La sentenza della Grande Camera depositata il 27 agosto nel caso Parrillo contro Italia presenta due aspetti di particolare rilievo (CASE OF PARRILLO v. ITALY). Il primo, più immediato, quello relativo al riconoscimento dell’ampio margine di apprezzamento concesso agli Stati ai quali è attribuita la possibilità di scegliere, come ha fatto l’Italia, di vietare la ricerca scientifica sugli embrioni e, il secondo, riguardante la possibilità, per gli individui, di ricorrere alla Corte europea senza dover attivare e attendere un’eventuale pronuncia della Corte costituzionale considerando il carattere indiretto del ricorso alla Consulta che non incide, così, sull’obbligo del previo esaurimento dei ricorsi interni.

A rivolgersi alla Corte europea è stata una donna che aveva utilizzato la procreazione assistita in vitro. I cinque embrioni erano stati sottoposti alla crioconservazione. Tuttavia, dopo la morte del proprio compagno, ucciso nella strage di Nassiriya prima dell’impianto degli embrioni, la donna aveva deciso di donarli in modo che potessero essere impiegati nella ricerca. La richiesta, però, era stata respinta in base al divieto di sperimentazione e di ricerca sugli embrioni fissato nella legge n. 40/2004, “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. E questo anche se gli embrioni erano stati ottenuti prima dell’entrata in vigore della legge. La donna, quindi, sin dal 2011, aveva fatto ricorso a Strasburgo. La Camera ha rinviato il caso alla Grande Camera sia perché si trattava di una questione di particolare rilievo sia perché era il primo caso del genere arrivato a Strasburgo. Due le violazioni contestate dalla donna: la lesione dell’articolo  8 della Convenzione, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e quella dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà.

Prima di tutto, però, la Grande Camera ha risposto alle eccezioni del Governo italiano secondo il quale la ricorrente aveva violato l’obbligo del previo esurimento dei ricorsi interni poiché non aveva promosso un ricorso alla Corte costituzionale. Una posizione respinta da Strasburgo che, per la prima volta, si è occupata del rapporto tra previo esaurimento dei ricorsi interni, condizione di ricevibilità dell’azione a Strasburgo a patto che essi siano effettivi sotto il profilo pratico e non solo teorico, e ricorso dinanzi alla Corte costituzionale. Ed invero, per la Corte europea, il ricorso alla Consulta non può essere considerato effettivo perché, a differenza di quanto accade in altri ordinamenti, non si tratta di un ricorso diretto. E’, infatti, il giudice di merito che deve sollevare la questione di costituzionalità. Inoltre, in aggiunta al fatto che l’Italia non ha fornito alcun esempio di pronunce interne sulla donazione degli embrioni e che non si può contestare alla ricorrente di non aver presentato un ricorso per misure proibite dalla legge, a sostegno della propria conclusione, la Grande Camera si è soffermata sulle sentenze n. 348 e 349 del 2007, con le quali è stato chiarito il diverso ruolo tra le due Corti: Strasburgo interpreta e accerta le violazioni della Convenzione, mentre la Consulta verifica la conformità del diritto interno alle norme convenzionali, come interpretate dai giudici di Strasburgo. A conferma del diverso ruolo, la Grande Camera ricorda che la stessa Corte costituzionale italiana ha sospeso l’esame di un rinvio sugli embrioni, effettuato dal Tribunale di Firenze, in attesa della sentenza della Corte europea. La Grande Camera considera senza dubbio positivo quanto stabilito con le sentenze n. 348 e n. 349 riguardo al ruolo assegnato alla Convenzione nell’ordinamento italiano, mentre traspare qualche perplessità sulla sentenza n. 49/2015 con la quale la Corte costituzionale sembra limitare  gli effetti delle pronunce di Strasburgo, stabilendo che il giudice interno non è tenuto a conformarsi alla giurisprudenza della Corte europea se non nei casi di sentenze pilota o di diritto consolidato.

