La Corte europea dei diritti dell’uomo ha diffuso un video sul suo funzionamento, reperibile su youtube e disponibile anche in lingua italiana (https://www.youtube.com/watch?v=AFDNRZfxC08). Il filmato, riprodotta la storia, la costituzione e le regole di funzionamento dell’organo giurisdizionale internazionale, mostra l’attività della Corte, le sfide sul tavolo e gli sviluppi più recenti della giurisprudenza Cedu che hanno inciso profondamente sugli ordinamenti interni degli Stati. Centrale, infatti, la funzione di interprete delle regole convenzionali svolta dalla Corte che influenza profondamente il legislatore interno come mostra, anche di recente, la vicenda dei diritti da riconoscere alle coppie dello stesso sesso. Proprio grazie alla prassi giurisprudenziale, la Convenzione è uno strumento vivente: in questa direzione, Strasburgo è stata chiamata a pronunciarsi su casi che all’epoca dell’adozione della Convenzione non erano immaginabili. E’ il caso delle nuove tecnologie e dell’accesso a internet. Al centro dell’attività di Strasburgo anche questioni politicamente sensibili. Il video ricorda gli effetti delle sentenze e gli obblighi degli Stati in materia di esecuzione, con il ruolo centrale del Comitato dei ministri.

Scritto in: CEDU | in data: 28 febbraio 2017 |
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Per bloccare l’esecuzione di un mandato di arresto europeo nei confronti di un cittadino di uno Stato membro residente in Italia è necessario un radicamento reale e non estemporaneo. La Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 520/17 del 5 gennaio 2017 (520:17), applica la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea con particolare riferimento alla pronuncia Kozlowski del 17 luglio 2008 (C-66/08) e respinge il ricorso di una donna, cittadina rumena, chiarendo la nozione di residenza rilevante. Nei confronti della donna, le autorità rumene avevano emesso un mandato di arresto europeo ai fini dell’esecuzione di una sentenza. La Corte di appello di Torino aveva dato il via libera alla consegna, ma la donna aveva impugnato il provvedimento in Cassazione che, però, le ha dato torto. Per la Suprema Corte, il motivo in base al quale il mandato di arresto europeo non poteva essere eseguito in forza dell’articolo 18 della  legge n. 69/2005 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri, con riferimento al rifiuto alla consegna di un cittadino di uno Stato membro che abbia la residenza o la dimora stabile in Italia, non sussisteva. Ed invero, osserva la Cassazione, per residenza deve intendersi quella effettiva nello Stato di esecuzione e per dimora un soggiorno stabile di una certa durata dal quale si evinca l’esistenza di legami di intensità equiparabili alla residenza. In particolare, nel caso dell’accertamento della residenza rilevante è necessario constatare un radicamento reale e non estemporaneo sulla base di elementi come la legalità della presenza in Italia, l’apprezzabile continuità temporale, la distanza temporale tra la residenza e la commissione del reato e della condanna pronunciata nello Stato richiedente, la sussistenza in Italia di interessi lavorativi o familiari. Nel caso in esame, la donna era stata in Italia per un periodo troppo breve ed era arrivata solo dopo la condanna. Questi, insieme ad altri elementi, mostrano che non si è verificato un effettivo e stabile radicamento “implicante una scelta di vita incondizionata con sostanziale rescissione, parimenti datata, dei legami con il Paese di origine”. Di qui la conferma della scelta della Corte di appello di eseguire il mandato di arresto europeo.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 27 febbraio 2017 |
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No a sanzioni pecuniarie nei confronti di giornalisti senza tener conto della loro situazione economica. E questo anche quando a versare i risarcimenti sono gli editori perché, in ogni caso, l’applicazione di sanzioni eccessive produce un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza Kapsis e Danijas contro Grecia (ricorso n. 52137/12) depositata il 19 gennaio (AFFAIRE KAPSIS ET DANIKAS c. GR?CE). Per Strasburgo, le autorità giurisdizionali nazionali non rispettano i parametri fissati dalla Corte europea quando stabiliscono sanzioni sproporzionate colpendo le tasche dei giornalisti, con sicuri