No a sanzioni pecuniarie nei confronti di giornalisti senza tener conto della loro situazione economica. E questo anche quando a versare i risarcimenti sono gli editori perché, in ogni caso, l’applicazione di sanzioni eccessive produce un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza Kapsis e Danijas contro Grecia (ricorso n. 52137/12) depositata il 19 gennaio (AFFAIRE KAPSIS ET DANIKAS c. GR?CE). Per Strasburgo, le autorità giurisdizionali nazionali non rispettano i parametri fissati dalla Corte europea quando stabiliscono sanzioni sproporzionate colpendo le tasche dei giornalisti, con sicuri effetti deterrenti sulla libertà di stampa. Con la conseguenza che lo Stato incorre in una violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura la libertà di espressione e in una condanna da parte dei giudici internazionali. A rivolgersi alla Corte di Strasburgo sono stati il direttore e il giornalista di un quotidiano greco. Il cronista aveva scritto un articolo sulle nomine decise dal Ministro della cultura nella Commissione consultiva sui sovvenzionamenti ai teatri. Tra le persone nominate, anche un’attrice definita nell’articolo come “completamente sconosciuta”. La donna aveva citato in giudizio i due ricorrenti che erano stati condannati a pagare 30mila euro. Una sanzione giudicata sproporzionata dalla Corte europea. L’attrice – osserva la Corte – era stata nominata in un organo di natura politica con la conseguenza che era del tutto giustificato che i giornalisti si occupassero della sua designazione, tanto più che non poteva essere considerata un “semplice individuo” vista la sua nomina politica. I giudici nazionali, inoltre, non hanno applicato i parametri di Strasburgo perché non hanno tenuto conto che si trattava di un giudizio di valore e non hanno preso in considerazione il contesto complessivo, giudicando una singola frase dell’articolo e questo malgrado, già in diverse occasioni, la stessa Corte europea abbia stabilito che non è possibile estrapolare le singole frasi per verificare una lesione alla reputazione altrui. Il giornalista, infatti, ha piena libertà nella scelta dello stile e non spetta certo ai giudici nazionali indicare lo stile da seguire che può essere sarcastico e aspro. L’ingerenza, così, non è stata proporzionata rispetto al fine perseguito ossia la protezione della reputazione della donna. A ciò si aggiunga che per quantificare l’importo per il risarcimento del danno, i giudici nazionali non hanno seguito i criteri di Strasburgo perché non hanno preso in esame la situazione economica dei giornalisti. Poco importa – osserva la Corte – che il risarcimento è stato poi versato dall’editore perché, in ogni caso, la previsione di una sanzione pecuniaria non conforme ai principi determinati dalla Corte europea ha un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa che rischia, proprio per il timore di una sanzione, di non contribuire alla discussione pubblica su questioni di interesse generale, con un danno alla funzione di controllo che la stampa è chiamata ad esercitare. La Corte europea, in questo caso, non ha concesso un risarcimento per i danni patrimoniali perché l’importo era stato versato dall’editore, ma ha previsto 2mila euro per i giornalisti per il pregiudizio morale subito, con ciò valutando che quando i giornalisti sono costretti a subire un’azione sul piano giudiziario subiscono un sicuro danno morale.

Scritto in: CEDU | in data: 24 febbraio 2017 |
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Aumentano i ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. E sono soprattutto Ungheria, Romania e Turchia, in particolare dopo il fallito colpo di Stato di luglio 2016, ad essere sul banco degli imputati di Strasburgo. Dalla relazione annuale presentata dalla Corte a gennaio (Annual_report_2016) risulta, inoltre, che i casi pendenti alla fine del 2016 sono arrivati a quota 79.750 con un più 23% rispetto al 2015. Sul fronte delle condanne, è la Russia in vetta alla classifica con 228 sentenze, seguita dalla Tuchia (88), dalla Romania (86), dall’Ucraina (73), dalla Grecia (45) e dall’Ungheria (41). L’Italia ha migliorato di molto la situazione anche per la scelta di seguire più di frequente la strada dei regolamenti amichevoli e delle dichiarazioni unilaterali. Nel 2016 sono state 15 le sentenze con al centro l’Italia, con 10 condanne, 3 pronunce di “assoluzione” e 2 regolamenti amichevoli. In particolare, per le sentenze di condanna, 5 casi hanno riguardato la violazione dell’articolo 5 della Convenzione che assicura il diritto alla libertà personale e 5 l’articolo 8 che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Di particolare rilievo la pronuncia del 15 dicembre 2016 nel caso Khlaifia c. Italia, con la quale la Corte europea ha condannato l’Italia per la detenzione in condizioni degradanti di alcuni migranti sull’isola di Lampedusa e per le espulsioni collettive (qui la versione nella traduzione italiana Khlaifia).

