La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la decisione Tabbane contro Svizzera (ricorso n. 41069/12) depositata il 1° marzo e divulgata ieri, ha spianato la strada alle scelte di politica legislativa degli Stati parti alla Convenzione che favoriscono la diffusione dell’arbitrato (TABBANE c. SUISSE). Per Strasburgo non si verifica alcuna violazione del diritto di accesso alla giustizia e all’equo processo se le norme di diritto internazionale privato di uno Stato sanciscono che, nel caso in cui le parti a una controversia scelgano di avvalersi dell’arbitrato, sia preclusa la possibilità di appello. A rivolgersi alla Corte, un cittadino tunisino il quale aveva stipulato un contratto con la multinazionale francese Colgate: nel contratto era anche inclusa una clausola arbitrale con la quale le parti rinunciavano ad adire i tribunali ordinari optando, in caso di controversie, per l’arbitrato secondo le regole della Corte internazionale di arbitrato. Era stato così costituito un collegio che aveva scelto come sede la Svizzera, con la conseguenza che tale legge era quella applicabile. Il collegio arbitrale aveva condannato l’uomo d’affari a restituire le azioni e a pagare le spese processuali. L’imprenditore aveva fatto appello al tribunale federale svizzero che, però, aveva respinto il ricorso ritenendo che la libera scelta dell’arbitrato, in base alla legislazione svizzera, impediva la possibilità di appello. Di qui il ricorso a Strasburgo, poi proseguito dai figli e dalla moglie. Per la Corte europea, che ha dichiarato il ricorso irricevibile, non si è verificata alcuna violazione della Convenzione perché la legislazione svizzera persegue un fine legittimo ossia quello di favorire lo sviluppo dell’arbitrato. Il diritto di accesso a un tribunale – osserva Strasburgo – non implica necessariamente il diritto di adire un tribunale di tipo classico. L’articolo 6 della Convenzione, infatti, non si oppone ai tribunali arbitrali funzionali a giudicare controversie di natura patrimoniale. A ciò si aggiunga che, nel caso in esame, l’arbitrato era stato liberamente scelto dalle parti, nell’esercizio dell’autonomia negoziale. Ed invero, se si tratta di un arbitrato obbligatorio vanno applicate tutte le garanzie dell’articolo 6, a differenza dei casi di arbitrato volontario scelto liberamente dalle parti che rinunciano spontaneamente ad alcune garanzie. Nel caso in esame, nessun dubbio che il ricorrente avesse effettuato una scelta libera e senza equivoci. Tra l’altro, l’articolo 192 della legge di diritto internazionale privato svizzero, che punta a incrementare l’attratività e l’efficacia dell’arbitrato internazionale, escludendo il doppio grado di giurisdizione, è stato applicato perché il collegio arbitrale, con un arbitro scelto proprio dal ricorrente, aveva deciso la sede del collegio in svizzera e l’applicazione di tale legge che, in caso contrario, non sarebbe stata applicata in assenza di qualunque genere di legame con le parti e con il contratto. A ciò si aggiunga – precisano i giudici internazionali – che in base all’ordinamento elvetico, se la sentenza arbitrale deve essere eseguita in Svizzera va applicata la Convenzione di New York per il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze arbitrali straniere, con un controllo, quindi, supplementare e piena rassicurazione circa il rispetto dei diritti umani.

Scritto in: CEDU | in data: 25 marzo 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo interviene sull’individuazione del giudice competente in materia di diffamazione. Con la sentenza depositata il 1° marzo, nel caso Arlewin contro Svezia (CASE OF ARLEWIN v. SWEDEN), Strasburgo ha ritenuto che la dichiarazione di incompetenza da parte dei giudici svedesi, a fronte dell’azione per diffamazione avviata da un individuo leso da un programma televisivo trasmesso in diretta in Svezia ma transitato attraverso il satellite in Regno Unito, è contraria al diritto a un equo processo garantito dall’articolo 6 della Convenzione europea. A rivolgersi alla Corte, un cittadino svedese accusato in un programma televisivo di aver partecipato a un’organizzazione criminale operativa nel settore dei media e della pubblicità. Tuttavia, i tribunali svedesi, in primo e secondo grado, avevano escluso la propria giurisdizione perché era stata una società inglese a inviare il programma via satellite in Svezia. La Corte suprema aveva anche respinto la richiesta di effettuare un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea sul regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (sostituito dal regolamento n. 1215/2015, di analogo contenuto).