effetti deterrenti sulla libertà di stampa. Con la conseguenza che lo Stato incorre in una violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura la libertà di espressione e in una condanna da parte dei giudici internazionali. A rivolgersi alla Corte di Strasburgo sono stati il direttore e il giornalista di un quotidiano greco. Il cronista aveva scritto un articolo sulle nomine decise dal Ministro della cultura nella Commissione consultiva sui sovvenzionamenti ai teatri. Tra le persone nominate, anche un’attrice definita nell’articolo come “completamente sconosciuta”. La donna aveva citato in giudizio i due ricorrenti che erano stati condannati a pagare 30mila euro. Una sanzione giudicata sproporzionata dalla Corte europea. L’attrice – osserva la Corte – era stata nominata in un organo di natura politica con la conseguenza che era del tutto giustificato che i giornalisti si occupassero della sua designazione, tanto più che non poteva essere considerata un “semplice individuo” vista la sua nomina politica. I giudici nazionali, inoltre, non hanno applicato i parametri di Strasburgo perché non hanno tenuto conto che si trattava di un giudizio di valore e non hanno preso in considerazione il contesto complessivo, giudicando una singola frase dell’articolo e questo malgrado, già in diverse occasioni, la stessa Corte europea abbia stabilito che non è possibile estrapolare le singole frasi per verificare una lesione alla reputazione altrui. Il giornalista, infatti, ha piena libertà nella scelta dello stile e non spetta certo ai giudici nazionali indicare lo stile da seguire che può essere sarcastico e aspro. L’ingerenza, così, non è stata proporzionata rispetto al fine perseguito ossia la protezione della reputazione della donna. A ciò si aggiunga che per quantificare l’importo per il risarcimento del danno, i giudici nazionali non hanno seguito i criteri di Strasburgo perché non hanno preso in esame la situazione economica dei giornalisti. Poco importa – osserva la Corte – che il risarcimento è stato poi versato dall’editore perché, in ogni caso, la previsione di una sanzione pecuniaria non conforme ai principi determinati dalla Corte europea ha un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa che rischia, proprio per il timore di una sanzione, di non contribuire alla discussione pubblica su questioni di interesse generale, con un danno alla funzione di controllo che la stampa è chiamata ad esercitare. La Corte europea, in questo caso, non ha concesso un risarcimento per i danni patrimoniali perché l’importo era stato versato dall’editore, ma ha previsto 2mila euro per i giornalisti per il pregiudizio morale subito, con ciò valutando che quando i giornalisti sono costretti a subire un’azione sul piano giudiziario subiscono un sicuro danno morale.

Scritto in: CEDU | in data: 24 febbraio 2017 |
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Aumentano i ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. E sono soprattutto Ungheria, Romania e Turchia, in particolare dopo il fallito colpo di Stato di luglio 2016, ad essere sul banco degli imputati di Strasburgo. Dalla relazione annuale presentata dalla Corte a gennaio (Annual_report_2016) risulta, inoltre, che i casi pendenti alla fine del 2016 sono arrivati a quota 79.750 con un più 23% rispetto al 2015. Sul fronte delle condanne, è la Russia in vetta alla classifica con 228 sentenze, seguita dalla Tuchia (88), dalla Romania (86), dall’Ucraina (73), dalla Grecia (45) e dall’Ungheria (41). L’Italia ha migliorato di molto la situazione anche per la scelta di seguire più di frequente la strada dei regolamenti amichevoli e delle dichiarazioni unilaterali. Nel 2016 sono state 15 le sentenze con al centro l’Italia, con 10 condanne, 3 pronunce di “assoluzione” e 2 regolamenti amichevoli. In particolare, per le sentenze di condanna, 5 casi hanno riguardato la violazione dell’articolo 5 della Convenzione che assicura il diritto alla libertà personale e 5 l’articolo 8 che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Di particolare rilievo la pronuncia del 15 dicembre 2016 nel caso Khlaifia c. Italia, con la quale la Corte europea ha condannato l’Italia per la detenzione in condizioni degradanti di alcuni migranti sull’isola di Lampedusa e per le espulsioni collettive (qui la versione nella traduzione italiana Khlaifia).

