Il sistema del mandato di arresto europeo, previsto dalla legge n. 69/2005 che dà attuazione alla decisione quadro, va integrato con il Dlgs n. 161/2010 con il quale è stata attuata la decisione 2008/909/GAI del 27 novembre 2008 sull’applicazione del principio del reciproco riconoscimento delle sentenze penali che irrogano pene detentive o misure privative della libertà personale, ai fini della loro esecuzione nell’Unione europea. Di conseguenza le garanzie procedurali fornite dall’articolo 24 del Dlgs n. 161 devono essere applicate anche ai casi di esecuzione della pena, con particolare riguardo al cittadino italiano e allo straniero residente in Italia, fissate dall’articolo 18 della legge n. 69 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 19636/17, prima sezione penale, depositata il 26 aprile 2017 (19636), su ricorso di un cittadino italiano nei confronti del quale le autorità rumene avevano chiesto la consegna in attuazione di un mandato di arresto europeo per l’esecuzione di una sentenza di condanna per evasione fiscale. Era stata disposta  l’esecuzione della condanna in Italia e l’uomo aveva chiesto la sospensione condizionale della pena presentando ricorso in cassazione in quanto la sentenza non risultava riconosciuta in Italia secondo il Dlgs n. 161/2010. La Cassazione ha dato ragione al ricorrente. Questo perché non solo già con pronuncia del 2016 la stessa Suprema Corte aveva annullato senza rinvio l’ordinanza della Corte di appello ordinando la scarcerazione, ma anche in ragione dell’obbligo di integrare il sistema del mandato di arresto europeo “con specifico riferimento alle evenienze della consegna in executivis” nei confronti degli Stati che hanno recepito la decisione quadro 2008/2009/GAI. Ed invero, poiché la legge sul mandato di arresto europeo e la stessa decisione quadro non regolano esplicitamente la procedura di riconoscimento e adattamento alla sentenza straniera va applicato il Dlgs n. 161. Se le verifiche sui criteri di compatibiità della pena e i motivi di rifiuto non vengano considerate, malgrado il condannato dia il consenso a scontare la pena in Italia, l’ordine di carcerazione deve essere annullato.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 26 giugno 2017 |
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Parte la nuova edizione del “Séminaire de droit comparé et européen” che si tiene ogni anno ad Urbino. Dal 21 agosto al 2 settembre sarà possibile seguire le lezioni del corso di diritto comparato ed europeo organizzato dal Centro di Studi Giuridici Europei dell’Università di Urbino (diretto dal prof. Alessandro Bondi) e dall’Istituto svizzero di diritto comparato. Tra i temi al centro del corso, l’immunità degli Stati dall’esecuzione, gli aspetti di diritto civile nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, con particolare riguardo alla robotica e all’intelligenza artificiale, le implicazioni della Brexit per l’Unione europea, l’arbitrato internazionale, i diritti delle coppie alla luce degli sviluppi più recenti, il diritto alla procreazione. La domanda d’iscrizione va presentata entro il 30 luglio 2017 (qui il modulo Domanda di Partecipazione 2017). Le lezioni saranno tenute da notai, avvocati, professori universitari, esperti del settore. Qui il programma Flyer Séminaire 2017. Per ulteriori informazioni si veda il sito http://seminaire.uniurb.it

Scritto in: corsi | in data: 25 giugno 2017 |
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L’immunità ristretta impone ai giudici nazionali di affermare la giurisdizione del giudice italiano nel caso di dipendenti di un’ambasciata straniera che si trova sul territorio italiano per le questioni di tipo retributivo, non legate all’esercizio di potestà d’imperio. Di conseguenza, nel negare in modo generale la giurisdizione del giudice italiano, sia per la domanda di reintegrazione sia per le questioni retributive, la Corte di appello di Roma non ha rispettato quanto stabilito dall’articolo 11 della Convenzione di New York del 2004 sull’immunità giurisdizionale degli Stati e dei loro beni, resa esecutiva con legge 14 gennaio 2013 n. 5. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con ordinanza n. 13980 depositata il 6 giugno (13980). La vicenda riguarda una cittadina italiana, dipendente dell’Ambasciata dello Zambia a Roma. La donna, rientrata dal lavoro dopo il parto, era stata licenziata. Aveva agito, così, dinanzi ai giudici nazionali e se il Tribunale di Roma le aveva dato ragione, la Corte di appello aveva accolto il ricorso dell’Ambasciata ritenendo sussistente l’immunità dalla giurisdizione. Di qui il ricorso in Cassazione che ha stabilito la giurisdizione del giudice italiano seppure esclusivamente per le domande retributive, conseguenza del licenziamento illegittimo. In base al principio dell’immunità ristretta, consolidatosi nel diritto consuetudinario e nella Convenzione delle Nazioni Unite del 2004, il giudice italiano non ha competenza nei casi in cui lavoratore abbia mansioni correlate all’attività pubblicistica dell’Ambasciata. Così non era nel caso di specie dato che la donna non svolgeva alcuna mansione legata a funzioni pubbliche. Pertanto, non era da escludere la giurisdizione del giudice italiano per le controversie relative al rapporto di lavoro subordinato. Tuttavia, secondo la Cassazione il giudice italiano non ha giurisdizione sulla reintegrazione nel posto di lavoro in quanto detta pretesa “investe in via diretta l’esercizio dei poteri pubblicistici dell’ente straniero”, mentre ha la giurisdizione per gli aspetti patrimoniali della controversia “che non sono, di per sé, idonei ad incidere sull’autonomia e sulle potestà pubblicistiche dell’ente straniero, sempre che non ricorrano le ragioni di sicurezza ex art.2, lettera d), della stessa Convenzione ONU del 2 dicembre 2004”. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la pronuncia della Corte di appello di Roma chiedendo ai giudici di merito di pronunciarsi sulle questoni patrimoniali.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 23 giugno 2017 |
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La parola alla Corte di giustizia dell’Unione europea per chiarire la portata della litispendenza affermata dall’articolo 19 del regolamento Ue n. 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale. La Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria n. 15183 del 20 giugno (15183), infatti, ha sospeso il procedimento nazionale e chiesto a Lussemburgo di delineare i contorni della litispendenza e, in particolare, di precisare se essa abbia un ruolo unicamente nella determinazione del giudice competente e, quindi, sulla ripartizione di competenza tra i giudici degli Stati membri o possa svolgere una funzione anche come motivo ostativo al riconoscimento, nello Stato membro i cui giudici sono stati aditi per primi, di una sentenza resa in un altro Paese Ue, senza il pieno rispetto dell’indicato principio. La vicenda vedeva al centro la separazione di una coppia e l’affidamento del figlio minore nato dal matrimonio tra un cittadino italiano e una donna rumena. La coppia era vissuta in Italia, ma dopo i primi dissapori la donna si era recata a Bucarest con il minore, senza più rientrare in Italia. Il marito si era così rivolto al Tribunale di Teramo chiedendo la separazione e l’affidamento del figlio. I giudici avevano addebitato alla donna la separazione e, mentre pendeva la questione sulla responsabilità genitoriale, la pronuncia sulla separazione era divenuta definitiva. La donna, però, si era rivolta al Tribunale di Bucarest per ottenere il divorzio e l’affidamento del figlio. I giudici rumeni non avevano tenuto conto dell’eccezione di litispendenza presentata dal marito, pronunciandosi sul divorzio e sull’affidamento del figlio alla donna. La pronuncia era passata in giudicato mentre in Italia si concludeva la causa sulla responsabilità genitoriale con affidamento del figlio al padre. La donna, però, aveva proposto appello chiedendo il riconoscimento, in via incidentale, della sentenza della Corte di appello di Bucarest. I giudici della Corte di appello di Teramo avevano dato ragione alla donna, sostenendo la legittimità del comportamento dei colleghi rumeni che non avevano dato seguito alla litispendenza opposta dal padre dinanzi al Tribunale di Bucarest in ragione della non identità dell’oggetto tra il procedimento italiano e quello rumeno. La Corte di appello, quindi, aveva chiuso la questione in ragione del sopravvenuto giudicato, dichiarando inammissibile la richiesta di affidamento esclusivo del minore presentata dal padre. Così, l’uomo ha impugnato la pronuncia dinanzi alla Corte di cassazione che, prima di pronunciarsi, con l’ordinanza interlocutoria del 20 giugno, si è rivolta alla Corte di giustizia Ue per un verificare se, nei casi in cui la litispendenza non sia stata rispettata, possa essere escluso il riconoscimento nello Stato membro in cui l’autorità giurisdizionale sia stata preventivamente adita alla luce dell’ordine pubblico processuale. In particolare, la Suprema Corte ha dubbi sul punto poiché l’articolo 24 del regolamento, in materia di ordine pubblico, in relazione al divieto di riesame della competenza giurisdizionale dell’autorità giurisdizionale d’origine, richiama unicamente le regole sulla competenza giurisdizionale di cui agli articoli da 3 a 14 ma non l’articolo 19 che si occupa della litispendenza. Ed invero, il rinvio della Cassazione punta a chiarire se sia ammissibile una portata ristretta di litispendenza che dovrebbe avere, invece, effetti ad ampio raggio ai fini della creazione di uno spazio comune caratterizzato dalla fiducia e dalla lealtà processuale tra gli Stati membri, incidendo anche sul riconoscimento automatico per garantire la libera circolazione delle decisioni.

