Matrimoni e cronache nuziali sotto i riflettori sdoganati a Strasburgo se il reportage sulle nozze riguarda un personaggio pubblico, come un presentatore televisivo, e nell’articolo non ci sono elementi lesivi della reputazione. Con un passo indietro della privacy rispetto alla libertà di stampa. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la decisione Sihler-Jauch e Jauch contro Germania adottata il 24 maggio e depositata il 16 giugno (SIHLER-JAUCH AND JAUCH v. GERMANY). Per Strasburgo, è vero che il matrimonio rientra nella nozione di vita privata, ma non va dimenticato che la sua celebrazione ha un lato pubblico e può avere un interesse generale se l’evento riguarda persone note e se la sua cronaca non serve solo a soddisfare la curiosità della collettività. E’ stato così respinto il ricorso di una coppia che si era rivolta alla Corte europea sostenendo che era stato violato l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il rispetto del diritto alla vita privata e familiare e l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà a causa della pubblicazione, su un magazine popolare, di alcune fotografie dell’evento. In primo grado, dinanzi alla Corte regionale di Amburgo, i coniugi avevano ottenuto 25mila euro per i danni derivanti dalla violazione dei diritti della personalità, ma poi il giudizio era stato ribaltato in forza dell’interesse della collettività a ricevere notizie. Questo ha spinto la coppia a rivolgersi a Strasburgo ritenendo che il rigetto della richiesta di risarcimento dei danni, da parte dei giudici interni, implicava una sorta di approvazione dell’articolo da parte delle autorità nazionali. Ma anche la Corte europea ha bocciato il ricorso, applicando gli standard consolidati nella propria giurisprudenza. E’ vero – osservano i giudici internazionali – che lo Stato ha un obbligo positivo funzionale a garantire la privacy degli individui, ma al tempo stesso va tutelata la libertà di stampa. Per la Corte, i giudici nazionali hanno raggiunto un giusto equilibrio tra i due diritti in gioco valutando il contributo al dibattito su una questione di pubblico interesse, il grado di popolarità del soggetto, la condotta precedente all’evento contestato, il contenuto, la forma e le conseguenze della pubblicazione, le circostanze nelle quali le fotografie sono state scattate. Il marito era un presentatore televisivo noto e al matrimonio avevano partecipato anche politici come il sindaco di Berlino. La cronaca del matrimonio, con l’elenco degli invitati, il menu, gli abiti non aveva una connotazione negativa e, quindi, nessun danno è stato portato alla reputazione del presentatore. Tra l’altro, prosegue la Corte, il diritto di cronaca non è certo limitato a questioni politiche o legate a fatti di cronaca nera, ma può ben riguardare eventi sportivi, artistici e popolari. Inoltre, nel caso in esame, le informazioni erano vere e non erano state contestate dalla coppia. Di qui l’arretramento della privacy rispetto alla libertà di stampa.

