La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza del 12 gennaio 2016 nel caso Gouarré Patte contro Andorra, torna sull’articolo 7 della Convenzione europea che afferma il principio nulla poena sine lege (AFFAIRE GOUARR? PATTE c. ANDORRE). Per la Corte, la norma in esame assicura non solo l’irretroattività della legge penale più severa ma anche la retroattività della legge più favorevole, ormai da ritenersi come principio fondamentale del diritto penale. Nel caso all’attenzione di Strasburgo, un medico era stato condannato a 5 anni di carcere per abusi sessuali e alla pena accessoria dell’interdizione perpetua dall’esercizio della professione medica. Malgrado alcune modifiche legislative volte a ridurre la pena grazie alle quali l’uomo aveva ottenuto una riduzione della sanzione principale, il medico non aveva potuto usufruire di una riduzione della pena accessoria. Questo malgrado una modifica legislativa del 2005 avesse chiarito che la pena accessoria non poteva superare quella prevista nel caso in cui la misura fosse stata adottata come pena principale. Tuttavia, i tribunali interni avevano respinto la revisione della pena accessoria perché la modifica legislativa non comprendeva l’interdizione dall’esercizio della professione. Strasburgo, chiarito che l’articolo 7 riconosce implicitamente l’obbligo di applicazione retroattiva della lex mitior, ha stabilito che l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione va senza dubbio qualificata come pena. Ora, se fosse stata applicata come pena principale, l’interdizione, in base al nuovo codice penale, non avrebbe potuto superare i 20 anni. Di conseguenza, questa disposizione più favorevole andava applicata anche al ricorrente tanto più che il principio della retroattività della legge penale più favorevole era stato espressamente enunciato tra le modifiche al codice penale e che l’articolo 7 della Convenzione europea va in questa direzione. Di qui la condanna di Andorra tenuta a corrispondere un indennizzo per danni morali pari a 12mila euro.

Scritto in: CEDU | in data: 5 febbraio 2016 |
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Un cambiamento di orientamento da parte dei giudici nazionali è inerente a ogni sistema giudiziario. Nessuna violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura l’equo processo, nel caso in cui, sul piano nazionale, vi siano divergenze e soluzioni differenti in relazione a casi simili. E’ quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 22 dicembre nel caso Stanković e  Trajković contro Serbia (CASE OF STANKOVIC AND TRAJKOVIC v. SERBIA). A rivolgersi alla Corte due donne che avevano chiesto ai giudici interni un risarcimento per la scomparsa dei rispettivi mariti durante la guerra in Kosovo. Malgrado in precedenza i tribunali serbi avessero accordato a persone in analoga situazione un indennizzo, nel caso di specie il tribunale aveva respinto le richieste. Questo perché a partire dal giugno 1999, il controllo di quella parte del territorio serbo era passato nelle mani della forza KFOR. Di qui, il cambiamento di giurisprudenza. Una conclusione che la Corte ha ritenuto conforme alla Convenzione europea tanto più che non poteva considerarsi inaspettata visto che, dopo l’intervento Nato, il controllo del territorio non era più della Serbia. Strasburgo ha chiarito che non spetta alla Corte mettere a confronto le diverse pronunce dei giudici interni a meno che non si configuri una lesione dei diritti convenzionali e vi sia un livello di arbitrarietà. E’ vero che decisioni contrastanti possono intaccare la fiducia nel sistema dell’amministrazione della giustizia, ma questo non comporta che sul piano interno vi debba essere un’uniformità di decisioni tanto più che i giudici sono tenuti a seguire un approccio dinamico ed evolutivo. Nel caso alla sua attenzione, la Corte europea ha concluso che il cambiamento di orientamento non è stato arbitrario perché è stato fondato sul mutamento di una situazione fattuale.

