I limiti alle critiche ammissibili devono essere più ampi nei casi in cui un articolo di stampa riguardi un’istituzione pubblica o un politico e questo soprattutto quando si tratta di rappresentanti del potere esecutivo. In un sistema democratico, infatti, le azioni e le omissioni del potere politico devono essere sottoposte a un attento controllo non solo del potere legislativo e giudiziario ma anche della stampa e dell’opinione pubblica. E’ il principio stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella pronuncia Pinto Pinheiro Marques contro Portogallo depositata il 22 gennaio 2015 (AFFAIRE PINTO PINHEIRO MARQUES c. PORTUGAL), in cui, ancora una volta, Strasburgo è costretta a condannare lo Stato in causa per aver violato il diritto alla libertà di espressione garantito dall’articolo 10 della Convenzione europea. A rivolgersi a Strasburgo è stato uno storico che aveva firmato un contratto con il sindaco di una cittadina portoghese per la divulgazione di alcune opere su Alfonso Duarte. Lo studioso aveva pubblicato un volume ma, successivamente, il sindaco aveva disposto la pubblicazione di un altro volume, ad opera di un altro autore. Di conseguenza, lo storico aveva pubblicato un articolo su un giornale contestando la decisione del sindaco e accusandolo di aver sperperato denaro pubblico proprio a ridosso delle nuove elezioni. Il sindaco lo aveva querelato e i giudici nazionali gli avevano dato ragione, condannando in sede penale l’autore dell’articolo al pagamento di 3.300 euro. Una conclusione contraria alla Convenzione europea, scrive Strasburgo. Prima di tutto, la Corte afferma che i giudici nazionali non hanno considerato che l’articolo conteneva un giudizio di valore, basato su un dato fattuale sufficientemente indicato. Non solo. La libertà di espressione, nel caso di questioni legate alla vita politica, ha un’ampia portata e riveste la più alta importanza in relazioni a questioni di interesse generale. Di qui la necessità di tutelare coloro che esprimono critiche nei confronti dei politici, soprattutto laddove non superano i limiti fissati dall’articolo 10.

Tenendo conto poi della proporzionalità dell’ingerenza, la Corte europea constata che la condanna a una sanzione penale era “manifestamente sproporzionata”, suscettibile di avere un effetto deterrente sulla libertà di critica dell’opinione pubblica verso le istituzioni

Scritto in: CEDU, libertà di stampa | in data: 29 gennaio 2015 |
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La misura dell’allontanamento del minore da una coppia che ha fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero è contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E’ quanto stabilito dalla Corte di Strasburgo nella sentenza depositata oggi, adottata a maggioranza con il voto contrario di due giudici, con la quale l’Italia è stata condannata per violazione dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare (25358:12). A rivolgersi a Strasburgo è stata una coppia che, dopo aver tentato varie volte di avere un figlio attraverso la fecondazione in vitro, si era recata in Russia e aveva fatto ricorso alla maternità surrogata, consentita in quel Paese. Il bimbo era stato registrato come figlio della coppia ma, rientrati in patria, i due ricorrenti, che non avevano un legame biologico con il bimbo, non erano riusciti ad ottenere la trascrizione dell’atto di nascita nell’ufficio di stato civile. Il consolato italiano aveva trasmesso un atto con il quale segnalava che nel fascicolo sulla nascita del bambino erano presenti dati falsi. In Italia era stato avviato un procedimento penale per alterazione dello stato civile e su richiesta del pubblico ministero presso il Tribunale per i minorenni di Campobasso era stato aperto un  procedimento di adozione del bimbo che doveva essere considerato in stato di abbandono. Ogni tentativo della coppia di bloccare il provvedimento di allontanamento del bambino era stato respinto. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato ragione alla coppia riguardo alla contrarietà del provvedimento di allontanamento del bimbo, pur non disponendo la restituzione del bambino, che ormai aveva una relazione con un’altra famiglia nella quale era stato inserito. La Corte, chiarito che l’articolo 8 include il diritto alla vita privata, considerando anche i legami propri delle famiglie di fatto, ha rilevato che il tribunale per i minorenni aveva dato molta importanza alla situazione di illegalità derivante dal ricorso alla maternità surrogata. Tuttavia, ad avviso di Strasburgo, il riferimento all’ordine pubblico invocato dalle autorità italiane non può essere considerato come una carta in bianco che consente l’adozione di ogni misura. Questo perché, prima di tutto, va tenuto conto dell’interesse superiore del minore che incombe sullo Stato indipendentemente dalla natura del legame parentale, genetico o di altro genere. La misura dell’allontanamento – osserva la Corte – è un provvedimento estremo da applicare solo nei casi in cui c’è un pericolo immediato. In caso contrario, sarebbe danneggiato il bambino per il solo fatto che i genitori hanno fatto ricorso alla maternità surrogata. Basti pensare che il bimbo per un certo periodo è stato privato dell’identità e della cittadinanza, che hanno un’importanza fondamentale come chiarito anche dall’articolo 7 della Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo, tanto più che, in assenza di documenti, il bimbo non poteva frequentare una scuola. Pertanto, per la Corte, a prescindere da ogni valutazione di carattere etico, le conseguenze sono state molto pesanti. Di qui la condanna allo Stato che, però, non è tenuto a disporre il ritorno del bimbo dai ricorrenti (anche perché il bambino aveva già instaurato rapporti con la nuova famiglia). Lo Stato deve invece versare 20mila euro a titolo di danno non patrimoniale e 10mila per le spese processuali sostenute dai ricorrenti.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/scatta-il-limite-dellordine-pubblico-per-la-maternita-surrogata-allestero.html