Per quanto riguarda i casi pendenti l’Italia arriva a quota 6.200 (ossia il 7,8% del totale). Il numero più alto riguarda l’Ucraina (22,8%), la Turchia (15,8%), l’Ungheria (11,2%), la Russia (9,8%) e la Romania (9,3%). Diminuiscono, invece, i ricorsi italiani trasferiti a una formazione giudiziaria dai 5.490 del 2014 ai 1.409 del 2016 (erano 1.885 nel 2015). Dall’inizio dell’attività della Corte al 2016, l’Italia si colloca al terzo posto per numero di condanne. In vetta alla classifica la Turchia, con 2.889 condanne su 3.270 pronunce, seguita dalla Russia con 1.834 condanne e 1.948 sentenze. Poi l’Italia con 2.351 sentenze e 1.791 condanne.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-delle-sentenze-cedu-pubblicata-la-relazione-annuale.html

Scritto in: CEDU | in data: 24 febbraio 2017 |
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La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Paradiso e Campanelli depositata il 24 gennaio, dà ragione all’Italia e sancisce la conformità alla Convenzione della misura con la quale le autorità nazionali hanno deciso l’allontanamento del bambino dai genitori che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero (ricorso n. 25358, CASE OF PARADISO AND CAMPANELLI v. ITALY). Strasburgo ha ribaltato il giudizio della Camera (che, invece, aveva condannato l’Italia) e ha affermato la conformità di provvedimenti che, in via di fatto, negano il riconoscimento del legame genitoriale con il figlio nato dalla tecnica dell’utero in affitto all’estero, vietata in Italia dalla legge n. 40/2004. A rivolgersi alla Corte una coppia di cittadini italiani che, dopo aver provato varie volte ad avere un figlio e dopo una lunga attesa per l’adozione, aveva deciso di ricorrere alla maternità surrogata in Russia, Paese nel quale quella pratica è ammessa. Il neonato era stato registrato a Mosca come figlio della coppia, ma i due ricorrenti, rientrati in patria, non erano riusciti ad ottenere la trascrizione dell’atto di nascita nell’ufficio di stato civile anche perché il consolato italiano aveva segnalato la presenza di alcuni dati falsi nel fascicolo e questo aveva determinato l’apertura di un procedimento penale per alterazione dello stato civile. Era stata avviata, dopo l’allontanamento del bimbo, anche la procedura di adozione. Dopo diverse azioni sul piano interno, la coppia si è rivolta a Strasburgo. La Camera aveva dato ragione ai coniugi, ma la Grande Camera ha ribaltato il giudizio e ha escluso la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il diritto al rispetto della vita privata. Prima di tutto, Strasburgo ha tenuto a precisare che al centro del ricorso non è la trascrizione dell’atto di nascita ma la misura di allontanamento del minore. Ed invero, se è indiscutibile che la coppia aveva stretto legami familiari con il bimbo nel momento immediatamente successivo alla nascita è anche vero che il rapporto era stato di breve durata (circa 8 mesi). Non solo. La coppia e il bimbo non avevano legami biologici ed era evidente l’incertezza del vincolo sotto il profilo giuridico. Di qui la conclusione della Grande Camera secondo la quale non sussistono le condizioni per configurare un diritto alla vita familiare. E’ vero che conta la qualità dei rapporti e non la quantità, ma la durata è un elemento rilevante che deve essere preso in considerazione. Così, la vicenda è stata esaminata solo con riguardo al diritto al rispetto della vita privata. Incontestabile l’ingerenza in tale diritto nel momento in cui le autorità nazionali hanno deciso di allontanare il bimbo. Detto questo, però, la Corte ritiene che l’ingerenza era necessaria in una società democratica, proporzionale e frutto di un’attenta valutazione dei diversi interessi in gioco. L’ingerenza, infatti, era prevista dalla legge che vieta la maternità surrogata e le autorità nazionali hanno preso una decisione solo dopo aver accertato che il bimbo non avrebbe sofferto un danno irreparabile. D’altra parte – osserva Strasburgo – gli Stati hanno una competenza esclusiva nel riconoscere i legami tra genitori e figli sotto il profilo giuridico, con la possibilità di scegliere di tutelare il vincolo solo nel caso di legami biologici o di adozione.