Scritto in: CEDU | in data: 2 agosto 2016 |
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Lo scambio forzoso di titoli di Stato imposti dalla Grecia ai risparmiatori per evitare il fallimento e ristrutturare il debito sovrano è conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con sentenza del 21 luglio (n. 63066/14, AFFAIRE MAMATAS ET AUTRES c. GR?CE), che apre le porte a una discrezionalità ad ampio raggio per le autorità nazionali che, invocando esigenze per l’economia dello Stato, possono imporre misure con ripercussioni negative sui diritti dei risparmiatori. Con buona pace del diritto di proprietà riconosciuto dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Sono stati ben 6.320 cittadini greci, piccoli risparmiatori, che avevano obbligazioni statali e che erano stati costretti a scambiare i propri bond con altri strumenti di debito, a rivolgersi alla Corte europea. Alcuni risparmiatori avevano concluso un accordo collettivo con lo Stato. Queste regole erano poi state estese, su richiesta del Fondo monetario internazionale, a tutti i detentori di obbligazioni statali malgrado molti avessero rifiutato di aderire all’accordo. Per decisione delle autorità greche le obbligazioni erano state sostituite con altri strumenti di valore inferiore del 53,5% rispetto a quello nominale dei titoli statali. Alcuni risparmiatori si erano rivolti al Consiglio di Stato impugnando lo swap e poi, a fronte della bocciatura interna, hanno agito dinanzi alla Corte europea. Che, però, ha respinto tutti ricorsi, dichiarandone alcuni inammissibili e altri infondati nel merito. In nome delle esigenze di stabilità economica dello Stato e della primazia della ristrutturazione del debito sovrano. Riconosciuta l’esistenza di un’ingerenza nel diritto di proprietà garantito dall’articolo 1 la Corte l’ha, però, ritenuta ammissibile perché prevista dalla legge e giustificata in ragione del perseguimento di un interesse pubblico, ossia preservare l’economia in un periodo di grave crisi. In quest’ambito – osserva la Corte – gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento e possono intervenire riducendo il valore delle obbligazioni. D’altra parte, come affermato anche dal Tribunale Ue e dalle istituzioni dell’Unione europea, se la Grecia non avesse adottato quel provvedimento le obbligazioni iniziali non sarebbero state ripagate. La misura è stata così considerata – con una buona dose di realpolitik – proporzionata anche perché, a dire della Corte, non ha prodotto un onere eccessivo a carico dei risparmiatori che sanno in anticipo che le obbligazioni non sono “risk-free”. “Anche ammettendo – osserva Strasburgo – che i ricorrenti non erano coinvolti in attività speculative”, i risparmiatori avrebbero dovuto avere consapevolezza dei rischi nell’acquisto di obbligazioni statali, per di più tenendo conto della lunga durata dell’investimento. La Corte, poi, prosegue a “bacchettare” i risparmiatori che dovevano essere consapevoli del rischio di una perdita di valore delle proprie obbligazioni considerando il deficit greco e il debito del Paese già prima della crisi del 2009. Di conseguenza, i risparmiatori “non hanno agito come operatori economici prudenti e consapevoli”. Esclusa, altresì, una discriminazione tra i ricorrenti e i risparmiatori che avevano dato il proprio consenso tanto più che interventi in questo settore rendono impossibile differenziare misure a seconda degli obbligazionisti. Senza dimenticare – precisa Strasburgo – che una misura differenziata avrebbe avuto per la Grecia conseguenze catastrofiche sulla sua economia e su quella di altri Stati.

Scritto in: CEDU | in data: 29 luglio 2016 |
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Il carattere adeguato di una misura volta ad assicurare l’effettiva realizzazione del diritto al rispetto della vita familiare, quando è in gioco il rapporto con il minore, va valutato tenendo conto della rapidità nell’attuazione concreta. Se, malgrado una pronuncia interna che riconosce il diritto di visita di un padre, passano più di otto anni senza che i contatti si stabilizzino è certa la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E’ senza equivoci il verdetto di Strasburgo nella sentenza di condanna all’Italia depositata il 23 giugno (ricorso n. 53377/13, CASE OF STRUMIA v. ITALY). A rivolgersi a Strasburgo il padre di una bambina che, dopo il divorzio, non aveva più potuto avere contatti con la figlia. Denunciato dalla ex moglie per abusi sulla minore era stato assolto da tutte le accuse, ma la donna aveva frapposto continui ostacoli alle visite del padre. Malgrado le sentenze che hanno dato ragione al padre e le richieste ai servizi sociali per organizzare gli incontri, il diritto di visita non è stato realizzato in modo effettivo. La Corte europea riconosce che, in via generale, l’articolo 8 serve ad evitare ingerenze arbitrarie nella vita privata e familiare, ma esso impone anche l’adozione di misure positive per favorire l’effettiva realizzazione del diritto. Di conseguenza, gli Stati devono predisporre un arsenale giuridico adeguato e sufficiente ad assicurare la piena realizzazione dei diritti degli interessati. Nel caso in esame, secondo la Corte europea, le misure decise dai tribunali sono state automatiche e stereotipate. Con la conseguenza che le autorità nazionali, con la loro inerzia, hanno lasciato consolidare la grave situazione. Eppure, scrive la Corte, nell’ambito dei legami familiari, il trascorrere del tempo senza contatti produce conseguenze irrimediabili in particolare quando è in gioco l’interesse superiore del minore. Pertanto, nel non garantire l’applicazione effettiva di misure adeguate volte a superare l’ostilità della madre della bambina e assicurare le visite del padre, l’Italia ha violato la Convenzione e, in particolare gli obblighi positivi che derivano dall’articolo 8, incluse le misure preparatorie che servono ad assicurare i diritti. Tenendo conto, inoltre, che la mancata cooperazione di uno dei genitori non dispensa le autorità competenti dall’adozione di tutte le misure suscettibili di assicurare il mantenimento del legame familiare. Lo Stato è stato condannato anche a pagare  15mila euro per i danni morali subiti dal ricorrente.