 

Scritto in: CEDU | in data: 4 febbraio 2016 |
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La lettura della relazione annuale sull’attività della Corte europea dei diritti dell’uomo, presentata dal Presidente della Corte Guido Raimondi il 28 gennaio (Annual_report_2015_ENG), a una prima lettura, sembra “rose e fiori” per l’Italia in ragione della diminuzione delle sentenze “italiane” che da 44 del 2014 diventano 24 nel 2015, tra le quali 20 condanne, alcune delle quali, però, particolarmente gravi. Tuttavia, questo dato numerico positivo, è fortemente attenuato da un altro elemento ossia il boom di dichiarazioni unilaterali con le quali l’Italia, nel 2015, ha riconosciuto l’effettiva violazione della Convenzione accettando, dopo il fallimento del regolamento amichevole, di pagare un indennizzo. Sono state, infatti, ben 1.853 le dichiarazioni nel 2015 a fronte delle 24 del 2014. In pratica, con questo strumento, lo Stato, fallito il regolamento amichevole con il ricorrente, riconosce la violazione e concede un indennizzo evitando, se il ricorrente è d’accordo, il vaglio della Corte (http://www.marinacastellaneta.it/blog/dichiarazioni-unilaterali-per-chiudere-i-ricorsi-alla-corte-europea-al-via-le-nuove-regole-di-procedura.html). In quest’ambito, l’Italia ha un primato assoluto, con 1.853 casi su un totale di 2.970 dichiarazioni. Segue la Turchia con 658 dichiarazioni. Diminuiscono anche i ricorsi dichiarati irricevibili che da 9.625 nel 2014 arrivano a 4.438 nel 2015, segno della migliore conoscenza dei meccanismi della Corte europea. Detto questo, però, l’Italia pesa molto sul carico di lavoro di Strasburgo con 7.567 ricorsi pari, in percentuale, all’11,69% del totale, preceduta dall’Ucraina (13.832), dalla Russia (9.207) e dalla Turchia (8.446). Il podio per il numero di condanne è conquistato dalla Russia (109 su 116 sentenze), seguita dalla Turchia (79 su 87), dalla Romania (72), dall’Ucraina (50), dalla Grecia (43), dall’Ungheria (42), dalla Bulgaria (28) e dall’Italia (20). Dal 1959 al 2015 risulta in vetta la Turchia con 2.812 condanne, seguita dall’Italia a quota 1.780 e dalla Russia (1.612).

In via generale, il 2015 è stato un anno particolarmente produttivo per la Corte, con un sensibile miglioramento degli standard di efficienza che ha portato a una diminuzione progressiva dell’arretrato che passa da 69.900 ricorsi pendenti a 64.850 (-7%), con un numero di procedimenti chiusi che supera l’entrata di nuovi casi. Non solo. E’ aumentato il tasso di comunicazione agli Stati tant’è che nel 2015 i ricorsi comunicati sono stati 15.965 a fronte dei 7.895 nel 2014 (+102%). Le sentenze sono state 823 in diminuzione dell’8% rispetto all’anno passato (891). Un dato che va letto nel complesso perché molte cause sono state riunite: il numero effettivo è, quindi, di 2.441 contro le 2.388 del 2014. Sotto il profilo della qualità, la Corte ha messo in primo piano le questioni più importanti che al 31 dicembre 2015 erano 11.490. Il numero di ricorsi prioritari è aumentato del 10% e quelli dichiarati irricevibili sono scesi del 35%. Resta il problema dei ricorsi seriali che ammontano a 30.500. Sul punto, indispensabile il contributo degli Stati che devono rispettare la Convenzione e applicarla correttamente sul piano interno tenendo conto della giurisprudenza della Corte. Strasburgo – ha detto il Presidente Guido Raimondi – dispone degli strumenti tecnici necessari per arrivare a una diminuzione degli affari seriali, ma questo dipende “anche dalla capacità degli Stati convenuti nel trattare questi casi”. Per quanto riguarda il contenuto delle sentenze e delle violazioni accertate, nel complesso, sempre in primo piano la violazione dell’equo processo (24.18%). Allarmante che ben il 23% dei casi abbia riguardato la violazione dell’articolo 3 che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti. Segue la violazione del diritto alla libertà personale (15,63%).

Tra le sentenze più significative rivolte all’Italia quella Cestaro del 7 aprile 2015 sui fatti del G8 di Genova con la quale la Corte ha evidenziato la violazione del divieto di tortura da parte dell’Italia e ha chiesto al più presto l’adozione di una legge che punisca in modo effettivo il reato di tortura. L’inerzia del legislatore italiano è stata colpita anche sui diritti delle coppie dello stesso sesso, con una condanna pronunciata il 21 luglio 2015 nel caso Oliari e altri. Per la Corte europea, la mancata adozione di una regolamentazione sulle unioni civili per il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso è una violazione dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Anche in questo caso, la Corte ha chiamato in causa il legislatore chiedendo di adottare una normativa conforme alla Convenzione e questo anche per evitare inevitabili ricorsi seriali a Strasburgo.