Respinta anche l’eccezione del mancato rispetto della condizione temporale che impone di presentare il ricorso entro sei mesi dalla definitività del provvedimento interno, la Corte europea è passata all’esame del merito del ricorso. Per la Grande Camera, il divieto di donazione di embrioni per la ricerca scientifica, fissato dall’articolo 13 della legge n. 40, non è contrario all’articolo 8. La Corte ha chiarito che gli embrioni contengono materiale genetico della ricorrente e, quindi, sono una parte costitutiva della sua identità. Questo vuol dire che l’articolo 8, nella parte in cui tutela la vita privata, è applicabile e include il diritto di decidere degli embrioni frutto della fecondazione assistita. Gli embrioni, quindi, sono parte dell’identità personale e del diritto di autodeterminarsi. Questo porta la Corte a ritenere che la legge che vieta la donazione degli embrioni è un’ingerenza nell’articolo 8. Detto questo, però, la Grande Camera ha stabilito che l’ingerenza, alla luce delle eccezioni previste dall’articolo 8, si può considerare “necessaria in una società democratica” anche perché raggiunge un giusto bilanciamento tra interessi dello Stato e diritti individuali. Inoltre, – ed è un aspetto che la Grande Camera considera centrale – sulle questioni sensibili dal punto di vista etico e morale e su aspetti sui quali manca ancora un’uniformità di orientamento degli Stati, i Paesi parti alla Convenzione godono di un ampio margine di apprezzamento. Se 17 Paesi ammettono la ricerca sugli embrioni, altri la vietano espressamente o la consentono solo per la protezione della salute dell’embrione. Non va dimenticato, inoltre, – scrive la Corte – che il partner non aveva espresso la propria volontà sugli embrioni prima della morte, tanto più che ciò non era possibile in base alla legislazione italiana.

In ultimo, la Grande Camera ha escluso la possibilità di invocare l’articolo 1 del Protocollo n. 1. Chiarito che non è necessario esaminare la controversa questione relativa al momento in cui inizia la vita umana ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione, che assicura il diritto alla vita, la Corte europea ha escluso la violazione del diritto di proprietà perché gli embrioni non possono essere considerati dei beni nel senso stabilito dalla norma convenzionale che ha un’evidente connotazione patrimoniale.

Scritto in: CEDU, procreazione assistita | in data: 28 agosto 2015 |
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Un filo diretto tra la Corte europea dei diritti dell’uomo e il legislatore italiano che ha portato a un sensibile miglioramento della situazione dei ricorsi pendenti e, quindi, a una diminuzione del contenzioso dinanzi a Strasburgo. Nel 2014, inoltre, si legge nella relazione annuale sull’esecuzione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia presentata dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri RelazioneCd), sono diminuiti di molto gli indennizzi che l’Italia ha dovuto pagare alle vittime di violazioni accertate da Strasburgo. La nona relazione annuale, prevista dalla legge n. 12/2006, analizza non solo le più significative modifiche adottate dopo pronunce della Corte europea, ma anche l’applicazione dei diritti convenzionali sul piano interno, con particolare riguardo alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Se nel 2013 la Corte aveva attribuito alle vittime che avevano presentato ricorsi contro l’Italia, nel complesso, ben 71.284.302 di euro, nel 2014 l’importo è sceso a quota 29.540.589 (l’Italia, però, nel 2014 ha liquidato solo poco più di 5 milioni di euro contro i 61 del 2013). Una riduzione di 59 punti percentuale dovuta anche all’utilizzo di procedure conciliative e ai Piani d’azione con procedure transattive, come quello seguito alla sentenza Torreggiani. Un modello – si legge nella relazione – “indicativo di una svolta emblematica nei rapporti di collaborazione instaurati con la Corte”. I risultati: diminuzione del 30,55% dei ricorsi assegnati a una formazione giudiziaria a Strasburgo. Certo, rimane ancora alto il numero di ricorsi (10.1000), ma con una diminuzione rispetto ai 14.400 casi del 2013. E già i primi mesi del 2015 hanno condotto a risultati ancora più positivi perché la quota di ricorsi è scesa a 8.800. Non mancano però le questioni problematiche: non è ancora chiuso il capitolo riguardante i ricorsi seriali dovuti ai ritardi nella liquidazione degli indennizzi ex legge Pinto. Preoccupa, poi, il numero rilevante di ricorsi in materia di leggi retroattive, di asilo e respingimento e di danni per emotrasfusioni e vaccinazioni obbligatorie. Pende, inoltre, il ricorso “Idep s.a. e altri”, una società che contesta all’Italia la violazione dell’articolo 6 della Convenzione (equo processo) perché, con la modifica del regime di prescrizione in materia penale con l’ex Cirielli, di fatto, ha ridotto il termine anche per le azioni civili per il risarcimento dei danni verso i responsabili della gestione del patrimonio del gruppo.