Scritto in: CEDU | in data: 19 luglio 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato, il 5 luglio, il ricorso presentato, ormai tre anni fa, da Silvio Berlusconi contro l’Italia (BERLUSCONI v. ITALY). Il ricorso n.  58428/13, depositato il 10 settembre 2013, ha al centro la decisione del Senato che aveva portato all’uscita di scena dell’ex Primo ministro a seguito della decadenza disposta dalla legge Severino (Dlgs n. 235/2012). Nel ricorso, Berlusconi sostiene che è stato violato l’articolo 7 della Convenzione che assicura il principio nulla poena sine lege perché la decadenza è stata dovuta a fatti avvenuti prima dell’entrata in vigore della legge Severino. Così, sarebbe stato anche leso il diritto a libero elezioni garantito dall’articolo 3 del Protocollo n. 1. Adesso il Governo presenterà le proprie osservazioni e poi la parola passerà alla Corte. In ogni caso, per il ricorrente, si può considerare come un risultato positivo perché la comunicazione al Governo implica che il ricorso non è stato valutato manifestamente infondato.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/bufale-mediatiche-nuovo-round-sempre-sul-caso-berlusconi.html

Scritto in: CEDU | in data: 14 luglio 2016 |
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Lo Stato deve prevedere diritti e il riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso, ma non è obbligato a estendere il matrimonio anche a queste coppie. Lo ha ribadito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Chapin e Charpentier contro Francia depositata il 9 giugno (AFFAIRE CHAPIN). Una coppia dello stesso sesso, prima dell’approvazione della legge francese che ha garantito il matrimonio per tutti, d’intesa con il sindaco di una cittadina, si era sposata e aveva ottenuto la trascrizione nei registri dello stato civile. Il provvedimento era stato annullato e così la coppia aveva fatto ricorso alla Corte europea invocando la violazione dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita familiare), dell’articolo 12 (diritto al matrimonio) e dell’articolo 14 (diritto a non essere discriminati). Strasburgo ha dato torto ai due ricorrenti confermando, come già sostenuto nel caso Oliari contro Italia, che uno Stato, anche in forza delle proprie radici culturali e sociali, può non prevedere il regime matrimoniale per coppie dello stesso sesso a patto, però, che riconosca in altro modo diritti e obblighi spettanti, in via generale, alle coppie eterosessuali. L’articolo 12 – osservano i giudici internazionali – non contiene alcun obbligo di prevedere il matrimonio per coppie dello stesso sesso e la Francia, d’altra parte, anche prima dell’adozione della legge che l’ha stabilito, aveva sistemi come i pacs che permettevano ai partner same sex di accedere a diritti e benefici, in modo analogo alle coppie eterosessuali. La situazione era, quindi, del tutto diversa da quella italiana (prima dell’adozione della legge Cirinnà) che aveva portato Strasburgo a condannare l’Italia proprio a causa del mancato riconoscimento legale di qualsiasi diritto alle coppie dello stesso sesso. Così come manca un’analogia con la sentenza di condanna alla Grecia nel caso Vallianatos con la quale la Corte ha ritenuto che la legge che introduce nel proprio ordinamento le unioni civili non può essere limitata unicamente alle sole coppie eterosessuali, con esclusione di quelle dello stesso sesso. Nel caso francese, prosegue la Corte europea, a differenza degli indicati casi, esisteva già una legge che riconosceva diritti mentre mancava unicamente la possibilità di accedere al matrimonio. Così, anche in ragione dell’assenza di consenso degli Stati sull’obbligo di prevedere il matrimonio per le coppie dello stesso sesso, la Corte ha confermato che la mancata previsione di questo matrimonio, in presenza di altri strumenti, non è una violazione della Convenzione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/riconoscimento-legale-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-linerzia-italiana-punita-a-strasburgo.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/limitare-le-unioni-civili-registrate-a-coppie-eterosessuali-e-in-contrasto-con-la-cedu.html

