diffamazione

Qui il testo della sentenza (ricorso n. 32104/06, CASE OF COJOCARU v. ROMANIA).

 

Scritto in: CEDU, libertà di stampa | in data: 23 febbraio 2015 |
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Spetterà alla Corte costituzionale decidere se il procedimento dinanzi alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, chiamata a pronunciarsi in appello sull’iscrizione dei medici nonché sull’irrogazione di sanzioni disciplinari, è compatibile con il principio costituzionale dell’equo processo e con la terzietà dell’organo giurisdizionale. In particolare, la Consulta dovrà pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’articolo 17 del Dlgs n. 233/1946 in relazione agli articoli 108, comma 2, 111 e con l’articolo 117 della Costituzione, con riferimento alla norma interposta ossia l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura l’equo processo e la terzietà del giudice. Una decisione che potrebbe avere effetti a cascata su altri organi di giurisdizione speciale competenti per i ricorsi contro i provvedimenti degli ordini professionali.

A nutrire dubbi sul punto è stata la Corte di cassazione, seconda sezione civile, che, con ordinanza interlocutoria n. 596/15 del 15 gennaio (596-2015) e ribaltando il precedente orientamento, ha chiesto alla Consulta di pronunciarsi sulla legittimità costituzionale della composizione della Commissione per gli esercenti le professioni sanitarie. Al centro del ricorso alla Cassazione, la decisione dell’Ordine provinciale dei medici chirurghi e odontoiatri di Milano che aveva respinto la richiesta di un cittadino siriano il quale chiedeva l’iscrizione nell’albo in forza di un diploma di laurea libanese. Per la Commissione non era possibile estendere l’accordo di riconoscimento sui titoli, esistente con la Siria, a diplomi provenienti da Paesi terzi. La difesa del ricorrente ha avanzato dubbi sulla costituzionalità del procedimento soprattutto in considerazione del fatto che fanno parte, della Commissione, due componenti di designazione governativa, per di più incardinati nello stesso Ministero citato in giudizio, in contrasto con l’articolo 6 della CEDU. Una posizione condivisa dalla Cassazione che, invece, in passato, aveva sempre respinto le eccezioni di illegittimità costituzionale per violazione della terzietà e dell’indipendenza della Commissione. Rimeditando sul precedente orientamento, la Corte di cassazione, anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea, solleva la questione in ordine all’equità del processo e all’esistenza effettiva di un tribunale indipendente e imparziale non convinta della composizione della Commissione nella quale sono presenti due componenti che, durante lo svolgimento di funzioni giurisdizionali, continuano a rimanere incardinati presso il Ministero della salute, che è parte del processo. Dubbi, quindi, per l’assenza di garanzie in ordine ai meccanismi di selezione e per l’autonomia dei componenti della Commissione centrale. Adesso la parola alla Consulta.

Scritto in: CEDU | in data: 19 febbraio 2015 |
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Gli Stati sono tenuti ad adottare adeguate misure per garantire una sicura custodia delle intercettazioni telefoniche depositate in un fascicolo processuale. In caso contrario, è certa una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Se si realizza una pubblicazione sugli organi di stampa di stralci di intercettazioni, attinte da un fascicolo e coperte da segreto, la responsabilità è dello Stato che non adotta misure per garantire la segretezza dei fascicoli e per impedire fughe di notizie. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza depositata il 3 febbraio 2014 (Apostu contro RomaniaCASE OF APOSTU v. ROMANIA). A Strasburgo si era rivolto un ex sindaco di una cittadina rumena accusato di corruzione e sottoposto a custodia a cautelare. Durante la fase delle indagini e prima del processo, erano stati pubblicati stralci virgolettati di intercettazioni telefoniche, molte delle quali non riguardanti il reato contestato ma la sua vita privata. Di qui il ricorso alla Corte europea. Chiarito il rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni, considerando che i rimedi nazionali non erano effettivi, la Corte, riconosciuto che le condizioni di detenzione del ricorrente erano in contrasto con gli standard a tutela dei diritti umani, con la conseguente la violazione dell’articolo 3 della CEDU che vieta trattamenti disumani e degradanti, è passata ad analizzare il mancato rispetto del diritto alla vita privata e familiare. Gli Stati – osserva Strasburgo – sono tenuti ad organizzare i propri servizi e l’attività delle proprie istituzioni in modo tale che le informazioni confidenziali non siano divulgate. Se ciò non avviene e se lo Stato non assicura adeguati strumenti di riparazione è certa una violazione dell’articolo 8 poiché è evidente che le autorità nazionali non hanno messo in atto gli obblighi positivi su di essi incombenti. Di conseguenza, la fuga di notizie verso la stampa di informazioni non pubbliche provenienti dal fascicolo processuale, è imputabile allo Stato (e non – si desume dal ragionamento della Corte – alla stampa) costituendo un’ingerenza nella vita privata dell’indagato.