Tra i casi pendenti dinanzi alla Grande Camera, il divieto di sperimentazione scientifica su embrioni umani (la sentenza è prevista per giovedì 27 agosto), gli effetti della maternità surrogata all’estero e la confisca senza reato, che vede nuovamente sotto i riflettori della Corte, la vicenda Punta Perotti. Sul fronte dell’esecuzione delle sentenze depositate nel 2014, per attuare la pronuncia Cusan sull’attribuzione del cognome materno, l’Italia è partita subito con l’adozione, da parte del Consiglio dei ministri, di un disegno di legge ma poi tutto si è fermato. Con il rischio di nuovi ricorsi. Tuttavia, è la questione del ne bis in idem a provocare più problemi nell’attuazione anche perché il divieto di cumulo di sanzioni penali e amministrative – segnala la relazione – coinvolge gli accertamenti amministrativi tributari, gli illeciti riguardanti la circolazione stradale, quelli depenalizzati e i procedimenti disciplinari in materia di impiego. Con la necessità di una revisione generale. Non decolla l’azione di rivalsa introdotta con l’articolo 43 della legge n. 234/2012. Nel 2014, il Governo ha avviato 7 azioni di rivalsa (per un totale di 1.628.240 euro) delle quali 5 nei confronti di enti territoriali e 2 verso enti trasformati in società per azioni, ma nulla è andato avanti per i contrasti sulla gradazione delle responsabilità.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/italia-boom-di-pagamenti-per-gli-indennizzi-dovuti-alle-violazioni-della-cedu.html

 

Scritto in: CEDU, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 26 agosto 2015 |
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Non superano il vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo i ricorsi sul diritto a ricorrere al suicidio assistito, invocato in base all’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Con decisione del 16 luglio, nel caso Nicklinson e Lamb contro Regno Unito, Strasburgo ha dichiarato i ricorsi irricevibili (NICKLINSON AND LAMB v. THE UNITED KINGDOM). In particolare, nel primo caso, il ricorso era stato presentato dalla moglie di un uomo colpito dalla sindrome di locked-in a seguito di un ictus. I tentativi di ricorrere al suicidio assistito erano falliti e l’uomo aveva così rifiutato cibo e acqua ed era poi morto per polmonite. La moglie, dopo aver tentato di ottenere il riconoscimento del diritto dinanzi ai giudici nazionali inclusa la Corte suprema, si è rivolta a Strasburgo contestando l’operato delle autorità nazionali che non avevano valutato il diritto al suicidio assistito con riguardo all’articolo 8 della Convenzione europea. Strasburgo ha dichiarato il ricorso irricevibile ritenendo che l’articolo 8, invocato nel caso di specie a differenza della sentenza Lambert contro Francia nella quale il ricorso era stato fondato sull’articolo 2 ossia sul diritto alla vita, non impone agli Stati un obbligo procedurale volto a far sì che le giurisdizioni interne siano obbligate ad esaminare la compatibilità della legislazione con la Convenzione. Nel caso di specie, infatti, non si trattava di un problema legato all’applicazione di una specifica misura, ma era contestata la legislazione nazionale che considera reato l’aiuto a un’altra persona che chiede di porre fine alla propria esistenza. La Corte ha riconosciuto che il diritto di accesso alla giustizia è “ancillare” rispetto al  diritto alla vita privata e familiare perché è un suo aspetto procedurale, ma ha tenuto a chiarire che le questioni procedurali non possono andare oltre quanto previsto con riguardo all’articolo 13 che garantisce il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva. Ora, poiché l’articolo 13 non si spinge fino al punto di affermare l’obbligo degli Stati di riconoscere ai singoli la possibilità di contestare la legislazione interna in base alla Convenzione, l’articolo 8 non può andare oltre quanto previsto per l’articolo 13. D’altra parte, in caso contrario, sarebbe anche compromessa la separazione tra i poteri dello Stato perché le decisioni dell’autorità giudiziaria potrebbero imporre scelte legislative già effettuate dal Parlamento. Pertanto, la Convenzione non prevede, in base all’articolo 8 , obblighi procedurali che impongono alle giurisdizioni nazionali di esaminare il merito di un ricorso contestando la legislazione primaria. Inoltre, nel caso di specie, in base allo Human Rights Act la ricorrente aveva potuto contestare la legislazione interna sulla base della Convenzione, arrivando fino alla Corte suprema che, però, aveva respinto il ricorso.

