Sono state pubblicate dall’ufficio stampa della Corte europea dei diritti dell’uomo due schede tematiche di particolare interesse, una riguardante l’utilizzo e gli effetti delle sentenze pilota (fs_pilot_judgments_eng) e un’altra relativa al terrorismo e ai diritti umani (fs_terrorism_eng). Con riguardo alla prima, sono analizzati gli sviluppi del sistema messo in campo dalla sentenza del 22 giugno 2004 Broniowski contro Polonia, sistema che si propone di identificare i problemi strutturali nazionali relativi all’attuazione di un diritto la cui violazione sul piano interno comporta ricorsi seriali a Strasburgo. In via generale, si è ormai consolidato un iter preciso con la Corte che accerta la violazione, identifica i problemi strutturali e fornisce al Governo indicazioni per rimuoverli. Tra i casi più significativi riguardanti l’Italia, il caso Torreggiani.

Per quanto riguarda il terrorismo, la scheda parte dalle condizioni relative all’applicabilità della deroga all’applicazione della Convenzione, per lasciare largo spazio alle sentenze della Corte europea con le quali Strasburgo ha accertato che le misure interne per combattere il terrorismo hanno condotto a violazioni dei diritti dell’uomo riconosciuti nella Convenzione. Una parte dell’analisi è dedicata anche alle extraordinary renditions.

Scritto in: CEDU | in data: 20 settembre 2016 |
Parole Chiave: //

Una strategia che ha portato a una diminuzione delle sentenze di condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma a un disastro per le casse dello Stato. Nel 2015, infatti, l’Italia ha versato oltre 77 milioni di euro per gli indennizzi dovuti a violazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo accettando la conclusione di regolamenti amichevoli o pronunciando dichiarazioni unilaterali che hanno portato a evitare pronunce di accertamento della colpevolezza da Strasburgo, ma obbligato lo Stato a versare indennizzi alle vittime. Un chiaro segno, quindi, che il rispetto della Convenzione è ben lontano dall’essere realizzato. La cifra monstre – l’importo più alto in assoluto –  è stata messa nero su bianco nella relazione annuale sull’esecuzione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia presentata a luglio 2016 dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri (ufficio del contenzioso) con riferimento all’anno 2015 (relazione_2015).

Il costo degli indennizzi segna un balzo in avanti imponente rispetto al 2014, anno nel quale l’Italia aveva dovuto versare poco più di 5 milioni di euro. Un colpo enorme per le casse dello Stato che – si legge nella relazione che viene presentata ogni anno in base alla legge n. 12/2006 – “è il risultato dell’attuazione delle politiche di riduzione del contenzioso seriale poste in essere attraverso i piani d’azione”. In questo modo, da un lato il Governo è arrivato alla chiusura del contenzioso in via transattiva, ma dall’altro lato ha dovuto riconoscere il versamento di indennizzi. Va detto che sull’importo liquidato è pesata anche l’esecuzione della sentenza del 2012 (Immobiliare Podere Trieste) con la quale la Corte europea ha condannato l’Italia a versare 47 milioni di euro e della pronuncia del 2014, Società Pratolungo Immobiliare, chiusa con un regolamento amichevole in cui l’Italia si è impegnata a corrispondere 20 milioni. In ogni caso, anche al netto di queste pronunce, la cifra, rispetto all’anno passato, resta molto alta. Per le sentenze emesse nel 2015 sono state contabilizzate 12 pronunce per un totale di 1.269.493 euro e 8 decisioni pari a 2.195.910 euro. Per quanto riguarda la legge Pinto, l’Italia ha versato 131.319 euro per chiudere 14 decisioni e ottenere la cancellazione dei ricorsi dal ruolo.

Come dato positivo, invece, è da segnalare l’uscita dell’Italia dal gruppo di testa dei dieci Stati che hanno accumulato il maggior numero di condanne nel 2015, arrivando a 24 sentenze. Diminuito anche il peso dell’Italia rispetto agli affari pendenti con un meno 25% rispetto al 2014 che porta Roma al quarto posto dopo Ucraina, Federazione russa e Turchia.

Sul piano interno, non funziona l’azione di rivalsa introdotta con l’articolo 43 della legge n. 234/2012. Nel 2015 il Ministero dell’economia ha avviato un’azione contro l’Anas per recuperare i 50mila euro versati a seguito della sentenza Pecar del 2009. Sono pronti anche 17 decreti di ingiunzione di pagamento che saranno notificati agli enti interessati. Resta da vedere, però, se il sistema di rivalsa reggerà alla prova della Corte costituzionale. Il Tribunale di Bari, infatti, con ordinanza n. 74/2016 ha sollevato una questione di legittimità dell’articolo 43 anche perché la norma non permette di effettuare una gradazione di responsabilità tra Stato e enti locali (la camera di consiglio è prevista per il 21 settembre).