E’ vero che l’allontanamento e la dichiarazione di stato di abbandono del minore hanno avuto un impatto sui ricorrenti, ma le autorità italiane hanno giustamente messo in primo piano il bambino, escludendo danni irreparabili a seguito dell’allontanamento. Inoltre, lasciare il bambino con i due ricorrenti avrebbe comportato la legalizzazione di una situazione in contrasto con regole di rilievo nell’ordinamento italiano. Raggiunto così un giusto equilibrio tra i diversi interessi in gioco ed esclusa la violazione della Convenzione.

Si vedano, tra gli altri, i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nei-casi-di-maternita-surrogata-no-al-limite-dellordine-pubblico-se-contrasta-con-linteresse-superiore-del-minore.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-come-regolare-gli-accordi-transnazionali.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-allestero-senza-reato-si-alla-trascrizione-dellatto-di-nascita.html.

Scritto in: CEDU | in data: 27 gennaio 2017 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo non ci ripensa e con decisione depositata il 29 novembre e diffusa oggi blocca ancora l’accesso a Strasburgo di dipendenti pubblici turchi rimossi dal servizio e colpiti da provvedimenti restrittivi dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016. Con la decisione Zihni contro Turchia (ricorso n 59061/16, zihni-c-turquie), infatti, la Corte europea ha dichiarato irricevibile il ricorso per il mancato previo esaurimento dei ricorsi interni. In questo caso a rivolgersi ai giudici internazionali è stato un insegnante, che rivestiva il ruolo di vicepreside, sospeso dalle funzioni e rimosso dal servizio a seguito dell’adozione di un decreto voluto da Erdogan all’indomani del tentato colpo di Stato. La Corte europea ha ritenuto che l’uomo dovesse impugnare in via amministrativa il provvedimento. Non solo. Per la Corte, il ricorrente aveva anche la possibilità di rivolgersi alla Corte costituzionale malgrado questa si fosse già pronunciata sulla costituzionalità del decreto legislativo e malgrado la situazione della Consulta turca, con la rimozione e l’arresto di due giudici. Lapidaria, ancora una volta la conclusione di Strasburgo nel ritenere che il ricorrente non ha dimostrato che l’accesso ai rimedi giurisdizionali interni non era effettivo e nel non vedere circostanze speciali idonee a esonerare gli individui colpiti dalle misure repressive volute da Erdogan dal previo esaurimento dei ricorsi interni. Con buona pace di tutti gli organismi internazionali e di ONG che quotidianamente evidenziano le gravi violazioni dei diritti umani in Turchia.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cedu-sbarra-la-strada-ai-ricorsi-contro-la-turchia-per-le-misure-post-golpe-malgrado-lallarme-degli-organismi-internazionali.html

