La Corte di cassazione, seconda sezione civile, con la sentenza n. 1205 depositata il 18 gennaio esclude la necessità di un rinvio alla Corte costituzionale per violazione del principio del contraddittorio nell’applicazione delle sanzioni Consob (1205). Per la Cassazione va respinto, così, il ricorso di un destinatario di una sanzione secondo il quale l’articolo 195, comma 2 del Testo unico in materia di intermediazione finanziaria (TUF) sarebbe in contrasto con l’articolo 117 della Costituzione in ragione di quanto stabilito nella sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Stevens contro Italia, del 4 marzo 2014. Il ricorrente, insieme ad altre società, contestava la sanzione pari a 145mila euro comminata dalla Consob. A suo dire la delibera della Commissione risultava contraria al rispetto del principio del contraddittorio. La Corte di appello di Trento aveva rigettato la sua opposizione, così come ha fatto la Cassazione. Proprio la sentenza Grande Stevens – osserva la Suprema Corte – dopo aver constatato che la sanzione amministrativa di cui all’articolo 187-ter, comma 1 TUF aveva una natura sostanzialmente penale, ha rilevato che le carenze del contraddittorio che caratterizzano un procedimento amministrativo sanzionatorio “non consentono di ritenere violato l’art. 6 della Convenzione EDU quando il provvedimento sanzionatorio sia impugnabile davanti a un giudice indipendente e imparziale, che sia dotato di giurisdizione piena e che conosca dell’opposizione in un  procedimento che garantisca il pieno dispiegamento del contraddittorio delle parti”. Secondo la Cassazione, quindi, gli Stati possono scegliere se garantire l’articolo 6 della Convenzione europea, che assicura l’equo processo, già nella fase amministrativa o assicurarne la realizzazione in un successivo procedimento giurisdizionale. In quest’ultima ipotesi – prosegue la Cassazione – “non può ritenersi che il procedimento amministrativo sia illegittimo”. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ritenuto pienamente rispettato l’articolo 6 e non ha considerato necessario rimettere la questione alla Consulta proprio perché ritenuta infondata.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 30 gennaio 2017 |
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La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Paradiso e Campanelli depositata il 24 gennaio, dà ragione all’Italia e sancisce la conformità alla Convenzione della misura con la quale le autorità nazionali hanno deciso l’allontanamento del bambino dai genitori che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero (ricorso n. 25358, CASE OF PARADISO AND CAMPANELLI v. ITALY). Strasburgo ha ribaltato il giudizio della Camera (che, invece, aveva condannato l’Italia) e ha affermato la conformità di provvedimenti che, in via di fatto, negano il riconoscimento del legame genitoriale con il figlio nato dalla tecnica dell’utero in affitto all’estero, vietata in Italia dalla legge n. 40/2004. A rivolgersi alla Corte una coppia di cittadini italiani che, dopo aver provato varie volte ad avere un figlio e dopo una lunga attesa per l’adozione, aveva deciso di ricorrere alla maternità surrogata in Russia, Paese nel quale quella pratica è ammessa. Il neonato era stato registrato a Mosca come figlio della coppia, ma i due ricorrenti, rientrati in patria, non erano riusciti ad ottenere la trascrizione dell’atto di nascita nell’ufficio di stato civile anche perché il consolato italiano aveva segnalato la presenza di alcuni dati falsi nel fascicolo e questo aveva determinato l’apertura di un procedimento penale per alterazione dello stato civile. Era stata avviata, dopo l’allontanamento del bimbo, anche la procedura di adozione. Dopo diverse azioni sul piano interno, la coppia si è rivolta a Strasburgo. La Camera aveva dato ragione ai coniugi, ma la Grande Camera ha ribaltato il giudizio e ha escluso la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il diritto al rispetto della vita privata. Prima di tutto, Strasburgo ha tenuto a precisare che al centro del ricorso non è la trascrizione dell’atto di nascita ma la misura di allontanamento del minore. Ed invero, se è indiscutibile che la coppia aveva stretto legami familiari con il bimbo nel momento immediatamente successivo alla nascita è anche vero che il rapporto era stato di breve durata (circa 8 mesi). Non solo. La coppia e il bimbo non avevano legami biologici ed era evidente l’incertezza del vincolo sotto il profilo giuridico. Di qui la conclusione della Grande Camera secondo la quale non sussistono le condizioni per configurare un diritto alla vita familiare. E’ vero che conta la qualità dei rapporti e non la quantità, ma la durata è un elemento rilevante che deve essere preso in considerazione. Così, la vicenda è stata esaminata solo con riguardo al diritto al rispetto della vita privata. Incontestabile l’ingerenza in tale diritto nel momento in cui le autorità nazionali hanno deciso di allontanare il bimbo. Detto questo, però, la Corte ritiene che l’ingerenza era necessaria in una società democratica, proporzionale e frutto di un’attenta valutazione dei diversi interessi in gioco. L’ingerenza, infatti, era prevista dalla legge che vieta la maternità surrogata e le autorità nazionali hanno preso una decisione solo dopo aver accertato che il bimbo non avrebbe sofferto un danno irreparabile. D’altra parte – osserva Strasburgo – gli Stati hanno una competenza esclusiva nel riconoscere i legami tra genitori e figli sotto il profilo giuridico, con la possibilità di scegliere di tutelare il vincolo solo nel caso di legami biologici o di adozione.