Qui ulteriori statistiche (Stats_analysis_2015_ENG).

Scritto in: CEDU | in data: 3 febbraio 2016 |
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Da Strasburgo una nuova condanna all’Italia per la drammatica vicenda dei contagi provocati dal sangue infetto. Dopo la pronuncia G.N del 1° dicembre 2009 e la sentenza M.C. e altri contro Italia  del 3 settembre 2013, questa volta la condanna è arrivata con la sentenza D.A. e altri depositata il 14 gennaio (AFFAIRE D.A. ET AUTRES c. ITALIE) con la quale Strasburgo ha disposto anche l’obbligo per lo Stato italiano, colpevole di tempi troppo lunghi per la liquidazione degli indennizzi alle vittime del sangue infetto, di assenza di ricorsi effettivi e di violazione del diritto alla salute, di versare, nel complesso, oltre dieci milioni di euro a titolo di risarcimento alle vittime. Sono stati ben 889 i ricorrenti (anche se molti ricorsi sono stati dichiarati irricevibili) a rivolgersi alla Corte europea. Condannati a gravi malattie contratte per trasfusioni di sangue infetto o utilizzo di emoderivati, le vittime avevano incontrato ostacoli per far valere almeno il proprio diritto a un indennizzo. Di qui la scelta di rivolgersi a Strasburgo che ha dato ragione alla maggior parte dei ricorrenti. Ed invero, la Corte europea ha accertato la violazione del diritto all’equo processo (articolo 6) nel quale rientra il diritto a ottenere in tempi rapidi l’esecuzione delle sentenze e questo a causa del fatto che, alcuni ricorrenti, malgrado avessero avuto il riconoscimento dell’indennizzo sul piano giurisdizionale non avevano ottenuto la piena esecuzione della sentenza perché lo Stato non aveva liquidato gli importi dovuti. Una situazione che spinge la Corte europea ad affermare che se uno Stato non esegue una sentenza definitiva a detrimento di una parte è chiara la violazione dell’articolo 6 proprio perché nel diritto all’equo processo è inclusa l’effettiva e tempestiva esecuzione della pronuncia. Nei casi in esame, i ritardi nell’esecuzione delle sentenze sugli indennizzi hanno impedito alle vittime di ottenere un effettivo ristoro che è rimasto solo sulla carta e questo – prosegue Strasburgo – senza alcuna giustificazione, per di più tenendo conto che si trattava di risarcimenti dovuti a malati. Violato anche l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà nel quale rientrano i crediti esigibili che lo Stato deve corrispondere senza poter avvalersi, a giustificazione dei ritardi, né della complessità delle procedure né di problemi di budget. Condanna, altresì, per violazione dell’articolo 13 che assicura il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva e dell’articolo 2 sul diritto alla salute, per gli aspetti procedurali, perché lo Stato non ha fornito risposte adeguate e rapide tenendo conto che, in alcuni casi, il procedimento per ottenere un indennizzo è durato 12 anni per un solo grado di giudizio.

Solo su un punto la Corte, a nostro avviso in modo non condivisibile vista l’esiguità dell’indennizzo fissato che non tiene neanche lontanamente conto delle effettive sofferenze dei malati, dà ragione all’Italia. Per Strasburgo, infatti, la somma di 100mila euro stabilita dall’articolo 27bis del d.l. 90/2014, prevista per chi ha deciso di avvalersi di una procedura transattiva, è da considerarsi adeguata (sic!).

Sulle precedenti pronunce si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/indennizzi-per-il-sangue-infetto-sentenza-pilota-contro-litalia.html.