Scritto in: CEDU | in data: 18 febbraio 2015 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo è intervenuta, nuovamente, sul principio del ne bis in idem garantito dall’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo con una sentenza di condanna nei confronti della Finlandia, depositata il 10 febbraio (CASE OF KIIVERI v. FINLAND). A Strasburgo si era rivolto un cittadino finlandese, azionista e manager di una società di costruzioni, che era stato destinatario, per periodi fiscali diversi, di una sovrattassa. Era stato poi condannato a tre anni di carcere e a una sanzione pecuniaria per frode fiscale aggravata e per altri reati contabili. Per la Corte europea, in applicazione dei criteri stabiliti nella sentenza Engel, la sanzione amministrativa e il procedimento fiscale avevano natura penale anche tenendo conto del carattere punitivo perseguito e della funzione deterrente contenuta nella sanzione. Ora, la Corte europea riconosce che la Corte di Cassazione aveva applicato il  principio del ne bis in idem e la giurisprudenza di Strasburgo con riferimento al 2002, ma per altri anni aveva proceduto alla doppia applicazione malgrado la pronuncia amministrativa avesse carattere penale e fosse definitiva. A tal proposito, la Corte ha precisato che per la qualificazione della nozione di decisione definitiva si deve far riferimento alle sentenze non più appellabili e non all’eventuale possibilità dii avvalersi di rimedi straordinari. Di qui la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione poiché si trattava degli stessi fatti.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/ne-bis-in-idem-sanzioni-amministrative-e-penali-parola-alla-consulta.html

Scritto in: CEDU | in data: 15 febbraio 2015 |
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La cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo ha aggiornato le schede relative alla situazione dei Paesi parti alla Convenzione. Dalle statistiche aggiornate relative all’Italia (CP_Italy_ENG), risulta che, nel 2014, la Corte, con riguardo all’Italia, ha trattato 9.769 ricorsi, dei quali 9.625 sono stati dichiarati irricevibili o cancellati dal ruolo. Le sentenze sono state 44 con 39 condanne. Preoccupa la crescente presentazione dei ricorsi targati Italia (segno, in diversi casi, del mancato rispetto della CEDU sul piano interno) considerando che se nel 2012 i ricorsi affidati a un giudice sono stati 3.249, nel 2014 sono balzati a 5.476. Impressionanti anche i numeri sui ricorsi comunicati al Governo che nel 2014 sono stati 1.763 a fronte dei 149 del 2012. Pendono 15.645 ricorsi. Tra i ricorsi comunicati quello Smaltini riguardante la violazione del diritto alla vita a causa dell’inquinamento provocato dall’Ilva e quello Orlandi relativo all’impossibilità per coppie dello stesso sesso di ottenere un riconoscimento dell’unione.

La scheda, inoltre, contiene una sintesi delle sentenze più significative pronunciate nei confronti dell’Italia.

