ARRIVEDERCI AL 2017

Scritto in: Senza categoria | in data: 23 dicembre 2016 |

Sulla richiesta di reintegra del lavoratore di un istituto di cultura, organismo di uno Stato estero, il giudice italiano non ha giurisdizione in forza della regola consuetudinaria sull’immunità degli Stati. E questo anche perché la richiesta di reintegra del lavoratore a seguito del licenziamento richiede accertamenti che interferiscono sul potere sovrano dello Stato. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con ordinanza n. 26661/16 depositata il 22 dicembre (26661:16). A rivolgersi alla Suprema Corte, l’Accademia reale di belle arti spagnola, con sede a Roma, che aveva licenziato un proprio dipendente. Quest’ultimo si era rivolto ai giudici italiani sostenendo che il licenziamento era discriminatorio. Dal canto suo, l’Accademia aveva proposto istanza di regolamento preventivo di giurisdizione. La Cassazione ha dato ragione all’Accademia reale, qualificata come organismo del Ministro degli esteri spagnolo e rappresentata in Italia dall’Ambasciatore. Per la Suprema Corte, la domanda funzionale ad ottenere la reintegra “postula apprezzamenti, indagini o statuizioni idonee ad incidere o interferire sugli atti o comportamenti dello Stato estero espressione dei suoi poteri sovrani di autorganizzazione”. Di conseguenza – prosegue la Cassazione – va riconosciuta l’immunità. La Corte ha precisato che non è possibile una diversa soluzione in base all’articolo 11 della Convenzione delle Nazioni Unite del 2004 sull’immunità giurisdizionale degli Stati e dei loro beni ratificata dall’Italia con legge 14 gennaio 2013 n. 5. Di qui la conclusione della Cassazione che ha sancito il difetto di giurisdizione del giudice italiano limitatamente alla domanda di reintegrazione nel posto di lavoro – anche in linea con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha ricostruito il diritto consuetudinario in materia – ma non sull’accertamento della nullità del patto di prova e del licenziamento.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 23 dicembre 2016 |
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La Casa Bianca ha pubblicato, il 5 dicembre, il rapporto dal titolo “Report on the Legal and Policy Frameworks Guiding the United States’ Use of Military Force and Related National Security Operations” con il quale l’amministrazione fa il punto sulle regole esistenti nel diritto internazionale e nel diritto interno, anche nell’ambito della lotta al terrorismo internazionale (Legal_Policy_Report). Dal Lieber Code – si legge nell’introduzione – gli Stati Uniti puntano a sviluppare le regole necessarie ad assicurare il rispetto dei diritti fondamentali anche nei casi di uso della forza. Il testo parte dall’analisi dell’ordinamento internazionale, anche con riferimento alla legittima difesa, e spazia dalle modalità di condotta delle ostilità al trattamento dei prigionieri, passando per l’impiego delle nuove tecnologie e dei droni. Nel testo, che è anche un lascito alla nuova amministrazione, si richiama, pur con alcuni distinguo relativamente al regime speciale applicabile in caso di conflitti, il rispetto dei diritti umani nel caso di ostilità, con la ferma necessità di mettere al bando, in ogni circostanza, la tortura. E questo in tutti i luoghi sotto il controllo dell’amministrazione Usa. In primo piano, la situazione nei teatri principali di guerra come Afghanistam, Iraq, Siria, Somalia, Libia e Yemen. Uno spazio – molto breve – è dedicato a Guantanamo e alla pratica del targeting. Il Presidente Obama ha anche diffuso, nello stesso giorno, il Supplement 6-month War Powers Letter, presentato allo Speaker della Camera e al Presidente pro tempore del Senato (Letter from the President –).