E’ vero che l’allontanamento e la dichiarazione di stato di abbandono del minore hanno avuto un impatto sui ricorrenti, ma le autorità italiane hanno giustamente messo in primo piano il bambino, escludendo danni irreparabili a seguito dell’allontanamento. Inoltre, lasciare il bambino con i due ricorrenti avrebbe comportato la legalizzazione di una situazione in contrasto con regole di rilievo nell’ordinamento italiano. Raggiunto così un giusto equilibrio tra i diversi interessi in gioco ed esclusa la violazione della Convenzione.

Si vedano, tra gli altri, i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nei-casi-di-maternita-surrogata-no-al-limite-dellordine-pubblico-se-contrasta-con-linteresse-superiore-del-minore.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-come-regolare-gli-accordi-transnazionali.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-allestero-senza-reato-si-alla-trascrizione-dellatto-di-nascita.html.

Scritto in: CEDU | in data: 27 gennaio 2017 |
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La Corte di Cassazione, prima sezione civile, ha respinto, con la sentenza n. 969 depositata il 17 gennaio, il ricorso del Ministero dell’interno che contestava l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di una straniera che l’aveva ottenuta a seguito del matrimonio con un italiano (969). La Corte di appello aveva ritenuto sussistenti le condizioni previste dall’articolo 5 della legge n. 91/1992, alla luce delle modifiche introdotte con la legge n. 94/1999: poiché nei sei mesi successivi al matrimonio non era intervenuto annullamento, separazione o divorzio, la cittadinanza si doveva considerare acquisita. Un ragionamento condiviso dalla Cassazione secondo la quale ha rilievo, in base al dato normativo, la separazione personale e non quella di fatto. Ed invero, la Suprema Corte richiama l’attenzione sulla circostanza che, quando il legislatore ha voluto considerare anche la separazione di fatto, ha provveduto in questo senso. Ad esempio, la legge n. 184/1983 prevede che i coniugi che intendono procedere all’adozione non si trovino in regime di separazione personale neppure di fatto. Quest’ulteriore criterio non è stato inserito per l’acquisizione della cittadinanza e, quindi, va presa in esame unicamente la separazione legale.