Chiarito, quindi, che gli aspetti procedurali non possono andare oltre quanto previsto dall’articolo 13, la Corte ha tenuto a precisare i limiti che la vincolano nell’estensione di diritti procedurali in questioni in cui c’è un ampio margine di apprezzamento concesso agli Stati. Pertanto, la Corte ha dichiarato irricevible il ricorso (così anche per il caso Lamb, per il mancato previo esaurimento dei ricorsi interni). Sulla sintesi di alcune sentenze della Corte europea sul fine vita si veda il documento della cancelleria della Corte (FS_Euthanasia_ENG).

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/eutanasia-pronuncia-della-corte-suprema-inglese-nel-segno-della-cedu.html.

Scritto in: CEDU | in data: 12 agosto 2015 |
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Il legame affettivo con il minore deve essere salvaguardato. Anche quando un test biologico accerta che il presunto padre non era il genitore del bambino. E’ il principio stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, con la sentenza di condanna alla Russia, depositata il 16 luglio, rafforza l’interesse superiore del minore e il diritto di un adulto a mantenere il legame stabile con i minori (CASE OF NAZARENKO v. RUSSIA). Il ricorrente, che aveva avuto una figlia con l’ex moglie, aveva divorziato. Entrambi gli ex coniugi avevano chiesto l’affido esclusivo. Tuttavia, la donna aveva negato la paternità dell’uomo. Dopo il test di paternità, accertato che l’ex marito non era il padre, l’uomo aveva perso ogni diritto e la possibilità di mantenere un legame con la bimba, malgrado per 5 anni avesse avuto un rapporto stabile e di grande affetto. Un’evidente violazione della Convenzione, scrive la Corte europea. In base all’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, il padre aveva diritto, anche in assenza di un legame biologico, a mantenere il rapporto con la figlia. D’altra parte, la nozione di vita familiare non è confinata ai rapporti tra coniugi né è basata unicamente sul matrimonio, quanto piuttosto sulla reale esistenza dei legami familiari. La coabitazione – prosegue Strasburgo – è certo un elemento significativo, ma non è l’unico perché vanno valutati i legami affettivi e ogni altro fattore. Di conseguenza, l’interesse superiore del minore non può essere presunto in via automatica in base a una mera previsione legislativa. La scelta delle autorità russe, dovuta a una legislazione inflessibile che spezza ogni legame tra colui che non è il genitore biologico e il minore, contrasta con la Convenzione e non permette la realizzazione dell’interesse superiore del minore. Di qui la condanna alla Russia.

Scritto in: CEDU | in data: 11 agosto 2015 |
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L’inerzia del legislatore italiano nell’adozione di una regolamentazione sulle unioni civili per il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso è costata una condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, arrivata con la sentenza del 21 luglio Oliari e altri (ricorsi n. 18766/11 e 36030/11, CASE OF OLIARI AND OTHERS v. ITALY), con la quale la Corte ha accertato una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, a causa del mancato riconoscimento legale di qualsiasi diritto alle coppie dello stesso sesso. A rivolgersi alla Corte europea sono state tre coppie che volevano ottenere una certezza, anche sul piano giuridico, della propria stabile unione e avevano chiesto agli uffici dello stato civile le pubblicazioni matrimoniali. Il no opposto dalle autorità nazionali, inevitabile in assenza di un qualsiasi riconoscimento normativo per le coppie “same-sex”, ha portato una coppia a rivolgersi al Tribunale di Trento che ha respinto il ricorso. La Corte di appello ha rimesso la questione alla Corte costituzionale che, con sentenza n. 138 del 15 aprile 2010, ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Consulta, tuttavia, ha chiesto al legislatore di intervenire per assicurare un riconoscimento giuridico alle coppie. Ai ricorrenti non è rimasto altro che rivolgersi alla Corte europea, sul presupposto che le lacune nella legislazione italiana impediscono la realizzazione della propria vita privata e familiare e costituiscono una discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

Il Governo italiano ha fatto di tutto per bloccare l’esame del merito dei ricorsi e ha invocato l’articolo 47 del Regolamento di procedura della Corte europea, come modificato nel 2014, che ha introdotto condizioni di ricevibilità più stringenti. In relazione a quest’obiezione la Corte ha applicato il principio tempus regit actum: il ricorso era stato presentato nel 2011 e, quindi, non era certo possibile applicare una regola adottata nel 2013 e in vigore dal 2014. Strasburgo ha anche respinto l’eccezione del mancato rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni che erano ineffettivi.