Per quanto riguarda le modifiche legislative seguite a sentenze di condanna all’Italia, grazie alla pronuncia Oliari, il Parlamento ha approvato la legge n. 76/2016, colmando la lacuna relativa al riconoscimento giuridico di coppie dello stesso sesso. Resta, invece, ancora ferma l’introduzione del reato di tortura. Non è bastata la condanna all’Italia nel caso Cestaro per spingere il Parlamento ad approvare una legge. Con il rischio – in realtà una certezza – di nuove condanne dalla Corte europea e di un accertamento della mancata esecuzione della pronuncia da parte del Comitato dei ministri.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-delle-sentenze-cedu-pubblicata-la-relazione-annuale.html

Scritto in: CEDU, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 9 settembre 2016 |
Parole Chiave: //

L’impossibilità per un giornalista di provare la verità di un’affermazione che contiene un giudizio di valore non vuol dire che abbia mancato ai suoi doveri deontologici. Se, quindi, il reporter agisce in buona fede e la notizia è di interesse pubblico ha diritto alla tutela assicurata dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che riconosce il diritto alla libertà di espressione, rafforzata per i giornalisti. E’ Strasburgo a intervenire per chiarire, con la sentenza depositata il 12 luglio (ricorso Reichman contro Francia, n. 50147/11, AFFAIRE REICHMAN c. FRANCE), gli obblighi dei giudici nazionali nell’ambito della libertà di stampa precisando il dovere di attenersi ai criteri di Strasburgo, tenendo conto per di più che una sanzione penale indirizzata a un giornalista è una delle forme di ingerenza più serie, applicabile solo in via eccezionale. A rivolgersi alla Corte europea un giornalista di una radio francese che, nel corso di una trasmissione radiofonica, aveva accusato il vicepresidente della società di cattiva gestione, chiedendo alle autorità di compiere maggiori accertamenti sui bilanci. Il destinatario del servizio aveva denunciato per diffamazione il conduttore che era stato condannato in sede penale. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato ragione al cronista. Prima di tutto, la Corte riconosce la piena applicazione dell’articolo 10 nella sua dimensione più ampia ossia quella che tutela i giornalisti. E’ vero, infatti, che il ricorrente aveva dichiarato di parlare a titolo personale, ma lo aveva fatto nel corso di una trasmissione radiofonica giornalistica da lui condotta proprio nella sua qualità professionale. Di qui la protezione rafforzata che la Corte riconosce alla stampa. Certo, il giornalista ha affermato che “la situazione finanziaria della radio…aveva dato luogo a certe acrobazie”, con dubbi circa l’ortodossia di taluni comportamenti, senza fornire fatti precisi su possibili irregolarità nella gestione finanziaria dell’emittente. Tuttavia, i tribunali interni si sono limitati a bollare le affermazioni come allusive e senza prove, presumendo così la malafede del giornalista. Un errore, tanto più che si trattava di un giudizio di valore che aveva una base fattuale sufficiente, situazione che porta ad escludere che le affermazioni del giornalista rientrino nella pura invettiva. Per la Corte, infatti, il reporter ha espresso una sua opinione basandosi su due documenti che attestavano il cattivo stato finanziario dell’emittente. In presenza di documenti ufficiali – prosegue Strasburgo – non si deve chiedere al giornalista di compiere ulteriori ricerche indipendenti.

I giudici nazionali, inoltre, non hanno seguito i parametri indicati, a più riprese, dalla Corte europea per valutare la necessità e la proporzionalità dell’ingerenza nella libertà di espressione, dimenticando per di più che nel contesto in cui è in gioco la libertà di stampa il margine di apprezzamento delle autorità nazionali “è particolarmente ristretto”.

Anche il profilo sanzionatorio non supera il vaglio di Strasburgo. Certo, la sanzione pecuniaria non era elevata (2.500 euro) ma si è trattato in ogni caso di una sanzione penale che è “una delle forme più gravi di ingerenza nel diritto alla libertà di espressione”. Di qui la constatazione della violazione della Convenzione e la condanna della Francia a versare al giornalista 5mila euro per i danni morali.