Scritto in: CEDU | in data: 27 gennaio 2015 |
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E’ stata pubblicata, nella collana “Quaderni di biodiritto”, la nuova edizione del volume di Roberto Conti “I giudici e il biodiritto” (seconda edizione, Aracne editore). Il volume, dal sottotitolo “un esame concreto dei casi difficili e del ruolo del giudice di merito, della Cassazione e delle Corti europee”, analizza l’attività e il contributo dei giudici su temi sensibili, sui quali spesso il legislatore è in ritardo. Introdotto dalla prefazione del prof. Oreste Pollicino, il volume raccoglie, nella parte iniziale, i contributi di illustri giuristi come Maria Gabriella Luccioli, Maria Giovanna Ruo, Ernesto Lupo, Antonio Ruggeri e Giorgio Santacroce.

9788854868076 Si entra poi nel vivo, con un’analisi delle fonti nazionali e internazionali e valutazioni di grande interesse dell’autore, Roberto Conti, Consigliere presso la Corte di Cassazione. La prima parte è dedicata alla dignità umana, la seconda ai giudici nel biodiritto, la terza parte alla legislazione e a un esame molto approfondito della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Non mancano le ultime novità incluso un commento al provvedimento della Corte di appello di Torino che ha dato il via libera alla trascrizione dell’atto di nascita di un bimbo procreato all’estero da fecondazione di ovulo di una donna impiantato nell’utero della compagna.

Il testo si conclude con una ricca bibliografia. Qui il sito dell’editore con l’indice del volume http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788854868076

Scritto in: CEDU | in data: 25 gennaio 2015 |
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Un’inerzia durata 13 anni. Con un’evidente e grave lesione del diritto al rispetto della vita familiare nei confronti di due nonni che, per inerzia di alcuni organi e decisioni non compatibili con la Convenzione europea, non hanno potuto vedere la propria nipote. Di conseguenza, la Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza del 20 gennaio (AFFAIRE MANUELLO ET NEVI c. ITALIE), ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. E nelle parole della Corte appare anche una dura critica a un sistema che, soprattutto in relazione ad aspetti legati alla vita familiare, con legami che una volta interrotti è difficile recuperare, mostra un’inerzia ingiustificata e decisioni contraddittorie. Sentenze non eseguite, ritardi nelle valutazioni psicologiche, servizi sociali che, nel caso di specie, non hanno agito in modo conforme alla Convenzione. Una vicenda che certo non è l’unica, con situazioni analoghe che potrebbero portare a ricorsi seriali a Strasburgo. Sono stati due nonni che, sin dal 2002 avevano investito i tribunali nazionali della loro situazione, a rivolgersi alla Corte europea a causa della circostanza che non avevano potuto vedere la propria nipote. Dopo il divorzio tra i genitori, la madre della bambina aveva impedito ogni contatto con i nonni paterni. Il padre della bimba era stato anche accusato di abusi sessuali ed era stato assolto perché il fatto non sussiste. Malgrado il Tribunale nazionale avesse dato ragione ai ricorrenti, la pronuncia non era stata eseguita anche a causa dei servizi sociali. Un comportamento inaccettabile per la Corte europea. Successivamente, il Tribunale nazionale competente, malgrado l’assoluzione del padre della bimba, aveva disposto il divieto di visita condividendo le posizioni degli psicologi e dei servizi sociali secondo i quali la bimba, nel vedere i nonni, avrebbe potuto essere traumatizzata in quanto li riconduceva alla figura del padre, in realtà assolto.