LA Corte europea è partita dalla constatazione che, in linea con quanto affermato dalla Grande Camera nella sentenza del 7 novembre 2013, nel caso Vallianatos e altri contro Grecia (ricorsi n. 29381/09 e n. 32684/09), nella nozione di diritto alla vita familiare rientra il diritto di coppie dello stesso sesso a vivere insieme e che i mutamenti nella concezione della famiglia comportano interventi degli Stati volti a impedire forme di discriminazione. Nello stesso senso si era espressa la Corte nella sentenza 24 giugno 2010, Schalk e Kopf contro Austria (ricorso n. 30141/04) nella quale, pur non ritenendo violata la Convenzione, ha affermato che “Sarebbe artificiale mantenere l’opinione secondo la quale, a differenza delle coppie eterosessuali, quelle dello stesso sesso non possono godere del diritto alla vita familiare secondo l’articolo 8”. Pur riconoscendo un margine di apprezzamento agli Stati, soprattutto in materie sensibili, la Corte ha stigmatizzato le gravi lacune dell’ordinamento italiano visto che le iniziative di alcuni comuni sulla registrazione delle unioni non sono in alcun modo comparabili al riconoscimento dei diritti proveniente da una legislazione sulle unioni civili. Cercare, poi, la via giudiziaria non solo non dà alcuna certezza, ma costituisce un onore eccessivo per i ricorrenti “specialmente in un sistema giudiziario sovraccaricato come quello italiano”. Non solo. Secondo la Corte risulta chiara l’esistenza di un conflitto tra la realtà sociale dei ricorrenti e il quadro legislativo che non prevede alcuna forma di riconoscimento. Eppure, un simile riconoscimento non costituirebbe, secondo la Corte, un onere eccessivo per l’Italia, né dal punto di vista giuridico né dal punto di vista amministrativo o altro. Anzi, una legge servirebbe a soddisfare un bisogno sociale evidente se, come dicono i numeri, ci sono numerose coppie dello stesso sesso che richiedono una legittimazione.

A ciò si aggiunga che ormai si assiste a un rapido sviluppo nel riconoscimento delle coppie dello stesso sesso attraverso le unioni civili sia all’interno dei Paesi membri del Consiglio d’Europa (24 su 47 le riconoscono) sia sul piano universale, in Africa, Asia e America. E che i Paesi europei ed occidentali siano ormai decisi a garantire forme di riconoscimento per le coppie dello stesso sesso risulta anche dal dibattito che ha portato alla recente adozione della risoluzione Onu sulla protezione della famiglia, avvenuta da parte del Consiglio per i diritti umani il 1° luglio 2015 (A/HRC/29/L.25 G1513998). La risoluzione non ha ricevuto il voto favorevole degli Stati Uniti, di Francia, Paesi Bassi, Germania e altri Paesi europei proprio perché, per volontà dei Paesi arabi, non è stata presa in considerazione la famiglia in tutte le sue forme, aderendo a un modello tradizionale e certo obsoleto. Proprio di recente, la Corte suprema degli Stati Uniti, nella storica sentenza del 26 giugno 2015, Obergefell e altri v. Hodges Director e altri, ha stabilito che la tutela del matrimonio same sex si estende su tutto il territorio degli Stati Uniti e non solo negli Stati membri che lo hanno finora legalizzato (circa 37) in ragione del principio di uguaglianza. La Corte ha riconosciuto l’esistenza di un diritto fondamentale per tutti a sposarsi e che, inoltre, non sussiste alcuna base giuridica idonea a giustificare un rifiuto al riconoscimento del diritto in esame. E’ evidente che un’affermazione così netta proveniente dal massimo organo giurisdizionale degli Stati Uniti non poteva lasciare indifferente la Corte europea che ha analizzato nel dettaglio l’iter giuridico seguito dai colleghi Usa.

La Corte europea, constatato che il Parlamento italiano non ha prestato attenzione alle indicazioni provenienti dalla collettività e alle affermazioni delle più alte autorità giurisdizionali del Paese, ha accertato il mancato rispetto degli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8 perché le lacune nel riconoscimento dei diritti impediscono alle coppie dello stesso sesso di vedersi riconosciuti diritti che, anche sul piano economico hanno rilievo, e di realizzare la propria identità. Una lacuna ingiustificata perché le coppie dello stesso sesso si trovano in una situazione identica alle coppie eterosessuali che vivono insieme in modo stabile, scegliendo di impegnarsi in una relazione duratura. Così, le coppie sono in una situazione identica in relazione alla necessità di ottenere un riconoscimento giuridico e una protezione della propria relazione. Esclusa, invece, la violazione dell’articolo 12 della Convenzione europea il quale riconosce che “uomini e donne in età adatta hanno diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto”. Per il matrimonio, infatti, la Corte ricorda che solo 11 Stati parti al Consiglio d’Europa lo prevedono per le coppie dello stesso sesso e che l’indicato articolo non impone un obbligo sugli Stati nel senso di prevedere il matrimonio per le coppie dello stesso sesso. In questo modo, ci sembra che la Corte europea abbia aperto la strada a una soluzione agevole anche per il legislatore italiano, che non cammina al passo con i tempi e che mostra di essere fortemente condizionato dagli aspetti religiosi della questione, permettendogli di riconoscere i diritti alle coppie dello stesso sesso attraverso le unioni civili senza passare attraverso l’ampliamento del raggio d’azione del matrimonio.