Scritto in: CEDU | in data: 11 febbraio 2015 |
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Saranno pure diversi i presupposti ma la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo del 13 gennaio 2015, notificata il 5 febbraio (A.M.E. contro Paesi Bassi, ricorso n. 51428/10, (A.M.E. v. THE NETHERLANDS), sembra un revirement rispetto alla sentenza della Grande Camera nel caso Tarakhel contro Svizzera. La Corte, infatti, nella decisione A.M.E., ha ritenuto che il provvedimento delle autorità olandesi con il quale era stato disposto il ritorno in Italia di un cittadino somalo richiedente asilo non viola l’articolo 3 della Convenzione che sancisce il divieto di trattamenti disumani e degradanti, ritenendo così pienamente applicabile il  regolamento n. 343/2003 che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo (il regolamento ha sostituito la Convenzione di Dublino). Il ricorrente era sbarcato in Italia nel 2009 e aveva chiesto la protezione internazionale, probabilmente mentendo sull’età. Poi, era andato nei Paesi Bassi e si era opposto al suo rientro in Italia – Paese competente a decidere sulla domanda di asilo – per le condizioni di vita inadeguate e per il rischio di espulsione. La Corte non ha condiviso questa posizione chiarendo che la situazione in Italia non è in alcun modo assimilabile a quella greca e che non è stato provato in che modo si configurerebbe il rischio di un trattamento disumano e un pericolo imminente. La Corte, nel respingere il ricorso, ha anche sottolineato la differenza rispetto al caso Tarakhel, nel quale erano coinvolti anche dei minori, e ha chiarito che, per valutare il minimo livello di gravità necessario per far scattare il rischio di trattamenti disumani o degradanti, è necessario tenere conto di tutte le circostanze inclusa l’età del ricorrente, proprio perché la nozione di gravità è relativa e dipende dagli elementi di fatto del caso di specie. Il ricorrente – osserva Strasburgo – non ha dimostrato che non otterrà, al suo rientro in Italia, i benefici previsti per i richiedenti asilo e che la situazione delle strutture sia tale da impedire il ritorno in Italia.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/regolamento-di-dublino-va-bloccato-il-rientro-in-italia-dei-richiedenti-asilo.html

Si veda anche http://www.unhcr.it/news/nuovo-rapporto-dellunhcr-raccomanda-di-non-rinviare-i-richiedenti-asilo-in-grecia

Scritto in: asilo, CEDU | in data: 10 febbraio 2015 |
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Limiti alla libertà di espressione più rigorosi nei casi in cui non è in gioco una questione di interesse generale o la libertà di stampa e laddove si mina la fiducia della collettività nel sistema giudiziario. Alla luce di questo principio, la Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza del 27 gennaio (CASE OF KINCSES v. HUNGARY), ha respinto il ricorso di un avvocato ungherese che riteneva contrarie all’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto alla libertà di espressione, le sanzioni disciplinari disposte nei suoi confronti dall’Ordine professionale. Il legale aveva scritto un documento in cui accusava di incompetenza un giudice di primo grado e, per i toni usati, era stato oggetto di sanzioni disciplinari. Un provvedimento in linea con la Convenzione europea secondo la Corte di Strasburgo. In particolare, osserva Strasburgo, va tenuto conto dell’importanza di assicurare la fiducia della collettività nella giustizia ed escludere attacchi infondati al sistema giudiziario. Questo non vuol dire – osserva la Corte – che non sono possibili critiche ma a patto che l’obiettivo non sia quello di insultare. E’ evidente, infatti, che una chiara distinzione deve essere fatta tra la formulazione di critiche e insulti. Se l’unico intento è quello di insultare un membro di un tribunale, la sanzione, in linea di principio, non costituisce una violazione dell’articolo 10. La Corte, poi, considera che nel caso di specie non era in gioco la libertà di stampa con la conseguenza che un’eventuale limitazione alla libertà di espressione non intacca un valore fondamentale. Inoltre, nel caso di specie, la sanzione non era stata eccessiva o sproporzionata.

