E’ arrivato sui tavoli dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa il rapporto presentato dal Comitato per gli affari giuridici sul futuro della Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel rapporto, intitolato “L’effettività della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: la Dichiarazione di Brighton e oltre”, relatore Yves Pozzo di Borgo (AS/JUR(2014)33, PACE), sono analizzati il contributo fondamentale di Strasburgo alla tutela dei diritti dell’uomo anche sul piano interno, i futuri scenari dovuti anche alla prossima adesione dell’Unione europea (il 18 dicembre sarà depositato il parere della Corte di giustizia dell’Unione europea sull’adesione alla CEDU) e i rapporti con gli ordinamenti nazionali anche nella fase dell’esecuzione delle sentenze. Il relatore ha fatto appello agli Stati affinché procedano, avendo presente il ruolo sussidiario della Corte, all’adozione di misure legislative per consentire il pieno rispetto della Convenzione come interpretata dalla Corte. In questa direzione, è indicato l’esempio dell’Italia che ha adottato una legislazione sul sovraffollamento delle carceri per impedire nuove violazioni e rimediare a quelle già perpetrate, accertate dai giudici internazionali nel caso Torreggiani. I rimedi legislativi – osserva il relatore – sono necessari anche per consentire un buon funzionamento della Corte ed evitare un carico di lavoro eccessivo, oggi causato soprattutto da ricorsi  provenienti dall’Italia, dall’Ucraina, dalla Turchia, dalla Russia, dalla Serbia e dal Regno Unito.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/riforma-della-cedu-necessario-diffondere-buone-prassi.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/futuro-della-cedu-diffusi-gli-atti-della-conferenza-di-oslo.html

Scritto in: CEDU | in data: 15 dicembre 2014 |
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Via libera allo svolgimento di procedimenti paralleli, penali e fiscali, per uno stesso fatto, a patto, però, che un processo non si sia già chiuso con una sentenza definitiva. In questo caso, infatti, scatta l’applicazione del principio del ne bis in idem con la conseguente violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione dei diritti dell’uomo se uno dei due procedimenti va avanti. Ancora una volta, la Corte di Strasburgo è intervenuta sulla complessa questione dell’applicazione del principio del ne bis in idem nel caso di infrazioni fiscali che portano a un  procedimento amministrativo e a uno penale. Con la sentenza depositata ieri, che è costata una condanna alla Svezia (Lucky Dev, CASE OF LUCKY DEV v. SWEDEN) e che avrà certo effetti in tutti gli Stati che hanno ratificato la Convenzione, inclusa l’Italia, Strasburgo ha precisato la portata del ne bis in idem escludendo, tra l’altro, che l’articolo 4 si occupi di litispendenza.

Alla Corte europea si era rivolta una donna accusata di aver dichiarato meno entrate nonché di alcune irregolarità contabili. Il procedimento all’agenzia delle entrate, conclusosi dinanzi al giudice amministrativo, aveva portato alla condanna della donna al pagamento di una sovrattassa. Mentre la pronuncia non era ancora definitiva, era stato avviato un procedimento penale. La donna era stata assolta, in via definitiva, per i reati fiscali, mentre aveva subito una condanna per irregolarità contabili. In una certa fase, quindi, si erano svolti due procedimenti paralleli malgrado una pronuncia definitiva. Una chiara violazione dell’articolo 4 per la Corte. Prima di tutto, Strasburgo ha chiarito che il procedimento fiscale poteva essere qualificato come penale. In secondo luogo, la Corte ha precisato che, nel prevedere il principio del ne bis in idem, il Protocollo punta a impedire doppi procedimenti giudiziari che per reati derivanti dallo stesso fatto o da fatti che sono sostanzialmente gli stessi, intrinsecamente legati nel tempo e nello spazio, nei casi in cui un processo si sia già concluso con una decisione finale. Questo vuol dire – chiarisce la Corte – che la norma del Protocollo non si occupa della litispendenza, lasciando gli Stati liberi di prevedere il contemporaneo svolgimento del procedimento penale e fiscale. I due processi, quindi, possono andare di pari passo. Detto questo, però, la Corte precisa che un procedimento non può andare avanti se l’altro si è concluso con una sentenza definitiva. Nel caso in esame, quello penale si era chiuso 9 mesi prima ma la Corte suprema amministrativa non aveva preso in considerazione l’assoluzione per reati fiscali. Questo ha portato al fatto che la ricorrente è stata processata due volte per un fatto per il quale era stata assolta. Di qui la violazione della Convenzione che fa il paio con la sentenza Nykänen contro Finlandia del 20 maggio 2014 con la quale la Corte aveva affermato la violazione del principio del ne bis in idem in un caso analogo nel quale, però, si era concluso prima il processo fiscale e poi quello penale.