La scelta dei giudici svedesi, che hanno rigettato la giurisdizione, è stata bocciata da Strasburgo perché anche se il programma era transitato sul satellite inglese, la trasmissione era rivolta al pubblico svedese, era stata prodotta in Svezia e in lingua svedese. Non solo. Il danno si era verificato in Svezia perché lì si trovava colui che si riteneva diffamato e colui che era accusato di diffamazione. Pertanto, alla luce della circostanza che sussistevano forti collegamenti tra le conseguenze provocate dal programma e la Svezia, quest’ultima doveva consentire l’accesso a un tribunale tanto più che era del tutto irragionevole chiedere al ricorrente di agire dinanzi ai tribunali inglesi. La Corte, poi esprime anche alcune considerazioni sulla direttiva 2010/13 relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi (direttiva sui servizi di media audiovisivi), chiarendo che l’articolo 28 non si riferisce alle azioni di diffamazione, ma solo al diritto di replica, senza per di più occuparsi delle questioni di giurisdizione legate alla diffamazione derivante dalla diffusione transfrontaliera di programmi. Riguardo al regolamento Bruxelles I, Strasburgo ritiene che, in base agli articoli 2 e 5, entrambi gli Stati potrebbero avere la giurisdizione. Tuttavia, considerando che il contenuto, la produzione e la trasmissione del programma hanno stretti collegamenti con la Svezia e che il danno si è verificato nel Paese scandinavo, la Svezia ha un obbligo, in base all’articolo 6 della Convenzione, di garantire un diritto di accesso ai tribunali. Il diniego di giurisdizione, quindi, porta la Corte a condannare la Svezia obbligandola a versare un indennizzo di 12mila euro per danni non patrimoniali.

Scritto in: CEDU, giurisdizione | in data: 22 marzo 2016 |
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Buone prassi e storie di successo da prendere a modello per garantire la piena esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sul piano interno e assicurare, così, il ruolo sussidiario di Strasburgo rispetto all’applicazione dei diritti umani sul piano nazionale. Nel rapporto del relatore sull’attuazione delle sentenze Cedu, Pierre Yves Le Borgn, presentato all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a gennaio (AS/Jur/Inf (2016)04, 12d802b0) sono indicati alcuni esempi selezionati che mostrano un effettivo miglioramento dello stato di attuazione anche a livello interno, anche se non mancano zone d’ombra. Le sentenze della Corte europea – osserva Le Borgn’ – richiedono di frequente cambiamenti, realizzati o attraverso interventi di organi supremi, incluse le corti costituzionali nazionali o attraverso modifiche legislative di carattere generale. In molti casi, tra l’altro, gli Stati per evitare un accertamento di una violazione sul piano internazionale, con dichiarazioni unilaterali procedono a modificare il quadro interno e a indennizzare le vittime. Tra le buone prassi, l’analisi effettiva, ad ampio raggio, della giurisprudenza della Corte e la previsione di interventi legislativi anche prima di sentenze rivolte direttamente contro il proprio Stato.

Tra i risultati positivi riguardanti l’Italia, il relatore cita la sentenza Lucà contro Italia del 27 maggio 2001 che ha portato modifiche legislative in ordine alle dichiarazioni rese da coimputati prima del processo, il caso Godelli del 25 settembre 2012, con il quale è stata riconosciuta l’incompatibilità del sistema legislativo che vieta il diritto di accedere a notizie sulle proprie origini del minore abbandonato, sentenza che ha condotto alla dichiarazione di incostituzionalità della norma della legge n. 184/83 da parte della Corte costituzionale, la pronuncia Torreggiani con le modifiche in materia di esecuzione della pena.

In alcuni casi, piuttosto che procedere a modifiche legislative, gli Stati hanno cercato di indirizzare l’operato dei giudici nazionali. E’ il caso della Russia che, a fronte di alcune sentenze di condanna per violazione della libertà di espressione per le sanzioni a giornalisti che avevano criticato pubblici ufficiali, ha cercato di risolvere la questione con il Plenum della Corte suprema che ha indirizzato ai giudici nazionali una nota al fine di applicare gli orientamenti di Strasburgo.