Per quanto riguarda i casi pendenti l’Italia arriva a quota 6.200 (ossia il 7,8% del totale). Il numero più alto riguarda l’Ucraina (22,8%), la Turchia (15,8%), l’Ungheria (11,2%), la Russia (9,8%) e la Romania (9,3%). Diminuiscono, invece, i ricorsi italiani trasferiti a una formazione giudiziaria dai 5.490 del 2014 ai 1.409 del 2016 (erano 1.885 nel 2015). Dall’inizio dell’attività della Corte al 2016, l’Italia si colloca al terzo posto per numero di condanne. In vetta alla classifica la Turchia, con 2.889 condanne su 3.270 pronunce, seguita dalla Russia con 1.834 condanne e 1.948 sentenze. Poi l’Italia con 2.351 sentenze e 1.791 condanne.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-delle-sentenze-cedu-pubblicata-la-relazione-annuale.html

Scritto in: CEDU | in data: 24 febbraio 2017 |
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L’Unesco ha pubblicato un manuale sulla protezione dei beni culturali durante i conflitti armati (“Military Manual – Protection of Cultural Property”, (246633E). Sono sempre di più i casi di beni culturali danneggiati o in conseguenza di effetti collaterali o perché oggetto diretto delle azioni militari. Il volume, redatto in collaborazione con l’International Institute of Humanitarian Law di Sanremo, è stato redatto dal prof. Roger O’Keeefe, da Camille Péron, da Togiv Musayev e da Gianluca Ferrari. Nel testo sono indicate e analizzate le fonti pattizie e le regole di diritto internazionale penale, con l’illustrazione dei casi di cui si sono occupati i tribunali penali internazionali. Spazio anche all’individuazione delle migliori prassi, al fine di individuare i passi necessari per guidare i militari nella protezione dei beni culturali.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/lassemblea-generale-chiede-la-punizione-di-coloro-che-distruggono-i-beni-culturali-in-iraq.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/allarme-onu-per-gli-attacchi-al-patrimonio-culturale.html