Va ricordato che il Governo p stato condannato non solo per aver violato gli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8, ma anche a versare 5mila euro a ciascun ricorrente a titolo di indennizzo per il danno non patrimoniale subito, oltre alle spese processuali sostenute dalle parti. Resta da vedere se la pronuncia di Strasburgo spingerà verso un rush finale per l’adozione del disegno di legge Cirinnà “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” che è all’esame della Commissione giustizia del Senato e che, il 23 luglio, ha avuto il via libero dalla ragioneria dello Stato che ha stimato i costi fino al 2025 (nel 2016 l’impegno economico è di 3,7 milioni di euro. Il testo è reperibile nel sito http://www.articolo29.it).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cassazione-no-alle-pubblicazioni-per-matrimoni-tra-coppie-dello-stesso-sesso.html http://www.marinacastellaneta.it/blog/discriminazione-sulla-base-dellorientamento-sessuale-un-volume-del-consiglio-deuropa.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/coabitazioni-e-unioni-registrate-necessarie-norme-di-conflitto-comuni.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/trascrizione-nei-registri-di-stato-civile-di-matrimoni-dello-stesso-sesso-celebrati-allestero-lannullamento-non-compete-al-prefetto.html

 

Scritto in: CEDU | in data: 28 luglio 2015 |
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I documenti bancari di un cliente sono dati personali e quindi godono della protezione offerta dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto alla vita privata al pari del diritto alla corrispondenza. Di conseguenza, la confisca di tali atti incluso il sequestro di lettere e e-mail deve avvenire nel rispetto di adeguate garanzie procedurali a tutela della persona che subisce il sequestro, che deve avere la possibilità di contestare i provvedimenti in sede giudiziaria. In caso contrario è certa la violazione della Convenzione europea. E’ quanto ha stabilito la Corte dei diritti dell’uomo nella sentenza depositata il 7 luglio che ha condotto a una condanna di San Marino (M.N. AND OTHERS). A rivolgersi a Strasburgo quattro cittadini italiani che, nel corso di un procedimento penale che non li riguardava, si erano visti sequestrare documenti e corrispondenza. Su richiesta degli inquirenti italiani, il Tribunale di San Marino aveva emesso un provvedimento di sequestro di alcuni documenti bancari. Tali misure erano state notificate ai ricorrenti dopo un anno. Di qui la decisione di presentare un ricorso alla Corte di appello impugnando il provvedimento che aveva disposto il sequestro. L’istanza era stata respinta sulla base della circostanza che i ricorrenti non erano parti interessate al procedimento penale. Inoltre eventuali violazioni frutto dell’esecuzione della richiesta italiana avrebbero dovuto essere sollevate dinanzi ai tribunali italiani. Dichiarato inammissibile il ricorso di due ricorrenti che non avevano rispettato il previo esaurimento dei ricorsi interni, la Corte ha, prima di tutto rigettato la posizione secondo la quale l’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita privata, non poteva trovare applicazione nel caso di documenti bancari. Una tesi del tutto respinta da Strasburgo. I documenti bancari – osservano i giudici internazionali – contengono dati personali che riguardano l’individuo, senza che abbia rilievo la circostanza che essi contengano informazioni sensibili. Così, non ha alcuna importanza il fatto che le informazioni ineriscano all’attività professionale. Non c’è alcuna ragione – scrive la Corte – per escludere le attività di un professionista o di natura commerciale dalla nozione di “vita privata”. Emerge poi un ulteriore profilo di contrarietà alla Convenzione nella parte in cui ai destinatari di un provvedimento di documenti non sono state offerte adeguate misure di salvaguardia. In pratica, i ricorrenti si sono trovati in una situazione più negativa rispetto agli indagati perché in base all’ordinamento di San Marino non hanno potuto in alcun modo contestare il provvedimento dinanzi ai giudici di quel Paese. Di qui la condanna allo Stato tenuto a corrispondere 3mila euro per i danni non patrimoniali e 15mila euro per i costi e le spese.