Scritto in: CEDU | in data: 8 dicembre 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo allarga il perimetro di applicazione dell’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare e chiarisce che la rimozione da una posizione professionale può costituire un’ingerenza nella vita privata e, di conseguenza, può configurarsi una violazione dell’indicata norma. Con la sentenza depositata il 22 novembre, nel caso Erményi contro Ungheria, ricorso n. 22254/16 (case-of-a-and-b-v-norway case-of-ermnyi-v-hungary), la Corte interviene nuovamente, dopo il caso Baka (http://www.marinacastellaneta.it/blog/leggi-ad-hoc-contro-i-magistrati-bocciatura-da-strasburgo.html), sulle leggi adottate dall’Ungheria che hanno intaccato numerosi diritti dei magistrati. In questo caso, a rivolgersi a Strasburgo, il vicepresidente della Corte suprema ungherese (deceduto nel corso del procedimento) che era stato rimosso dal suo incarico prima del termine ordinario di scadenza. Non solo. A causa di una successiva legge, che aveva abbassato il limite di età per il pensionamento, aveva dovuto lasciare la magistratura. E’ vero che la legge ungherese era stata dichiarata incostituzionale, ma il ricorrente aveva deciso di non rientrare nei ranghi della magistratura proprio a causa della sua rimozione come vicepresidente. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha dato ragione al magistrato e ai suoi eredi che hanno continuato il procedimento dinanzi a Strasburgo. La nozione di vita privata – osserva la Corte europea – include anche le relazioni di natura professionale ed economica tanto più che proprio durante lo svolgimento dell’attività lavorativa le persone hanno la possibilità di sviluppare le relazioni personali con il mondo esterno. Di conseguenza, è evidente che la rimozione dall’ufficio interferisce con il rispetto della vita privata. A ciò si aggiunga che le eccezioni all’ingerenza nella vita privata, previste dal paragrafo 2 dell’articolo 8, vanno interpretate restrittivamente e che il Governo ungherese non ha dimostrato un collegamento tra la rimozione dall’incarico di vicepresidente e le eccezioni indicate nel paragrafo 2. Così, l’ingerenza non perseguiva un fine legittimo e la rimozione da vice presidente è stata contraria alla Convenzione. La Corte ha anche concesso 20mila euro per i danni patrimoniali e non patrimoniali.

Scritto in: CEDU | in data: 2 dicembre 2016 |
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Malgrado gli arresti di massa di magistrati, giornalisti, accademici, attivisti dei diritti umani, la Corte europea dei diritti dell’uomo non vede nessuna circostanza speciale per ritenere che il ricorso a Strasburgo di una giudice turca, rimossa dall’incarico all’indomani del tentato golpe del 15 luglio e arrestata nell’ondata repressiva di Erdogan, possa essere dichiarato ricevibile senza che la ricorrente abbia esperito i ricorsi interni e, in particolare, alla Corte costituzionale turca. Segno che, per Strasburgo, che si è pronunciata con decisione depositata il 17 novembre (caso Mercan contro Turchia, ricorso n. 56511/16, mercan-c-turquie), il sistema giudiziario turco rispetta gli standard convenzionali. Porte chiuse, quindi, per il ricorso presentato dalla giudice che era stata rimossa dal suo incarico e posta in custodia cautelare dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio, che aveva portato le autorità nazionali a destituire dalle proprie funzioni ben 2.900 magistrati. La donna si era rivolta alla Corte di assise di Ordu (Turchia), ma la sua azione era stata respinta. Di qui il ricorso alla Corte europea per violazione, da parte della Turchia, del diritto alla libertà e alla sicurezza garantito dall’articolo 5 della Convenzione europea: la donna, infatti, sosteneva di essere stata sottoposta a una misura detentiva senza alcuna prova e senza che le autorità inquirenti le avessero fornito alcuna indicazione dei motivi dell’arresto. In particolare, la ricorrente sosteneva la necessità di adire subito, per far valere i propri diritti, la Corte europea in ragione dell’ineffettività del ricorso alla Corte costituzionale, tenendo conto del contesto di gravi repressioni nei confronti dei magistrati, culminati con l’arresto di due giudici della stessa Corte costituzionale. Un problema che per Strasburgo evidentemente non esiste, malgrado Ankara abbia anche notificato la sospensione dell’applicazione della Convenzione in base all’articolo 15.

La Corte europea, infatti, richiama altri precedenti relativi però a una fase in cui non erano state adottate le misure speciali dopo il tentato colpo di Stato. Il timore circa la mancanza di imparzialità dei giudici – osserva Strasburgo – non solleva la ricorrente da presentare prima il ricorso alla Corte costituzionale, come previsto dall’articolo 35, par. 1 della Convenzione europea. Nel presente caso, secondo i giudici internazionali, non vi sono motivi (sic) per discostarsi dalla giurisprudenza consolidata che ha già giudicato i ricorsi alla Corte costituzionale turca come effettivi. Inoltre, per Strasburgo gli argomenti avanzati dall’interessata circa l’esistenza di circostanze particolari proprio a causa delle reazioni del Governo “non consentono di far dubitare prima facie dell’effettività dei ricorsi dinanzi alla Corte costituzionale”.

