L’inerzia del legislatore italiano nell’adozione di una regolamentazione sulle unioni civili per il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso è costata una condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, arrivata con la sentenza del 21 luglio Oliari e altri (ricorsi n. 18766/11 e 36030/11, CASE OF OLIARI AND OTHERS v. ITALY), con la quale la Corte ha accertato una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, a causa del mancato riconoscimento legale di qualsiasi diritto alle coppie dello stesso sesso. A rivolgersi alla Corte europea sono state tre coppie che volevano ottenere una certezza, anche sul piano giuridico, della propria stabile unione e avevano chiesto agli uffici dello stato civile le pubblicazioni matrimoniali. Il no opposto dalle autorità nazionali, inevitabile in assenza di un qualsiasi riconoscimento normativo per le coppie “same-sex”, ha portato una coppia a rivolgersi al Tribunale di Trento che ha respinto il ricorso. La Corte di appello ha rimesso la questione alla Corte costituzionale che, con sentenza n. 138 del 15 aprile 2010, ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Consulta, tuttavia, ha chiesto al legislatore di intervenire per assicurare un riconoscimento giuridico alle coppie. Ai ricorrenti non è rimasto altro che rivolgersi alla Corte europea, sul presupposto che le lacune nella legislazione italiana impediscono la realizzazione della propria vita privata e familiare e costituiscono una discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

Il Governo italiano ha fatto di tutto per bloccare l’esame del merito dei ricorsi e ha invocato l’articolo 47 del Regolamento di procedura della Corte europea, come modificato nel 2014, che ha introdotto condizioni di ricevibilità più stringenti. In relazione a quest’obiezione la Corte ha applicato il principio tempus regit actum: il ricorso era stato presentato nel 2011 e, quindi, non era certo possibile applicare una regola adottata nel 2013 e in vigore dal 2014. Strasburgo ha anche respinto l’eccezione del mancato rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni che erano ineffettivi.

LA Corte europea è partita dalla constatazione che, in linea con quanto affermato dalla Grande Camera nella sentenza del 7 novembre 2013, nel caso Vallianatos e altri contro Grecia (ricorsi n. 29381/09 e n. 32684/09), nella nozione di diritto alla vita familiare rientra il diritto di coppie dello stesso sesso a vivere insieme e che i mutamenti nella concezione della famiglia comportano interventi degli Stati volti a impedire forme di discriminazione. Nello stesso senso si era espressa la Corte nella sentenza 24 giugno 2010, Schalk e Kopf contro Austria (ricorso n. 30141/04) nella quale, pur non ritenendo violata la Convenzione, ha affermato che “Sarebbe artificiale mantenere l’opinione secondo la quale, a differenza delle coppie eterosessuali, quelle dello stesso sesso non possono godere del diritto alla vita familiare secondo l’articolo 8”. Pur riconoscendo un margine di apprezzamento agli Stati, soprattutto in materie sensibili, la Corte ha stigmatizzato le gravi lacune dell’ordinamento italiano visto che le iniziative di alcuni comuni sulla registrazione delle unioni non sono in alcun modo comparabili al riconoscimento dei diritti proveniente da una legislazione sulle unioni civili. Cercare, poi, la via giudiziaria non solo non dà alcuna certezza, ma costituisce un onore eccessivo per i ricorrenti “specialmente in un sistema giudiziario sovraccaricato come quello italiano”. Non solo. Secondo la Corte risulta chiara l’esistenza di un conflitto tra la realtà sociale dei ricorrenti e il quadro legislativo che non prevede alcuna forma di riconoscimento. Eppure, un simile riconoscimento non costituirebbe, secondo la Corte, un onere eccessivo per l’Italia, né dal punto di vista giuridico né dal punto di vista amministrativo o altro. Anzi, una legge servirebbe a soddisfare un bisogno sociale evidente se, come dicono i numeri, ci sono numerose coppie dello stesso sesso che richiedono una legittimazione.

