Locandina CONVEGNO STARACE

Qui il programma Locandina CONVEGNO STARACE

Scritto in: CEDU, convegni | in data: 15 giugno 2016 |

Per la prima volta, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo si pronuncia sul rispetto delle regole dell’equo processo in rapporto all’esecuzione di una sentenza straniera in base al diritto Ue con particolare riferimento al principio del mutuo riconoscimento. E lo fa con la sentenza Avotins contro Lettonia depositata il 23 maggio 2016 (CASE OF AVOTINS v. LATVIA). A rivolgersi alla Corte europea un consulente lettone che aveva firmato un atto notarile con il quale chiedeva un prestito a una società cipriota. Nell’atto era indicata come legge applicabile quella cipriota e come giudici competenti, non in via esclusiva, sempre quelli di Cipro. La società aveva così adito i giudici ciprioti che avevano riconosciuto l’obbligo del ricorrente di ripagare il debito con gli interessi. La società creditrice aveva cercato di ottenere l’esecuzione della sentenza in Lettonia, dove risiedeva il debitore, in base al regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (sostituito dal regolamento n. 1215/2015). Il debitore si era inutilmente opposto. Di qui il ricorso a Strasburgo.

Chiarito che spetta alla Corte di giustizia dell’Unione europea interpretare i regolamenti Ue, Strasburgo ha però ribadito il proprio compito, anche quando è in gioco il diritto dell’Unione, in ordine all’accertamento circa la violazione dell’articolo 6 della Convenzione, che assicura il diritto a un equo processo. Gli Stati – osserva la Corte europea – sono obbligati a rispettare la Convenzione anche quando applicano il diritto Ue, tenendo conto di quanto stabilito nella sentenza Bosphorus e Michaud con le quali è stato affermato che, in linea di principio, la protezione dei diritti fondamentali assicurata dall’ordinamento dell’Unione va considerata equivalente a quella convenzionale. Il principio della presunzione della protezione equivalente dell’ordinamento Ue è sottoposto a due condizioni: l’assenza di margine di manovra delle autorità nazionali e lo sviluppo di un meccanismo di supervisione previsto dal diritto Ue. Ora, tenendo conto che nel caso in esame era in discussione l’applicazione di un regolamento che lascia poco margine di intervento agli Stati e non piuttosto una direttiva e che le condizioni di cui all’articolo 34 del regolamento 44/2001 consentono il rifiuto al riconoscimento solo a condizioni prefissate e che la Corte Suprema lettone non ha fatto altro che applicare le regole europee derivanti dalla partecipazione all’Unione, è evidente che manca un potere discrezionale di applicazione per gli Stati, con maggiori garanzie circa il rispetto dei diritti fondamentali. Tra l’altro, grazie al regolamento, è assicurata la possibilità di un procedimento dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea attraverso il rinvio pregiudiziale e se è vero che spetta al giudice nazionale effettuare il rinvio non c’è dubbio che le parti in un procedimento possono sollevare alcuni problemi dinanzi al giudice nazionale, sollecitandolo al rinvio a Lussemburgo. Così non aveva fatto il ricorrente che, per di più, non aveva sollevato, pur avendo termini di ricorso stretti, il mancato rispetto degli obblighi di notificazione, situazione che a suo dire aveva inciso sull’equo processo. Pertanto, la Grande Camera, in modo analogo alla pronuncia della Camera, respinte le doglianze del ricorrente, ritiene che non è stato violato l’articolo 6. I giudici internazionali, inoltre, hanno precisato che la costituzione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia in Europa è del tutto legittimo dal punto di vista della Convenzione europea, a condizione che i metodi utilizzati non contrastino con i diritti umani fondamentali. Di conseguenza, i tribunali nazionali devono procedere a verificare che, pur applicando i meccanismi propri del regolamento Ue, i diritti convenzionali siano rispettati facendo attenzione alla circostanza che il mutuo riconoscimento non conduca a lacune nell’attuazione della Convenzione.