Scritto in: regolamento n. 2201/2003 | in data: 22 giugno 2017 |
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Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks prova a fermare un mostro giuridico, ossia il disegno di legge italiano sul crimine di tortura che, in pratica, seppure con parole diverse rispetto ai passati tentativi, lega la commissione del crimine di tortura alla reiterazione di condotte dello stesso genere. E’ arrivata ieri sul tavolo, tra gli altri, del Presidente del Senato e della Camera, la lettera (1680727baf) con la quale il Commissario lancia l’allarme sulla profonda distanza tra il testo in approvazione in Italia e altri atti internazionali come la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti adottata a New York il 10 dicembre 1984. Una situazione che se diventasse definitiva potrebbe aprire la strada all’impunità degli autori. Certo, l’inserimento del reato di tortura nel codice penale italiano è un fatto positivo che arriva, però, con un gravissimo ritardo visto che l’Italia ha ratificato la Convenzione Onu nel 1988 con la legge n. 489, ma il disegno di legge n. 2168-B, approvato dal Senato il 17 maggio (2168), presenta troppe criticità. Prima di tutto è allarmante la scelta di configurare la tortura solo nei casi di più condotte di violenza, nonché la restrizione della tortura psicologica ai soli casi in cui il trauma sia verificabile. Desta allarme anche la definizione ampia di tortura  che – scrive il Commissario per i diritti umani – comprende anche gli atti commessi da privati e questo può portare a un indebolimento “della protezione contro la tortura commessa da funzionari dello Stato data la particolare gravità di questa violazione dei diritti umani”. Difficile che la lettera, inviata anche ai presidenti delle commissioni giustizia, Donatella Ferranti e Nico D’Ascola e a Luigi Manconi presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, sortisca molti effetti. Va detto, tra l’altro, che le pene sono lievi, da 4 a 10 anni se il fatto è commesso mediante più condotte o se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona. Intanto domani sarà depositata la sentenza relativa agli episodi del G8 di Genova, con particolare riguardo a quanto avvenuto nella scuola Diaz.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/litalia-condannata-per-gli-atti-di-tortura-alla-caserma-diaz-per-strasburgo-la-legislazione-italiana-e-inadeguata.html

Scritto in: tortura | in data: 21 giugno 2017 |
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L’Italia arriva in tempo al recepimento della quarta direttiva antiriciclaggio, fissato al 26 giugno 2017. E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 240 del 19 giugno il decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 90, applicabile dal 4 luglio, di “Attuazione della direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attivita’ criminose e di finanziamento del terrorismo e recante modifica delle direttive 2005/60/CE e 2006/70/CE e attuazione del regolamento (UE) n. 2015/847 riguardante i dati informativi che accompagnano i trasferimenti di fondi e che abroga il regolamento (CE) n. 1781/2006” (riciclaggio).  Tra le novità, un sistema basato sul rischio con la Commissione europea nella veste di valutatore sovranazionale dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo. Rafforzati gli obblighi di verifica della clientela con l’eliminazione delle esenzioni previste nella terza direttiva e l’inclusione, tra i controllati, di coloro che hanno cariche pubbliche e con un accesso alle informazioni sulla titolarità effettiva di più ampia portata. Sul fronte delle sanzioni penali, il Dlgs n. 90 apporta modifiche al Dlgs n. 231/2007 con la previsione di nuove fattispecie incriminatrici e sanzioni che vanno dalla reclusione da sei mesi a tre anni e multe da 10mila euro fino a 30mila per chi, “essendo tenuto all’osservanza degli obblighi di adeguata verifica ai sensi del presente decreto, falsifica i dati e le informazioni relative al cliente, al titolare effettivo, all’esecutore, allo scopo e alla natura del rapporto continuativo o della prestazione professionale e all’operazione”. Modifiche anche sul fronte delle sanzioni amministrative. Il quadro di vigilanza è affidato all’Unità di informazioni finanziaria con un coordinamento con le autorità europee di vigilanza.