A ciò si aggiunga che ormai si assiste a un rapido sviluppo nel riconoscimento delle coppie dello stesso sesso attraverso le unioni civili sia all’interno dei Paesi membri del Consiglio d’Europa (24 su 47 le riconoscono) sia sul piano universale, in Africa, Asia e America. E che i Paesi europei ed occidentali siano ormai decisi a garantire forme di riconoscimento per le coppie dello stesso sesso risulta anche dal dibattito che ha portato alla recente adozione della risoluzione Onu sulla protezione della famiglia, avvenuta da parte del Consiglio per i diritti umani il 1° luglio 2015 (A/HRC/29/L.25 G1513998). La risoluzione non ha ricevuto il voto favorevole degli Stati Uniti, di Francia, Paesi Bassi, Germania e altri Paesi europei proprio perché, per volontà dei Paesi arabi, non è stata presa in considerazione la famiglia in tutte le sue forme, aderendo a un modello tradizionale e certo obsoleto. Proprio di recente, la Corte suprema degli Stati Uniti, nella storica sentenza del 26 giugno 2015, Obergefell e altri v. Hodges Director e altri, ha stabilito che la tutela del matrimonio same sex si estende su tutto il territorio degli Stati Uniti e non solo negli Stati membri che lo hanno finora legalizzato (circa 37) in ragione del principio di uguaglianza. La Corte ha riconosciuto l’esistenza di un diritto fondamentale per tutti a sposarsi e che, inoltre, non sussiste alcuna base giuridica idonea a giustificare un rifiuto al riconoscimento del diritto in esame. E’ evidente che un’affermazione così netta proveniente dal massimo organo giurisdizionale degli Stati Uniti non poteva lasciare indifferente la Corte europea che ha analizzato nel dettaglio l’iter giuridico seguito dai colleghi Usa.

La Corte europea, constatato che il Parlamento italiano non ha prestato attenzione alle indicazioni provenienti dalla collettività e alle affermazioni delle più alte autorità giurisdizionali del Paese, ha accertato il mancato rispetto degli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8 perché le lacune nel riconoscimento dei diritti impediscono alle coppie dello stesso sesso di vedersi riconosciuti diritti che, anche sul piano economico hanno rilievo, e di realizzare la propria identità. Una lacuna ingiustificata perché le coppie dello stesso sesso si trovano in una situazione identica alle coppie eterosessuali che vivono insieme in modo stabile, scegliendo di impegnarsi in una relazione duratura. Così, le coppie sono in una situazione identica in relazione alla necessità di ottenere un riconoscimento giuridico e una protezione della propria relazione. Esclusa, invece, la violazione dell’articolo 12 della Convenzione europea il quale riconosce che “uomini e donne in età adatta hanno diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto”. Per il matrimonio, infatti, la Corte ricorda che solo 11 Stati parti al Consiglio d’Europa lo prevedono per le coppie dello stesso sesso e che l’indicato articolo non impone un obbligo sugli Stati nel senso di prevedere il matrimonio per le coppie dello stesso sesso. In questo modo, ci sembra che la Corte europea abbia aperto la strada a una soluzione agevole anche per il legislatore italiano, che non cammina al passo con i tempi e che mostra di essere fortemente condizionato dagli aspetti religiosi della questione, permettendogli di riconoscere i diritti alle coppie dello stesso sesso attraverso le unioni civili senza passare attraverso l’ampliamento del raggio d’azione del matrimonio.