Una posizione allarmante e sconcertante perché se la Corte non vede in quest’occasione i motivi per non considerare ineffettivi i ricorsi interni non è chiaro quando lo farà. Intanto il Consiglio consultivo dei giudici europei (CCJE) ha adottato, il 10 novembre, una dichiarazione con la quale sottolinea le preoccupazioni per lo stato del diritto e degli operatori del settore in Turchia (ccje-statement) e l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha inviato un Comitato, guidato da Mogens Jensen, per accertare la situazione, evidentemente per nulla rassicurata dalle dichiarazioni dei rappresentanti turchi. Senza dimenticare l’importante dichiarazione del Presidente del Mechanism for International Criminal Tribunals (http://www.unmict.org/) Theodor Meron che, nel corso della presentazione del quarto rapporto annuale sull’attività del Meccanismo dinanzi all’Assemblea generale dell’Onu ha additato il comportamento delle autorità turche che hanno arrestato il giudice del Meccanismo internazionale, Aydin Sefa Akay, detenuto dal 21 settembre (meron-turchia). Meron ha chiesto alla Turchia il rispetto effettivo degli obblighi internazionali in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e l’immediata scarcerazione del giudice Akay. E’ evidente che, anche alla luce di questi atti, la decisione della Corte europea è sconcertante e con un evidente errore di valutazione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.html

Scritto in: CEDU | in data: 21 novembre 2016 |
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E’ conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la decisione delle autorità governative di sciogliere un club di tifosi coinvolti in gravi episodi di violenza. Nessuna violazione dell’articolo 11, che assicura la libertà di associazione, nel provvedimento di uno Stato, in questo caso la Francia, di procedere all’adozione di una misura sì drastica, come la dissoluzione di un club, ma necessaria a fronteggiare la violenza negli stadi. Con la sentenza  depositata il 27 ottobre (n. 4696/11, affaire-les-authentiks-et-supras-auteuil-91-c-france), la Corte ha dato ragione alla Francia che aveva deciso lo scioglimento di due club di tifosi del Paris-Saint-Germain perché il provvedimento, certo dirompente, persegue un bisogno sociale imperativo come impedire la violenza negli stadi. A rivolgersi alla Corte europea, due associazioni di tifosi del Paris-Saint-Germain che erano state sciolte con provvedimento del Governo per i gravi scontri tra i tifosi della squadra di calcio parigina e quelli dell’Olympique di Marsiglia, scontri che erano culminati nella morte di un tifoso. Le due associazioni, a seguito della misura di scioglimento, avevano fatto ricorso al Consiglio di Stato che, però, lo ha respinto. Di qui l’azione dinanzi alla Corte europea che, nella prima sentenza sul rapporto tra libertà di associazione e lotta alla violenza negli stadi (in passato un ricorso analogo era stato dichiarato irricevibile), non ha accolto le ragioni dei club secondo i quali la Francia aveva compiuto un’ingerenza sproporzionata nel proprio diritto alla libertà di associazione garantito dall’articolo 11. La Corte riconosce che si è verificata un’ingerenza, ma questa misura, oltre ad essere prevista dalla legge, era necessaria in una società democratica a tutela di un bisogno sociale imperativo come la protezione della collettività dalla violenza. Certo, la decisione di sciogliere un club è un provvedimento estremamente grave tanto più nei casi in cui l’associazione persegue un obiettivo legittimo come un interesse sportivo, ma gli Stati hanno il diritto/obbligo di fronteggiare in modo efficace la violenza durante gli incontri sportivi anche per “soddisfare l’aspirazione legittima degli individui di assistere a manifestazioni sportive in piena sicurezza”. Così, il provvedimento è stato conforme alla Convenzione anche perché rispettoso del principio di proporzionalità in quanto preceduto da misure individuali come il divieto per alcuni tifosi di assistere agli incontri. Poco importa, poi, che lo scioglimento non è stato preceduto da una misura più tenue come la sospensione, perché laddove ci sono episodi di incitamento alla violenza o casi concreti di violenza nei confronti della popolazione, gli Stati godono di un ampio margine di apprezzamento, più ampio rispetto a quello tradizionalmente concesso per testare la necessità di un’ingerenza. Senza dimenticare – osserva Strasburgo – che un’associazione che supporta un club di football non ha la stessa importanza per la democrazia di un partito politico e, quindi, il rigore con il quale va esaminata la necessità di una restrizione alla libertà di associazione non è certo lo stesso. Via libera, così, allo scioglimento del club.