Scritto in: CEDU, riconoscimento sentenze straniere | in data: 2 giugno 2016 |
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Con la sentenza depositata il 28 aprile, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare perché, in via di fatto, non ha reintegrato una madre nell’esercizio della responsabilità genitoriale, fondando la decisione negativa per la donna su relazioni di esperti risalenti a molti anni prima (ricorso n. 68884/13, AFFAIRE CINCIMINO c. ITALIE). La circostanza che le autorità interne si siano basate su dati vecchi e sulla dichiarazione della minore fa dire alla Corte che l’iter decisionale non è stato conforme alla Convenzione. A Strasburgo si era rivolta una donna impossibilitata ad avere contatti con la propria figlia in attuazione del provvedimento dell’autorità giudiziaria. Dopo la separazione, la bambina era stata affidata al padre con diritto della madre a incontrare la figlia due pomeriggi alla settimana in presenza di un assistente sociale. Il tribunale, sulla base di alcune valutazioni di esperti, aveva deciso di sospendere la responsabilità genitoriale e di proibire contatti diretti con la figlia. La donna, inoltre, doveva sottoporsi a una terapia, ma non l’aveva seguita mantenendo un atteggiamento ostile verso gli assistenti sociali. Di qui la conferma del no al diritto di visita, provvedimento confermato dalla Corte di appello che aveva valutato gli effetti negativi del contatto con la madre sul benessere della bambina.

La Corte europea riconosce che gli Stati hanno un ampio margine di discrezionalità nell’individuazione dei provvedimenti idonei a garantire il rispetto del diritto alla vita familiare ma sono tenuti a prestare una particolare attenzione alle misure che comportano una rottura nei rapporti genitori e figli, privando questi ultimi delle proprie radici. Nel caso all’attenzione di Strasburgo, è vero che la madre aveva avuto alcuni problemi ma le autorità nazionali non hanno considerato i progressi compiuti dalla donna. A  fronte di un nuovo ricorso della madre della minore, gli organi competenti hanno dato grande peso all’audizione della minore la quale aveva dichiarato di non voler avere contatti con la madre che, d’altra parte, non vedeva da 7 anni. Tuttavia, non erano stati nominati nuovi esperti e la nuova decisione era stata presa basandosi su valutazioni risalenti al 2003 e al 2006. Di qui la conclusione della Corte europea di condanna all’Italia perché il processo decisionale nazionale non ha soddisfatto gli obblighi procedurali inerenti all’articolo 8. Lo Stato è stato condannato non solo a versare 32mila alla ricorrente per i danni non patrimoniali subiti, ma anche ad adottare una misura individuale ossia riesaminare la domanda della donna di reintegro nell’autorità genitoriale seguendo le indicazioni di Strasburgo e, quindi, tenendo conto della situazione attuale della madre e dell’interesse superiore del minore.

 