Va ricordato che il Governo p stato condannato non solo per aver violato gli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8, ma anche a versare 5mila euro a ciascun ricorrente a titolo di indennizzo per il danno non patrimoniale subito, oltre alle spese processuali sostenute dalle parti. Resta da vedere se la pronuncia di Strasburgo spingerà verso un rush finale per l’adozione del disegno di legge Cirinnà “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” che è all’esame della Commissione giustizia del Senato e che, il 23 luglio, ha avuto il via libero dalla ragioneria dello Stato che ha stimato i costi fino al 2025 (nel 2016 l’impegno economico è di 3,7 milioni di euro. Il testo è reperibile nel sito http://www.articolo29.it).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cassazione-no-alle-pubblicazioni-per-matrimoni-tra-coppie-dello-stesso-sesso.html http://www.marinacastellaneta.it/blog/discriminazione-sulla-base-dellorientamento-sessuale-un-volume-del-consiglio-deuropa.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/coabitazioni-e-unioni-registrate-necessarie-norme-di-conflitto-comuni.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/trascrizione-nei-registri-di-stato-civile-di-matrimoni-dello-stesso-sesso-celebrati-allestero-lannullamento-non-compete-al-prefetto.html

 

Scritto in: CEDU | in data: 28 luglio 2015 |
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I documenti bancari di un cliente sono dati personali e quindi godono della protezione offerta dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto alla vita privata al pari del diritto alla corrispondenza. Di conseguenza, la confisca di tali atti incluso il sequestro di lettere e e-mail deve avvenire nel rispetto di adeguate garanzie procedurali a tutela della persona che subisce il sequestro, che deve avere la possibilità di contestare i provvedimenti in sede giudiziaria. In caso contrario è certa la violazione della Convenzione europea. E’ quanto ha stabilito la Corte dei diritti dell’uomo nella sentenza depositata il 7 luglio che ha condotto a una condanna di San Marino (M.N. AND OTHERS). A rivolgersi a Strasburgo quattro cittadini italiani che, nel corso di un procedimento penale che non li riguardava, si erano visti sequestrare documenti e corrispondenza. Su richiesta degli inquirenti italiani, il Tribunale di San Marino aveva emesso un provvedimento di sequestro di alcuni documenti bancari. Tali misure erano state notificate ai ricorrenti dopo un anno. Di qui la decisione di presentare un ricorso alla Corte di appello impugnando il provvedimento che aveva disposto il sequestro. L’istanza era stata respinta sulla base della circostanza che i ricorrenti non erano parti interessate al procedimento penale. Inoltre eventuali violazioni frutto dell’esecuzione della richiesta italiana avrebbero dovuto essere sollevate dinanzi ai tribunali italiani. Dichiarato inammissibile il ricorso di due ricorrenti che non avevano rispettato il previo esaurimento dei ricorsi interni, la Corte ha, prima di tutto rigettato la posizione secondo la quale l’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita privata, non poteva trovare applicazione nel caso di documenti bancari. Una tesi del tutto respinta da Strasburgo. I documenti bancari – osservano i giudici internazionali – contengono dati personali che riguardano l’individuo, senza che abbia rilievo la circostanza che essi contengano informazioni sensibili. Così, non ha alcuna importanza il fatto che le informazioni ineriscano all’attività professionale. Non c’è alcuna ragione – scrive la Corte – per escludere le attività di un professionista o di natura commerciale dalla nozione di “vita privata”. Emerge poi un ulteriore profilo di contrarietà alla Convenzione nella parte in cui ai destinatari di un provvedimento di documenti non sono state offerte adeguate misure di salvaguardia. In pratica, i ricorrenti si sono trovati in una situazione più negativa rispetto agli indagati perché in base all’ordinamento di San Marino non hanno potuto in alcun modo contestare il provvedimento dinanzi ai giudici di quel Paese. Di qui la condanna allo Stato tenuto a corrispondere 3mila euro per i danni non patrimoniali e 15mila euro per i costi e le spese.