Scritto in: CEDU | in data: 9 marzo 2016 |
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Sono arrivate, al Presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa Pedro Agramunt, le risposte aggiuntive dei Governi sul coinvolgimento nelle extraordinary renditions in Europa (AS). Sette Stati – Austria, Danimarca, Germania, Lituania, Polonia, Romania e Regno Unito – hanno fornito informazioni supplementari rispetto ai dati già raccolti nelle diverse fasi dell’inchiesta avviata nel 2005. Grazie all’articolo 52 della Convenzione, il Segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, ha inviato specifiche richieste agli Stati sulle modalità di effettiva applicazione della Convenzione e, in particolare, nel caso di specie, sul divieto di tortura. Il 16 febbraio è stata così chiusa la terza fase di un’inchiesta che ha portato alla luce, anche grazie all’attività del relatore speciale Dick Marty nel rapporto sull’abuso del segreto di Stato e della sicurezza nazionale, casi di tortura realizzati con la complicità di alcuni Governi europei d’intesa con la Cia. In questa direzione parlano chiaro le sentenze della Corte europea con le quali Strasburgo ha condannato Polonia, ex Repubblica federale di Macedonia e Italia per complicità nelle consegne straordinarie e abuso del segreto di Stato. Pendono ancora due casi che vedono sul banco degli imputati Lituania e Romania. Il Presidente Pedro Agramunt ha messo in guardia gli Stati che si trovano a fronteggiare il terrorismo e che devono farlo unicamente con strumenti legali, senza varcare limiti che portano a una deriva dei diritti umani. “La mia speranza – ha scritto Agramunt – è che la tortura non abbia più spazio sul suolo europeo con la complicità delle autorità statali”.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/italia-condanna-da-strasburgo-per-lextraordinary-rendition-di-abu-omar.html, http://www.marinacastellaneta.it/blog/italia-condanna-da-strasburgo-per-lextraordinary-rendition-di-abu-omar.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/extraordinary-renditions-e-abusi-del-segreto-di-stato-per-occultare-la-verita-uno-studio-dal-parlamento-europeo.html

Scritto in: CEDU | in data: 4 marzo 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo interviene, con la sentenza Pajic contro Croazia depositata il 23 febbraio (CASE OF PAJIC v-1. CROATIA), in materia di riconoscimento di diritti a coppie dello stesso sesso anche nel campo dei ricongiungimenti familiari con cittadini stranieri. Pur concedendo alle autorità nazionali la libertà nella scelta delle politiche in materia di immigrazione, gli Stati sono tenuti a garantire il pieno rispetto del diritto alla vita familiare di ogni individuo. A rivolgersi ai giudici internazionali, una cittadina bosniaca che si era vista rifiutare il permesso di soggiorno fondato sul ricongiungimento con la propria compagna che viveva in Croazia. Le autorità croate avevano basato il proprio rifiuto sul fatto che la legge interna in materia di immigrazione concede espressamente il diritto solo a partner di coppie eterosessuali, tacendo sulle altre. Una chiara violazione della Convenzione europea, scrive Strasburgo, che ha condannato la Croazia per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8) e del divieto di discriminazione (articolo 14). Riconosciuto che le coppie delle stesso sesso hanno un diritto alla vita familiare analogo a quelle delle coppie eterosessuali, tenendo conto per di più che la nozione di famiglia include i legami di fatto e non solo quelli formalizzati dal matrimonio, che l’evoluzione nella nozione di famiglia è ormai una realtà e la circostanza che un numero molto elevato di Paesi che hanno ratificato la Convenzione già prevede un riconoscimento giuridico alle coppie dello stesso sesso, la Corte ha concluso che se uno Stato prevede l’attribuzione del permesso di soggiorno per il ricongiungimento unicamente a un partner eterosessuale ma non a quello di una coppia same sex, incorre in una violazione della Convenzione compiendo una disparità di trattamento. Tra l’altro, se lo Stato gode di un ampio margine di apprezzamento in materia di immigrazione, tale margine è limitato per questioni legate all’orientamento sessuale. Questo vuol dire che anche se non è previsto espressamente nella legislazione interna, il diritto ad ottenere il permesso di soggiorno per il partner dello stesso sesso va riconosciuto. Oltre a condannare la Croazia, la Corte ha attribuito 10mila euro alla ricorrente per i danni non patrimoniali e oltre 5mila euro per le spese processuali.