Scritto in: CEDU | in data: 1 settembre 2016 |
Parole Chiave: //

image_galleryUn utile aggiornamento che passa in rassegna le principali pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo che, più di altre, pongono questioni nuove e di interesse generale. E’ stato diffuso dalla cancelleria della Corte un documento che contiene una sintesi delle sentenze depositate nell’anno in corso e, in particolare, dal 1° gennaio al 15 giugno 2016 (Short_Survey_January_June_2016_ENG). Coperti tutti gli ambiti: da quelli procedurali a quelli legati ai singoli diritti, dal diritto alla vita all’equo processo, passando per il divieto di tortura, con un richiamo ai precedenti.

Diffuso anche un dossier tematico sulla giurisprudenza CEDU relativa ai rom che tiene conto anche dei casi pendenti (FS_Roma_ENG).

Scritto in: CEDU | in data: 30 agosto 2016 |
Parole Chiave: //

Matrimoni e cronache nuziali sotto i riflettori sdoganati a Strasburgo se il reportage sulle nozze riguarda un personaggio pubblico, come un presentatore televisivo, e nell’articolo non ci sono elementi lesivi della reputazione. Con un passo indietro della privacy rispetto alla libertà di stampa. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la decisione Sihler-Jauch e Jauch contro Germania adottata il 24 maggio e depositata il 16 giugno (SIHLER-JAUCH AND JAUCH v. GERMANY). Per Strasburgo, è vero che il matrimonio rientra nella nozione di vita privata, ma non va dimenticato che la sua celebrazione ha un lato pubblico e può avere un interesse generale se l’evento riguarda persone note e se la sua cronaca non serve solo a soddisfare la curiosità della collettività. E’ stato così respinto il ricorso di una coppia che si era rivolta alla Corte europea sostenendo che era stato violato l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il rispetto del diritto alla vita privata e familiare e l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà a causa della pubblicazione, su un magazine popolare, di alcune fotografie dell’evento. In primo grado, dinanzi alla Corte regionale di Amburgo, i coniugi avevano ottenuto 25mila euro per i danni derivanti dalla violazione dei diritti della personalità, ma poi il giudizio era stato ribaltato in forza dell’interesse della collettività a ricevere notizie. Questo ha spinto la coppia a rivolgersi a Strasburgo ritenendo che il rigetto della richiesta di risarcimento dei danni, da parte dei giudici interni, implicava una sorta di approvazione dell’articolo da parte delle autorità nazionali. Ma anche la Corte europea ha bocciato il ricorso, applicando gli standard consolidati nella propria giurisprudenza. E’ vero – osservano i giudici internazionali – che lo Stato ha un obbligo positivo funzionale a garantire la privacy degli individui, ma al tempo stesso va tutelata la libertà di stampa. Per la Corte, i giudici nazionali hanno raggiunto un giusto equilibrio tra i due diritti in gioco valutando il contributo al dibattito su una questione di pubblico interesse, il grado di popolarità del soggetto, la condotta precedente all’evento contestato, il contenuto, la forma e le conseguenze della pubblicazione, le circostanze nelle quali le fotografie sono state scattate. Il marito era un presentatore televisivo noto e al matrimonio avevano partecipato anche politici come il sindaco di Berlino. La cronaca del matrimonio, con l’elenco degli invitati, il menu, gli abiti non aveva una connotazione negativa e, quindi, nessun danno è stato portato alla reputazione del presentatore. Tra l’altro, prosegue la Corte, il diritto di cronaca non è certo limitato a questioni politiche o legate a fatti di cronaca nera, ma può ben riguardare eventi sportivi, artistici e popolari. Inoltre, nel caso in esame, le informazioni erano vere e non erano state contestate dalla coppia. Di qui l’arretramento della privacy rispetto alla libertà di stampa.