Scritto in: CEDU | in data: 13 maggio 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la decisione Tabbane contro Svizzera (ricorso n. 41069/12) depositata il 1° marzo e divulgata ieri, ha spianato la strada alle scelte di politica legislativa degli Stati parti alla Convenzione che favoriscono la diffusione dell’arbitrato (TABBANE c. SUISSE). Per Strasburgo non si verifica alcuna violazione del diritto di accesso alla giustizia e all’equo processo se le norme di diritto internazionale privato di uno Stato sanciscono che, nel caso in cui le parti a una controversia scelgano di avvalersi dell’arbitrato, sia preclusa la possibilità di appello. A rivolgersi alla Corte, un cittadino tunisino il quale aveva stipulato un contratto con la multinazionale francese Colgate: nel contratto era anche inclusa una clausola arbitrale con la quale le parti rinunciavano ad adire i tribunali ordinari optando, in caso di controversie, per l’arbitrato secondo le regole della Corte internazionale di arbitrato. Era stato così costituito un collegio che aveva scelto come sede la Svizzera, con la conseguenza che tale legge era quella applicabile. Il collegio arbitrale aveva condannato l’uomo d’affari a restituire le azioni e a pagare le spese processuali. L’imprenditore aveva fatto appello al tribunale federale svizzero che, però, aveva respinto il ricorso ritenendo che la libera scelta dell’arbitrato, in base alla legislazione svizzera, impediva la possibilità di appello. Di qui il ricorso a Strasburgo, poi proseguito dai figli e dalla moglie. Per la Corte europea, che ha dichiarato il ricorso irricevibile, non si è verificata alcuna violazione della Convenzione perché la legislazione svizzera persegue un fine legittimo ossia quello di favorire lo sviluppo dell’arbitrato. Il diritto di accesso a un tribunale – osserva Strasburgo – non implica necessariamente il diritto di adire un tribunale di tipo classico. L’articolo 6 della Convenzione, infatti, non si oppone ai tribunali arbitrali funzionali a giudicare controversie di natura patrimoniale. A ciò si aggiunga che, nel caso in esame, l’arbitrato era stato liberamente scelto dalle parti, nell’esercizio dell’autonomia negoziale. Ed invero, se si tratta di un arbitrato obbligatorio vanno applicate tutte le garanzie dell’articolo 6, a differenza dei casi di arbitrato volontario scelto liberamente dalle parti che rinunciano spontaneamente ad alcune garanzie. Nel caso in esame, nessun dubbio che il ricorrente avesse effettuato una scelta libera e senza equivoci. Tra l’altro, l’articolo 192 della legge di diritto internazionale privato svizzero, che punta a incrementare l’attratività e l’efficacia dell’arbitrato internazionale, escludendo il doppio grado di giurisdizione, è stato applicato perché il collegio arbitrale, con un arbitro scelto proprio dal ricorrente, aveva deciso la sede del collegio in svizzera e l’applicazione di tale legge che, in caso contrario, non sarebbe stata applicata in assenza di qualunque genere di legame con le parti e con il contratto. A ciò si aggiunga – precisano i giudici internazionali – che in base all’ordinamento elvetico, se la sentenza arbitrale deve essere eseguita in Svizzera va applicata la Convenzione di New York per il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze arbitrali straniere, con un controllo, quindi, supplementare e piena rassicurazione circa il rispetto dei diritti umani.

Scritto in: CEDU | in data: 25 marzo 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo interviene sull’individuazione del giudice competente in materia di diffamazione. Con la sentenza depositata il 1° marzo, nel caso Arlewin contro Svezia (CASE OF ARLEWIN v. SWEDEN), Strasburgo ha ritenuto che la dichiarazione di incompetenza da parte dei giudici svedesi, a fronte dell’azione per diffamazione avviata da un individuo leso da un programma televisivo trasmesso in diretta in Svezia ma transitato attraverso il satellite in Regno Unito, è contraria al diritto a un equo processo garantito dall’articolo 6 della Convenzione europea. A rivolgersi alla Corte, un cittadino svedese accusato in un programma televisivo di aver partecipato a un’organizzazione criminale operativa nel settore dei media e della pubblicità. Tuttavia, i tribunali svedesi, in primo e secondo grado, avevano escluso la propria giurisdizione perché era stata una società inglese a inviare il programma via satellite in Svezia. La Corte suprema aveva anche respinto la richiesta di effettuare un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea sul regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (sostituito dal regolamento n. 1215/2015, di analogo contenuto).