Scritto in: CEDU | in data: 5 febbraio 2015 |
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L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’europea ha adottato, il 29 gennaio, la raccomandazione n. 2062 (raccomandazione) e la risoluzione n. 2035 (risoluzione) sulla protezione dei giornalisti e sulla libertà dei media in Europa, con le quali l’Assemblea ha espresso forti preoccupazioni sulla situazione in cui versano i giornalisti in molte zone d’Europa. L’Assemblea ha anche chiesto agli Stati la piena attuazione delle sentenze della Corte europea anche per evitare problemi ricorrenti, che devono essere risolti. Tra i Paesi richiamati, l’Ungheria, l’Azerbaijan e l’Italia che non ha ancora approvato le modifiche alla normativa sulla diffamazione, già da tempo richieste.

Sul pluralismo, indispensabile per garantire la libertà di stampa e la democrazia, l’Assemblea propone una “Media Identity Card” che indichi i proprietari effettivi delle testate.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/liberta-di-stampa-sotto-scacco-tra-i-paesi-parti-alla-cedu-inclusa-litalia.html.

Scritto in: CEDU, libertà di stampa | in data: 2 febbraio 2015 |
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L’Italia continua a pesare sul carico di lavoro della Corte europea dei diritti dell’uomo ma, negli ultimi mesi, la situazione inizia a migliorare. Nel 2014, come risulta dalla relazione annuale della Corte dei diritti dell’uomo presentata ieri a Strasburgo (Annual_Report_2014_ENG,  Stats_analysis_2014_ENG), Roma mantiene il secondo posto per numero di ricorsi pendenti dinanzi a una formazione giurisdizionale: sono ben 10.087 i casi in attesa di una decisione (14,4% del totale). Solo l’Ucraina, con 13.693 casi (19,5%), supera l’Italia che, però, da settembre a dicembre è riuscita a migliorare la propria situazione passando da 17mila ricorsi pendenti a 10mila, grazie soprattutto alle modifiche introdotte dopo la sentenza Torreggiani sul sovraffollamento carcerario e alla decisione della Corte nel caso Stella contro Italia, con la quale è stato espresso un giudizio positivo sulla misure adottate dopo la Torreggiani.

Nel complesso, il 2014 è da ricordare come un anno positivo per Strasburgo che diminuisce costantemente il suo arretrato sia per la piena operatività del Protocollo n. 14, sia per le modifiche apportate al regolamento di procedura che obbligano i ricorrenti al rispetto di requisiti formali più rigorosi. In totale, sono stati 56.250 i ricorsi attribuiti a una formazione giurisdizionale, con una diminuzione del 15% rispetto al 2013 (65.800). E’ la prima volta dal 2003 che il numero di ricorsi attribuiti a una camera o a un giudice segna una diminuzione. L’arretrato è diminuito del 30%, con 69.990 ricorsi pendenti a fronte dei 99.999 dell’anno precedente. Ben 83.675 ricorsi sono stati dichiarati irricevibili nel 2014. La Corte europea – scrive il Presidente Dean Spielmann – si è pronunciata in 93.000 casi, con un incremento del livello di produttività del 6% rispetto al 2012. Il declino significativo dell’arretrato indica un sicuro effetto positivo del sistema di filtro, ma resta il problema dei casi seriali (oltre 34mila), per i quali si dovrebbe puntare a un migliore utilizzo del giudice unico. Nel 2014 sono aumentati i ricorsi interstatali a causa del conflitto tra Ucraina e Russia. Allarme per il parere della Corte di giustizia dell’Unione europea. Un parere che non convince il Presidente della Corte di Strasburgo secondo il quale le prime vittime saranno i cittadini, privati del diritto di ottenere che gli atti Ue siano soggetti a un controllo giurisdizionale esterno.

Le sentenze depositate sono state 891 con una diminuzione del 3% rispetto all’anno scorso (916).

Targate Italia, 44 sentenze: 39 violazioni (erano 32 nel 2013), 2 assoluzioni e tre sentenze in materia di equa soddisfazione. In 17 sentenze la condanna ha riguardato l’articolo 6 della Convenzione in materia di equo processo e in 16 il diritto di proprietà. Nel 2014 superano l’Italia, la Russia con 122 condanne, la Romania (74), la Turchia (94), la Grecia (50), l’Ungheria con 49, l’Ucraina a pari merito con 39.