Sul fronte italiano, sulla questione della doppia sanzione, penale e fiscale, è stata chiamata in causa la Corte costituzionale. La Cassazione, con ordinanza del 10 novembre, dopo la sentenza Grande Stevens del 4 marzo 2014 della Corte europea, ha chiesto alla Consulta di verificare se la possibilità di una doppia sanzione, penale e amministrativa nel caso del market abuse, prevista dall’ordinamento italiano, sia in contrasto con l’articolo 117 della Costituzione il cui contenuto è fornito, nel caso di specie, dall’articolo 4 del Protocolo n. 7.

Se poi il Consiglio di Stato con ordinanza del 2 ottobre (ricorso n. 4491/2014, N. 07566_2014 REG.RIC.) ha imposto  alla Consob di adeguarsi alla pronuncia della Cedu per quanto riguarda i profili sanzionatori, modificando i regolamenti contrari alla Convenzione, in senso diverso, si attesta il Tar Lazio, seconda sezione, con sentenza del 27 novembre  (N. 11054_2014 REG.RIC.). Secondo il Tar non sussiste affatto “l’obbligo della CONSOB di adeguare il proprio regolamento sanzionatorio per le sanzioni “penali” alla sentenza CEDU su menzionata, affermato dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato con l’ordinanza n. 4491 in data 2 ottobre 2014, perché da un’attenta lettura di tutti passaggi della motivazione dalla sentenza n. 18640 del 2014 si desume chiaramente che il sistema di irrogazione e impugnazione delle sanzioni relative agli illeciti di cui all’art. 187-ter del TUF ha superato indenne lo scrutinio operato dalla Corte EDU. Pertanto il ricorso in esame deve essere respinto perché infondato”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/consiglio-di-stato-la-sentenza-cedu-sul-caso-grande-stevens-impone-la-modifica-dei-regolamenti-consob.html