Scritto in: cittadinanza | in data: 27 gennaio 2017 |
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Dal 3 febbraio in vigore il nuovo regime sul risarcimento del danno per violazioni delle regole antitrust. Con il decreto legislativo 19 gennaio 2017, n. 3 è stata recepita la direttiva 2014/104/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 novembre 2014, relativa a determinate norme che regolano le azioni per il risarcimento del danno ai sensi del diritto nazionale per violazioni delle disposizioni del diritto della concorrenza degli Stati membri e dell’Unione europea (concorrenza). Obiettivo non solo l’eliminazione degli ostacoli al corretto funzionamento del mercato interno, ma anche l’armonizzazione delle legislazioni nazionali in vista del riequilibrio del mercato. Tra le novità, gli effetti delle decisioni definitive adottate dalle autorità nazionali garanti della concorrenza che costituiranno una prova “prima facie” nei procedimenti giurisdizionali. Questo principio ha affermazione nell’articolo 7 del Dlgs n. 3 laddove è stabilito che si ritiene definitivamente accertata nei confronti dell’autore la violazione del diritto della concorrenza constatata da una decisione dell’autorità garante della concorrenza, ferma restando la possibilità di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’articolo 267 TFUE. Sulla prescrizione, l’articolo 8 fissa il termine in cinque anni che inizia a decorrere non prima “che la violazione del diritto della concorrenza sia cessata e prima che l’attore sia a conoscenza o si possa ragionevolmente presumere che sia a conoscenza…” degli elementi indicati nella norma in esame. Il capo V è interamente dedicato alla quantificazione del danno, con una presunzione, in linea con la direttiva, nel caso di cartelli. Spazio, in ultimo, alla soluzione extragiudiziale delle controversie.

Scritto in: concorrenza | in data: 25 gennaio 2017 |
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Nessun obbligo di bloccare l’estradizione se le autorità italiane si sono limitate a promuovere una rogatoria per di più priva di risposta. In un simile caso, infatti, non si può ritenere che la persona della quale un altro Stato chiede l’estradizione sia sottoposta a un procedimento penale in Italia. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 386/17 depositata il 4 gennaio (386) con la quale la Suprema Corte ha respinto il ricorso di una donna che si opponeva all’estradizione decisa dalla Corte di appello di Venezia su richiesta del Brasile. In base al Trattato di estradizione tra Italia e Brasile del 17 ottobre 1989, in vigore dal 1° agosto 1993 e ratificato dall’Italia con legge 23 aprile 1991 n. 144, la Cassazione ritiene che la conclusione dei giudici di appello è stata corretta anche perché, alla luce dell’accordo, lo Stato richiesto non deve effettuare una valutazione dei gravi indizi di colpevolezza. Detto questo, la Corte precisa che, però, secondo la giurisprudenza consolidata, l’autorità giudiziaria “non può limitarsi a un controllo meramente formale della documentazione allegata”, dovendo accertare che risultino le ragioni  “per le quali è stato ritenuto probabile, nella prospettiva del sistema processuale dello Stato richiedente, che l’estradando abbia commesso il reato oggetto della domanda”. Un esame che la Corte di appello ha effettuato. Inoltre, non si è verificata la condizione ostativa alla consegna determinata dalla circostanza che è in corso in Italia un procedimento penale, situazione che si verifica se è stata esercitata l’azione penale o se è stata emessa un’ordinanza applicativa della custodia cautelare. Così, l’ultima parola spetta al ministro della giustizia al quale compete decidere se azionare i motivi di rifiuto facoltativi, con particolare riguardo alla circostanza che il fatto sia stato commesso in tutto o in parte in Italia.

Scritto in: estradizione | in data: 24 gennaio 2017 |

La Commissione europea non ha svolto una valutazione preliminare dell’impatto sui diritti umani dell’Accordo Ue – Turchia del 18 marzo 2016. Non solo. Anche il rapporto redatto da Bruxelles sull’esecuzione dell’Accordo non è approfondito sul fronte dei diritti umani. Lo ha affermato l’Ombusdman Ue, Emily O’Reilly, nella decisione depositata il 18 gennaio 2017 (Decision). Una questione, quella relativa ai diritti umani nell’attuazione dell’Accordo con la Turchia, che non interessa le istituzioni principali dell’Unione europea e che vedono il Mediatore Ue in una posizione isolata.