Scritto in: CEDU | in data: 13 novembre 2016 |
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Il principio dell’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione di un altro Paese persegue un fine legittimo come assicurare buone relazioni tra Stati, ma i limiti di accesso ai tribunali nazionali in materie di controversie di lavoro tra un cittadino dello Stato sul cui territorio si trova un’ambasciata di uno Stato estero e quest’ultimo devono essere proporzionali e in grado di garantire l’applicazione dell’articolo 6 della Convenzione europea, che assicura il diritto di accesso al giudice. E’ la Corte dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza Naku contro Lituania e Svezia depositata l’8 novembre (ricorso n. 26126/07, naku). Questi i fatti. Una donna, cittadina lituana, aveva lavorato per diversi anni alle dipendenze dell’ambasciata svedese a Vilnius. La donna si era occupata del settore della cultura e dell’informazione. Entrata in conflitto con il nuovo consigliere per gli affari culturali era stata licenziata. La donna aveva cercato di far valere le proprie ragioni dinanzi ai giudici lituani ma le sue istanze erano state respinte perché i tribunali nazionali hanno escluso la propria giurisdizione in ragione dell’immunità della Svezia. Di qui il ricorso a Strasburgo. La Corte ha prima di tutto respinto il ricorso contro la Svezia tanto più che la donna non aveva presentato alcuna azione dinanzi ai giudici svedesi i quali, inoltre, sulla base del contratto firmato tra le parti avrebbero dovuto applicare il diritto lituano. Per quanto riguarda l’azione contro la Lituania, la Corte ha tracciato il perimetro in cui si muove la regola dell’immunità degli Stati in materia di controversie di lavoro. Strasburgo prende atto che sul piano internazionale c’è una tendenza volta a delimitare lo spazio dell’immunità, con eccezione, però, ai casi di reclutamento dello staff nelle ambasciate. Preso atto che l’immunità è stata erosa con il passare degli anni, la Corte richiama la Convenzione Onu sull’immunità giurisdizionale degli Stati e dei loro beni del 2 dicembre 2004 che parte dal principio che non sussiste l’immunità nel caso di controversie di lavoro, enunciando delle eccezioni a tale principio. Ed invero – osserva la Corte – nel caso in esame non sussistono le eccezioni indicate nella Convenzione perché la ricorrente non era cittadina svedese, né era un agente diplomatico o consolare. Non solo. La Svezia non ha mai sostenuto, dinanzi ai tribunali lituani, che sussistevano, per giustificare l’immunità, ragioni di sicurezza nazionale. Il caso in esame, inoltre, va distinto dalla pronuncia Fogarty che riguardava una discriminazione nel reclutamento perché, invece, la ricorrente, in questa vicenda, aveva lavorato per ben 14 anni e, quindi, erano in discussione i diritti legati a un contratto di lavoro. Quello che poi proprio non convince la Corte europea è il mancato accertamento da parte dei giudici nazionali circa la partecipazione della donna a funzioni sovrane dello Stato. I giudici interni – prima di dichiararsi incompetenti – avrebbero dovuto verificare se le funzioni della donna erano collegate all’esercizio di poteri sovrani. Proprio questo mancato accertamento fa dire alla Corte che è stato violato il diritto di accesso al giudice e, quindi, l’articolo 6, par. 1 della Convenzione dei diritti dell’uomo. Strasburgo ha disposto un indennizzo di 8mila euro per i danni non patrimoniali e 17mila per le spese processuali chiarendo che, però, in un caso come questo, il rimedio migliore sarebbe la riapertura del processo nazionale.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/immunita-degli-stati-limitata-nelle-controversie-di-lavoro.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/si-dalla-cedu-allimmunita-delle-organizzazioni-internazionali-per-controversie-di-lavoro.html