La scelta dei giudici svedesi, che hanno rigettato la giurisdizione, è stata bocciata da Strasburgo perché anche se il programma era transitato sul satellite inglese, la trasmissione era rivolta al pubblico svedese, era stata prodotta in Svezia e in lingua svedese. Non solo. Il danno si era verificato in Svezia perché lì si trovava colui che si riteneva diffamato e colui che era accusato di diffamazione. Pertanto, alla luce della circostanza che sussistevano forti collegamenti tra le conseguenze provocate dal programma e la Svezia, quest’ultima doveva consentire l’accesso a un tribunale tanto più che era del tutto irragionevole chiedere al ricorrente di agire dinanzi ai tribunali inglesi. La Corte, poi esprime anche alcune considerazioni sulla direttiva 2010/13 relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi (direttiva sui servizi di media audiovisivi), chiarendo che l’articolo 28 non si riferisce alle azioni di diffamazione, ma solo al diritto di replica, senza per di più occuparsi delle questioni di giurisdizione legate alla diffamazione derivante dalla diffusione transfrontaliera di programmi. Riguardo al regolamento Bruxelles I, Strasburgo ritiene che, in base agli articoli 2 e 5, entrambi gli Stati potrebbero avere la giurisdizione. Tuttavia, considerando che il contenuto, la produzione e la trasmissione del programma hanno stretti collegamenti con la Svezia e che il danno si è verificato nel Paese scandinavo, la Svezia ha un obbligo, in base all’articolo 6 della Convenzione, di garantire un diritto di accesso ai tribunali. Il diniego di giurisdizione, quindi, porta la Corte a condannare la Svezia obbligandola a versare un indennizzo di 12mila euro per danni non patrimoniali.

Scritto in: CEDU, giurisdizione | in data: 22 marzo 2016 |
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Buone prassi e storie di successo da prendere a modello per garantire la piena esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sul piano interno e assicurare, così, il ruolo sussidiario di Strasburgo rispetto all’applicazione dei diritti umani sul piano nazionale. Nel rapporto del relatore sull’attuazione delle sentenze Cedu, Pierre Yves Le Borgn, presentato all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a gennaio (AS/Jur/Inf (2016)04, 12d802b0) sono indicati alcuni esempi selezionati che mostrano un effettivo miglioramento dello stato di attuazione anche a livello interno, anche se non mancano zone d’ombra. Le sentenze della Corte europea – osserva Le Borgn’ – richiedono di frequente cambiamenti, realizzati o attraverso interventi di organi supremi, incluse le corti costituzionali nazionali o attraverso modifiche legislative di carattere generale. In molti casi, tra l’altro, gli Stati per evitare un accertamento di una violazione sul piano internazionale, con dichiarazioni unilaterali procedono a modificare il quadro interno e a indennizzare le vittime. Tra le buone prassi, l’analisi effettiva, ad ampio raggio, della giurisprudenza della Corte e la previsione di interventi legislativi anche prima di sentenze rivolte direttamente contro il proprio Stato.

Tra i risultati positivi riguardanti l’Italia, il relatore cita la sentenza Lucà contro Italia del 27 maggio 2001 che ha portato modifiche legislative in ordine alle dichiarazioni rese da coimputati prima del processo, il caso Godelli del 25 settembre 2012, con il quale è stata riconosciuta l’incompatibilità del sistema legislativo che vieta il diritto di accedere a notizie sulle proprie origini del minore abbandonato, sentenza che ha condotto alla dichiarazione di incostituzionalità della norma della legge n. 184/83 da parte della Corte costituzionale, la pronuncia Torreggiani con le modifiche in materia di esecuzione della pena.

In alcuni casi, piuttosto che procedere a modifiche legislative, gli Stati hanno cercato di indirizzare l’operato dei giudici nazionali. E’ il caso della Russia che, a fronte di alcune sentenze di condanna per violazione della libertà di espressione per le sanzioni a giornalisti che avevano criticato pubblici ufficiali, ha cercato di risolvere la questione con il Plenum della Corte suprema che ha indirizzato ai giudici nazionali una nota al fine di applicare gli orientamenti di Strasburgo.