Scritto in: CEDU | in data: 31 gennaio 2016 |
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L’annullamento del riconoscimento del figlio minorenne effettuato dal padre legale a vantaggio del padre biologico è conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se i giudici nazionali, nel procedere a scardinare una situazione già consolidata, hanno valutato l’interesse superiore del minore, è conforme all’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita familiare, il via libera al riconoscimento da parte del padre biologico tenendo conto che il minore ha diritto a conoscere le proprie origini. E’ il principio stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 14 gennaio nel caso Mandet contro Francia (ricorso n. 30955/12, AFFAIRE MANDET c. FRANCE). Sono stati la madre, il marito della donna e il minore legittimato a seguito del matrimonio a rivolgersi a Strasburgo. A loro dire i tribunali francesi avevano violato l’articolo 8 della Convenzione e il diritto all’interesse superiore allorquando avevano accolto il ricorso del padre biologico del minore il quale viveva con il marito della madre e con quest’ultima. Una tesi respinta dalla Corte europea secondo la quale i giudici nazionali hanno agito correttamente perché hanno messo in primo piano l’interesse superiore del minore che non può essere apprezzato tenendo conto unicamente delle sue dichiarazioni. La Corte europea pone l’accento sull’importanza di conoscere la verità sulle proprie origini e considera che, nel caso di specie, era stato raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi diritti in gioco, tanto più che il minore era comunque affidato alla madre. Questo vuol dire che avrebbe continuato a vivere con la madre e con il padre che lo aveva legittimato a seguito del matrimonio, pur affermando il diritto del padre biologico ad avere rapporti familiari con il proprio figlio. Strasburgo riconosce che è stato modificato un elemento importante della struttura familiare e che questo cambiamento è avvenuto mentre il minore era bambino e poi adolescente ma è stato considerato l’interesse superiore del minore garantendo sia la continuità con la famiglia nella quale era sempre vissuto sia il diritto alla verità sulle proprie origini.

Scritto in: CEDU | in data: 20 gennaio 2016 |
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Con una sentenza discutibile, che presenta non poche ombre e che non permette di tracciare con precisione i confini del controllo della corrispondenza in ufficio, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato il via libera alla sorveglianza dell’account aziendale da parte del datore di lavoro. E lo ha fatto con la sentenza Barbulescu contro Romania (CASE OF BARBULESCU v. ROMANIAdepositata il 12 gennaio con la quale Strasburgo, pur riconoscendo che nel diritto alla corrispondenza tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea, che si occupa del diritto al rispetto della vita privata, rientra la tutela delle mail e delle telefonate dai luoghi di lavoro, ha sdoganato il diritto del datore di lavoro al monitoraggio delle mail aziendali. E’ stato un ingegnere rumeno a citare in giudizio la Romania per violazione dell’articolo 8. Questo perché, a suo dire, le autorità nazionali non avrebbero adempiuto agli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8 consentendo al datore di lavoro di licenziarlo perché, dopo aver attivato un account aziendale su richiesta del datore di lavoro, aveva scritto alcune mail personali dallo stesso account. I giudici internazionali non hanno dubbi nel ritenere che mail e altre forme di corrispondenza dagli uffici rientrano nel diritto alla corrispondenza e che ogni lavoratore ha una legittima aspettativa alla tutela della propria privacy anche nei luoghi di lavoro, con la conseguenza che ogni attività di controllo gli deve essere comunicata. Tuttavia, malgrado nel caso in esame non sia stato chiarito se il datore di lavoro avesse preventivamente avvisato il dipendente circa la possibilità di controlli sulla posta elettronica, la Corte sdogana il monitoraggio sulle mail aziendali se rispetta il requisito della proporzionalità. Nel raggiungere questa conclusione, Strasburgo dà grande rilievo alla distinzione tra controlli sull’account personale e su quello aziendale e al fatto che il datore di lavoro era convinto che la mail fosse stata utilizzata per rispondere ai quesiti dei clienti, procedendo così a una verifica. Tra l’altro, in base alla politica aziendale, il dipendente era consapevole del fatto che era proibito utilizzare computer e risorse aziendali per fini personali. Regolamenti e prassi interne erano, infatti, indirizzate in questo senso. Circostanze che fanno propendere la Corte europea verso la legittimità dell’ingerenza nella vita privata del dipendente tanto più che il datore di lavoro ha il diritto di verificare l’adempimento dei compiti professionali durante l’orario lavorativo. Strasburgo, inoltre, rileva che l’ingerenza è stata proporzionale rispetto al fine perseguito proprio perché il datore di lavoro ha effettuato una verifica unicamente sulla mail aziendale e non su dati o documenti contenuti nel computer del dipendente. Così come non è irrilevante il fatto che nel corso del procedimento giurisdizionale nazionale siano stati utilizzati diversi accorgimenti per non svelare l’identità delle persone con le quali il dipendente si era scambiato mail e il contenuto dei messaggi che è stato diffuso in modo limitato, solo per dimostrare che non si trattava di attività professionali, senza che lo stesso contenuto sia stato determinante per il licenziamento.