Dal 1959 ad oggi l’Italia è stata destinataria di 2.512 sentenze di cui 1.760 condanne, al secondo posto dopo la Turchia a quota 2.733.

Tra le pronunce più significative del 2014 rese nei confronti dell’Italia, la sentenza Grande Stevens del 4 marzo 2014 sul ne bis in idem e la prima pronuncia della Corte europea relativa alla violazione del diritto all’equo processo per il mancato rinvio pregiudiziale a Lussemburgo (Dhahbi).

 

Scritto in: CEDU | in data: 1 febbraio 2015 |
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Con ordinanza n. 1782, la quinta sezione penale, il 15 gennaio ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell’articolo  187-bis del Dlgs 24 febbraio 1998 n. 58 per contrarietà all’articolo 117 della Costituzione il cui contenuto, in quest’occasione, è costituito dall’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto a non essere giudicati due volte per lo stesso reato e che funge da norma interposta, idonea a definire il parametro di costituzionalità (1782_01_2015). In via subordinata, la questione di costituzionalità è stata posta anche con riguardo all’articolo 649  del codice di procedura penale che non prevede il divieto di un secondo giudizio nel caso in cui l’imputato sia stato già giudicato con pronuncia irrevocabile nel corso di un procedimento amministrativo che commina una sanzione qualificabile come penale ai sensi della Convenzione europea. Per la Suprema Corte, alle prese con un nuovo caso di abusi di mercato e diffusione di informazioni privilegiate e l’applicazione di sanzioni penali e amministrative, respinto ogni tentativo di limitare la portata della pronuncia Grande Stevens al caso specifico oggetto della sentenza, risulta chiara l’incompatibilità del sistema italiano con la Convenzione. E’ vero che nella sentenza Grande Stevens non è stata chiesta formalmente nel dispositivo l’adozione di misure generali ai sensi dell’articolo 46 della Convenzione, ma devono essere rimosse le situazioni di incompatibilità con il dettato di Strasburgo. In linea con quanto già scritto dalla Corte costituzionale che, nella sentenza n. 210 del 2013, aveva precisato che non è necessario che le sentenze CEDU indichino in modo specifico misure generali se queste sono una “necessaria conseguenza della violazione strutturale della CEDU da parte della legge nazionale”. E non c’è dubbio che Strasburgo ha ormai consolidato la propria giurisprudenza sia nel senso di obbligare a qualificare le sanzioni come amministrative o penali non in base al mero dato formale e alla qualificazione interna ma sulla base dei parametri fissati nella sentenza Engel del 1976, sia nel senso di bloccare doppie sanzioni in relazione a uno stesso fatto, anche se l’ordinamento nazionale lo consente.

Oltre al caso Grande Stevens, l’applicabilità del divieto del ne bis in idem nei casi in cui si svolgano due procedimenti uno penale e l’altro amministrativo, è stato affermato nella sentenza Nykänen contro Finlandia del 20 maggio 2014. In quell’occasione, la Corte ha stabilito la contrarietà alla Convenzione europea nei casi in cui le autorità nazionali, dopo aver comminato una sanzione tributaria come il pagamento di una sovrattassa, avviano un procedimento penale per frode fiscale. Così, nella sentenza Lucky Dev contro Svezia, nel caso di infrazioni fiscali che portano a un  procedimento amministrativo e a uno penale, i giudici internazionali hanno ribadito che, in base al Protocollo, non sono ammissibili doppi procedimenti giudiziari  per reati derivanti dallo stesso fatto o da fatti che sono sostanzialmente gli stessi, intrinsecamente legati nel tempo e nello spazio, nei casi in cui un processo si sia già concluso con una decisione finale.

Analoga questione è stata sollevata dalla Corte di cassazione, sezione tributaria civile, con l’ordinanza n. 950 del 21 gennaio 2014 (950).

Scritto in: CEDU | in data: 30 gennaio 2015 |
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