Scritto in: CEDU | in data: 29 novembre 2014 |
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Un’indagine condotta in modo lacunoso, omettendo di considerare aspetti rilevanti dell’episodio che ha condotto alla morte di un cittadino iracheno. Di qui la condanna per violazione dell’articolo 2 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto alla vita, disposta dalla Grande Camera della Corte europea nella sentenza Jaloud contro Paesi Bassi (ricorso n. 47708/08) depositata oggi (CASE OF JALOUD v. THE NETHERLANDS). A Strasburgo si era rivolto il padre di un cittadino iracheno ucciso nel 2004 da un militare delle forze armate olandesi presenti in Iraq, che contribuivano alla Forza di stabilizzazione, in una zona sotto il controllo inglese. Nell’area, tuttavia, erano presenti militari olandesi che, in base all’accordo tra i due Paesi, seguivano le regole di ingaggio del proprio Stato. L’episodio contestato era avvenuto a un checkpoint controllato dalle forze irachene e olandesi, allorquando un’automobile si era avvicinata senza fermarsi al posto di blocco. I militari olandesi avevano iniziato a sparare colpendo il figlio del ricorrente. L’indagine successiva, compiuta dalle forze armate dei Paesi Bassi, aveva dimostrato che il fuoco era stato esploso sia dalle forze olandesi che da quelle irachene e che il militare olandese sospettato dell’uccisione aveva agito in legittima difesa. Non ottenendo giustizia, il padre si è rivolto alla Corte europea dei diritti dell’uomo che gli ha dato ragione. Prima di tutto, la Grande Camera ha confermato, sulla base della precedente prassi, che rientrano nella giurisdizione degli Stati parti alla Convenzione gli atti compiuti al di fuori del proprio territorio laddove si tratti di zone sulle quali gli Stati hanno il controllo effettivo. Nel caso in esame, dopo aver delineato il quadro convenzionale e giurisprudenziale esistente sul piano internazionale, la Corte ha respinto la tesi olandese secondo la quale la propria responsabilità doveva essere esclusa in considerazione del fatto che Potenze occupanti erano Stati Uniti e Regno Unito, chiarendo che il fatto di eseguire un ordine proveniente da un governo straniero non è sufficiente a escludere che lo Stato debba rispondere dell’adempimento degli obblighi convenzionali. Per Strasburgo, inoltre, il test per stabilire la giurisdizione ai sensi dell’articolo 1 non è identico al test per verificare la responsabilità internazionale di uno Stato. Affermata così l’applicazione della Convenzione, la Corte ha accertato la violazione del diritto alla vita affermato dall’articolo 2. La Grande Camera ha respinto la tesi secondo la quale i Paesi Bassi non avrebbero condotto un’indagine indipendente anche se le attività istruttorie iniziali erano state svolte proprio dai militari che condividevano con i sospettati la vita quotidiana nel campo militare. Così come ha ritenuto salvaguardato il principio d’indipendenza dell’organo giudicante malgrado fossero presenti militari nell’organo giurisdizionale chiamato a pronunciarsi sulla vicenda. Detto questo, però, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di omissioni durante le indagini soprattutto per il fatto che gli organi competenti si erano limitati a verificare che il presunto autore dell’illecito avesse agito in legittima difesa, senza però valutare se l’uso della forza fosse stato proporzionato. In pratica, non è stato considerato se erano stati sparati troppi colpi e se gli spari erano cessati appena fosse stato superfluo procedere in questo senso. Non solo. L’autopsia non è stata condotta con rigore non assicurando la presenza di ufficiali olandesi qualificati. Il rapporto autoptico era breve, lacunoso e privo di immagini. E’ vero che la conduzione di indagini in un Paese straniero poteva presentare difficoltà, ma ciò non toglie che le modalità  di svolgimento delle indagini non sono state conformi alla Convenzione europea. Di qui la violazione dell’articolo 2 e l’obbligo per i Paesi Bassi di corrispondere 25mila euro per i danni morali subiti dal padre della vittima.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cedu-strasburgo-interpreta-la-convenzione-secondo-il-diritto-internazionale-umanitario.html