A rivolgersi all’Ombudsman, tra il 28 luglio e il 7 novembre 2016, alcune organizzazioni non governative spagnole e alcuni privati cittadini che avevano chiesto alla Commissione chiarimenti sull’Accordo. Nessuna risposta da Bruxelles. Di qui la denuncia al Mediatore che ha dato ragione ai “ricorrenti”. E’ vero che l’Accordo concluso con la Turchia ha natura politica, ma questo non esonera la Commissione da verificare, sia nella fase preliminare alla conclusione dell’Accordo, sia successivamente,  il rispetto dei diritti umani come stabiliti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tanto più che l’Accordo richiede azioni di carattere esecutivo e amministrativo proprio alla Commissione. D’altra parte – osserva O’Reilly – “anche le azioni politiche devono essere guidate dagli stessi principi e standard che si applicano per tutte le istituzioni Ue”.

Nessuna valutazione, invece, sulla legittimità e sullo status dell’accordo. Per quanto riguarda le modalità di svolgimento della valutazione d’impatto, il Mediatore europeo, preso atto che non esistono modelli universali, evidenziato che l’esame non può essere solo numerico, rinvia al modello proposto per l’accordo Ue – Vietnam e all’esame di tutte le circostanze del caso, mettendo in primo piano gli effetti su categorie vulnerabili come donne, bambini e disabili.

Si veda http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.html

Scritto in: Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea | in data: 23 gennaio 2017 |
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Sarà pubblicato a breve sulla Gazzetta ufficiale il decreto legislativo che dà attuazione all’articolo 1, comma 28, lettera b) della legge 20 maggio 2016 n. 76 che delega il governo all’adozione di disposizioni di modifica e riordino delle norme di diritto internazionale privato in materia di unioni civili tra persone dello stesso sesso. Il testo, approvato dal Consiglio dei ministri il 14 gennaio (schema dlgs), interviene con l’aggiunta di talune disposizioni alla legge n. 218/1995. In particolare, è inserito l’articolo 32 bis in base al quale il matrimonio celebrato all’estero da cittadini italiani dello stesso sesso produce gli stessi effetti dell’unione civile regolata dalla legge italiana (qui la relazione illustrativa (RL). 

Per quanto riguarda la legge applicabile, il decreto chiarisce che la capacità e le condizioni per costituire l’unione civile sono regolate dalla legge nazionale di ciascuna parte al momento della costituzione dell’unione civile. Nel caso in cui la legge richiamata non ammetta l’unione civile tra persone maggiorenni dello stesso sesso si applica la legge italiana, anche perché “le disposizioni di cui all’articolo 1, comma 4, della legge 20 maggio 2016, n. 76, sono di applicazione necessaria”. In questa direzione, con una chiara volontà di impedire status claudicanti e superarare gli ostacoli alla costituzione di unioni civili, l’articolo 32 ter prevede che se la legge straniera non consente la produzione del nulla osta proprio a causa del mancato riconoscimento delle unioni, esso è sostituito “da un certificato o altro atto comunque idoneo ad attestare la libertà di stato, ovvero da dichiarazione sostitutiva ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445. Resta salva la libertà di stato accertata o acquisita per effetto di un giudicato italiano o riconosciuto in Italia”. In materia di forma è confermato quanto previsto nella proposta iniziale ossia che l’unione civile è valida “se è considerata tale dalla legge del luogo di costituzione o dalla legge nazionale di almeno una delle parti o dalla legge dello Stato di comune residenza al momento della costituzione”, con una chiara applicazione del principio del favor valididatis.