Scritto in: diritto internazionale umanitario | in data: 23 dicembre 2016 |
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La nozione di figlio, nel contesto della libera circolazione dei lavoratori, deve essere legata ad aspetti economici, come il mantenimento e non al mero dato formale. E’ quanto risulta dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea depositata il 15 dicembre (cause riunite da C-401/05 a C-403/05, C-401). A rivolgersi agli eurogiudici, la Corte amministrativa del Lussemburgo che era alle prese con una controversia tra alcuni studenti, figli del coniuge o del partner registrato di un lavoratore frontaliero cittadino Ue che lavorava in Lussemburgo, e il  Ministero dell’Istruzione. Quest’ultimo aveva negato un sussidio finanziario statale per la frequenza di studi superiori. In base alle regole interne, gli studenti non residenti in Lussemburgo possono beneficiare di un sussidio economico se figli di un lavoratore subordinato o autonomo di un cittadino dell’Unione o dello Spazio economico europeo, ma il ministero aveva escluso questo beneficio perché il cittadino dell’Unione era lavoratore frontaliero e padre acquisito. Per le autorità amministrative, in sostanza, i richiedenti non potevano essere qualificati come figli. La Corte di giustizia Ue, partendo dall’interpretazione dell’articolo 45 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che assicura la libera circolazione dei lavoratori e dal regolamento n. 492/2011, tenendo conto che il finanziamento degli studi dei figli è un vantaggio sociale, ha stabilito che esso va attribuito sia al lavoratore migrante sia a quello transfrontaliero, nonché ai beneficiari indiretti ossia i familiari del lavoratore migrante. In caso contrario, sarebbe compromesso il principio in base al quale un lavoratore di uno Stato membro deve godere degli stessi benefici dei lavoratori cittadini dello Stato. Già in passato, la Corte ha avuto modo di chiarire che il diritto di stabilimento dei discendenti spetta sia ai discendenti del lavoratore sia a quelli del coniuge, proprio per non intaccare l’obiettivo del regolamento n. 1612/68 e poi della direttiva 2004/38 relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che ha stabilito in modo espresso l’inclusione dei discendenti a carico del coniuge o del partner. Con riguardo alla nozione di figlio ai fini dell’applicazione delle regole contenute negli indicati atti, la Corte ha considerato centrale il mantenimento garantito dal lavoratore frontaliero ai figli acquisiti, passando la parola ai giudici nazionali che devono procedere a un esame basato su elementi oggettivi senza, però, che sia necessario “stabilire le ragioni del sostegno”, né quantificare l’entità in modo preciso. Così, la Corte Ue ha concluso che il cittadino Ue, lavoratore frontaliero, che provvede al mantenimento del figlio del coniuge o del partner registrato, nato da un’altra un’unione, ha diritto ad ottenere tutti i vantaggi sociali previsti dall’ordinamento nel caso di discendenti diretti.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 22 dicembre 2016 |
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Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti ha divulgato, il 15 dicembre, il rapporto sull’Italia all’esito della visita che si è svolta nel dicembre 2015 (CPT/Inf(2016)33 2016-33-inf-eng). Per il Comitato sono evidenti alcune violazioni soprattutto con riguardo a un volo con rotta Roma-Lagos (Nigeria) conseguenza di un’immediata espulsione di alcuni cittadini nigeriani che erano ancora in attesa del responso dei giudici di appello sulla richiesta di asilo. Un iter seguito in base a un accordo di riammissione tra Italia e Nigeria. In primo piano, le violazioni dell’Italia con riguardo agli obblighi informativi alle persone trattenute, il cui rispetto è invece indispensabile per assicurare che l’espulsione avvenga in linea con gli standard internazionali. Nel caso analizzato dal Comitato, invece, i destinatari del provvedimento erano stati informati solo il giorno prima della partenza (le donne la mattina stessa), non erano stati sottoposti a visite mediche e non avevano beneficiato dell’effetto sospensivo del provvedimento relativo all’espulsione in attesa del giudizio di appello. Dubbi, poi, anche sul pieno rispetto delle regole in materia di accesso a un legale. Un insieme di fattori negativi che fa dire al Comitato che ci sono rischi di violazione del principio di non refoulement. Di qui la richiesta di prevedere, nel caso di attuazione degli accordi di riammissione, un’attività di monitoraggio da affidare ad organismi internazionali come lo stesso Comitato. L’Italia ha tre mesi di tempo per mettere in atto le raccomandazioni del Comitato e assicurare, così, il rispetto della Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti.