Scritto in: CEDU | in data: 27 luglio 2015 |
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Libertà di espressione garantita per l’avvocato che esprime un’opinione critica, con una base fattuale sufficiente, nei confronti dei magistrati che stanno svolgendo un’indagine alla quale è interessato un proprio cliente. Lo ha stabilito la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 23 aprile 2015 che ha condotto alla condanna della Francia per violazione dell’articolo 6 della Convenzione, che assicura l’equo processo e dell’articolo 10 sulla libertà di espressione (CASE OF MORICE v. FRANCE). La vicenda aveva preso il via dalla condanna per diffamazione dell’avvocato, ritenuto complice del giornalista, comminata dai giudici francesi. L’uomo, che rappresentava la moglie di un giudice, aveva contestato ad alcuni magistrati un comportamento inerte che aveva impedito di fare luce sulla morte del giudice avvenuta a Djibouti. Tra l’altro, l’avvocato aveva sottolineato la scomparsa di un file su Scientology e l’assenza di un filmato che non era contenuto nel fascicolo processuale. I giudici accusati di inerzia e di scarsa imparzialità lo avevano citato per diffamazione in quanto le sue parole erano state riportate sul quotidiano Le Monde. Dopo la condanna, l’avvocato ha fatto ricorso a Strasburgo che gli ha dato ragione, in un primo tempo, attraverso la Camera, per violazione dell’articolo 6  e, a seguito dell’intervento della Grande Camera, anche per violazione dell’articolo 10. In particolare, la Grande Camera ha ritenuto che la presenza nel procedimento in Cassazione di un magistrato che si era espresso a favore del collega criticato dal legale implicasse un’assenza di imparzialità, constatando, così, una violazione dell’equo processo. Per quanto riguarda la libertà di espressione la Grande Camera ha affermato che l’avvocato ha il diritto di esprimere un giudizio di valore, contenente critiche nei confronti della magistratura, con una base fattuale sufficiente. E’ vero poi che il legale deve tutelare il proprio cliente tenendo conto che esiste una differenza tra parlare all’interno delle aule e all’esterno, ma ciò non toglie che è possibile esprimere critiche soprattutto quando queste riguardano i magistrati inquirenti che sono parti nel processo.

La Corte ha tenuto a sottolineare la differenza tra avvocati e giornalisti respingendo la tesi del CCBE (Council of Bars and Law Societies of Europe) secondo il quale gli avvocati avrebbero la stessa ampiezza nell’esercizio del diritto alla libertà di espressione dei giornalisti. Le due figure professionali – osserva la Corte – sono in una situazione diversa perché gli avvocati sono protagonisti nel sistema giudiziario mentre i giornalisti sono testimoni esterni con il dovere di informare la collettività su questioni di interesse generale. Resta fermo, però, il riconoscimento del diritto anche agli avvocati che esprimono critiche utilizzando la prudenza necessaria a non compromettere l’autorevolezza e l’imparzialità del sistema giudiziario.

Scritto in: CEDU, libertà di espressione | in data: 2 giugno 2015 |
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La sezione filtro della Corte europea dei diritti dell’uomo ha diffuso un rapporto sull’applicazione dell’articolo 47 del Regolamento di procedura come modificato nel 2014 (Report_Rule_47_ENG). Con le modifiche sono stati introdotti requisiti di accesso alla Corte più rigorosi con un cambiamento delle condizioni relative ai contenuti dei ricorsi che incidono sulla ricevibilità. La Corte fa così un “tagliando” sulle nuove misure anche per testare la diffusione delle modifiche e la conoscenza da parte degli avvocati che si rivolgono alla Corte per conto dei propri clienti. Nel 2014 sono stati presentati 52.758 ricorsi dei quali 12.191 (circa il 23%) non hanno rispettato i requisiti previsti dall’articolo 47 (Rule_47_of_the_Rules_of_Court_2014_1_ITA), con particolare riguardo alla documentazione da allegare ai ricorsi e alla dichiarazione della violazione. Alla prova dei fatti anche le modifiche all’articolo 35, che impone la presentazione del ricorso nella forma completa non ritenendo più sufficiente il deposito di una lettera per interrompere il periodo di prescrizione di 6 mesi dalla sentenza definitiva interna per la presentazione dei ricorsi a Strasburgo. Per fornire un aiuto ai ricorrenti, è stato anche presentato un documento sugli errori più frequenti nella presentazione dei ricorsi (Applicant_common_mistakes_ENG).