Scritto in: CEDU, matrimonio | in data: 5 luglio 2016 |
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Locandina CONVEGNO STARACE

Qui il programma Locandina CONVEGNO STARACE

Scritto in: CEDU, convegni | in data: 15 giugno 2016 |

Per la prima volta, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo si pronuncia sul rispetto delle regole dell’equo processo in rapporto all’esecuzione di una sentenza straniera in base al diritto Ue con particolare riferimento al principio del mutuo riconoscimento. E lo fa con la sentenza Avotins contro Lettonia depositata il 23 maggio 2016 (CASE OF AVOTINS v. LATVIA). A rivolgersi alla Corte europea un consulente lettone che aveva firmato un atto notarile con il quale chiedeva un prestito a una società cipriota. Nell’atto era indicata come legge applicabile quella cipriota e come giudici competenti, non in via esclusiva, sempre quelli di Cipro. La società aveva così adito i giudici ciprioti che avevano riconosciuto l’obbligo del ricorrente di ripagare il debito con gli interessi. La società creditrice aveva cercato di ottenere l’esecuzione della sentenza in Lettonia, dove risiedeva il debitore, in base al regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (sostituito dal regolamento n. 1215/2015). Il debitore si era inutilmente opposto. Di qui il ricorso a Strasburgo.

Chiarito che spetta alla Corte di giustizia dell’Unione europea interpretare i regolamenti Ue, Strasburgo ha però ribadito il proprio compito, anche quando è in gioco il diritto dell’Unione, in ordine all’accertamento circa la violazione dell’articolo 6 della Convenzione, che assicura il diritto a un equo processo. Gli Stati – osserva la Corte europea – sono obbligati a rispettare la Convenzione anche quando applicano il diritto Ue, tenendo conto di quanto stabilito nella sentenza Bosphorus e Michaud con le quali è stato affermato che, in linea di principio, la protezione dei diritti fondamentali assicurata dall’ordinamento dell’Unione va considerata equivalente a quella convenzionale. Il principio della presunzione della protezione equivalente dell’ordinamento Ue è sottoposto a due condizioni: l’assenza di margine di manovra delle autorità nazionali e lo sviluppo di un meccanismo di supervisione previsto dal diritto Ue. Ora, tenendo conto che nel caso in esame era in discussione l’applicazione di un regolamento che lascia poco margine di intervento agli Stati e non piuttosto una direttiva e che le condizioni di cui all’articolo 34 del regolamento 44/2001 consentono il rifiuto al riconoscimento solo a condizioni prefissate e che la Corte Suprema lettone non ha fatto altro che applicare le regole europee derivanti dalla partecipazione all’Unione, è evidente che manca un potere discrezionale di applicazione per gli Stati, con maggiori garanzie circa il rispetto dei diritti fondamentali. Tra l’altro, grazie al regolamento, è assicurata la possibilità di un procedimento dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea attraverso il rinvio pregiudiziale e se è vero che spetta al giudice nazionale effettuare il rinvio non c’è dubbio che le parti in un procedimento possono sollevare alcuni problemi dinanzi al giudice nazionale, sollecitandolo al rinvio a Lussemburgo. Così non aveva fatto il ricorrente che, per di più, non aveva sollevato, pur avendo termini di ricorso stretti, il mancato rispetto degli obblighi di notificazione, situazione che a suo dire aveva inciso sull’equo processo. Pertanto, la Grande Camera, in modo analogo alla pronuncia della Camera, respinte le doglianze del ricorrente, ritiene che non è stato violato l’articolo 6. I giudici internazionali, inoltre, hanno precisato che la costituzione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia in Europa è del tutto legittimo dal punto di vista della Convenzione europea, a condizione che i metodi utilizzati non contrastino con i diritti umani fondamentali. Di conseguenza, i tribunali nazionali devono procedere a verificare che, pur applicando i meccanismi propri del regolamento Ue, i diritti convenzionali siano rispettati facendo attenzione alla circostanza che il mutuo riconoscimento non conduca a lacune nell’attuazione della Convenzione.