Scritto in: CEDU | in data: 20 novembre 2014 |
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Sovraffollamento nei centri di accoglienza per richiedenti asilo, standard di vita inadeguati nei Cara, privacy non rispettata, condizioni insalubri. Una situazione che ha spinto la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Tarakhel CASE OF TARAKHEL v. SWITZERLAND), depositata il 4 novembre, a ordinare alla Svizzera di non rinviare in Italia i richiedenti asilo. A meno che le autorità italiane non forniscano specifiche garanzie individuali. E’ il primo caso in cui la Corte di Strasburgo  ha affermato che l’Italia è un Paese che non assicura standard di vita adeguati per i richiedenti asilo, pur riconoscendo che la situazione non è drammatica come quella della Grecia. A Strasburgo si erano rivolti due coniugi e i loro sei figli di nazionalità afgana, approdati in Calabria: le autorità italiane, in adempimento del regolamento Dublino sui criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo, avevano preso le impronte digitali, inserendole nella banca dati Eurodac. Dopo un periodo nel Cara di Bari, avevano lasciato, senza permesso, l’Italia, arrivando a Losanna. Qui avevano presentato la domanda di asilo, ma le autorità svizzere, vincolate al regolamento di Dublino in forza dell’accordo di associazione con l’Unione europea, avevano passato la questione all’Italia, competente in quanto primo Paese di sbarco. Il Tribunale amministrativo federale svizzero aveva respinto il ricorso dei richiedenti che si sono così rivolti a Strasburgo. La Corte europea, dopo aver deciso sulle misure provvisorie, ordinando alla Svizzera di non far rientrare in Italia i ricorrenti, ha dato loro ragione nel merito. Prima di tutto, osserva la Corte, dalle raccomandazioni dell’Ufficio delle Nazioni Unite sui rifugiati e dal rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, diffusi nel 2012, risultano numerose mancanze italiane nel sistema di accoglienza dei richiedenti asilo. Basta guardare i numeri, osserva la Corte. A fronte di 14mila domande di asilo presentate nel 2013, l’Italia ha a disposizione, nell’intero network del Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati, solo 9.630 posti. Non solo. Tenendo conto che i richiedenti asilo hanno diritto a una protezione speciale, in quanto particolarmente vulnerabili – e questo soprattutto quando vi sono bambini – la Corte ha concluso che la Svizzera non può rinviare in Italia i richiedenti asilo. Strasburgo, pur riconoscendo gli sforzi fatti dall’Italia, non ha nessun dubbio nel ritenere che le condizioni di vita per i richiedenti asilo, nei centri italiani, sono insalubri, in strutture sovraffollate e con casi di violenza. Tanto più che l’Italia non ha fornito chiarimenti dettagliati sulle specifiche condizioni nelle quali si troverebbero i richiedenti una volta rientrati in Italia. Pertanto, per Strasburgo, l’unica possibilità di rientro in Italia è che la Svizzera ottenga garanzie individuali per i richiedenti.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/litalia-a-rischio-di-trattamenti-disumani-e-degradanti-per-i-richiedenti-asilo-la-corte-suprema-inglese-blocca-lapplicazione-del-regolamento-dublino.html

Scritto in: asilo, CEDU | in data: 6 novembre 2014 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo, con decisione del 23 settembre (ricorso n. 61781/08, TORNO v. ITALY) è intervenuta a chiarire la compatibilità della legge n. 364 del 20 giugno 1909 sull’inalienabilità delle antichità e delle belle arti con l’articolo 1 del Protocollo 1 della Convenzione dei diritti dell’uomo che assicura la tutela del diritto di proprietà. A rivolgersi a Strasburgo sono stati tre cittadini proprietari di alcuni beni archeologici. Il ministero della cultura considerava quei beni come patrimonio indisponibile dello Stato e aveva agito in giudizio per chiederne la restituzione. Il ricorso del Ministero era stato respinto in primo e secondo grado sul presupposto che il Ministero doveva provare che gli scavi, che avevano portato alla scoperta dei beni, erano stati compiuti dopo l’entrata in vigore della legge. La Cassazione aveva invece annullato la pronuncia e chiesto un nuovo giudizio. La Corte di appello ha così ribaltato il primo verdetto, con una pronuncia confermata in Cassazione. Spetta al proprietario – hanno stabilito i giudici italiani – provare che il materiale archeologico era stato prelevato prima dell’entrata in vigore della legge n. 364. Un’inversione dell’onere della prova a carico dei proprietari che per la Corte europea è del tutto conforme alla Convenzione, anche in ragione del pubblico interesse che sottende la protezione di beni di elevato valore culturale, artistico e archeologico. Per Strasburgo, gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento in ordine alle misure relative all’uso della proprietà. Tale discrezionalità – osserva la Corte europea – è ancora più ampia se lo Stato ha l’obiettivo di preservare il patrimonio culturale e artistico del Paese, la cui protezione è affidata allo Stato. Di conseguenza, affermare come ha fatto la Cassazione, una presunzione di proprietà dello Stato e riversare l’onere della prova sul momento in cui sono stati acquisiti i beni sul proprietario non costituisce una violazione della Convenzione. Si tratta, infatti, di un’ingerenza proporzionata fondata su una norma chiara che protegge coloro che già possedevano i beni prima dell’entrata in vigore della legge e che stabilisce norme chiare per il futuro.

