La decisione di annullare un’adozione dopo 30 anni è contraria all’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Nella sentenza depositata il 24 marzo, la Corte di Strasburgo è chiara nell’affermare la violazione della Convenzione da parte della Romania nel caso Zaiet, pronunciandosi, per la prima volta, su un intervento statale che ha condotto a un annullamento del provvedimento di adozione a danno dell’adottato malgrado l’esistenza di rapporti familiari consolidati (CASE OF ZAIET v. ROMANIA). A rivolgersi a Strasburgo è stata una donna che, dopo aver vissuto sin dall’età di nove anni con la futura madre, era stata da quest’ultima adottata a 17 anni. Alla morte della madre adottiva, la sorella, anche lei adottata, aveva contestato l’adozione ritenendo che fosse avvenuta per soli motivi economici. Le autorità rumene le avevano dato ragione arrivando addirittura ad annullare, dopo 31 anni, il provvedimento. Chiarito che l’adozione è tutelata dall’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, la Corte ha constatato che l’ingerenza nella vita familiare della donna era stata ingiustificata e, in via di fatto, andava a tutelare solo la sorella che aveva chiesto l’annullamento in ragione di questioni ereditarie. La Romania ha così violato l’obbligo di assicurare il pieno rispetto dei legami familiari con un’ingerenza di particolare gravità attraverso la rimozione di un vincolo che era durato ben 30 anni. Nessuna giustificazione all’emissione di un simile provvedimento che certo non aveva condotto a un miglioramento della vita familiare della ricorrente ma era legato solo alla situazione patrimoniale della sorella che non voleva dividere l’eredità. La Corte, inoltre, ha chiarito che anche se vi sono elementi per credere che l’adozione sia avvenuta in modo fraudolento, l’interesse del minore deve rimanere in primo piano nella valutazione delle conseguenze dell’atto illecito così come vanno tenuti nella massima considerazione i legami consolidati. A ciò si aggiunga che l’annullamento del provvedimento non è stato giustificato se non in modo vago e, in sostanza, è servito solo a tutelare i diritti ereditari di una parte. Pertanto, la Corte ha accertato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione e dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà, riconoscendo un indennizzo di 30mila euro.

Scritto in: CEDU | in data: 26 marzo 2015 |
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La normativa interna che vieta il cambiamento di sesso perchè sussiste ancora la capacità di procreare è contraria all’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e personale. E’ il principio fissato dalla Corte di Strasburgo nella sentenza Y.Y. contro Turchia depositata il 10 marzo (ricorso n. 14793/08, AFFAIRE Y.Y. c. TURQUIE) con la quale i giudici internazionali hanno dato ragione alla ricorrente, una cittadina turca, che aveva chiesto di sottoporsi all’operazione chirurgica per cambiare sesso. La Corte europea, tenendo conto anche della necessità di un’interpretazione dinamica ed evolutiva dell’articolo 8,  riconosce il diritto di un transessuale al cambiamento di sesso e di avvalersi pienamente dello sviluppo della propria personalità. Inoltre, sul piano internazionale, è stato già riconosciuto che la transessualità è una situazione che giustifica trattamenti medici al fine di aiutare le persone interessate: in 32 Stati vi sono legislazioni ad hoc che consentono il cambiamento di sesso talvolta ponendo alcune condizioni come il trattamento ormonale e un accertamento psicologico. In taluni Paesi, poi, come Austria e Regno Unito, non è necessario sottoporsi a interventi chirurgici per ottenere il riconoscimento giuridico del cambiamento. Ora, la legge turca garantisce il diritto di cambiare sesso e il riconoscimento giuridico del cambiamento, ma lo condiziona, in base all’art. 40 del codice civile, al fatto che sussista un’incapacità definitiva di procreare. Pertanto, nel caso di specie, la donna che chiedeva il mutamento di sesso, la cui esigenza era stata accertata da perizie mediche, avrebbe dovuto prima far ricorso a un intervento chirurgico per la sterilità e dopo chiedere il cambiamento di sesso. E’ evidente – osserva la Corte  - che non sussiste alcun interesse generale a porre una simile condizione e che le obiezioni fornite dal Governo in causa sono prive di giustificazione risultando così contrario alla Convenzione l’obbligo di un simile trattamento preventivo. A ciò si aggiunga che, secondo Strasburgo, un individuo ha la libertà di definire la propria appartenenza, tenendo conto che detta libertà è un elemento del diritto all’autodeterminazione. D’altra parte, anche i tribunali turchi, nel 2013, hanno cambiato orientamento non richiedendo più l’esistenza dell’incapacità di procreare. La Corte, accertata la violazione dell’articolo 8 e considerata l’ingerenza come non necesssaria, ha deciso un’equa riparazione di 7.500 euro.