Scritto in: CEDU | in data: 20 maggio 2015 |
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Non passa per Strasburgo l’accertamento della violazione del diritto alla vita a causa dell’inquinamento ambientale provocato dall’Ilva. Almeno per il momento e fino a quando i ricorrenti non saranno in grado di dimostrare un nesso causale tra emissioni prodotte dall’acciaieria e danno alla salute. Con decisione depositata il 16 aprile, la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso Smaltini contro Italia (ricorso n. 43961/09, SMALTINI c. ITALIE), ha dichiarato irricevibile il ricorso di una donna, ammalatasi di leucemia e deceduta per questa malattia (l’azione è stata poi portata avanti dal marito e dai figli), determinata, secondo quanto sostenuto nel ricorso, dall’inquinamento provocato dall’Ilva di Taranto. La donna aveva presentato una denuncia contro alcuni dirigenti dell’Ilva che, a suo dire, avevano autorizzato emissioni illegali. La Procura della Repubblica aveva constatato che non vi era alcun legame causale tra le emissioni e il cancro e aveva chiesto l’archiviazione, accordata dal giudice per le indagini preliminari.

La donna aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che non si è pronunciata sulla questione del previo esaurimento dei ricorsi interni poiché ha dichiarato l’azione irricevibile in quanto i ricorrenti non hanno dimostrato la violazione, sotto il profilo procedurale, dell’articolo 2 della Convenzione europea che assicura il diritto alla vita. La Corte, chiarito che sussistono obblighi positivi gravanti sugli Stati, che derivano dall’articolo 2, anche in relazione alle attività industriali pericolose, ha rilevato che l’azione dei ricorrenti era stata incentrata sui soli aspetti procedurali perché non si contestava allo Stato la mancata adozione di misure legislative e amministrative per proteggere la vita degli individui, né il mancato rispetto delle regole applicabili alle attività pericolose. Al centro del ricorso, infatti, vi sono i soli aspetti procedurali ossia la mancata constatazione del legame di causalità tra le emissioni e l’insorgere della malattia. Tuttavia, scrive la Corte, le parti non hanno dimostrato il nesso causale e non hanno provato che le inchieste fossero state parziali. Al contrario – prosegue Strasburgo – risulta che vi è stato un esame scrupoloso, accompagnato da un approfondimento dei rapporti scientifici sulla diffusione dei tumori nella zona di Taranto. Inoltre, il procedimento nazionale ha assicurato il pieno rispetto del contraddittorio e l’obbligo di motivazione. Di conseguenza, la Corte europea ha dichiarato il ricorso irricevibile considerando che non è stato provato, alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili all’epoca dell’azione, la violazione dell’articolo 2. Per i giudici internazionali, infatti, il ricorrente non ha dimostrato che gli studi epidemiologici, i quali attestavano che non vi era stato alcun incremento di tumori, erano sbagliati. Strasburgo, però, ha cura di precisare che una simile conclusione è senza pregiudizio di nuovi studi scientifici lasciando aperto uno spiraglio a future azioni su dati scientifici diversi.

Scritto in: CEDU | in data: 23 aprile 2015 |
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Il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso non era sufficientemente chiaro all’epoca dei fatti contestati al condannato. Di qui la violazione dell’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in base al quale “nessuno può essere condannato per un’azione o un’omissione che al momento in cui fu commessa non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza di condanna all’Italia nel caso Contrada (n. 3) depositata il 14 aprile (AFFAIRE CONTRADA c. ITALIE N 3). Per la Corte, la condanna del ricorrente per il concorso esterno in associazione di stampo mafioso per fatti risalenti agli anni 1979-1988 è stata contraria all’articolo 7 perché all’epoca dei fatti contestati non sussisteva ancora una base giuridica sufficientemente chiara. La legge applicabile doveva definire chiaramente il reato in esame mentre così non è stato anche perché le sentenze che hanno chiarito il reato  sono tutte successive ai fatti per i quali è stato processato e condannato il ricorrente (si veda la sentenza Demitry del 1994). Di qui la violazione del principio di prevedibilità della legge penale e di non retroattività. La Corte europea ha anche disposto un risarcimento per i danni morali subiti da Contrada pari a 10mila euro.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/trattamenti-disumani-e-degradanti-litalia-ha-violato-nuovamente-la-convenzione.html.