Scritto in: beni culturali | in data: 23 febbraio 2017 |
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Non è un aiuto di Stato incompatibile con il diritto Ue l’esenzione fiscale sull’imposta su costruzioni concessa da uno Stato alla chiesa cattolica per le opere realizzate all’interno di un edificio scolastico. A patto, però, che la struttura sia utilizzata per fini educativi e sociali e non per motivi commerciali, anche quando le prestazioni di insegnamento non perseguono un obiettivo strettamente religioso. E’ l’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Kokott, a stabilirlo nelle conclusioni depositate il 17 febbraio nella causa C-74/16 (C-74:16). La controversia nazionale vedeva al centro un istituto della Chiesa cattolica e il comune di Getafe (Madrid). L’ente, dopo l’ampliamento di un edificio utilizzato dalla scuola come sala conferenze, aveva presentato domanda di rimborso delle imposte in base a una Convenzione del 1979 tra Spagna e Santa Sede. Il Comune aveva respinto la richiesta perché l’attività, a suo dire, non era collegata agli obiettivi religiosi della Chiesa cattolica. I giudici amministrativi spagnoli, prima di decidere a seguito dell’impugnazione del diniego all’esenzione, hanno chiamato in aiuto i giudici Ue per alcune questioni interpretative in materia di aiuti di Stato. Prima di tutto, l’Avvocato generale della Corte ha chiarito che anche se al centro dell’attività della chiesa vi sono compiti religiosi, pastorali e sociali non può essere escluso che singole attività possano essere considerate di carattere economico. Pertanto, per verificare l’applicazione dell’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che si occupa degli aiuti di Stato, è necessario analizzare le singole attività dell’ente. Se l’ente religioso – osserva Kokott – gestisce i propri istituti con un approccio commerciale “ed eroga le attività didattiche ivi tenute essenzialmente quale controprestazione per i contributi economici e le altre prestazioni pecuniariamente quantificabili degli scolari e dei loro genitori” vuol dire che l’ente eroga servizi e, quindi, svolge un’attività economica. Lo scenario cambia se l’ente religioso gestisce l’istituto scolastico non con modalità commerciali ma nell’ambito sociale, culturale ed educativo “non ricorrendo o ricorrendo solo marginalmente per il finanziamento delle lezioni ai contributi degli scolari o dei loro genitori”. In quest’ultima ipotesi, manca l’attività economica e, quindi, la normativa Ue sulla libera concorrenza non va applicata. Di conseguenza, l’esenzione fiscale non è un aiuto di Stato e può essere concessa all’ente ecclesiastico. E questo anche quando l’attività svolta negli edifici non persegua un obiettivo strettamente religioso, proprio perché è sufficiente che con i servizi didattici l’ente persegua realmente un obiettivo sociale, culturale ed educativo. Per l’Avvocato generale, spetta poi ai giudici nazionali verificare, per l’ente che svolge una pluralità di servizi didattici, quale attività è realizzata senza motivi commerciali nell’edificio per il quale è chiesta l’esenzione, tenendo conto del numero di classi e di ore di lezione, del numero di scolari e di insegnanti impegnati nelle diverse attività, nonché del budget medio annuale che la scuola destina alle diverse attività didattiche. Se l’attività imprenditoriale è marginale è giusto negare che si tratti di attività economica lasciando spazio alle esenzioni.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 22 febbraio 2017 |
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E’ stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 19 gennaio 2017, C 18, la risoluzione del Consiglio relativa alla predisposizione di un modello di accordo per la costituzione di una squadra investigativa comune (SIC, SIC). In particolare, tenendo conto della Convenzione relativa all’assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri dell’Unione europea, del 29 maggio 2000 e della decisione quadro 2002/465 del Consiglio, del 13 giugno 2002 relativa alle squadre investigative comuni, è stato messo a punto, anche alla luce delle buone pratiche seguite dagli Stati membri, un modello da utilizzare per la costituzione di queste squadre sia in rapporto agli Stati membri sia agli Stati terzi. Secondo il format dovrà essere indicata la base giuridica, le parti dell’accordo, le finalità della squadra investigativa e il periodo in cui opererà la SIC. Gli Stati che partecipano alla SIC dovranno indicare il direttore e le regole per l’accesso alle informazioni da parte dei partecipanti.

Va ricordato che l’Italia, con il decreto legislativo n. 34 del 15 febbraio 2016, ha recepito, con un ritardo di 15 anni, la decisione quadro 2002/465.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/squadre-investigative-comuni-dopo-15-anni-il-decreto-legislativo.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 21 febbraio 2017 |
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Boom di produttività della Corte di giustizia dell’Unione europea. Con un dialogo con i giudici nazionali sempre più intenso. E’ quanto risulta dal documento sulle statistiche giudiziarie diffuso da Lussemburgo il 17 febbraio (statistiche giudiziarie). Nel complesso, nel 2016, sono state definite ben 1.628 cause: 704 quelle di competenza della Corte di giustizia con un +14% rispetto al 2015 (erano 692 quelle chiuse nell’anno precedente) e 974 (+17%) le cause definite dinanzi al Tribunale.