Scritto in: CEDU | in data: 9 marzo 2016 |
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Sono arrivate, al Presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa Pedro Agramunt, le risposte aggiuntive dei Governi sul coinvolgimento nelle extraordinary renditions in Europa (AS). Sette Stati – Austria, Danimarca, Germania, Lituania, Polonia, Romania e Regno Unito – hanno fornito informazioni supplementari rispetto ai dati già raccolti nelle diverse fasi dell’inchiesta avviata nel 2005. Grazie all’articolo 52 della Convenzione, il Segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, ha inviato specifiche richieste agli Stati sulle modalità di effettiva applicazione della Convenzione e, in particolare, nel caso di specie, sul divieto di tortura. Il 16 febbraio è stata così chiusa la terza fase di un’inchiesta che ha portato alla luce, anche grazie all’attività del relatore speciale Dick Marty nel rapporto sull’abuso del segreto di Stato e della sicurezza nazionale, casi di tortura realizzati con la complicità di alcuni Governi europei d’intesa con la Cia. In questa direzione parlano chiaro le sentenze della Corte europea con le quali Strasburgo ha condannato Polonia, ex Repubblica federale di Macedonia e Italia per complicità nelle consegne straordinarie e abuso del segreto di Stato. Pendono ancora due casi che vedono sul banco degli imputati Lituania e Romania. Il Presidente Pedro Agramunt ha messo in guardia gli Stati che si trovano a fronteggiare il terrorismo e che devono farlo unicamente con strumenti legali, senza varcare limiti che portano a una deriva dei diritti umani. “La mia speranza – ha scritto Agramunt – è che la tortura non abbia più spazio sul suolo europeo con la complicità delle autorità statali”.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/italia-condanna-da-strasburgo-per-lextraordinary-rendition-di-abu-omar.html, http://www.marinacastellaneta.it/blog/italia-condanna-da-strasburgo-per-lextraordinary-rendition-di-abu-omar.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/extraordinary-renditions-e-abusi-del-segreto-di-stato-per-occultare-la-verita-uno-studio-dal-parlamento-europeo.html

Scritto in: CEDU | in data: 4 marzo 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo interviene, con la sentenza Pajic contro Croazia depositata il 23 febbraio (CASE OF PAJIC v-1. CROATIA), in materia di riconoscimento di diritti a coppie dello stesso sesso anche nel campo dei ricongiungimenti familiari con cittadini stranieri. Pur concedendo alle autorità nazionali la libertà nella scelta delle politiche in materia di immigrazione, gli Stati sono tenuti a garantire il pieno rispetto del diritto alla vita familiare di ogni individuo. A rivolgersi ai giudici internazionali, una cittadina bosniaca che si era vista rifiutare il permesso di soggiorno fondato sul ricongiungimento con la propria compagna che viveva in Croazia. Le autorità croate avevano basato il proprio rifiuto sul fatto che la legge interna in materia di immigrazione concede espressamente il diritto solo a partner di coppie eterosessuali, tacendo sulle altre. Una chiara violazione della Convenzione europea, scrive Strasburgo, che ha condannato la Croazia per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8) e del divieto di discriminazione (articolo 14). Riconosciuto che le coppie delle stesso sesso hanno un diritto alla vita familiare analogo a quelle delle coppie eterosessuali, tenendo conto per di più che la nozione di famiglia include i legami di fatto e non solo quelli formalizzati dal matrimonio, che l’evoluzione nella nozione di famiglia è ormai una realtà e la circostanza che un numero molto elevato di Paesi che hanno ratificato la Convenzione già prevede un riconoscimento giuridico alle coppie dello stesso sesso, la Corte ha concluso che se uno Stato prevede l’attribuzione del permesso di soggiorno per il ricongiungimento unicamente a un partner eterosessuale ma non a quello di una coppia same sex, incorre in una violazione della Convenzione compiendo una disparità di trattamento. Tra l’altro, se lo Stato gode di un ampio margine di apprezzamento in materia di immigrazione, tale margine è limitato per questioni legate all’orientamento sessuale. Questo vuol dire che anche se non è previsto espressamente nella legislazione interna, il diritto ad ottenere il permesso di soggiorno per il partner dello stesso sesso va riconosciuto. Oltre a condannare la Croazia, la Corte ha attribuito 10mila euro alla ricorrente per i danni non patrimoniali e oltre 5mila euro per le spese processuali.