Scritto in: CEDU | in data: 30 ottobre 2014 |

Le autorità nazionali che non adottano misure adeguate ed effettive per assicurare l’esecuzione di una sentenza che dispone l’affidamento di un minore alla madre commettono una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. E’ il principio stabilito dalla Corte di Strasburgo nella sentenza del 16 ottobre relativa al caso Vorozhba (ricorso n. 57960/11, AFFAIRE VOROZHBA c. RUSSIE) che è costata una condanna alla Russia. E’ stata la madre di un bambino al quale i tribunali nazionali avevano affidato il figlio, sottratto dal padre, a rivolgersi alla Corte a causa dell’inerzia delle autorità nazionali russe nella fase di esecuzione della sentenza. A fronte di un verdetto favorevole alla madre, le misure adottate dagli organi competenti erano state del tutto inefficaci, con la conseguenza che, per molto tempo, il padre, non rispettando la sentenza, l’aveva avuta vinta continuando a vivere con il figlio. Un’evidente violazione della Convenzione che – osserva Strasburgo – impone alle autorità nazionali, di fronte al rifiuto persistente di un genitore nell’eseguire una sentenza, di adottare misure coercitive effettive e concrete per spingere il genitore a eseguire la sentenza. Questo vuol dire che gli Stati sono tenuti ad adottare strumenti giuridici adeguati e sufficienti al fine di garantire il rispetto degli obblighi positivi che incombono in base all’articolo 8 della Convenzione. Lasciare ineseguita una sentenza in materia di rapporti familiari comporta, in base alla pronuncia di Strasburgo, una pressoché automatica violazione della Convenzione. Senza dimenticare che viene leso l’interesse superiore del minore. Ma c’è di più. Tra i parametri da prendere in considerazione, la Corte individua il fattore tempo. Questo vuol dire che il carattere adeguato di una misura deve essere giudicato tenendo conto della sua rapidità nell’esecuzione. Anche perché il trascorrere del tempo ha conseguenze irrimediabili sulla vita e sui rapporti familiari del minore e dell’altro genitore. La Corte, accertata la violazione, ha anche riconosciuto un indennizzo di 10mila euro per i danni non patrimoniali subiti dalla madre.

 

Scritto in: CEDU | in data: 17 ottobre 2014 |
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Una cifra mai raggiunta: 61 milioni di euro è l’importo versato dall’Italia, nel 2013, per gli indennizzi stabiliti da Strasburgo nel contesto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo a seguito delle condanne decise dalla Corte.

tabellaUna stangata per le casse dello Stato. Basti pensare che, nel 2012, l’ammontare arrivava a 19 milioni di euro. Il dato è fornito dalla relazione annuale adottata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri  sull’esecuzione delle pronunce della CEDU nei confronti dello Stato italiano del 2014 relativa all’anno 2013, secondo quanto previsto dalla legge n. 12 del 2006 (relazione_2013). Uno strumento che fornisce una fotografia delle criticità strutturali sul fronte giudiziario e amministrativo, di particolare utilità anche per la raccolta delle principali pronunce emesse dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2013 nei confronti dell’Italia. Tra le più importanti, quella Varvara in materia di confisca, la pronuncia De luca e altri sul dissesto degli enti locali, il caso Parrillo sulla fecondazione assistita e la sentenza Torreggiani sulle carceri.