Scritto in: CEDU | in data: 12 marzo 2015 |
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Nessuna violazione del principio del ne bis in idem e nessun contrasto con la sentenza della Corte europea dei dei diritti dell’uomo del 2014 relativa al caso Grande Stevens. Per la Corte di cassazione, quarta sezione penale, che si è pronunciata con la sentenza n. 9168/15 del 2 marzo 2015, non sussiste una violazione delle norme convenzionali nei casi in cui sono applicate sanzioni amministrative e penali se manca la coincidenza della condotta (9168:15). A rivolgersi alla Cassazione è stato un dirigente medico condannato a un’ammenda di 1.200 euro per il mancato rispetto della tenuta dei registri di carico e scarico delle sostanze stupefacenti e psicotrope custodite in ospedale. Il medico, sottolineando che il ritardo nella registrazione era stato di sole 24 ore e che, lavorando al pronto soccorso, i ritardi erano inevitabili in ragione delle urgenze legate ai pazienti, aveva anche sottolineato che le modifiche legislative introdotte con legge 15 maggio 2010 n. 38 avevano introdotto una sanzione amministrativa aggiuntiva a quella penale, con la conseguente violazione del principio del ne bis in idem e dell’articolo 117 della Costituzione il cui contenuto, in quest’occasione, è costituito dall’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto a non essere giudicati due volte per lo stesso reato. Tesi respinte dalla Cassazione la quale ha chiarito che la sanzione amministrativa è comminata per le sole violazioni formali rinvenute nella tenuta dei registri, mentre la pena è prevista quando è riscontrata una mancata corrispondenza tra giacenza reale e contabile, al di là del fatto che sussista o meno una violazione formale. Ora, poiché si tratta di fatti diversi non si può ammettere la tesi di una duplicazione della sanzione per lo stesso fatto perché non sussiste la coincidenza necessaria, nemmeno parziale, della condotta. La Cassazione ha così respinto il ricorso e ha ritenuto infondata la questione di costituzionalità.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/gli-effetti-della-sentenza-grande-stevens-sul-diritto-interno-uno-studio-della-cassazione.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/le-sanzioni-amministrative-gravi-devono-essere-qualificate-come-penali-nulla-la-riserva-italiana-sul-principio-ne-bis-in-idem-del-protocollo-cedu.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/ne-bis-in-idem-sanzioni-amministrative-e-penali-parola-alla-consulta.html

Scritto in: CEDU | in data: 7 marzo 2015 |
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diffamazione

Qui il testo della sentenza (ricorso n. 32104/06, CASE OF COJOCARU v. ROMANIA).

 

Scritto in: CEDU, libertà di stampa | in data: 23 febbraio 2015 |
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Spetterà alla Corte costituzionale decidere se il procedimento dinanzi alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, chiamata a pronunciarsi in appello sull’iscrizione dei medici nonché sull’irrogazione di sanzioni disciplinari, è compatibile con il principio costituzionale dell’equo processo e con la terzietà dell’organo giurisdizionale. In particolare, la Consulta dovrà pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’articolo 17 del Dlgs n. 233/1946 in relazione agli articoli 108, comma 2, 111 e con l’articolo 117 della Costituzione, con riferimento alla norma interposta ossia l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura l’equo processo e la terzietà del giudice. Una decisione che potrebbe avere effetti a cascata su altri organi di giurisdizione speciale competenti per i ricorsi contro i provvedimenti degli ordini professionali.

A nutrire dubbi sul punto è stata la Corte di cassazione, seconda sezione civile, che, con ordinanza interlocutoria n. 596/15 del 15 gennaio (596-2015) e ribaltando il precedente orientamento, ha chiesto alla Consulta di pronunciarsi sulla legittimità costituzionale della composizione della Commissione per gli esercenti le professioni sanitarie. Al centro del ricorso alla Cassazione, la decisione dell’Ordine provinciale dei medici chirurghi e odontoiatri di Milano che aveva respinto la richiesta di un cittadino siriano il quale chiedeva l’iscrizione nell’albo in forza di un diploma di laurea libanese. Per la Commissione non era possibile estendere l’accordo di riconoscimento sui titoli, esistente con la Siria, a diplomi provenienti da Paesi terzi. La difesa del ricorrente ha avanzato dubbi sulla costituzionalità del procedimento soprattutto in considerazione del fatto che fanno parte, della Commissione, due componenti di designazione governativa, per di più incardinati nello stesso Ministero citato in giudizio, in contrasto con l’articolo 6 della CEDU. Una posizione condivisa dalla Cassazione che, invece, in passato, aveva sempre respinto le eccezioni di illegittimità costituzionale per violazione della terzietà e dell’indipendenza della Commissione. Rimeditando sul precedente orientamento, la Corte di cassazione, anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea, solleva la questione in ordine all’equità del processo e all’esistenza effettiva di un tribunale indipendente e imparziale non convinta della composizione della Commissione nella quale sono presenti due componenti che, durante lo svolgimento di funzioni giurisdizionali, continuano a rimanere incardinati presso il Ministero della salute, che è parte del processo. Dubbi, quindi, per l’assenza di garanzie in ordine ai meccanismi di selezione e per l’autonomia dei componenti della Commissione centrale. Adesso la parola alla Consulta.