Prima di tutto, la Corte ha ribadito che il diritto dei nonni a vedere i propri nipoti ha una copertura convenzionale nell’articolo 8 e, quindi, deve essere assicurato in modo effettivo. Ora, malgrado il chiaro diritto dei nonni di vedere i nipoti, le autorità italiane nulla hanno fatto per garantire la realizzazione dell’obbligo positivo insito nella disposizione convenzionale. Senza dimenticare – osserva la Corte – che la realizzazione effettiva degli obblighi positivi è conseguita solo se le autorità nazionali agiscono con rapidità. Così non era stato nel caso di specie, con una rottura delle relazioni nonni-nipote gravissima per i rapporti familiari di tutte le parti coinvolte. Di conseguenza, anche tenendo conto dell’assenza di sforzi adeguati e sufficienti da parte delle autorità italiane, la Corte ha condannato lo Stato per violazione dell’articolo 8 disponendo una cifra simbolica di 16mila euro per i danni morali subiti dai nonni e 5mila euro per le spese processuali.

Scritto in: CEDU | in data: 21 gennaio 2015 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato al Governo italiano il ricorso presentato da un avvocato secondo il quale il funzionamento delle regole sulla prescrizione dinanzi alla Cassazione risulta contrario alla Convenzione (VANARIA c. ITALIE). Il ricorrente, un avvocato, era stato denunciato per infedele patrocinio perché aveva comunicato al suo cliente di aver depositato il ricorso e che quest’ultimo era stato accolto. In realtà, il ricorso era stato presentato in un’altra data ed era stato rigettato. L’avvocato era stato condannato in primo e secondo grado. La Cassazione aveva dichiarato il ricorso irricevibile e aveva ritenuto che l’eccezione concernente la prescrizione era infondata perché la condotta illecita era proseguita fino al dicembre 1997 e il giudizio di appello era stato pronunciato nel maggio del 2005. Secondo il ricorrente, poiché il termine di prescrizione era di sette anni e sei mesi, si era verificato un errore nel calcolo di prescrizione. Questo perché la Cassazione, a suo dire, aveva considerato il termine solo fino alla pronuncia di appello, senza tener conto del tempo necessario all’esame del ricorso in cassazione. Una scelta dovuta al fatto che la Cassazione, rifacendosi a una prassi giurisprudenziale, aveva considerato che l’irricevibilità del ricorso in quanto mal fondato impedisce di dichiarare l’estinzione del reato per prescrizione. Una posizione contestata dal ricorrente secondo il quale la circostanza che l’applicazione della prescrizione non sia legata a un dato oggettivo come il trascorrere del tempo, ma a un apprezzamento soggettivo del giudice è in contrasto con l’articolo 6 della Convenzione e, in particolare, con il principio della presunzione d’innocenza. Di qui il ricorso a Strasburgo che, il 24 novembre, ha comunicato il caso al Governo italiano chiedendo se un sistema di prescrizione legato non solo al passaggio del tempo ma anche alla valutazione del giudice circa la fondatezza del ricorso sia compatibile con il principio di certezza del diritto.

Scritto in: CEDU | in data: 7 gennaio 2015 |
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Le dichiarazioni rese durante le indagini preliminari, anche se ritrattate in sede processuale, possono essere utilizzate come prova. Lo ha stabilito la  Corte europea dei diritti dell’uomo con la decisione del 13 novembre (ricorso n. 43952/09, BOSTI c. ITALIE)), resa nota nei giorni scorsi dagli uffici della Corte, con la quale Strasburgo ha respinto il ricorso di un detenuto condannato anche sulla base delle dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia durante le indagini preliminari. Il ricorrente aveva contestato l’utilizzo delle dichiarazioni, inserite nel fascicolo processuale, in considerazione del fatto che il collaboratore di giustizia, coimputato, aveva ritrattato le accuse, formulate nel corso delle indagini, durante il processo. Dopo una lunga vicenda processuale, il condannato ha fatto ricorso a Strasburgo invocando la violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura l’equo processo. La Corte, però, gli ha dato torto, dichiarando il ricorso irricevibile.