Il rapporto cataloga anche le pronunce degli organi giurisdizionali nazionali, Corte costituzionale e Cassazione in testa. Dalla relazione emerge che aumentano i ricorsi pendenti nei confronti dell’Italia: l’1,3% è da imputare al contenzioso seriale. Ben 7.000 casi ripetitivi sono fondati sui ritardi nei pagamenti in base alla legge Pinto. Nel 2013 sono invece diminuiti i ricorsi comunicati al Governo: erano 965 nel 2012 sono scesi a 804 nel 2013. Così come è diminuito il numero di ricorsi dichiarati ricevibili: 31 nel 2013, 49 nel 2012. Tra le tematiche emergenti quelle legate all’inquinamento in particolare provocato dai rifiuti e dalle emissioni inquinanti. Tra i casi il ricorso per l’inquinamento provocato dall’Ilva. Restano aperte molte problematiche relative all’esecuzione delle pronunce, talvolta dovute alla poca collaborazione degli enti territoriali. Una mancanza di comunicazione che – si avverte nella relazione – può provocare una duplicazione nella corresponsione degli indennizzi.

Permangono le difficoltà nell’attuazione delle procedure di rivalsa che, però, sono state avviate nei confronti di alcuni comuni. La relazione riporta anche i piani d’azione comunicati al Comitato dei ministri in materia di durata dei processi e di sovraffollamento carcerario.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-delle-sentenze-cedu-adottata-la-relazione-annuale.html

Scritto in: CEDU, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 3 ottobre 2014 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo, con due decisioni del 16 settembre, in parte “invadendo” il campo del Comitato dei ministri, ha di fatto espresso un giudizio positivo sulle misure adottate dall’Italia dopo la sentenza pilota Torreggiani dell’8 gennaio 2013, con la quale l’Italia era stata condannata per il sovraffollamento delle carceri. Con le decisioni Stella e altri (STELLA ET AUTRES c-1. ITALIE) e Rexhepi (REXHEPI ET AUTRES c. ITALIE)  la Corte ha dichiarato irricevibili i ricorsi di 18 detenuti i quali sostenevano che l’Italia aveva violato l’articolo 3 della Convenzione europea che vieta i trattamenti disumani e degradanti a causa della detenzione in celle sovraffollate e senza riscaldamento. Strasburgo ha sostenuto che i ricorrenti non avessero rispettato il requisito del previo esaurimento dei ricorsi interni. In passato, la Corte ha effettuato la verifica del previo esaurimento dei ricorsi interni in relazione ai rimedi esistenti nell’ordinamento nazionale nel momento della presentazione del ricorso a Strasburgo. In quest’occasione, invece, la Corte imbocca un’altra strada, a vantaggio dell’Italia, ritenendo che il rispetto della condizione deve essere effettuato tenendo conto delle modifiche legislative introdotte in Italia dopo la sentenza pilota sul caso Torreggiani e, in particolare, con la legge n. 10, n. 92 e n. 117 del 2014. L’Italia – osserva Strasburgo – ha messo in campo nuovi mezzi a tutela dei detenuti, con misure preventive e risarcitorie. I detenuti, infatti, possono rivolgersi al giudice dell’esecuzione contestando gli spazi limitati e le condizioni di vita disumane, chiedendo l’attuazione della Convenzione. Rispetto al precedente sistema previsto dall’articolo 35 della legge penitenziaria, il nuovo meccanismo assicura l’effettiva applicazione della decisione presa dal giudice che impone un termine per l’esecuzione. Non solo. Con le modifiche post-Torreggiani, i detenuti che subiscono un trattamento disumano a causa del sovraffollamento possono ottenere uno sconto di pena o una riparazione. Di qui l’obbligo di attivare prima i rimedi interni e poi di rivolgersi a Strasburgo tanto più che – osserva la Corte – non ci sono prove che i nuovi strumenti non consentano un’adeguata riparazione alle vittime. La Corte, poi, pur chiarendo che sull’esecuzione delle sentenze della CEDU è competente il Comitato dei ministri, ha espresso un giudizio positivo sulle misure italiane ravvisando un miglioramento della situazione, con una diminuzione della popolazione carceraria

Le decisioni della Corte sono destinate, senza dubbio, a bloccare l’esame nel merito di 3.500 ricorsi già pendenti. Con un evidente effetto positivo sul carico di lavoro di Strasburgo. Resta da vedere, però, come risponderanno gli organi nazionali competenti di fronte a un boom di azioni risarcitorie.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/strasburgo-accende-i-riflettori-sulla-drammatica-condizione-dei-detenuti-in-italia.html