Qui le osservazioni del Governo italiano 2016-34-inf-eng

Scritto in: asilo, tortura | in data: 21 dicembre 2016 |
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Security Council meeting

Favorire la raccolta e lo scambio di prove e la cooperazione giudiziaria per assicurare che chi commette atti di terrorismo sia punito. In questa direzione, il Consiglio di sicurezza ha approvato il 12 dicembre, all’unanimità, la risoluzione n. 2322 sulla cooperazione giudiziaria internazionale per fronteggiare il terrorismo (N1643354_002). Una sfida globale, quella della lotta al terrorismo, che richiede un’azione coordinata e il coinvolgimento di tutti gli Stati, che devono impegnarsi nella ratifica dei trattati internazionali adottati anche a livello regionale. Un punto centrale – si legge nella risoluzione – è la condivisione di informazioni tra Stati e l’adozione di sistemi funzionali a migliorare la raccolta delle prove. A ciò si aggiunga la necessità di favorire la trasmissione di informazioni dell’intelligence anche ad altre autorità nazionali come, ad esempio, quelle impegnate nel controllo delle frontiere. Indispensabile, poi, il coordinamento delle forze di polizia, attraverso Interpol con particolare riguardo al sistema di comunicazione globale I-24/7. Agli Stati è chiesto un maggiore sforzo per bloccare l’incitamento e il reclutamento dei terroristi, anche con l’ausilio di una contro narrazione attraverso i social media.

Scritto in: terrorismo internazionale | in data: 20 dicembre 2016 |
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Per far scattare il ne bis in idem nel caso di sanzioni penali e amministrative che, nella sostanza, sono penali, è necessario che il provvedimento sanzionatorio amministrativo sia definitivo. Lo ha precisato la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 38134/16 depositata il 14 settembre (38134). La Cassazione ha annullato la sentenza del Tribunale di Asti in base alla quale non si doveva procedere nei confronti dell’imputato per il reato di omessa dichiarazione dell’IVA in quanto sussisteva un’identità degli addebiti mossi in sede amministrativa e penale. Il Tribunale aveva ritenuto applicabile l’articolo 649 c.p.p., tenendo conto delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, mentre non aveva ritenuto necessario sollevare la questione di legittimità costituzionale. La Cassazione, però, non ha ritenuto corretto il ragionamento del Tribunale nella parte in cui ha ritenuto non ostativa all’applicabilità diretta dell’articolo 649 c.p.p. la mancanza di prova circa la definitività del provvedimento sanzionatorio amministrativo. Si tratta, invece, – osserva la Suprema Corte – di un elemento indispensabile per applicare il principio del ne bis in idem. Di conseguenza, “in assenza di prova della definitività del procedimento amministrativo o della irrevocabilità della sentenza tributaria eventualmente intervenuta sulla vicenda, non ricorrono le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 649 c.p.p.”. La Cassazione ha poi escluso la necessità di un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue o un rinvio alla Corte costituzionale perché è intervenuta la prescrizione.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 19 dicembre 2016 |
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imagesE’ stato pubblicato il rapporto annuale di Europol (l’ufficio europeo di polizia con sede all’Aja), e in particolare dello European Cybercrime Centre, sui crimini via web (iocta). Il rapporto 2016, intitolato”Internet Organised Crime Threat Assessment” evidenzia una crescente aggressività e un incremento del crimine via web, con la rete sempre più utilizzata per compiere altri reati e, in particolare, il traffico di esseri umani e il terrorismo. In alcuni Stati il cybercrime ha sorpassato i casi di crimini tradizionali. Nel 2016 sono stati compiuti numerosi attacchi dolosi a network pubblici e privati, si è verificato un incremento delle frodi legate alle carte di credito e attacchi alle infrastrutture critiche, con una diffusione del phishing. Allarme anche per la cyber jihad con internet utilizzato come strumento principale per la radicalizzazione dei foreign fighters.