Scritto in: CEDU | in data: 16 aprile 2015 |
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Durata eccessiva dei procedimenti fondati sulla legge Pinto ancora all’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo. Nella decisione Di Palma e altri contro Italia diffusa il 9 aprile, la Corte ha accolto la dichiarazione unilaterale del Governo italiano funzionale a chiudere il procedimento (DI PALMA ET AUTRES c. ITALIE). Il ricorso a Strasburgo era stato avviato da oltre 40 persone che erano state vittime della durata eccessiva dei processi volti a liquidare gli indennizzi dovuto dallo Stato a causa della durata irragionevole del processo che li aveva riguardati. Una situazione ormai classica per quanto paradossale. Il Governo aveva presentato una dichiarazione con la quale si impegnava a chiudere la controversia versando 200 euro più gli interessi a ogni ricorrente. La Corte, malgrado l’opposizione dei ricorrenti, ha ritenuto di poter procedere alla cancellazione della causa in base all’articolo 37 della Convenzione che attribuisce l’indicato potere alla Corte nelle ipotesi, tra le altre, in cui “non si giustifichi l’ulteriore esame del ricorso”. Ora, la Corte constatato che gli importi decisi sono analoghi a quelli prospettati in casi simili ha dato il via libera alla cancellazione chiarendo che, se lo Stato non rispetta gli impegni, il ricorso sarà nuovamente iscritto a ruolo.

Scritto in: CEDU | in data: 14 aprile 2015 |
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Impedire a un indagato consegnato all’autorità giudiziaria di uno Stato in esecuzione di un mandato di arresto europeo di parlare con il proprio avvocato sin dall’interrogatorio della polizia è contrario all’articolo 6 par. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto all’assistenza di un difensore di propria scelta. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 9 aprile nel caso A.T. contro Lussemburgo (ricorso n. 30460/13 AFFAIRE A.T. c. LUXEMBOURG). Un cittadino inglese era stato arrestato nel Regno Unito e consegnato alle autorità lussemburghesi che avevano emesso un mandato di arresto europeo in quanto l’uomo era indagato per stupro. La polizia lo aveva interrogato e, malgrado l’uomo avesse richiesto la presenza di un avvocato, le autorità avevano spiegato le ragioni procedurali in base alle quali la presenza non era prevista nel primo interrogatorio. L’uomo aveva così risposto anche alle domande del giudice istruttore. Poi la condanna divenuta definitiva. Ritenuto violato il proprio diritto di difesa, il condannato ha fatto ricorso alla Corte europea che, anche sulla base della sentenza Salduz contro Turchia, gli ha dato ragione. Ad avviso di Strasburgo, la previsione fissata nell’ordinamento del Lussemburgo in base alla quale la presenza dell’avvocato durante l’interrogatorio della polizia è prevista solo in determinati casi ed è esclusa nell’ipotesi di provvedimenti di esecuzione del mandato di arresto è contraria all’articolo 6. Senza dimenticare – osserva la Corte – che i giudici di appello avevano condannato l’uomo senza considerare che le dichiarazioni rese erano state pronunciate in assenza dell’avvocato in evidente violazione dell’articolo 6 par. 3 e par. 1 della Convenzione europea in considerazione del fatto che il Lussemburgo non aveva rimediato alla mancanza dell’avvocato neanche in tribunale. Un’evidente violazione del diritto al difensore e del rapporto tra cliente e avvocato che è importante sin dalla prima apparizione dinanzi alle autorità inquirenti. D’altra parte, la Corte europea sottolinea che l’importanza della presenza del legale sin dai primi momenti dell’attività inquirente è stata attentamente valutata anche sul piano Ue tant’è che il diritto risulta espressamente garantito dall’articolo 3 della direttiva 2013/48 relativa al diritto di avvalersi di un difensore nel procedimento penale e nel procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo. Respinta la tesi del Governo secondo il quale le dichiarazioni non hanno avuto effetto sulla condanna, la Corte ha accertato la violazione della Convenzione europea.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pubblicata-la-direttiva-ue-sul-diritto-al-difensore.html.