Scritto in: CEDU | in data: 2 agosto 2016 |
Parole Chiave: // //

Lo scambio forzoso di titoli di Stato imposti dalla Grecia ai risparmiatori per evitare il fallimento e ristrutturare il debito sovrano è conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con sentenza del 21 luglio (n. 63066/14, AFFAIRE MAMATAS ET AUTRES c. GR?CE), che apre le porte a una discrezionalità ad ampio raggio per le autorità nazionali che, invocando esigenze per l’economia dello Stato, possono imporre misure con ripercussioni negative sui diritti dei risparmiatori. Con buona pace del diritto di proprietà riconosciuto dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Sono stati ben 6.320 cittadini greci, piccoli risparmiatori, che avevano obbligazioni statali e che erano stati costretti a scambiare i propri bond con altri strumenti di debito, a rivolgersi alla Corte europea. Alcuni risparmiatori avevano concluso un accordo collettivo con lo Stato. Queste regole erano poi state estese, su richiesta del Fondo monetario internazionale, a tutti i detentori di obbligazioni statali malgrado molti avessero rifiutato di aderire all’accordo. Per decisione delle autorità greche le obbligazioni erano state sostituite con altri strumenti di valore inferiore del 53,5% rispetto a quello nominale dei titoli statali. Alcuni risparmiatori si erano rivolti al Consiglio di Stato impugnando lo swap e poi, a fronte della bocciatura interna, hanno agito dinanzi alla Corte europea. Che, però, ha respinto tutti ricorsi, dichiarandone alcuni inammissibili e altri infondati nel merito. In nome delle esigenze di stabilità economica dello Stato e della primazia della ristrutturazione del debito sovrano. Riconosciuta l’esistenza di un’ingerenza nel diritto di proprietà garantito dall’articolo 1 la Corte l’ha, però, ritenuta ammissibile perché prevista dalla legge e giustificata in ragione del perseguimento di un interesse pubblico, ossia preservare l’economia in un periodo di grave crisi. In quest’ambito – osserva la Corte – gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento e possono intervenire riducendo il valore delle obbligazioni. D’altra parte, come affermato anche dal Tribunale Ue e dalle istituzioni dell’Unione europea, se la Grecia non avesse adottato quel provvedimento le obbligazioni iniziali non sarebbero state ripagate. La misura è stata così considerata – con una buona dose di realpolitik – proporzionata anche perché, a dire della Corte, non ha prodotto un onere eccessivo a carico dei risparmiatori che sanno in anticipo che le obbligazioni non sono “risk-free”. “Anche ammettendo – osserva Strasburgo – che i ricorrenti non erano coinvolti in attività speculative”, i risparmiatori avrebbero dovuto avere consapevolezza dei rischi nell’acquisto di obbligazioni statali, per di più tenendo conto della lunga durata dell’investimento. La Corte, poi, prosegue a “bacchettare” i risparmiatori che dovevano essere consapevoli del rischio di una perdita di valore delle proprie obbligazioni considerando il deficit greco e il debito del Paese già prima della crisi del 2009. Di conseguenza, i risparmiatori “non hanno agito come operatori economici prudenti e consapevoli”. Esclusa, altresì, una discriminazione tra i ricorrenti e i risparmiatori che avevano dato il proprio consenso tanto più che interventi in questo settore rendono impossibile differenziare misure a seconda degli obbligazionisti. Senza dimenticare – precisa Strasburgo – che una misura differenziata avrebbe avuto per la Grecia conseguenze catastrofiche sulla sua economia e su quella di altri Stati.

Scritto in: CEDU | in data: 29 luglio 2016 |
Parole Chiave: //

Il carattere adeguato di una misura volta ad assicurare l’effettiva realizzazione del diritto al rispetto della vita familiare, quando è in gioco il rapporto con il minore, va valutato tenendo conto della rapidità nell’attuazione concreta. Se, malgrado una pronuncia interna che riconosce il diritto di visita di un padre, passano più di otto anni senza che i contatti si stabilizzino è certa la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E’ senza equivoci il verdetto di Strasburgo nella sentenza di condanna all’Italia depositata il 23 giugno (ricorso n. 53377/13, CASE OF STRUMIA v. ITALY). A rivolgersi a Strasburgo il padre di una bambina che, dopo il divorzio, non aveva più potuto avere contatti con la figlia. Denunciato dalla ex moglie per abusi sulla minore era stato assolto da tutte le accuse, ma la donna aveva frapposto continui ostacoli alle visite del padre. Malgrado le sentenze che hanno dato ragione al padre e le richieste ai servizi sociali per organizzare gli incontri, il diritto di visita non è stato realizzato in modo effettivo. La Corte europea riconosce che, in via generale, l’articolo 8 serve ad evitare ingerenze arbitrarie nella vita privata e familiare, ma esso impone anche l’adozione di misure positive per favorire l’effettiva realizzazione del diritto. Di conseguenza, gli Stati devono predisporre un arsenale giuridico adeguato e sufficiente ad assicurare la piena realizzazione dei diritti degli interessati. Nel caso in esame, secondo la Corte europea, le misure decise dai tribunali sono state automatiche e stereotipate. Con la conseguenza che le autorità nazionali, con la loro inerzia, hanno lasciato consolidare la grave situazione. Eppure, scrive la Corte, nell’ambito dei legami familiari, il trascorrere del tempo senza contatti produce conseguenze irrimediabili in particolare quando è in gioco l’interesse superiore del minore. Pertanto, nel non garantire l’applicazione effettiva di misure adeguate volte a superare l’ostilità della madre della bambina e assicurare le visite del padre, l’Italia ha violato la Convenzione e, in particolare gli obblighi positivi che derivano dall’articolo 8, incluse le misure preparatorie che servono ad assicurare i diritti. Tenendo conto, inoltre, che la mancata cooperazione di uno dei genitori non dispensa le autorità competenti dall’adozione di tutte le misure suscettibili di assicurare il mantenimento del legame familiare. Lo Stato è stato condannato anche a pagare  15mila euro per i danni morali subiti dal ricorrente.