Scritto in: cooperazione di polizia | in data: 18 dicembre 2016 |
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La chiusura di una moschea durante lo stato d’urgenza dichiarato in Francia all’indomani degli attentati terroristici del 2015 e del 2016 non viola la libertà di culto. Lo ha precisato il Consiglio di Stato francese che, con ordinanza n. 405476 depositata il 6 dicembre, ha confermato la chiusura della moschea d’Ecquevilly decisa dal prefetto di Yvelines (ordonnance). A rivolgersi al Tribunale di Versailles era stata un’associazione islamica il cui ricorso era stato respinto. Conclusione condivisa dal Consiglio di Stato secondo il quale non vi è stato alcun pregiudizio di una libertà fondamentale. Questo tenendo conto che sussistono ragioni di ordine pubblico in considerazione del fatto che alcune prediche nella moschea inneggiavano alla violenza, alla discriminazione nei confronti delle donne e chiedevano ai frequentatori di combattere contro le confessioni cristiane. A conferma dell’assenza di illegittimità e del raggiungimento del giusto equilibrio tra libertà individuali e tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico, la circostanza che in un percorso di tre chilometri erano presenti altre tre moschee, con la possibilità, quindi, per i credenti di frequentare altri luoghi di culto.

Scritto in: diritti umani | in data: 15 dicembre 2016 |
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L’Italia non ancora in linea con gli standard internazionali predisposti per la lotta alla corruzione. Dal secondo rapporto sullo stato di attuazione in Italia delle norme sulle fattispecie di reato e sul finanziamento dei partiti, presentato il 2 dicembre dal Gruppo di Stati del Consiglio d’Europa contro la corruzione (GRECO), risulta che delle 16 raccomandazioni già trasmesse al Governo per rimediare alle lacune presenti nell’ordinamento italiano solo 8 sono state rispettate (grecorc3201613_second_italy_en). Così, il GRECO ha dato tempo all’Italia fino al 30 settembre 2017 per raggiungere l’adeguamento completo. Dall’analisi, funzionale a verificare il livello di recepimento delle osservazioni formulate dal GRECO durante il terzo rapporto sulla valutazione del 2012 e il secondo rapporto sull’attuazione delle raccomandazioni del 2014, risulta che sono stati fatti passi avanti sul fronte della lotta alla corruzione attraverso regole più stringenti nel finanziamento dei partiti, ma permangono carenze in particolare per i casi di corruzione di funzionari pubblici di altri Stati, in materia di arbitrato, per il ritardo nella ratifica del Protocollo del 2003 alla Convenzione penale sulla lotta alla corruzione adottata dal Consiglio d’Europa nel 1999 e per la corretta attuazione della decisione quadro 2003/568 che ha oggi una nuova previsione normativa nella legge 170/2016 (legge di delegazione europea 2015). In via generale, come dato positivo, il GRECO segnala il rafforzamento delle sanzioni nei casi di corruzione. Alcune zone d’ombra sono invece presenti nell’art. 346 bis del codice penale sul traffico di influenze illecite. In particolare, il GRECO fa notare che l’articolo 12 della Convenzione del Consiglio di Europa prevede tre situazioni ossia la punizione del fatto di “promettere, offrire o procurare” mentre l’articolo 346 si limita ad indicare solo il dare e il promettere, senza includere l’offerta. Tuttavia, sul punto il GRECO ha verificato che la giurisprudenza ha accolto la nozione ampia di cui all’art. 12 della Convenzione. Permane, però, una non corretta trasposizione con riguardo alla seconda parte dell’articolo 12 che vieta “il fatto di sollecitare, ricevere o accettarne l’offerta o la promessa a titolo di rimunerazione per siffatta influenza, indipendentemente dal fatto che l’influenza sia o meno effettivamente esercitata oppure che la supposta influenza sortisca l’esito ricercato”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-consiglio-deuropa-chiede-allitalia-di-modificare-il-quadro-normativo-per-rafforzare-la-lotta-alla-corruzione.html

Scritto in: corruzione | in data: 15 dicembre 2016 |
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