 

Scritto in: CEDU | in data: 26 settembre 2014 |
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Ancora una volta la Cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo è dovuta intervenire a smentire notizie apparse su gran parte della stampa italiana (Statement by the Registrar-1). Su molti quotidiani, siti internet e agenzie di stampa era stata pubblicata la notizia secondo la quale la Corte avrebbe adottato una decisione con la quale avrebbe dichiarato ricevibile un ricorso di Berlusconi e un’altra con la quale avrebbe respinto il ricorso relativo alla decadenza dell’ex Premier. Notizie del tutto infondate. Un controllo sul sito internet della Corte europea avrebbe chiarito che non esisteva alcuna decisione sul punto. Una realtà ignorata con la conseguenza che per la seconda nella sua storia la Cancelleria di Strasburgo ha dovuto precisare la realtà dei fatti e cioé che la Corte europea non ha ancora adottato alcuna decisione sui ricorsi presentati da Berlusconi attestando unicamente la ricezione del ricorso.

Alla prossima bufala!!

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/bufale-mediatiche-interviene-strasburgo.html

Scritto in: CEDU | in data: 25 settembre 2014 |

La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza depositata il 16 settembre, sul caso Hassan contro Regno Unito, ha fissato importanti principi relativi al rapporto tra regole della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e norme di diritto internazionale umanitario, chiarendo, in particolare, che l’applicazione delle Convenzioni di Ginevra non blocca l’attuazione delle garanzie convenzionali (CASE OF HASSAN v. THE UNITED KINGDOM). A Strasburgo si era rivolto il fratello di un cittadino iracheno che era stato detenuto dalle forze britanniche durante l’invasione dell’Iraq del 2003. L’uomo era poi morto. I giudici britannici avevano escluso la propria giurisdizione ritenendo che il territorio di Camp Bucca, dove era stato detenuto, fosse sotto il controllo Usa e non inglese. Una conclusione non condivisa dalla Grande Camera che ha ritenuto, invece, che su quella parte di territorio vi fosse il controllo britannico con la consequenziale applicazione della Convenzione europea. Sciolto il primo nodo, prima di accertare l’eventuale violazione dell’articolo 5 della Convenzione che assicura il diritto alla libertà personale, la Grande Camera, nel primo caso in cui uno Stato ha chiesto alla Corte europea dei diritti dell’uomo di disapplicare gli obblighi su di esso incombenti in forza dell’articolo 5 della CEDU pur non avendo chiesto formalmente la deroga nell’attuazione della Convenzione prevista dall’articolo 15, è passata ad esaminare il rapporto tra diritti umani e diritto internazionale umanitario. Sul punto, i giudici internazionali hanno stabilito l’applicazione della Convenzione anche nell’ambito di un conflitto armato internazionale, pur precisando che, in base alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, le garanzie convenzionali devono essere interpretate tenendo conto dei poteri di detenzione conferiti agli Stati dal diritto internazionale umanitario. Tanto più – osserva Strasburgo – che sia la Convenzione europea sia il diritto internazionale umanitario offrono garanzie contro le detenzioni arbitrarie. Di conseguenza, anche alla luce di quanto stabilito dalla Corte internazionale di giustizia nei pareri sull’uso delle armi nucleari dell’8 luglio 1996  e sul muro in Palestina (9 luglio 2004), nonché nella sentenza del 19 dicembre 2005 sul Congo, la Corte ha disposto l’applicazione dell’articolo 5, ammettendo che i motivi di privazione della libertà previsti dall’indicata norma devono, nella misura in cui è possibile, accordarsi con le possibilità di detenzione previste dalla Convenzione di Ginevra. Ora, poiché le forze armate inglesi non hanno commesso alcuna arbitrarietà nella detenzione, la Grande Camera ha escluso la violazione della Convenzione europea.

Scritto in: CEDU | in data: 18 settembre 2014 |
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