Scritto in: CEDU | in data: 12 aprile 2015 |
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L’Italia non ha una legge adeguata per punire i casi di tortura e non è in grado di rispettare gli obblighi sostanziali e procedurali che derivano dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in base al quale nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani e degradanti. E’ il verdetto che arriva dalla Corte di Strasburgo in una sentenza di condanna all’Italia  pronunciata il 7 aprile nel caso Cestaro (ricorso n. 6884/11, AFFAIRE CESTARO c. ITALIE), con la quale il Governo è stato condannato per tortura, nonché al pagamento di un indennizzo pari a 45mila euro per i danni morali subiti dal ricorrente. Tra l’altro, la Corte, evidenziando l’esistenza di un problema di carattere strutturale dell’ordinamento italiano, ha imposto l’adozione di una legge che punisca in modo effettivo i reati di tortura. Nel mirino della Corte i fatti risalenti al G8 di Genova. A rivolgersi a Strasburgo, questa volta, è stato un cittadino italiano (di 62 anni all’epoca dei fatti) che, a seguito dell’incursione della polizia, durante la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, nella caserma Diaz di Genova nella quale dormivano i manifestanti, aveva subito fratture multiple, con gravi conseguenze fisiche. Sul piano nazionale, dopo l’inchiesta della Procura, il Tribunale di Genova aveva deciso la condanna di 12 persone tra agenti di polizia e funzionari e indennizzi alle vittime. Il ricorrente aveva ottenuto 35mila euro. Tuttavia, alcuni condannati avevano usufruito dell’indulto. Non solo. Durante il procedimento di appello e poi in Cassazione era arrivata la prescrizione per molti imputati. Così la vittima ha deciso di rivolgersi a Strasburgo che ha accolto il ricorso. Prima di tutto, i giudici internazionali hanno respinto le eccezioni del Governo che aveva tentato di bloccare l’intervento dell’ONG “Non c’è pace senza giustizia” e dei Radicali italiani. Poi, la Corte ha rilevato che gli atti commessi dalla polizia – come scritto dalla Cassazione – avevano avuto un fine punitivo, di rappresaglia, senza che vi fosse alcun collegamento causale con la condotta delle vittime. Pertanto, l’operazione dell’unità antisommossa della polizia non è stata conforme alle esigenze di protezione dei valori che derivano dall’articolo 3 della Convenzione così come da altri atti internazionali. Accertata la sussistenza degli elementi idonei a configurare la tortura inclusa l’esistenza di una volontà deliberata desumibile anche dai tentativi di nascondere gli avvenimenti, la Corte ha accertato la violazione dell’articolo 3 in relazione agli obblighi sostanziali. Ma non si è fermata qui, ritenendo violati anche gli obblighi procedurali. A tal proposito, la Corte ha espresso il proprio rammarico per il fatto che alcuni membri della polizia abbiano potuto rifiutarsi impunemente di fornire alle autorità competenti la cooperazione necessaria all’identificazione degli agenti suscettibili di essere coinvolti negli atti di tortura. La Corte ha anche respinto la tesi del Governo secondo il quale i maltrattamenti dovevano essere relativizzati tenendo conto del contesto! Nessuna giustificazione nei casi di tortura, precisa la Corte, la quale ricorda che la tortura è proibita in ogni caso, in modo assoluto, ad esempio anche nei casi di lotta al terrorismo. Ma c’è di più perché la Corte ha accertato l’esistenza di un problema strutturale da parte dell’Italia ritenendo la legislazione penale interna inadeguata a sanzionare gli atti di tortura, non tenendo in alcuna considerazione i tentativi di difesa del Governo il quale, per evidenziare il rispetto della Convenzione, si è trincerato dietro l’esistenza di numerose proposte di legge per l’adozione del reato di tortura. A ciò si aggiunga – osserva la Corte – che la prescrizione e l’indulto possono impedire, in pratica, ogni punizione “non solo dei responsabili degli atti di tortura ma anche degli autori di trattamenti disumani e degradanti”, malgrado tutti gli sforzi delle autorità inquirenti e giudicanti. La reazione dello Stato non è stata adeguata anche tenendo conto della gravità del fatto. Di qui la violazione degli obblighi procedurali di cui all’articolo 3. Una responsabilità – scrive la Corte  - non dovuta alle autorità inquirenti o ai giudici ma alla legislazione italiana che non consente di sanzionare gli atti di tortura ed è priva di effetti dissuasivi per prevenire efficacemente la reiterazione di simili reati. Tenendo conto dell’obbligo positivo gravante sugli Stati in base all’articolo 3 della Convenzione, l’Italia deve adottare un quadro giuridico adeguato. Fermo restando che spetta agli Stati l’individuazione delle misure per rispettare gli obblighi convenzionali, la Corte ha cura di precisare che l’Italia deve “munirsi degli strumenti giuridici atti a sanzionare in modo adeguato i responsabili degli atti di tortura o di altri maltrattamenti rientranti nell’articolo 3 e a impedire che gli autori possano beneficiare di misure in contrasto con la giurisprudenza della Corte”.