Prima di tutto, Strasburgo parte dalla constatazione che le questioni relative alla ricevibilità e alla valutazione delle prove attengono agli ordinamenti nazionali che, tuttavia, devono tenere conto del fatto che gli elementi di prova devono essere prodotti in un’udienza pubblica, nel rispetto del contraddittorio. E’ vero – osserva la Corte europea – che possono essere ammesse eccezioni, ma solo se, in ogni caso, è salvaguardato il diritto di difesa. Ciò era avvenuto nel caso in esame, in linea con l’articolo 500 del codice di procedura penale il quale ammette che le dichiarazioni di un coimputato, pentito, rese prima del processo e poi ritrattate, siano inserite nel fascicolo processuale e utilizzate come prove, se la ritrattazione in sede processuale non è credibile in quanto frutto di pressioni indebite, ad esempio nei casi in cui la persona sia oggetto di violenza, di minaccia o abbia accettato offerte di denaro. Ora, i giudici nazionali avevano ritenuto la ritrattazione non credibile e avevano comminato le condanne non solo sulla base delle dichiarazioni rese durante le indagini preliminari, confluite nel fascicolo del dibattimento in linea con l’articolo 500, comma 4 del codice di procedura penale, ma anche sulla base di altri elementi di prova, incluse le testimonianze di altri pentiti attentamente valutate dai giudici nazionali. A ciò si aggiunga – precisa la Corte europea – che era stato consentito il controinterrogatorio durante la testimonianza in videoconferenza. Di qui la conclusione che non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 6. La Corte ha anche escluso una violazione del diritto alla presunzione d’innocenza tenendo conto che i giudici nazionali hanno proceduto a un libero apprezzamento delle prove e non hanno imputato al ricorrente le pressioni sul pentito che aveva ritrattato. Infondato, poi, il richiamo, all’articolo 7 della Convenzione che si occupa del principio nulla poena sine lege, che, secondo, il ricorrente sarebbe stato violato dall’utilizzo delle dichiarazioni rese fuori del dibattimento. La Corte è chiara nel ritenere la norma non applicabile alle questioni procedurali, considerando, anche su questo punto, il ricorso irricevibile.

 

Scritto in: CEDU | in data: 5 gennaio 2015 |
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E’ stata pubblicata, dalla cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo, la nuova Guida pratica sulle condizioni di ricevibilità dei ricorsi dinanzi a Strasburgo (Admissibility_guide_ENG). Si tratta della terza edizione divulgata da Strasburgo con il fine di agevolare il rispetto delle condizioni di ricevibilità e limitare quello che sta diventando un fenomeno allarmante ossia che troppi ricorsi siano dichiarati irricevibili per il mancato rispetto delle condizioni fissate nella Convenzione. Circa il 92% dei casi presentati a Strasburgo, infatti, sono dichiarati irricevili e questo incide negativamente sul funzionamento della stessa Corte e sull’applicazione della Convenzione sul piano nazionale. La Guida pratica, per ora disponibile solo in inglese, è aggiornata alla prassi fino al 1° gennaio 2014 e fa parte di una serie di misure messe in campo per migliorare il livello di conoscenza delle condizioni di ricevibilità. In questa direzione, è stato adottato anche un video esplicativo e una checklist (http://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=applicants&c=)

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/checklist-per-superare-il-filtro-alla-ricevibilita-dei-ricorsi-alla-corte-europea.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/un-aiuto-per-presentare-i-ricorsi-a-strasburgo.html