Scritto in: CEDU | in data: 2 marzo 2016 |
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La cancelleria della Corte europea ha diffuso una nuova scheda informativa, aggiornata a gennaio 2016, sull’applicazione del diritto alla reputazione (FS_Reputation_ENG). La scheda raccoglie i principi affermati dalle principali sentenze della Corte passando in rassegna le pronunce con le quali il diritto alla reputazione appare come limite alla libertà di espressione, nonché le sentenze che considerano la tutela della reputazione come diritto in sé e come elemento del diritto al rispetto della vita privata, malgrado non venga espressamente richiamato dall’articolo 8 della Convenzione europea. Il testo, inoltre, analizza l’approccio dei giudici internazionali in relazione alle diverse persone interessate, dai magistrati ai politici, passando per i funzionari pubblici e i privati.

Scritto in: CEDU | in data: 27 febbraio 2016 |
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E’ contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la condanna per diffamazione di un portale di news che pubblica, senza filtro, commenti ritenuti volgari. Per Strasburgo, che si è pronunciata nel caso Magyar Tartalomszolgáltatók Egyesülete and Index.hu Zrt, condannando l’Ungheria per violazione dell’articolo 10 che assicura il diritto alla libertà di espressione (CASE MAGYAR), ai portali di news si applicano le regole in materia di libertà di stampa, anche quando si tratta di commenti di terzi, tenuti unicamente alla registrazione, non controllati attraverso un sistema di filtro. Questi i fatti che hanno spinto i ricorrenti condannati a incamminarsi sulla strada per Strasburgo. Alcuni utenti avevano pubblicato, sul sito di un portale di news e di un ente di autoregolamentazione dei prestatori di servizi di contenuti internet, alcuni commenti critici nei confronti di alcune società di annunci immobiliari le quali, poi, avevano citato in giudizio le società che avevano pubblicato i commenti, malgrado un portale avesse rimosso le espressioni ritenute volgari. Le società che avevano pubblicato i commenti erano state ritenute responsabili di diffamazione. Per Strasburgo, una conclusione contraria alla Convenzione europea tanto più che i giudici nazionali hanno trascurato di considerare la giurisprudenza della Corte in materia di libertà di stampa, che va applicata anche se il portale non è l’editore dei commenti. Di conseguenza, i portali godono di un’ampia libertà, pur nel rispetto di responsabilità e doveri propri degli editori, che va limitata unicamente nei casi di hate speech e incitamento alla violenza, come già stabilito nel caso Delfi contro Estonia. E’ vero che i commenti di alcuni utenti contenevano frasi volgari – certo non protette dall’articolo 10 – ma la singola frase non può essere decisiva nella valutazione sulla diffamazione. D’altra parte, lo stile è un elemento della comunicazione come forma di espressione e, quindi, di per sé protetto dall’articolo 10 tenendo conto per di più delle peculiarità della comunicazione via web. In ogni caso, l’attività del portale, che mette a disposizione il proprio spazio a terzi consentendo commenti sul sito, rientra tra le attività giornalistiche e, quindi, si deve applicare il principio fissato da Strasburgo in base al quale non è possibile punire un giornalista per aver disseminato dichiarazioni di altri, in modo analogo a quanto avviene per interviste riprodotte sulla carta stampata o in televisione. Senza trascurare la circostanza che se si pongono troppi oneri di controllo è evidente il rischio di una restrizione alla libertà di informazione su internet. I giudici nazionali, inoltre, – osserva la Corte – prima di procedere a condannare per diffamazione devono anche considerare il comportamento di chi si ritiene diffamato che, nel caso in esame, non aveva chiesto la rimozione dei contenuti volgari dai siti.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/responsabilita-del-portale-di-news-per-i-commenti-degli-utenti-conforme-alla-cedu.html