Intanto, sul piano Ue, è in corso l’iter per modificare la direttiva 2015/849. La Commissione, infatti, a seguito degli eventi legati ai Panama papers che hanno messo in luce le lacune soprattutto con riguardo al trust, ha presentato, il 5 luglio 2016, una proposta di modifica (COM(2016)450).

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/autorita-fiscali-con-pieno-accesso-ai-dati-per-combattere-il-riciclaggio.html

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 21 giugno 2017 |
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Nuova sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sul ne bis in idem. Con la pronuncia depositata il 13 giugno (Simkus, n. 41788/11, CASE OF SIMKUS v. LITHUANIA) Strasburgo non solo ha ribadito che ai fini della verifica circa la natura penale dei procedimenti interni non conta la classificazione formale nazionale bensì l’accertamento sulla base dei criteri fissati nel caso Engel, ma ha anche stabilito che l’eventuale chiusura del procedimento per prescrizione non incide sull’applicazione del divieto del ne bis in idem disciplinato dall’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea.

In quest’occasione sotto i riflettori della Corte di Strasburgo è finita la Lituania, a seguito del ricorso di un cittadino accusato di aver insultato un addetto ai controlli di frontiera, minacciandolo di morte. In un primo tempo, l’azione penale si era chiusa ma, a seguito dell’appello della procura, il procedimento era stato riaperto anche se era in corso di completamento quello amministrativo per gli atti di vandalismo commessi dall’uomo. Quest’ultimo sosteneva che era stato violato il principio del ne bis in idem proprio perché l’azione penale era proseguita malgrado fosse stato già destinatario di una sanzione amministrativa. Una posizione condivisa dalla Corte europea. Prima di tutto, Strasburgo ha esaminato l’entità della sanzione prevista per i casi di teppismo. Questa fattispecie era stata depenalizzata con la conseguenza che la punizione passava attraverso un procedimento amministrativo. Tuttavia, – osservano i giudici internazionali – la punizione dei casi di vandalismo minore serve a proteggere l’ordine pubblico e ha carattere generale, rientrando “nella sfera di protezione del diritto penale”. Inoltre, le disposizioni del codice amministrativo erano rivolte a tutti i cittadini e non a un gruppo di persone e il carattere “minore” della fattispecie non faceva perdere in alcun modo le caratteristiche tipiche del diritto penale. Sotto il profilo dell’entità della sanzione, la Corte ha accertato che l’ordinamento lituano prevede un certo livello di severità tant’è che è possibile arrivare addirittura alla privazione della libertà personale per 30 giorni. Di qui la conclusione che il procedimento classificato come amministrativo nell’ordinamento interno aveva natura penale e quello penale era un duplicato del primo. Nessun rilievo poi alla circostanza che il procedimento si chiude con la prescrizione perché il principio del ne bis in idem implica non solo che una persona non deve essere punita due volte, ma anche che non deve subire un doppio procedimento per lo stesso fatto.