Scritto in: CEDU | in data: 2 marzo 2016 |
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La cancelleria della Corte europea ha diffuso una nuova scheda informativa, aggiornata a gennaio 2016, sull’applicazione del diritto alla reputazione (FS_Reputation_ENG). La scheda raccoglie i principi affermati dalle principali sentenze della Corte passando in rassegna le pronunce con le quali il diritto alla reputazione appare come limite alla libertà di espressione, nonché le sentenze che considerano la tutela della reputazione come diritto in sé e come elemento del diritto al rispetto della vita privata, malgrado non venga espressamente richiamato dall’articolo 8 della Convenzione europea. Il testo, inoltre, analizza l’approccio dei giudici internazionali in relazione alle diverse persone interessate, dai magistrati ai politici, passando per i funzionari pubblici e i privati.

Scritto in: CEDU | in data: 27 febbraio 2016 |
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E’ contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la condanna per diffamazione di un portale di news che pubblica, senza filtro, commenti ritenuti volgari. Per Strasburgo, che si è pronunciata nel caso Magyar Tartalomszolgáltatók Egyesülete and Index.hu Zrt, condannando l’Ungheria per violazione dell’articolo 10 che assicura il diritto alla libertà di espressione (CASE MAGYAR), ai portali di news si applicano le regole in materia di libertà di stampa, anche quando si tratta di commenti di terzi, tenuti unicamente alla registrazione, non controllati attraverso un sistema di filtro. Questi i fatti che hanno spinto i ricorrenti condannati a incamminarsi sulla strada per Strasburgo. Alcuni utenti avevano pubblicato, sul sito di un portale di news e di un ente di autoregolamentazione dei prestatori di servizi di contenuti internet, alcuni commenti critici nei confronti di alcune società di annunci immobiliari le quali, poi, avevano citato in giudizio le società che avevano pubblicato i commenti, malgrado un portale avesse rimosso le espressioni ritenute volgari. Le società che avevano pubblicato i commenti erano state ritenute responsabili di diffamazione. Per Strasburgo, una conclusione contraria alla Convenzione europea tanto più che i giudici nazionali hanno trascurato di considerare la giurisprudenza della Corte in materia di libertà di stampa, che va applicata anche se il portale non è l’editore dei commenti. Di conseguenza, i portali godono di un’ampia libertà, pur nel rispetto di responsabilità e doveri propri degli editori, che va limitata unicamente nei casi di hate speech e incitamento alla violenza, come già stabilito nel caso Delfi contro Estonia. E’ vero che i commenti di alcuni utenti contenevano frasi volgari – certo non protette dall’articolo 10 – ma la singola frase non può essere decisiva nella valutazione sulla diffamazione. D’altra parte, lo stile è un elemento della comunicazione come forma di espressione e, quindi, di per sé protetto dall’articolo 10 tenendo conto per di più delle peculiarità della comunicazione via web. In ogni caso, l’attività del portale, che mette a disposizione il proprio spazio a terzi consentendo commenti sul sito, rientra tra le attività giornalistiche e, quindi, si deve applicare il principio fissato da Strasburgo in base al quale non è possibile punire un giornalista per aver disseminato dichiarazioni di altri, in modo analogo a quanto avviene per interviste riprodotte sulla carta stampata o in televisione. Senza trascurare la circostanza che se si pongono troppi oneri di controllo è evidente il rischio di una restrizione alla libertà di informazione su internet. I giudici nazionali, inoltre, – osserva la Corte – prima di procedere a condannare per diffamazione devono anche considerare il comportamento di chi si ritiene diffamato che, nel caso in esame, non aveva chiesto la rimozione dei contenuti volgari dai siti.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/responsabilita-del-portale-di-news-per-i-commenti-degli-utenti-conforme-alla-cedu.html

Scritto in: CEDU | in data: 19 febbraio 2016 |
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