Scritto in: CEDU | in data: 29 dicembre 2014 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo torna sull’occupazione acquisitiva e lo fa con una nuova condanna all’Italia. Con la sentenza depositata il 25 novembre (Maiorano e Serafini contro Italia, ricorso n. 997/05, CASE OF MAIORANO AND SERAFINI v. ITALY), Strasburgo ha accertato una violazione del diritto di proprietà riconosciuto dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ha deciso che il Governo deve versare ai ricorrenti 127mila euro per i danni patrimoniali e 15mila per quelli morali. Alla Corte europea avevano presentato ricorso quattro proprietari che erano stati privati di una parte del proprio fondo perché l’amministrazione comunale, senza avvalersi dell’espropriazione per pubblica utilità ma facendo ricorso all’occupazione acquisitiva, aveva deciso di costruire case per l’edilizia residenziale pubblica. Era così iniziata una diatriba amministrativa e giudiziaria lunga e complessa che si è dipanata dal 1985, con il provvedimento del Comune, fino alla sentenza della Cassazione del 2004. Il Governo italiano ha cercato di evitare la pronuncia della Corte europea depositando una dichiarazione unilaterale con la quale chiedeva la cancellazione della causa dal ruolo e s’impegnava al pagamento di un indennizzo di 50mila euro. Una proposta respinta dalla stessa Corte europea secondo la quale la somma liquidata non avrebbe assicurato il pieno rispetto dei diritti convenzionali. Nel merito, i giudici internazionali, accertato che l’occupazione acquisitiva e l’accessione invertita sono contrari alla Convenzione e che, a seguito delle sentenze della Corte costituzionale n. 348 e n. 349 del 2007, è stata adottata una legge che le vieta, ha stabilito che la privazione del godimento della proprietà non era legittima. In pratica, i ricorrenti sono stati privati del diritto al godimento del bene e hanno subito ritardi nell’ottenimento dell’indennizzo. Accertata la violazione dell’articolo 1, Strasburgo ha deciso che anche un livello insufficiente di riparazione è una violazione della Convenzione, confermando i criteri di calcolo, per la determinazione dell’indennizzo, stabiliti dalla Grande Camera nella sentenza Guiso-Gallisay del 22 dicembre 2009. Per la Corte l’importo deve essere quantificato tenendo conto del valore di mercato della proprietà nel momento in cui il giudice interno lo ha stabilito, considerando in aggiunta l’incidenza dell’inflazione, ma non il plusvalore apportato dalla costruzione delle case. Pertanto, per il danno patrimoniale, la Corte ha fissato un indennizzo di 88mila più 39 mila euro per la perdita di opportunità e di 15mila euro per il danno morale.

Scritto in: CEDU | in data: 23 dicembre 2014 |

E’ arrivato sui tavoli dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa il rapporto presentato dal Comitato per gli affari giuridici sul futuro della Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel rapporto, intitolato “L’effettività della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: la Dichiarazione di Brighton e oltre”, relatore Yves Pozzo di Borgo (AS/JUR(2014)33, PACE), sono analizzati il contributo fondamentale di Strasburgo alla tutela dei diritti dell’uomo anche sul piano interno, i futuri scenari dovuti anche alla prossima adesione dell’Unione europea (il 18 dicembre sarà depositato il parere della Corte di giustizia dell’Unione europea sull’adesione alla CEDU) e i rapporti con gli ordinamenti nazionali anche nella fase dell’esecuzione delle sentenze. Il relatore ha fatto appello agli Stati affinché procedano, avendo presente il ruolo sussidiario della Corte, all’adozione di misure legislative per consentire il pieno rispetto della Convenzione come interpretata dalla Corte. In questa direzione, è indicato l’esempio dell’Italia che ha adottato una legislazione sul sovraffollamento delle carceri per impedire nuove violazioni e rimediare a quelle già perpetrate, accertate dai giudici internazionali nel caso Torreggiani. I rimedi legislativi – osserva il relatore – sono necessari anche per consentire un buon funzionamento della Corte ed evitare un carico di lavoro eccessivo, oggi causato soprattutto da ricorsi  provenienti dall’Italia, dall’Ucraina, dalla Turchia, dalla Russia, dalla Serbia e dal Regno Unito.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/riforma-della-cedu-necessario-diffondere-buone-prassi.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/futuro-della-cedu-diffusi-gli-atti-della-conferenza-di-oslo.html

Scritto in: CEDU | in data: 15 dicembre 2014 |
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Via libera allo svolgimento di procedimenti paralleli, penali e fiscali, per uno stesso fatto, a patto, però, che un processo non si sia già chiuso con una sentenza definitiva. In questo caso, infatti, scatta l’applicazione del principio del ne bis in idem con la conseguente violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione dei diritti dell’uomo se uno dei due procedimenti va avanti. Ancora una volta, la Corte di Strasburgo è intervenuta sulla complessa questione dell’applicazione del principio del ne bis in idem nel caso di infrazioni fiscali che portano a un  procedimento amministrativo e a uno penale. Con la sentenza depositata ieri, che è costata una condanna alla Svezia (Lucky Dev, CASE OF LUCKY DEV v. SWEDEN) e che avrà certo effetti in tutti gli Stati che hanno ratificato la Convenzione, inclusa l’Italia, Strasburgo ha precisato la portata del ne bis in idem escludendo, tra l’altro, che l’articolo 4 si occupi di litispendenza.