Per quanto riguarda la Corte di giustizia, il numero più elevato di procedimenti ha visto al centro rinvii pregiudiziali (470). Un record – scrive Lussemburgo – segno della “fiducia riposta dai giudici nazionali in questa forma di cooperazione giudiziaria ai fini dell’interpretazione e dell’applicazione uniformi” del diritto dell’Unione. Elemento sicuramente positivo, poi, la diminuzione dei tempi dei procedimenti che si assesta a 15 mesi, la durata più breve da oltre trent’anni. Dati positivi anche dal Tribunale che vede un aumento del numero delle cause promosse con un +17% che significa 976 cause promosse nel 2016 a fronte delle 831 nel 2015, aumento dovuto anche alle nuove competenze derivanti dalla cessazione dell’attività del Tribunale per la funzione pubblica. Incremento per le cause pendenti che arrivano a 1.486 nel 2016 (erano 1.267 nel 2015). Il Tribunale ha il migliore risultato per cause definite tra gli organi giurisdizionali di Lussemburgo e segna una diminuzione anche per la durata dei procedimenti con una media di 18,7 mesi ossia un calo di 1,9 mesi rispetto al 2015. Sul fronte dei contenuti, in primo piano le cause sulla proprietà intellettuale (+11%), sugli aiuti di Stato (76 cause) e il nuovo contenzioso sulle regole di vigilanza prudenziale nei confronti degli enti creditizi.

Tra le novità del 2016 anche la cessazione dell’attività del Tribunale della funzione pubblica, organo sciolto il 1° settembre 2016 con il trasferimento di competenze al Tribunale Ue.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 20 febbraio 2017 |
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Prosegue il corso organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Trani, commissione di diritto internazionale e dell’Unione europea, dal titolo “Il processo civile italiano: l’incidenza delle norme dell’Unione europea”, che punta a diffondere la corretta applicazione dei regolamenti Ue in materia di cooperazione giudiziaria civile. Dopo le prime due lezioni dedicate alle notificazioni (prof. Bruno Barel) e alle decisioni in materia matrimoniale e responsabilità genitoriale (prof.ssa Emilia Maria Magrone), si prosegue il 2 marzo con il cd. decreto ingiuntivo europeo. Lezione conclusiva del prof. Antonio Leandro il 24 marzo sulle procedure di insolvenza transfrontaliere.

Le lezioni si terranno presso l’Ordine degli Avvocati di Trani (P.zza Sacra Regia Udienza n. 9) alle ore 15.30. Sono attribuiti 3 crediti formativi per ogni incontro.

Qui il programma completo Incontri Dir Internaz e UE Trani.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 18 febbraio 2017 |
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Per stabilire la giurisdizione su questioni che hanno al centro la tutela del minore, pur incidendo sulla potestà dei genitori, deve essere applicato l’articolo 42 della legge n. 218/1995. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 1310/17 depositata il 19 gennaio (1310) con la quale è stato respinto il ricorso di una donna, cittadina brasiliana, la quale aveva impugnato la decisione della Corte di appello di Firenze che aveva stabilito la sussistenza della giurisdizione italiana sulla domanda di affidamento e mantenimento del figlio minore (con cittadinanza italiana e brasiliana) presentata dal coniuge nell’ambito del procedimento di separazione personale promosso dall’uomo. I giudici di secondo grado avevano ribaltato la pronuncia del Tribunale che, invece, applicando il regolamento n. 2201/2003 aveva escluso la giurisdizione italiana attribuendola al Brasile. La Cassazione ha condiviso la soluzione della Corte di appello e ha ritenuto applicabile l’articolo 42 della legge n. 218/95 il quale rinvia alla Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961 sulla competenza e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori, resa esecutiva dall’Italia con legge n. 742/1980. Per la Suprema Corte non va riconosciuta una prevalenza alle misure adottate dal giudice dello Stato di cui il minore è cittadino su quelle adottate nel luogo di  residenza abituale. Così, sussiste la giurisdizione dello Stato con il quale il minore ha il collegamento più stretto ossia – scrive la Cassazione – lo Stato in cui il minore ha la residenza abituale. A tal proposito, la Corte ha osservato che in questo modo è pienamente realizzato il principio dell’interesse superiore del minore proprio perché il parametro della residenza abituale è indice della salvaguardia “della continuità affettivo – relazione del minore”. Detto questo, poi, nell’adottare i provvedimenti sull’affidamento e il diritto di visita il giudice terrà conto, come parametro, dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 17 febbraio 2017 |
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