Scritto in: CEDU | in data: 19 febbraio 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza del 12 gennaio 2016 nel caso Gouarré Patte contro Andorra, torna sull’articolo 7 della Convenzione europea che afferma il principio nulla poena sine lege (AFFAIRE GOUARR? PATTE c. ANDORRE). Per la Corte, la norma in esame assicura non solo l’irretroattività della legge penale più severa ma anche la retroattività della legge più favorevole, ormai da ritenersi come principio fondamentale del diritto penale. Nel caso all’attenzione di Strasburgo, un medico era stato condannato a 5 anni di carcere per abusi sessuali e alla pena accessoria dell’interdizione perpetua dall’esercizio della professione medica. Malgrado alcune modifiche legislative volte a ridurre la pena grazie alle quali l’uomo aveva ottenuto una riduzione della sanzione principale, il medico non aveva potuto usufruire di una riduzione della pena accessoria. Questo malgrado una modifica legislativa del 2005 avesse chiarito che la pena accessoria non poteva superare quella prevista nel caso in cui la misura fosse stata adottata come pena principale. Tuttavia, i tribunali interni avevano respinto la revisione della pena accessoria perché la modifica legislativa non comprendeva l’interdizione dall’esercizio della professione. Strasburgo, chiarito che l’articolo 7 riconosce implicitamente l’obbligo di applicazione retroattiva della lex mitior, ha stabilito che l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione va senza dubbio qualificata come pena. Ora, se fosse stata applicata come pena principale, l’interdizione, in base al nuovo codice penale, non avrebbe potuto superare i 20 anni. Di conseguenza, questa disposizione più favorevole andava applicata anche al ricorrente tanto più che il principio della retroattività della legge penale più favorevole era stato espressamente enunciato tra le modifiche al codice penale e che l’articolo 7 della Convenzione europea va in questa direzione. Di qui la condanna di Andorra tenuta a corrispondere un indennizzo per danni morali pari a 12mila euro.

Scritto in: CEDU | in data: 5 febbraio 2016 |
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Un cambiamento di orientamento da parte dei giudici nazionali è inerente a ogni sistema giudiziario. Nessuna violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura l’equo processo, nel caso in cui, sul piano nazionale, vi siano divergenze e soluzioni differenti in relazione a casi simili. E’ quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 22 dicembre nel caso Stanković e  Trajković contro Serbia (CASE OF STANKOVIC AND TRAJKOVIC v. SERBIA). A rivolgersi alla Corte due donne che avevano chiesto ai giudici interni un risarcimento per la scomparsa dei rispettivi mariti durante la guerra in Kosovo. Malgrado in precedenza i tribunali serbi avessero accordato a persone in analoga situazione un indennizzo, nel caso di specie il tribunale aveva respinto le richieste. Questo perché a partire dal giugno 1999, il controllo di quella parte del territorio serbo era passato nelle mani della forza KFOR. Di qui, il cambiamento di giurisprudenza. Una conclusione che la Corte ha ritenuto conforme alla Convenzione europea tanto più che non poteva considerarsi inaspettata visto che, dopo l’intervento Nato, il controllo del territorio non era più della Serbia. Strasburgo ha chiarito che non spetta alla Corte mettere a confronto le diverse pronunce dei giudici interni a meno che non si configuri una lesione dei diritti convenzionali e vi sia un livello di arbitrarietà. E’ vero che decisioni contrastanti possono intaccare la fiducia nel sistema dell’amministrazione della giustizia, ma questo non comporta che sul piano interno vi debba essere un’uniformità di decisioni tanto più che i giudici sono tenuti a seguire un approccio dinamico ed evolutivo. Nel caso alla sua attenzione, la Corte europea ha concluso che il cambiamento di orientamento non è stato arbitrario perché è stato fondato sul mutamento di una situazione fattuale.

 