Scritto in: CEDU | in data: 27 luglio 2015 |
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Libertà di espressione garantita per l’avvocato che esprime un’opinione critica, con una base fattuale sufficiente, nei confronti dei magistrati che stanno svolgendo un’indagine alla quale è interessato un proprio cliente. Lo ha stabilito la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 23 aprile 2015 che ha condotto alla condanna della Francia per violazione dell’articolo 6 della Convenzione, che assicura l’equo processo e dell’articolo 10 sulla libertà di espressione (CASE OF MORICE v. FRANCE). La vicenda aveva preso il via dalla condanna per diffamazione dell’avvocato, ritenuto complice del giornalista, comminata dai giudici francesi. L’uomo, che rappresentava la moglie di un giudice, aveva contestato ad alcuni magistrati un comportamento inerte che aveva impedito di fare luce sulla morte del giudice avvenuta a Djibouti. Tra l’altro, l’avvocato aveva sottolineato la scomparsa di un file su Scientology e l’assenza di un filmato che non era contenuto nel fascicolo processuale. I giudici accusati di inerzia e di scarsa imparzialità lo avevano citato per diffamazione in quanto le sue parole erano state riportate sul quotidiano Le Monde. Dopo la condanna, l’avvocato ha fatto ricorso a Strasburgo che gli ha dato ragione, in un primo tempo, attraverso la Camera, per violazione dell’articolo 6  e, a seguito dell’intervento della Grande Camera, anche per violazione dell’articolo 10. In particolare, la Grande Camera ha ritenuto che la presenza nel procedimento in Cassazione di un magistrato che si era espresso a favore del collega criticato dal legale implicasse un’assenza di imparzialità, constatando, così, una violazione dell’equo processo. Per quanto riguarda la libertà di espressione la Grande Camera ha affermato che l’avvocato ha il diritto di esprimere un giudizio di valore, contenente critiche nei confronti della magistratura, con una base fattuale sufficiente. E’ vero poi che il legale deve tutelare il proprio cliente tenendo conto che esiste una differenza tra parlare all’interno delle aule e all’esterno, ma ciò non toglie che è possibile esprimere critiche soprattutto quando queste riguardano i magistrati inquirenti che sono parti nel processo.

La Corte ha tenuto a sottolineare la differenza tra avvocati e giornalisti respingendo la tesi del CCBE (Council of Bars and Law Societies of Europe) secondo il quale gli avvocati avrebbero la stessa ampiezza nell’esercizio del diritto alla libertà di espressione dei giornalisti. Le due figure professionali – osserva la Corte – sono in una situazione diversa perché gli avvocati sono protagonisti nel sistema giudiziario mentre i giornalisti sono testimoni esterni con il dovere di informare la collettività su questioni di interesse generale. Resta fermo, però, il riconoscimento del diritto anche agli avvocati che esprimono critiche utilizzando la prudenza necessaria a non compromettere l’autorevolezza e l’imparzialità del sistema giudiziario.

Scritto in: CEDU, libertà di espressione | in data: 2 giugno 2015 |
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La sezione filtro della Corte europea dei diritti dell’uomo ha diffuso un rapporto sull’applicazione dell’articolo 47 del Regolamento di procedura come modificato nel 2014 (Report_Rule_47_ENG). Con le modifiche sono stati introdotti requisiti di accesso alla Corte più rigorosi con un cambiamento delle condizioni relative ai contenuti dei ricorsi che incidono sulla ricevibilità. La Corte fa così un “tagliando” sulle nuove misure anche per testare la diffusione delle modifiche e la conoscenza da parte degli avvocati che si rivolgono alla Corte per conto dei propri clienti. Nel 2014 sono stati presentati 52.758 ricorsi dei quali 12.191 (circa il 23%) non hanno rispettato i requisiti previsti dall’articolo 47 (Rule_47_of_the_Rules_of_Court_2014_1_ITA), con particolare riguardo alla documentazione da allegare ai ricorsi e alla dichiarazione della violazione. Alla prova dei fatti anche le modifiche all’articolo 35, che impone la presentazione del ricorso nella forma completa non ritenendo più sufficiente il deposito di una lettera per interrompere il periodo di prescrizione di 6 mesi dalla sentenza definitiva interna per la presentazione dei ricorsi a Strasburgo. Per fornire un aiuto ai ricorrenti, è stato anche presentato un documento sugli errori più frequenti nella presentazione dei ricorsi (Applicant_common_mistakes_ENG).