Scritto in: CEDU, riconoscimento sentenze straniere | in data: 2 giugno 2016 |
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Con la sentenza depositata il 28 aprile, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare perché, in via di fatto, non ha reintegrato una madre nell’esercizio della responsabilità genitoriale, fondando la decisione negativa per la donna su relazioni di esperti risalenti a molti anni prima (ricorso n. 68884/13, AFFAIRE CINCIMINO c. ITALIE). La circostanza che le autorità interne si siano basate su dati vecchi e sulla dichiarazione della minore fa dire alla Corte che l’iter decisionale non è stato conforme alla Convenzione. A Strasburgo si era rivolta una donna impossibilitata ad avere contatti con la propria figlia in attuazione del provvedimento dell’autorità giudiziaria. Dopo la separazione, la bambina era stata affidata al padre con diritto della madre a incontrare la figlia due pomeriggi alla settimana in presenza di un assistente sociale. Il tribunale, sulla base di alcune valutazioni di esperti, aveva deciso di sospendere la responsabilità genitoriale e di proibire contatti diretti con la figlia. La donna, inoltre, doveva sottoporsi a una terapia, ma non l’aveva seguita mantenendo un atteggiamento ostile verso gli assistenti sociali. Di qui la conferma del no al diritto di visita, provvedimento confermato dalla Corte di appello che aveva valutato gli effetti negativi del contatto con la madre sul benessere della bambina.

La Corte europea riconosce che gli Stati hanno un ampio margine di discrezionalità nell’individuazione dei provvedimenti idonei a garantire il rispetto del diritto alla vita familiare ma sono tenuti a prestare una particolare attenzione alle misure che comportano una rottura nei rapporti genitori e figli, privando questi ultimi delle proprie radici. Nel caso all’attenzione di Strasburgo, è vero che la madre aveva avuto alcuni problemi ma le autorità nazionali non hanno considerato i progressi compiuti dalla donna. A  fronte di un nuovo ricorso della madre della minore, gli organi competenti hanno dato grande peso all’audizione della minore la quale aveva dichiarato di non voler avere contatti con la madre che, d’altra parte, non vedeva da 7 anni. Tuttavia, non erano stati nominati nuovi esperti e la nuova decisione era stata presa basandosi su valutazioni risalenti al 2003 e al 2006. Di qui la conclusione della Corte europea di condanna all’Italia perché il processo decisionale nazionale non ha soddisfatto gli obblighi procedurali inerenti all’articolo 8. Lo Stato è stato condannato non solo a versare 32mila alla ricorrente per i danni non patrimoniali subiti, ma anche ad adottare una misura individuale ossia riesaminare la domanda della donna di reintegro nell’autorità genitoriale seguendo le indicazioni di Strasburgo e, quindi, tenendo conto della situazione attuale della madre e dell’interesse superiore del minore.

 

Scritto in: CEDU | in data: 13 maggio 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la decisione Tabbane contro Svizzera (ricorso n. 41069/12) depositata il 1° marzo e divulgata ieri, ha spianato la strada alle scelte di politica legislativa degli Stati parti alla Convenzione che favoriscono la diffusione dell’arbitrato (TABBANE c. SUISSE). Per Strasburgo non si verifica alcuna violazione del diritto di accesso alla giustizia e all’equo processo se le norme di diritto internazionale privato di uno Stato sanciscono che, nel caso in cui le parti a una controversia scelgano di avvalersi dell’arbitrato, sia preclusa la possibilità di appello. A rivolgersi alla Corte, un cittadino tunisino il quale aveva stipulato un contratto con la multinazionale francese Colgate: nel contratto era anche inclusa una clausola arbitrale con la quale le parti rinunciavano ad adire i tribunali ordinari optando, in caso di controversie, per l’arbitrato secondo le regole della Corte internazionale di arbitrato. Era stato così costituito un collegio che aveva scelto come sede la Svizzera, con la conseguenza che tale legge era quella applicabile. Il collegio arbitrale aveva condannato l’uomo d’affari a restituire le azioni e a pagare le spese processuali. L’imprenditore aveva fatto appello al tribunale federale svizzero che, però, aveva respinto il ricorso ritenendo che la libera scelta dell’arbitrato, in base alla legislazione svizzera, impediva la possibilità di appello. Di qui il ricorso a Strasburgo, poi proseguito dai figli e dalla moglie. Per la Corte europea, che ha dichiarato il ricorso irricevibile, non si è verificata alcuna violazione della Convenzione perché la legislazione svizzera persegue un fine legittimo ossia quello di favorire lo sviluppo dell’arbitrato. Il diritto di accesso a un tribunale – osserva Strasburgo – non implica necessariamente il diritto di adire un tribunale di tipo classico. L’articolo 6 della Convenzione, infatti, non si oppone ai tribunali arbitrali funzionali a giudicare controversie di natura patrimoniale. A ciò si aggiunga che, nel caso in esame, l’arbitrato era stato liberamente scelto dalle parti, nell’esercizio dell’autonomia negoziale. Ed invero, se si tratta di un arbitrato obbligatorio vanno applicate tutte le garanzie dell’articolo 6, a differenza dei casi di arbitrato volontario scelto liberamente dalle parti che rinunciano spontaneamente ad alcune garanzie. Nel caso in esame, nessun dubbio che il ricorrente avesse effettuato una scelta libera e senza equivoci. Tra l’altro, l’articolo 192 della legge di diritto internazionale privato svizzero, che punta a incrementare l’attratività e l’efficacia dell’arbitrato internazionale, escludendo il doppio grado di giurisdizione, è stato applicato perché il collegio arbitrale, con un arbitro scelto proprio dal ricorrente, aveva deciso la sede del collegio in svizzera e l’applicazione di tale legge che, in caso contrario, non sarebbe stata applicata in assenza di qualunque genere di legame con le parti e con il contratto. A ciò si aggiunga – precisano i giudici internazionali – che in base all’ordinamento elvetico, se la sentenza arbitrale deve essere eseguita in Svizzera va applicata la Convenzione di New York per il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze arbitrali straniere, con un controllo, quindi, supplementare e piena rassicurazione circa il rispetto dei diritti umani.