Ciò non toglie, però, che, come rilevato dal giudice Pinto de Albuquerque che ha allegato un’opinione dissenziente, il datore di lavoro potesse intuire dall’oggetto del messaggio che non si trattava di una comunicazione professionale e che, in ogni caso, l’account con il nominativo del dipendente, malgrado l’utilizzo del computer aziendale, fosse del lavoratore che non aveva dato il consenso alla trascrizione del contenuto del messaggio privato. Il giudice tra l’altro, a nostro avviso in modo condivisibile, ha ritenuto che il licenziamento non fosse una misura proporzionata tanto più che non è stato provato alcun danno sull’azienda.

 

Scritto in: CEDU | in data: 15 gennaio 2016 |
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Dal 1° gennaio 2016 entra in vigore l’articolo 47 del Regolamento di procedura della Corte europea dei diritti dell’uomo come modificato nel 2014. In particolare, con la nuova norma è modificata l’application form e la nota sulle modalità di presentazione del ricorso (Rule_47_info_2016_ENG), per facilitare l’individuazione del rappresentante della persona giuridica che presenta ricorso a Strasburgo e dell’avvocato del quale si avvale il ricorrente. E’ richiesto, altresì, che il ricorrente firmi la procura all’avvocato nel formulario utilizzato per il ricorso.

Grand Chamber Hearing in the case of Paposhvili v. Belgium Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/contenuto-dei-ricorsi-individuali-la-corte-testa-lapplicazione-dellarticolo-47.html

Scritto in: CEDU | in data: 3 gennaio 2016 |
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Le informazioni sui conti correnti bancari sono dati personali, ma non ci sono ostacoli alla trasmissione se è in gioco la sopravvivenza di un settore strategico per l’economia di un Paese. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a sdoganare gli accordi sullo scambio di dati bancari tra due Stati, che impongono a un istituto di credito la comunicazione di informazioni sui correntisti alle autorità di un Paese. Con la sentenza G.S.B. contro Svizzera depositata il 22 dicembre (AFFAIRE G.S.B. c. SUISSE), Strasburgo ha riconosciuto la compatibilità di simili accordi con l’articolo 8 della Convenzione, che garantisce il diritto al rispetto della vita privata. E’ stato un cittadino con doppia nazionalità saudita e statunitense, che aveva conti bancari in Svizzera, a rivolgersi alla Corte europea. Le autorità fiscali Usa avevano in corso un’indagine su migliaia di contribuenti con conti presso la banca svizzera “UBS SA”, non dichiarati alle istituzioni statunitensi. A seguito di un accordo tra Svizzera e Stati Uniti, le autorità elvetiche s’impegnavano alla trasmissione dei dati bancari. Per la Corte europea l’accordo non ha alcuna incompatibilità con l’articolo 8 perché l’ingerenza era prevista dalla legge, accessibile a ogni individuo, con adeguate garanzie procedurali ed era giustificata perché perseguiva un fine legittimo, considerando che il settore bancario è strategico nell’economia della Svizzera. Naturale, quindi, l’esigenza di evitare uno scontro tra banche e autorità fiscali americane, le cui accuse avrebbero potuto mettere a rischio la sopravvivenza di un istituto di credito con un ruolo cruciale dovuto anche all’elevato numero di dipendenti. L’interesse del benessere del Paese e il rispetto degli impegni internazionali prevale, infatti, su quello individuale delle persone danneggiate dalla misura. Tra l’altro, le notizie fornite erano unicamente di carattere finanziario, funzionali ad accertare se gli impegni fiscali erano stati adempiuti, senza che fossero coinvolti aspetti più personali delle persone interessate. In ultimo, la Corte ha anche stabilito che non si è realizzata una violazione del principio di irretroattività dovuta all’applicazione dell’accordo a tutti perché la mutua assistenza amministrativa in materia fiscale ha natura procedurale e, quindi, su di essa non incide il divieto di applicazione retroattiva delle norme sostanziali. Giusto, quindi, applicare l’accordo ai procedimenti in corso.