Scritto in: CEDU, immunità Stati esteri | in data: 11 novembre 2016 |
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Gli Stati hanno l’obbligo di versare un indennizzo effettivo alle vittime di inquinamento, anche quando un danno provocato dall’acqua insalubre è causato a un’unica persona. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 25 ottobre (Otgon, n. 22743/07) con la quale Strasburgo ha condannato la Moldova che aveva versato un indennizzo troppo basso a una donna la quale era stata colpita da una grave dissenteria per aver bevuto acqua dal rubinetto (case-of-otgon). La donna era stata ricoverata per due settimane in ospedale. Era stato accertato che l’acqua era stata contaminata da liquami. Di qui l’azione contro lo Stato. Ed invero, i tribunali nazionali avevano riconosciuto la responsabilità delle autorità statali e, in particolare, della società dell’acqua gestita dallo Stato, ma avevano liquidato un importo di soli 310 euro. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha dato ragione alla donna. Per la Corte, gli Stati, in base all’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il rispetto al diritto della vita privata e familiare, sono tenuti ad adottare tutte le misure necessarie per garantire il benessere degli individui. Di conseguenza, lo Stato è responsabile se causa un inquinamento o se non adotta alcuna misura per impedirlo. Nel caso in esame, l’ambiente non salubre dovuto a un inquinamento della falda acquifera ha leso il benessere della ricorrente. Ciò è stato riconosciuto dalle autorità giurisdizionali nazionali che, però, hanno stabilito un indennizzo di soli 310 euro, ben al di sotto degli importi concessi in casi analoghi dalla Corte europea che ha così deciso una liquidazione di 4mila euro.

Scritto in: CEDU | in data: 31 ottobre 2016 |
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Nei procedimenti di divorzio in cui si discute l’affidamento dei figli, il giudice deve ascoltare i minori coinvolti. E’ vero che non esiste un diritto assoluto dei minori, ma nei casi in cui il tribunale nazionale si rifiuti sistematicamente di audire i figli al centro del procedimento di affidamento, l’organo giurisdizionale ha l’obbligo di giustificare il rifiuto opposto alla richiesta di uno dei genitori. E’ la Corte europea a chiarirlo nella sentenza Iglesias Casarrubios e Cantalapiedra Iglesias contro Spagna depositata l’11 ottobre 2016 (ricorso n. 23298/12, affaire-iglesias-casarrubios-et-cantalapiedra-iglesias-c-espagne) con la quale i giudici internazionali hanno condannato la Spagna per violazione dell’articolo 6 della Convenzione che assicura l’equo processo. Il procedimento nazionale riguardava il divorzio di una coppia e l’affidamento delle figlie, minorenni all’epoca dei fatti. La madre aveva chiesto ai giudici competenti di sentire le bambine, ma la sua istanza era stata respinta. Tuttavia, l’affidamento condiviso aveva causato numerosi problemi con ulteriori dissidi tra i genitori, che avevano portato la donna a proseguire la sua richiesta fino alla Corte costituzionale. Ma ogni sua istanza era stata rigettata. Di qui il ricorso a Strasburgo che le ha dato ragione. Prima di tutto, Strasburgo ha dichiarato irricevibile il ricorso delle bambine che avevano affiancato la madre nell’azione alla Corte europea. Questo non perché minorenni (tanto più che è ben possibile, anche in questi casi, il ricorso alla Corte europea), ma perché solo la madre era stata parte nel procedimento nazionale. Detto questo, però, Strasburgo ha dato ragione alla donna. E’ vero – osserva la Corte – che non si può affermare un diritto assoluto a sentire i minori perché ciò dipende dalle circostanze particolari di ciascun caso, con un obbligo di valutare l’età e la maturità del minore, ma la conclusione cambia se è la legge interna a stabilire un simile obbligo. Se poi tale obbligo viene disatteso, è indispensabile una giustificazione, che era mancata nel caso arrivato a Strasburgo, con la consequenziale condanna della Spagna.

Scritto in: CEDU | in data: 25 ottobre 2016 |
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