Scritto in: CEDU | in data: 4 febbraio 2016 |
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La lettura della relazione annuale sull’attività della Corte europea dei diritti dell’uomo, presentata dal Presidente della Corte Guido Raimondi il 28 gennaio (Annual_report_2015_ENG), a una prima lettura, sembra “rose e fiori” per l’Italia in ragione della diminuzione delle sentenze “italiane” che da 44 del 2014 diventano 24 nel 2015, tra le quali 20 condanne, alcune delle quali, però, particolarmente gravi. Tuttavia, questo dato numerico positivo, è fortemente attenuato da un altro elemento ossia il boom di dichiarazioni unilaterali con le quali l’Italia, nel 2015, ha riconosciuto l’effettiva violazione della Convenzione accettando, dopo il fallimento del regolamento amichevole, di pagare un indennizzo. Sono state, infatti, ben 1.853 le dichiarazioni nel 2015 a fronte delle 24 del 2014. In pratica, con questo strumento, lo Stato, fallito il regolamento amichevole con il ricorrente, riconosce la violazione e concede un indennizzo evitando, se il ricorrente è d’accordo, il vaglio della Corte (http://www.marinacastellaneta.it/blog/dichiarazioni-unilaterali-per-chiudere-i-ricorsi-alla-corte-europea-al-via-le-nuove-regole-di-procedura.html). In quest’ambito, l’Italia ha un primato assoluto, con 1.853 casi su un totale di 2.970 dichiarazioni. Segue la Turchia con 658 dichiarazioni. Diminuiscono anche i ricorsi dichiarati irricevibili che da 9.625 nel 2014 arrivano a 4.438 nel 2015, segno della migliore conoscenza dei meccanismi della Corte europea. Detto questo, però, l’Italia pesa molto sul carico di lavoro di Strasburgo con 7.567 ricorsi pari, in percentuale, all’11,69% del totale, preceduta dall’Ucraina (13.832), dalla Russia (9.207) e dalla Turchia (8.446). Il podio per il numero di condanne è conquistato dalla Russia (109 su 116 sentenze), seguita dalla Turchia (79 su 87), dalla Romania (72), dall’Ucraina (50), dalla Grecia (43), dall’Ungheria (42), dalla Bulgaria (28) e dall’Italia (20). Dal 1959 al 2015 risulta in vetta la Turchia con 2.812 condanne, seguita dall’Italia a quota 1.780 e dalla Russia (1.612).

In via generale, il 2015 è stato un anno particolarmente produttivo per la Corte, con un sensibile miglioramento degli standard di efficienza che ha portato a una diminuzione progressiva dell’arretrato che passa da 69.900 ricorsi pendenti a 64.850 (-7%), con un numero di procedimenti chiusi che supera l’entrata di nuovi casi. Non solo. E’ aumentato il tasso di comunicazione agli Stati tant’è che nel 2015 i ricorsi comunicati sono stati 15.965 a fronte dei 7.895 nel 2014 (+102%). Le sentenze sono state 823 in diminuzione dell’8% rispetto all’anno passato (891). Un dato che va letto nel complesso perché molte cause sono state riunite: il numero effettivo è, quindi, di 2.441 contro le 2.388 del 2014. Sotto il profilo della qualità, la Corte ha messo in primo piano le questioni più importanti che al 31 dicembre 2015 erano 11.490. Il numero di ricorsi prioritari è aumentato del 10% e quelli dichiarati irricevibili sono scesi del 35%. Resta il problema dei ricorsi seriali che ammontano a 30.500. Sul punto, indispensabile il contributo degli Stati che devono rispettare la Convenzione e applicarla correttamente sul piano interno tenendo conto della giurisprudenza della Corte. Strasburgo – ha detto il Presidente Guido Raimondi – dispone degli strumenti tecnici necessari per arrivare a una diminuzione degli affari seriali, ma questo dipende “anche dalla capacità degli Stati convenuti nel trattare questi casi”. Per quanto riguarda il contenuto delle sentenze e delle violazioni accertate, nel complesso, sempre in primo piano la violazione dell’equo processo (24.18%). Allarmante che ben il 23% dei casi abbia riguardato la violazione dell’articolo 3 che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti. Segue la violazione del diritto alla libertà personale (15,63%).

Tra le sentenze più significative rivolte all’Italia quella Cestaro del 7 aprile 2015 sui fatti del G8 di Genova con la quale la Corte ha evidenziato la violazione del divieto di tortura da parte dell’Italia e ha chiesto al più presto l’adozione di una legge che punisca in modo effettivo il reato di tortura. L’inerzia del legislatore italiano è stata colpita anche sui diritti delle coppie dello stesso sesso, con una condanna pronunciata il 21 luglio 2015 nel caso Oliari e altri. Per la Corte europea, la mancata adozione di una regolamentazione sulle unioni civili per il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso è una violazione dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Anche in questo caso, la Corte ha chiamato in causa il legislatore chiedendo di adottare una normativa conforme alla Convenzione e questo anche per evitare inevitabili ricorsi seriali a Strasburgo.

Qui ulteriori statistiche (Stats_analysis_2015_ENG).

Scritto in: CEDU | in data: 3 febbraio 2016 |
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