Scritto in: CEDU | in data: 19 febbraio 2015 |
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Gli Stati sono tenuti ad adottare adeguate misure per garantire una sicura custodia delle intercettazioni telefoniche depositate in un fascicolo processuale. In caso contrario, è certa una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Se si realizza una pubblicazione sugli organi di stampa di stralci di intercettazioni, attinte da un fascicolo e coperte da segreto, la responsabilità è dello Stato che non adotta misure per garantire la segretezza dei fascicoli e per impedire fughe di notizie. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza depositata il 3 febbraio 2014 (Apostu contro RomaniaCASE OF APOSTU v. ROMANIA). A Strasburgo si era rivolto un ex sindaco di una cittadina rumena accusato di corruzione e sottoposto a custodia a cautelare. Durante la fase delle indagini e prima del processo, erano stati pubblicati stralci virgolettati di intercettazioni telefoniche, molte delle quali non riguardanti il reato contestato ma la sua vita privata. Di qui il ricorso alla Corte europea. Chiarito il rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni, considerando che i rimedi nazionali non erano effettivi, la Corte, riconosciuto che le condizioni di detenzione del ricorrente erano in contrasto con gli standard a tutela dei diritti umani, con la conseguente la violazione dell’articolo 3 della CEDU che vieta trattamenti disumani e degradanti, è passata ad analizzare il mancato rispetto del diritto alla vita privata e familiare. Gli Stati – osserva Strasburgo – sono tenuti ad organizzare i propri servizi e l’attività delle proprie istituzioni in modo tale che le informazioni confidenziali non siano divulgate. Se ciò non avviene e se lo Stato non assicura adeguati strumenti di riparazione è certa una violazione dell’articolo 8 poiché è evidente che le autorità nazionali non hanno messo in atto gli obblighi positivi su di essi incombenti. Di conseguenza, la fuga di notizie verso la stampa di informazioni non pubbliche provenienti dal fascicolo processuale, è imputabile allo Stato (e non – si desume dal ragionamento della Corte – alla stampa) costituendo un’ingerenza nella vita privata dell’indagato.

Scritto in: CEDU | in data: 18 febbraio 2015 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo è intervenuta, nuovamente, sul principio del ne bis in idem garantito dall’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo con una sentenza di condanna nei confronti della Finlandia, depositata il 10 febbraio (CASE OF KIIVERI v. FINLAND). A Strasburgo si era rivolto un cittadino finlandese, azionista e manager di una società di costruzioni, che era stato destinatario, per periodi fiscali diversi, di una sovrattassa. Era stato poi condannato a tre anni di carcere e a una sanzione pecuniaria per frode fiscale aggravata e per altri reati contabili. Per la Corte europea, in applicazione dei criteri stabiliti nella sentenza Engel, la sanzione amministrativa e il procedimento fiscale avevano natura penale anche tenendo conto del carattere punitivo perseguito e della funzione deterrente contenuta nella sanzione. Ora, la Corte europea riconosce che la Corte di Cassazione aveva applicato il  principio del ne bis in idem e la giurisprudenza di Strasburgo con riferimento al 2002, ma per altri anni aveva proceduto alla doppia applicazione malgrado la pronuncia amministrativa avesse carattere penale e fosse definitiva. A tal proposito, la Corte ha precisato che per la qualificazione della nozione di decisione definitiva si deve far riferimento alle sentenze non più appellabili e non all’eventuale possibilità dii avvalersi di rimedi straordinari. Di qui la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione poiché si trattava degli stessi fatti.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/ne-bis-in-idem-sanzioni-amministrative-e-penali-parola-alla-consulta.html

Scritto in: CEDU | in data: 15 febbraio 2015 |
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La cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo ha aggiornato le schede relative alla situazione dei Paesi parti alla Convenzione. Dalle statistiche aggiornate relative all’Italia (CP_Italy_ENG), risulta che, nel 2014, la Corte, con riguardo all’Italia, ha trattato 9.769 ricorsi, dei quali 9.625 sono stati dichiarati irricevibili o cancellati dal ruolo. Le sentenze sono state 44 con 39 condanne. Preoccupa la crescente presentazione dei ricorsi targati Italia (segno, in diversi casi, del mancato rispetto della CEDU sul piano interno) considerando che se nel 2012 i ricorsi affidati a un giudice sono stati 3.249, nel 2014 sono balzati a 5.476. Impressionanti anche i numeri sui ricorsi comunicati al Governo che nel 2014 sono stati 1.763 a fronte dei 149 del 2012. Pendono 15.645 ricorsi. Tra i ricorsi comunicati quello Smaltini riguardante la violazione del diritto alla vita a causa dell’inquinamento provocato dall’Ilva e quello Orlandi relativo all’impossibilità per coppie dello stesso sesso di ottenere un riconoscimento dell’unione.