Sul regime patrimoniale e sui rapporti personali, l’art. 32 ter n. 4 rinvia alla legge dello Stato in cui l’unione è stata costituita. Tuttavia, le parti possono chiedere al giudice l’applicazione della legge dello stato in cui la vita comune è prevalentemente localizzata. Per i rapporti patrimoniali è disposto che, con forma scritta, siano regolati dalla legge dello Stato di cui almeno una di esse è cittadina o nel quale una di esse risiede. La norma si discosta dall’art. 30 della legge n. 218/95 ma è conforme al regolamento n. 2016/1104 che attua la cooperazione rafforzata nel settore della competenza, della legge applicabile, del riconoscimento e dell’esecuzione delle decisioni in materia di effetti patrimoniali delle unioni registrate che sarà applicato dal 29 gennaio 2019. Per quanto riguarda lo scioglimento dell’unione civile la disciplina è dettata dalla legge applicabile al divorzio in conformità al regolamento n. 1259/2010/UE del 20 dicembre 2010 relativo ad una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale. Modificato, in ultimo, l’articolo 45 della legge n. 218. Il nuovo testo dispone che le obbligazioni alimentari “nella famiglia sono regolate dalla legge designata dal regolamento 2009/4/CE del Consiglio del 18 dicembre 2008 relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari, e successive modificazioni.”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/riconoscimento-legale-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-linerzia-italiana-punita-a-strasburgo.html.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 20 gennaio 2017 |
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Aumentano i reati transfrontalieri e, di conseguenza, le questioni legate all’individuazione del giudice competente a pronunciarsi sulla commissione di reati. Può accadere, infatti, che diversi Stati membri, all’interno dello spazio giudiziario europeo, abbiano titoli di giurisdizione per avviare procedimenti penali con possibili rischi di giudicati confliggenti e violazioni del principio del ne bis in idem. Per fornire un supporto alle autorità nazionali, Eurojust, l’unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea, ha pubblicato una breve guida funzionale a risolvere tali conflitti, che aggiorna quella del 2003 (Operational-Guidelines-for-Deciding). In particolare, Eurojust individua, come criteri da considerare, la territorialità con riguardo al fatto e al danno, chiedendo alle autorità nazionali di prendere in esame i dati sotto il profilo quantitativo e qualitativo. Tra gli elementi da valutare, la raccolta delle prove, la protezione dei testimoni e l’interesse delle vittime.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 19 gennaio 2017 |
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Un editoriale dal titolo emblematico “la strategia del ragno”, con la descrizione del giudice neo-eletto alla Presidenza della Corte suprema portoghese come persona simbolo del corporativismo, conservatore, manipolatore, in grado di tessere una rete per scalare il potere e “simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario”. In pratica un esemplare “di ciò che è sbagliato nel sistema giudiziario portoghese”. Parole dure, quelle scritte da un giornalista che per la Corte europea dei diritti dell’uomo non giustificano, però, in alcun modo il risarcimento danni imposto dai giudici nazionali portoghesi al giornalista citato in giudizio, in sede civile, per diffamazione. E questo anche perché l’importo imposto per il risarcimento è stato sproporzionato. Con la sentenza depositata ieri, nel ricorso n. 31566/13 (CASE OF TAVARES DE ALMEIDA FERNANDES AND ALMEIDA FERNANDES v. PORTUGAL), la Corte di Strasburgo procede, così, nella sua opera di protezione della libertà di stampa e non esita a condannare il Portogallo per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la libertà di espressione. Questi i fatti. Un giornalista di un quotidiano nazionale aveva scritto un editoriale nel quale criticava aspramente il neo Presidente della Corte suprema, eletto il giorno prima, classificandolo come simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario. Il giudice lo aveva querelato in sede civile con una richiesta di 150mila euro. Il Tribunale e la Corte di appello avevano accolto l’istanza ritenendo il giornalista