Scritto in: CEDU | in data: 19 giugno 2017 |
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La rettificazione di un atto di nascita di un bimbo nato all’estero da una coppia di cittadine italiane, emesso dalle autorità inglesi, non è contraria all’ordine pubblico. Con una sentenza tutta declinata nel segno dell’interesse superiore del minore e su quanto affermato in atti internazionali, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo alla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo passando per la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la pronuncia n. 14878/17 depositata il 15 giugno (14878) ha dato ragione, in sostanza, a una coppia di cittadine italiane, coniugate nel Regno Unito che avevano impugnato l’ordinanza della Corte di appello di Venezia. Quest’ultima aveva negato la rettificazione dell’atto di nascita del figlio minore nato da una delle due donne attraverso la fecondazione assistita all’estero. L’ufficio britannico aveva chiarito che la registrazione del minore doveva avvenire indicando che il bimbo era figlio di entrambe le ricorrenti. L’ufficiale di stato civile aveva respinto l’istanza di rettificazione. Una scelta condivisa dal Tribunale e dalla Corte di appello di Venezia. Per i giudici, infatti, la rettificazione sarebbe stata contraria all’articolo 16 della legge n. 218 e, quindi, all’ordine pubblico internazionale. Una conclusione bocciata dalla Cassazione. Per la Suprema Corte, infatti, la contrarietà all’ordine pubblico va valutata tenendo conto non solo dei principi costituzionali ma anche di atti internazionali, inclusa la Convenzione europea dei diritti dell’uomo come interpretata dalla Corte di Strasburgo che, a più riprese, ha riconosciuto il diritto delle coppie dello stesso sesso a una vita familiare. Per quanto riguarda poi l’interesse del minore, la stessa Corte europea ha sancito la necessità che sia sempre assicurata la preminenza del suo interesse da valutare nel caso concreto, così come “il diritto al riconoscimento e alla continuità delle relazioni affettive, anche in assenza di vincoli biologici ed adottivi con gli adulti di riferimento, all’interno del nucleo familiare”. Di conseguenza, l’ordine pubblico non può essere applicato in modo automatico senza considerare l’interesse del minore e la relazione genitoriale. Così, per la Cassazione, la trascrizione non è contraria all’ordine pubblico e gli uffici dello stato civile devono provvedere alla rettificazione come da indicazioni del documento inglese.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 16 giugno 2017 |
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La disparità di genere la fa ancora da padrone nel mondo del lavoro. Saremo pure nel 2017, ma a leggere il rapporto dell’Internationl Labour Organization sulle prospettive occupazionali e sociali mondiali. tendenze del lavoro femminile nel 2017 (“World Employment and Social Outlook. Trends for Women 2017” wcms_557245) sembra di fare un balzo, in alcuni casi, nel Medioevo. Minori possibilità di accesso all’impiego e qualità delle condizioni di lavoro di gran lunga inferiori, con un tasso di attività delle donne che è del 49%, inferiore di 27 punti percentuali rispetto agli uomini e con un livello di disoccupazione più alto con le donne che arrivano al 6,2%. Che vuol dire una differenza di 0,7 punti rispetto al tasso maschile a quota 5,5%. Un quadro allarmante. Per fronteggiare questo scenario che rischia di peggiorare, l’International Labour Organization chiede agli Stati di abbattere le barriere contro le quali si scontrano le donne soprattutto nei Paesi dell’Africa del Nord, negli Stati arabi e nell’Asia del sud e di mettere in campo misure per migliorare l’uguaglianza delle condizioni di lavoro. Nell’agenda dei prossimi anni interventi per favorire la promozione della parità della remunerazione per lavori di uguale valore, la rimozione delle cause che portano alla segregazione occupazionale e settoriale. Con un ruolo centrale delle istituzioni anche per la lotta alle molestie sul luogo di lavoro.