La scheda, inoltre, contiene una sintesi delle sentenze più significative pronunciate nei confronti dell’Italia.

Scritto in: CEDU | in data: 11 febbraio 2015 |
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Saranno pure diversi i presupposti ma la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo del 13 gennaio 2015, notificata il 5 febbraio (A.M.E. contro Paesi Bassi, ricorso n. 51428/10, (A.M.E. v. THE NETHERLANDS), sembra un revirement rispetto alla sentenza della Grande Camera nel caso Tarakhel contro Svizzera. La Corte, infatti, nella decisione A.M.E., ha ritenuto che il provvedimento delle autorità olandesi con il quale era stato disposto il ritorno in Italia di un cittadino somalo richiedente asilo non viola l’articolo 3 della Convenzione che sancisce il divieto di trattamenti disumani e degradanti, ritenendo così pienamente applicabile il  regolamento n. 343/2003 che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo (il regolamento ha sostituito la Convenzione di Dublino). Il ricorrente era sbarcato in Italia nel 2009 e aveva chiesto la protezione internazionale, probabilmente mentendo sull’età. Poi, era andato nei Paesi Bassi e si era opposto al suo rientro in Italia – Paese competente a decidere sulla domanda di asilo – per le condizioni di vita inadeguate e per il rischio di espulsione. La Corte non ha condiviso questa posizione chiarendo che la situazione in Italia non è in alcun modo assimilabile a quella greca e che non è stato provato in che modo si configurerebbe il rischio di un trattamento disumano e un pericolo imminente. La Corte, nel respingere il ricorso, ha anche sottolineato la differenza rispetto al caso Tarakhel, nel quale erano coinvolti anche dei minori, e ha chiarito che, per valutare il minimo livello di gravità necessario per far scattare il rischio di trattamenti disumani o degradanti, è necessario tenere conto di tutte le circostanze inclusa l’età del ricorrente, proprio perché la nozione di gravità è relativa e dipende dagli elementi di fatto del caso di specie. Il ricorrente – osserva Strasburgo – non ha dimostrato che non otterrà, al suo rientro in Italia, i benefici previsti per i richiedenti asilo e che la situazione delle strutture sia tale da impedire il ritorno in Italia.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/regolamento-di-dublino-va-bloccato-il-rientro-in-italia-dei-richiedenti-asilo.html

Si veda anche http://www.unhcr.it/news/nuovo-rapporto-dellunhcr-raccomanda-di-non-rinviare-i-richiedenti-asilo-in-grecia

Scritto in: asilo, CEDU | in data: 10 febbraio 2015 |
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Limiti alla libertà di espressione più rigorosi nei casi in cui non è in gioco una questione di interesse generale o la libertà di stampa e laddove si mina la fiducia della collettività nel sistema giudiziario. Alla luce di questo principio, la Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza del 27 gennaio (CASE OF KINCSES v. HUNGARY), ha respinto il ricorso di un avvocato ungherese che riteneva contrarie all’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto alla libertà di espressione, le sanzioni disciplinari disposte nei suoi confronti dall’Ordine professionale. Il legale aveva scritto un documento in cui accusava di incompetenza un giudice di primo grado e, per i toni usati, era stato oggetto di sanzioni disciplinari. Un provvedimento in linea con la Convenzione europea secondo la Corte di Strasburgo. In particolare, osserva Strasburgo, va tenuto conto dell’importanza di assicurare la fiducia della collettività nella giustizia ed escludere attacchi infondati al sistema giudiziario. Questo non vuol dire – osserva la Corte – che non sono possibili critiche ma a patto che l’obiettivo non sia quello di insultare. E’ evidente, infatti, che una chiara distinzione deve essere fatta tra la formulazione di critiche e insulti. Se l’unico intento è quello di insultare un membro di un tribunale, la sanzione, in linea di principio, non costituisce una violazione dell’articolo 10. La Corte, poi, considera che nel caso di specie non era in gioco la libertà di stampa con la conseguenza che un’eventuale limitazione alla libertà di espressione non intacca un valore fondamentale. Inoltre, nel caso di specie, la sanzione non era stata eccessiva o sproporzionata.

Scritto in: CEDU | in data: 5 febbraio 2015 |
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