Scritto in: CEDU | in data: 31 dicembre 2015 |
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Non costituisce una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta i trattamenti disumani e degradanti, la decisione delle autorità nazionali di disporre la detenzione di una persona di una certa età. A condizione che vengano rispettate le esigenze legate all’età e alla salute. Così, non è una violazione dell’articolo 6 sull’equo processo la circostanza che la Corte di cassazione tenga un’udienza malgrado l’avvocato dell’imputato sia in sciopero. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con decisione n. 20034/11 depositata il 24 settembre 2015 (GIORGINI v. ITALY), con la quale il ricorso è stato dichiarato inammissibile. A rivolgersi a Strasburgo una donna condannata per frode che era stata posta in custodia cautelare malgrado l’età avanzata. La donna contestava anche la violazione delle regole dell’equo processo perché, malgrado lo sciopero del suo avvocato, la Cassazione aveva deciso di tenere ugualmente un’udienza. Un ricorso respinto dalla Corte europea. Prima di tutto, la Corte esclude che vi sia stato un trattamento disumano e degradante che, per realizzarsi, deve raggiungere un certo livello di gravità, cosa che non è stata provata nel caso di specie. Né le misure di detenzione erano state umilianti tanto più che lo stato di salute della donna era stato sempre monitorato tant’è che le erano stati concessi, dopo un ricovero in ospedale, gli arresti domiciliari. Nessuna prova, poi, è stata fornita dalla ricorrente riguardo lo stato di sovraffollamento della struttura. Dopo aver escluso ogni forma di automatismo nel considerare come trattamento disumano lo stato di detenzione a una determinata età, la Corte ha anche escluso che vi fosse stata una violazione dell’articolo 6. La donna, infatti, aveva nominato un avvocato di sua fiducia e la circostanza che in una sola udienza l’avvocato non era stato presente, considerando che il procedimento in Cassazione è fondato sulla forma scritta, non costituisce una violazione dell’articolo 6. Di qui la decisione di irricevibilità del ricorso.

Scritto in: CEDU | in data: 1 novembre 2015 |
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Il diritto di cambiare cognome rientra nell’ambito dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e personale, ma gli Stati hanno un margine di discrezionalità e possono porre limiti, anche per ragioni di sicurezza interna, alla libertà degli individui che puntano a modifiche del cognome. Lo ha stabilito la Corte di Strasburgo con la decisione Macalin Moxamed Sed Dahir contro Svizzera depositata l’8 ottobre (ricorso n. 12209(01), MACALIN MOXAMED SED DAHIR c. SUISSE). A rivolgersi alla Corte europea una donna, con doppia cittadinanza, somala e svizzera, la quale, dopo il matrimonio con il marito somalo, aveva chiesto e ottenuto di aggiungere al cognome del coniuge il proprio cognome di nascita. Tuttavia, poiché la pronuncia del suo nome, in Svizzera, richiamava una parola che secondo la lingua somala era offensiva, la donna aveva chiesto di utilizzare due differenti cognomi. Una richiesta bocciata dalle autorità svizzere, la cui posizione è stata condivisa da Strasburgo. E’ vero, infatti, che le questioni legate al cognome rientrano nel campo di applicazione dell’articolo 8, ma lo Stato ha un margine di discrezionalità per garantire la stabilità nelle relazioni sociali assicurata anche dal cognome utilizzato. Il cognome – prosegue  la Corte – svolge una funzione essenziale per la sicurezza sociale e cambiamenti possono essere concessi se esso è umiliante o ridicolo. Ma certo, un individuo non può chiedere l’utilizzo di entrambi i cognomi a seconda delle circostanze. Di qui la decisione sull’irricevibilità del ricorso.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cambio-del-patronimico-si-dalla-cedu.html

Scritto in: CEDU | in data: 28 ottobre 2015 |
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