Scritto in: CEDU | in data: 19 luglio 2016 |
Parole Chiave: //

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato, il 5 luglio, il ricorso presentato, ormai tre anni fa, da Silvio Berlusconi contro l’Italia (BERLUSCONI v. ITALY). Il ricorso n.  58428/13, depositato il 10 settembre 2013, ha al centro la decisione del Senato che aveva portato all’uscita di scena dell’ex Primo ministro a seguito della decadenza disposta dalla legge Severino (Dlgs n. 235/2012). Nel ricorso, Berlusconi sostiene che è stato violato l’articolo 7 della Convenzione che assicura il principio nulla poena sine lege perché la decadenza è stata dovuta a fatti avvenuti prima dell’entrata in vigore della legge Severino. Così, sarebbe stato anche leso il diritto a libero elezioni garantito dall’articolo 3 del Protocollo n. 1. Adesso il Governo presenterà le proprie osservazioni e poi la parola passerà alla Corte. In ogni caso, per il ricorrente, si può considerare come un risultato positivo perché la comunicazione al Governo implica che il ricorso non è stato valutato manifestamente infondato.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/bufale-mediatiche-nuovo-round-sempre-sul-caso-berlusconi.html

Scritto in: CEDU | in data: 14 luglio 2016 |
Parole Chiave: //

Lo Stato deve prevedere diritti e il riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso, ma non è obbligato a estendere il matrimonio anche a queste coppie. Lo ha ribadito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Chapin e Charpentier contro Francia depositata il 9 giugno (AFFAIRE CHAPIN). Una coppia dello stesso sesso, prima dell’approvazione della legge francese che ha garantito il matrimonio per tutti, d’intesa con il sindaco di una cittadina, si era sposata e aveva ottenuto la trascrizione nei registri dello stato civile. Il provvedimento era stato annullato e così la coppia aveva fatto ricorso alla Corte europea invocando la violazione dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita familiare), dell’articolo 12 (diritto al matrimonio) e dell’articolo 14 (diritto a non essere discriminati). Strasburgo ha dato torto ai due ricorrenti confermando, come già sostenuto nel caso Oliari contro Italia, che uno Stato, anche in forza delle proprie radici culturali e sociali, può non prevedere il regime matrimoniale per coppie dello stesso sesso a patto, però, che riconosca in altro modo diritti e obblighi spettanti, in via generale, alle coppie eterosessuali. L’articolo 12 – osservano i giudici internazionali – non contiene alcun obbligo di prevedere il matrimonio per coppie dello stesso sesso e la Francia, d’altra parte, anche prima dell’adozione della legge che l’ha stabilito, aveva sistemi come i pacs che permettevano ai partner same sex di accedere a diritti e benefici, in modo analogo alle coppie eterosessuali. La situazione era, quindi, del tutto diversa da quella italiana (prima dell’adozione della legge Cirinnà) che aveva portato Strasburgo a condannare l’Italia proprio a causa del mancato riconoscimento legale di qualsiasi diritto alle coppie dello stesso sesso. Così come manca un’analogia con la sentenza di condanna alla Grecia nel caso Vallianatos con la quale la Corte ha ritenuto che la legge che introduce nel proprio ordinamento le unioni civili non può essere limitata unicamente alle sole coppie eterosessuali, con esclusione di quelle dello stesso sesso. Nel caso francese, prosegue la Corte europea, a differenza degli indicati casi, esisteva già una legge che riconosceva diritti mentre mancava unicamente la possibilità di accedere al matrimonio. Così, anche in ragione dell’assenza di consenso degli Stati sull’obbligo di prevedere il matrimonio per le coppie dello stesso sesso, la Corte ha confermato che la mancata previsione di questo matrimonio, in presenza di altri strumenti, non è una violazione della Convenzione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/riconoscimento-legale-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-linerzia-italiana-punita-a-strasburgo.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/limitare-le-unioni-civili-registrate-a-coppie-eterosessuali-e-in-contrasto-con-la-cedu.html

Scritto in: CEDU, matrimonio | in data: 5 luglio 2016 |
Parole Chiave: //

Locandina CONVEGNO STARACE

Qui il programma Locandina CONVEGNO STARACE

Scritto in: CEDU, convegni | in data: 15 giugno 2016 |