Scritto in: CEDU | in data: 20 maggio 2015 |
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Non passa per Strasburgo l’accertamento della violazione del diritto alla vita a causa dell’inquinamento ambientale provocato dall’Ilva. Almeno per il momento e fino a quando i ricorrenti non saranno in grado di dimostrare un nesso causale tra emissioni prodotte dall’acciaieria e danno alla salute. Con decisione depositata il 16 aprile, la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso Smaltini contro Italia (ricorso n. 43961/09, SMALTINI c. ITALIE), ha dichiarato irricevibile il ricorso di una donna, ammalatasi di leucemia e deceduta per questa malattia (l’azione è stata poi portata avanti dal marito e dai figli), determinata, secondo quanto sostenuto nel ricorso, dall’inquinamento provocato dall’Ilva di Taranto. La donna aveva presentato una denuncia contro alcuni dirigenti dell’Ilva che, a suo dire, avevano autorizzato emissioni illegali. La Procura della Repubblica aveva constatato che non vi era alcun legame causale tra le emissioni e il cancro e aveva chiesto l’archiviazione, accordata dal giudice per le indagini preliminari.

La donna aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che non si è pronunciata sulla questione del previo esaurimento dei ricorsi interni poiché ha dichiarato l’azione irricevibile in quanto i ricorrenti non hanno dimostrato la violazione, sotto il profilo procedurale, dell’articolo 2 della Convenzione europea che assicura il diritto alla vita. La Corte, chiarito che sussistono obblighi positivi gravanti sugli Stati, che derivano dall’articolo 2, anche in relazione alle attività industriali pericolose, ha rilevato che l’azione dei ricorrenti era stata incentrata sui soli aspetti procedurali perché non si contestava allo Stato la mancata adozione di misure legislative e amministrative per proteggere la vita degli individui, né il mancato rispetto delle regole applicabili alle attività pericolose. Al centro del ricorso, infatti, vi sono i soli aspetti procedurali ossia la mancata constatazione del legame di causalità tra le emissioni e l’insorgere della malattia. Tuttavia, scrive la Corte, le parti non hanno dimostrato il nesso causale e non hanno provato che le inchieste fossero state parziali. Al contrario – prosegue Strasburgo – risulta che vi è stato un esame scrupoloso, accompagnato da un approfondimento dei rapporti scientifici sulla diffusione dei tumori nella zona di Taranto. Inoltre, il procedimento nazionale ha assicurato il pieno rispetto del contraddittorio e l’obbligo di motivazione. Di conseguenza, la Corte europea ha dichiarato il ricorso irricevibile considerando che non è stato provato, alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili all’epoca dell’azione, la violazione dell’articolo 2. Per i giudici internazionali, infatti, il ricorrente non ha dimostrato che gli studi epidemiologici, i quali attestavano che non vi era stato alcun incremento di tumori, erano sbagliati. Strasburgo, però, ha cura di precisare che una simile conclusione è senza pregiudizio di nuovi studi scientifici lasciando aperto uno spiraglio a future azioni su dati scientifici diversi.

Scritto in: CEDU | in data: 23 aprile 2015 |
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Il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso non era sufficientemente chiaro all’epoca dei fatti contestati al condannato. Di qui la violazione dell’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in base al quale “nessuno può essere condannato per un’azione o un’omissione che al momento in cui fu commessa non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza di condanna all’Italia nel caso Contrada (n. 3) depositata il 14 aprile (AFFAIRE CONTRADA c. ITALIE N 3). Per la Corte, la condanna del ricorrente per il concorso esterno in associazione di stampo mafioso per fatti risalenti agli anni 1979-1988 è stata contraria all’articolo 7 perché all’epoca dei fatti contestati non sussisteva ancora una base giuridica sufficientemente chiara. La legge applicabile doveva definire chiaramente il reato in esame mentre così non è stato anche perché le sentenze che hanno chiarito il reato  sono tutte successive ai fatti per i quali è stato processato e condannato il ricorrente (si veda la sentenza Demitry del 1994). Di qui la violazione del principio di prevedibilità della legge penale e di non retroattività. La Corte europea ha anche disposto un risarcimento per i danni morali subiti da Contrada pari a 10mila euro.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/trattamenti-disumani-e-degradanti-litalia-ha-violato-nuovamente-la-convenzione.html.

Scritto in: CEDU | in data: 16 aprile 2015 |
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