responsabile per diffamazione perché l’articolo era un attacco al giudice e lo avevano così condannato a versare la somma di 60mila euro (in base al diritto portoghese anche la moglie, in comunione legale, era tenuta al risarcimento). Così, il reporter ha fatto ricorso alla Corte europea che gli ha dato ragione su tutta la linea. Strasburgo riconosce che il giornalista ha usato un linguaggio aspro, ma è diritto del cronista ricorrere a un certo grado di esagerazione e provocazione. La vicenda al centro dell’articolo, poi, era di interesse pubblico e l’articolo 10, in questi casi, lascia poco spazio a restrizioni al diritto della stampa di informare. L’articolo – osserva la Corte – riguardava un ambito “nel quale le limitazioni alla libertà di espressione devono essere interpretate in modo restrittivo”. Non solo. Lo scritto al centro dell’azione giudiziaria concerneva un giudice e, quindi, un individuo che è sottoposto a critiche più ampie rispetto al cittadino comune. Certo, scrive la Corte, c’è da proteggere la fiducia verso la giustizia rispetto ad attacchi distruttivi ma, nel caso di specie, le critiche non erano legate all’attività professionale del giudice, ma alla rete politica che il Presidente si era costruito. Il giornalista poi ha espresso un giudizio di valore con una base fattuale sufficiente raccogliendo informazioni non solo da fonti la cui identità era confidenziale, ma anche da colleghi del giudice. Tra l’altro, i tribunali nazionali, nel dichiarare la responsabilità per diffamazione del giornalista, si sono distaccati dai parametri imposti dalla Corte europea perché non hanno valutato l’articolo nel suo insieme, estrapolando, invece, singole frasi, e non hanno considerato che faceva parte dello stile del giornalista, ugualmente protetto dall’articolo 10 della Convenzione, l’uso delle metafore. Chiaro, quindi, il giudizio negativo sull’operato dei giudici nazionali che non hanno applicato i criteri stabiliti dalla Corte europea nelle tante sentenze sulla libertà di stampa. La Corte bacchetta l’operato dei tribunali nazionali anche per l’importo imposto, come risarcimento, al giornalista, pari a 60mila euro. Una cifra estremamente alta che mostra un chiaro intento punitivo. A ciò si aggiunga che l’articolo non aveva avuto alcun impatto sul futuro professionale del Presidente della Corte Suprema, ma i giudici nazionali hanno agito come se ciò si fosse verificato, aumentando l’importo della sanzione. La Corte europea non ha liquidato alcuna cifra per i danni non patrimoniali al giornalista solo perché quest’ultimo non li aveva richiesti. Rispetto ai danni patrimoniali, la Corte non ha concesso un indennizzo al giornalista unicamente perché era stato l’editore a versare i 60mila euro. Liquidati, invece, 9400 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 18 gennaio 2017 |
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“Better Protecting Refugees in the EU and Globally”: è il titolo del documento presentato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati funzionale a indicare le strade da seguire per una riforma del sistema di protezione dei rifugiati in cui gli Stati Ue mettano un maggiore impegno per l’integrazione di chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni, assicurando abitazioni, lavoro e formazione linguistica. Nell’anno appena trascorso milioni di persone hanno lasciato tutto per cercare un futuro in Europa. La risposta dei Paesi membri è stata frammentata, con pochi Stati chiamati a dare supporto e molti che continuano a girare le spalle. Di qui la necessità che vi sia una maggiore condivisione, con un miglioramento delle condizioni di vita dei migranti. Indispensabile – si legge nel documento – la costituzione di corridoi umanitari funzionali ad evitare che i migranti mettano a repentaglio la propria vita e un piano di ricollocamento che sia in linea con quello adottato dall’UNHCR a giugno 2016. Nel documento sono fornite talune proposte per l’utilizzo di modelli di registrazione che siano in grado di assicurare il ricongiungimento familiare, con procedure accelerate per l’asilo alle quali devono dare un maggiore supporto le Agenzie Ue. Una sezione ad hoc è dedicata ai minori non accompagnati.

Scritto in: asilo | in data: 17 gennaio 2017 |
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