C’è da sperare che, invece di tentare il ricorso alla Grande Camera, l’Italia proceda immediatamente seppure tardivamente all’adozione della legge.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/litalia-presenta-allonu-il-rapporto-sullo-stato-dei-diritti-umani.html e  http://www.marinacastellaneta.it/blog/litalia-assolta-per-la-morte-di-giuliani.html.

 

Scritto in: CEDU | in data: 7 aprile 2015 |
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Sulla strada tracciata dalla Dichiarazione di Interlaken, di Izmis e di Brighton, il 27 marzo, gli Stati parti al Consiglio d’Europa, nel corso della Conferenza di alto livello sull’attuazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, hanno adottato la Dichiarazione di Bruxelles (Declaration_EN_tcm421-265137). Obiettivo prioritario assicurare un miglioramento nell’attuazione della Convenzione e delle sentenze della Corte da parte degli Stati nel segno del principio di sussidiarietà e di responsabilità. Al centro della Conferenza e della Dichiarazione il miglioramento nell’applicazione della Convenzione europea soprattutto con l’obiettivo di ridurre il carico di lavoro e l’arretrato anche per consentire alla Corte di decidere, entro un tempo ragionevole,  su casi nuovi che riguardano serie violazioni dei diritti umani.  Nel Piano d’azione allegato alla Dichiarazione di Bruxelles sono individuati tre punti essenziali A) gli aspetti legati all’interpretazione e all’applicazione della Convenzione da parte della Corte, con la possibilità di prevedere una breve motivazione nell’adozione di misure provvisorie e nelle decisioni di irricevibilità; B) l’attuazione della Convenzione a livello nazionale con la necessità di stabilire un’istituzione indipendente competente nel settore dei diritti umani; C) la supervisione e l’esecuzione delle sentenze, con un rafforzamento degli strumenti che hanno già hanno portato a un miglioramento nell’attuazione delle pronunce, come risulta dall’ultimo rapporto annuale del Comitato dei ministri.

Nella Dichiarazione, poi, si chiede agli Stati la ratifica dei Protocolli n. 15 e n. 16, sottolineando altresì l’importanza essenziale dell’adesione alla Cedu da parte dell’Unione europea.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/adottata-la-dichiarazione-di-izmir-sul-futuro-della-cedu.html

Scritto in: CEDU | in data: 30 marzo 2015 |
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