fatto non costituisce reato, una coppia che si era avvalsa della maternità surrogata in Ucraina ritenendo che non era stata fornita la prova certa dell’elemento soggettivo del reato di alterazione di stato contestato agli imputati. I due coniugi, tra l’altro, avevano agito in buona fede ritenendo di essere legittimati ad avviare le procedure di trascrizione in Italia dei certificati di nascita. La Cassazione ricorda anche le modifiche dovute  alla sentenza della Corte costituzionale n. 162/2014, con la conseguenza che nell’ordinamento italiano è riconosciuta la genitorialità biologica e legale. Senza dimenticare – osserva la Cassazione – il ruolo della Corte europea dei diritti dell’uomo con le sentenze Mennesson contro Francia e Labassee contro Francia (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/status-familiari-claudicanti-freno-alloperativita-del-limite-dellordine-pubblico.html). Riguardo al problema della trascrizione, la Suprema Corte ha precisato che se è vero che l’articolo 65 della legge n. 218/95 subordina la trascrizione in Italia di atti stranieri alla non contrarietà all’ordine pubblico, è anche vero che si sono avuti importanti cambiamenti sia grazie ad alcune pronunce della stessa di Cassazione sia della Corte europea. Inoltre, per la Suprema Corte, il certificato di nascita dei bambini nati in Ucraina era perfettamente legittimo in base alla lex loci.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/si-alla-trascrizione-dellatto-di-nascita-del-bimbo-nato-da-maternita-surrogata-allestero-lo-dice-la-cassazione-francese.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/escluso-il-reato-per-chi-ricorre-alla-maternita-surrogata-allestero-se-li-non-e-illecita.html

Scritto in: procreazione assistita | in data: 18 novembre 2016 |
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