Scritto in: discriminazione | in data: 16 giugno 2017 |
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Con una sentenza che, almeno a prima vista, può non apparire sulla stessa scia di una protezione rafforzata a vantaggio dei giornalisti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito i limiti alla pubblicazione di atti coperti da segreto istruttorio. Nella pronuncia Y. contro Svizzera (ricorso n. 22998/13, AFFAIRE Y c. SUISSE) Strasburgo, infatti, ha dato ragione allo Stato in causa ritenendo che la sanzione pecuniaria disposta contro un giornalista che aveva pubblicato atti coperti da segreto istruttorio non era incompatibile con l’articolo 10 della Convenzione che assicura la libertà di espressione, individuando, però, i parametri da rispettare per ottenere, nei casi di divulgazione di atti giudiziari, una tutela da Strasburgo. Ed invero, dalla pronuncia risulta chiara la posizione della Corte europea che non ritiene conforme alla Convenzione un divieto assoluto circa la pubblicazione di atti coperti da segreto laddove vi sia un interesse pubblico per la notizia, ma considera compatibile con il diritto convenzionale un intervento delle autorità nazionali che sanzionano la violazione del segreto istruttorio solo se manca l’interesse della collettività e se il giornalista compromette la privacy di vittime minorenni. Alla Corte europea si era rivolto il reporter di un settimanale svizzero che, in un articolo su un’inchiesta sulla pedofilia, aveva riprodotto passi relativi al fascicolo processuale relativi al ricorso del pubblico ministero contro la decisione del giudice istruttore che aveva deciso la scarcerazione. Di qui l’apertura di un’azione penale che aveva condotto alla condanna del giornalista al pagamento di una sanzione pecuniaria pari a 3.850 euro. Strasburgo ha ripreso i parametri utilizzati nella sentenza della Grande Camera del 29 marzo 2016 Bédat contro Svizzzera (n. 56925/08) per stabilire se l’ingerenza delle autorità nazionali era legittima. Pertanto, i giudici internazionali hanno preso in considerazione le modalità con le quali il giornalista ha ottenuto le informazioni, il tenore dell’articolo, il contributo a un dibattito di interesse generale, l’influenza dell’articolo sullo svolgimento del procedimento penale, la violazione della vita privata dell’indagato o di una delle parti al procedimento (parametro aggiunto nella sentenza Y. contro Svizzera) e la proporzionalità della sanzione. Ed invero, nel caso di specie il giornalista non aveva acquisito gli atti illegalmente perché consegnati dal genitore di una vittima, ma li aveva pubblicati sapendo di commettere un reato. Ma la giustificazione della condanna disposta nei confronti del giornalista deriva dal fatto che il reporter aveva divulgato troppi dettagli inutili, non necessari a soddisfare alcun interesse pubblico, puntando al sensazionalismo e suggerendo la colpevolezza del soggetto coinvolto nelle indagini. Inoltre, l’indagato non era un personaggio conosciuto al grande pubblico. Questo vuol dire la Corte non legittima alcun divieto assoluto di pubblicazione di atti coperti da segreto istruttorio, ma ritiene compatibile la restrizione alla libertà di stampa nei casi in cui sono diffuse informazioni dettagliate non necessarie a un dibattito pubblico sul funzionamento della giustizia o su eventuali omissioni commesse nel corso delle indagini. “Né le numerose informazioni dettagliate sugli atti dei quali l’indagato era accusato, né gli estratti delle dichiarazioni della vittima dinanzi alla polizia – osserva la Corte europea – erano suscettibili di animare un dibattito pubblico sul funzionamento della giustizia”. A ciò si aggiunga che erano stati forniti troppi dettagli tratti dal fascicolo d’indagine che potevano condurre a un’identificazione delle vittime minorenni. Sul punto, la Corte europea ritiene che il giornalista avrebbe dovuto applicare e rispettare gli obblighi deontologici che non vengono meno anche se il familiare di una delle vittime fornisce particolari. Di conseguenza, il fatto che non è stato tenuto in conto l’interesse e la tutela del minore porta la Corte a non proteggere il giornalista nella divulgazione di atti coperti da segreto. A ciò si aggiunga che, sul fronte delle sanzioni comminate, esse non erano particolarmente gravose e, quindi, non erano in grado di avere un  effetto dissuasivo né sul giornalista colpito dalla sanzione né su altri reporter che intendono informare la collettività sui procedimenti penali in corso.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 15 giugno 2017 |
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