Alla Corte europea si era rivolta una donna accusata di aver dichiarato meno entrate nonché di alcune irregolarità contabili. Il procedimento all’agenzia delle entrate, conclusosi dinanzi al giudice amministrativo, aveva portato alla condanna della donna al pagamento di una sovrattassa. Mentre la pronuncia non era ancora definitiva, era stato avviato un procedimento penale. La donna era stata assolta, in via definitiva, per i reati fiscali, mentre aveva subito una condanna per irregolarità contabili. In una certa fase, quindi, si erano svolti due procedimenti paralleli malgrado una pronuncia definitiva. Una chiara violazione dell’articolo 4 per la Corte. Prima di tutto, Strasburgo ha chiarito che il procedimento fiscale poteva essere qualificato come penale. In secondo luogo, la Corte ha precisato che, nel prevedere il principio del ne bis in idem, il Protocollo punta a impedire doppi procedimenti giudiziari che per reati derivanti dallo stesso fatto o da fatti che sono sostanzialmente gli stessi, intrinsecamente legati nel tempo e nello spazio, nei casi in cui un processo si sia già concluso con una decisione finale. Questo vuol dire – chiarisce la Corte – che la norma del Protocollo non si occupa della litispendenza, lasciando gli Stati liberi di prevedere il contemporaneo svolgimento del procedimento penale e fiscale. I due processi, quindi, possono andare di pari passo. Detto questo, però, la Corte precisa che un procedimento non può andare avanti se l’altro si è concluso con una sentenza definitiva. Nel caso in esame, quello penale si era chiuso 9 mesi prima ma la Corte suprema amministrativa non aveva preso in considerazione l’assoluzione per reati fiscali. Questo ha portato al fatto che la ricorrente è stata processata due volte per un fatto per il quale era stata assolta. Di qui la violazione della Convenzione che fa il paio con la sentenza Nykänen contro Finlandia del 20 maggio 2014 con la quale la Corte aveva affermato la violazione del principio del ne bis in idem in un caso analogo nel quale, però, si era concluso prima il processo fiscale e poi quello penale.

Sul fronte italiano, sulla questione della doppia sanzione, penale e fiscale, è stata chiamata in causa la Corte costituzionale. La Cassazione, con ordinanza del 10 novembre, dopo la sentenza Grande Stevens del 4 marzo 2014 della Corte europea, ha chiesto alla Consulta di verificare se la possibilità di una doppia sanzione, penale e amministrativa nel caso del market abuse, prevista dall’ordinamento italiano, sia in contrasto con l’articolo 117 della Costituzione il cui contenuto è fornito, nel caso di specie, dall’articolo 4 del Protocolo n. 7.

Se poi il Consiglio di Stato con ordinanza del 2 ottobre (ricorso n. 4491/2014, N. 07566_2014 REG.RIC.) ha imposto  alla Consob di adeguarsi alla pronuncia della Cedu per quanto riguarda i profili sanzionatori, modificando i regolamenti contrari alla Convenzione, in senso diverso, si attesta il Tar Lazio, seconda sezione, con sentenza del 27 novembre  (N. 11054_2014 REG.RIC.). Secondo il Tar non sussiste affatto “l’obbligo della CONSOB di adeguare il proprio regolamento sanzionatorio per le sanzioni “penali” alla sentenza CEDU su menzionata, affermato dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato con l’ordinanza n. 4491 in data 2 ottobre 2014, perché da un’attenta lettura di tutti passaggi della motivazione dalla sentenza n. 18640 del 2014 si desume chiaramente che il sistema di irrogazione e impugnazione delle sanzioni relative agli illeciti di cui all’art. 187-ter del TUF ha superato indenne lo scrutinio operato dalla Corte EDU. Pertanto il ricorso in esame deve essere respinto perché infondato”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/consiglio-di-stato-la-sentenza-cedu-sul-caso-grande-stevens-impone-la-modifica-dei-regolamenti-consob.html

Scritto in: CEDU | in data: 29 novembre 2014 |
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