Scritto in: CEDU | in data: 25 marzo 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo interviene sull’individuazione del giudice competente in materia di diffamazione. Con la sentenza depositata il 1° marzo, nel caso Arlewin contro Svezia (CASE OF ARLEWIN v. SWEDEN), Strasburgo ha ritenuto che la dichiarazione di incompetenza da parte dei giudici svedesi, a fronte dell’azione per diffamazione avviata da un individuo leso da un programma televisivo trasmesso in diretta in Svezia ma transitato attraverso il satellite in Regno Unito, è contraria al diritto a un equo processo garantito dall’articolo 6 della Convenzione europea. A rivolgersi alla Corte, un cittadino svedese accusato in un programma televisivo di aver partecipato a un’organizzazione criminale operativa nel settore dei media e della pubblicità. Tuttavia, i tribunali svedesi, in primo e secondo grado, avevano escluso la propria giurisdizione perché era stata una società inglese a inviare il programma via satellite in Svezia. La Corte suprema aveva anche respinto la richiesta di effettuare un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea sul regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (sostituito dal regolamento n. 1215/2015, di analogo contenuto).

La scelta dei giudici svedesi, che hanno rigettato la giurisdizione, è stata bocciata da Strasburgo perché anche se il programma era transitato sul satellite inglese, la trasmissione era rivolta al pubblico svedese, era stata prodotta in Svezia e in lingua svedese. Non solo. Il danno si era verificato in Svezia perché lì si trovava colui che si riteneva diffamato e colui che era accusato di diffamazione. Pertanto, alla luce della circostanza che sussistevano forti collegamenti tra le conseguenze provocate dal programma e la Svezia, quest’ultima doveva consentire l’accesso a un tribunale tanto più che era del tutto irragionevole chiedere al ricorrente di agire dinanzi ai tribunali inglesi. La Corte, poi esprime anche alcune considerazioni sulla direttiva 2010/13 relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi (direttiva sui servizi di media audiovisivi), chiarendo che l’articolo 28 non si riferisce alle azioni di diffamazione, ma solo al diritto di replica, senza per di più occuparsi delle questioni di giurisdizione legate alla diffamazione derivante dalla diffusione transfrontaliera di programmi. Riguardo al regolamento Bruxelles I, Strasburgo ritiene che, in base agli articoli 2 e 5, entrambi gli Stati potrebbero avere la giurisdizione. Tuttavia, considerando che il contenuto, la produzione e la trasmissione del programma hanno stretti collegamenti con la Svezia e che il danno si è verificato nel Paese scandinavo, la Svezia ha un obbligo, in base all’articolo 6 della Convenzione, di garantire un diritto di accesso ai tribunali. Il diniego di giurisdizione, quindi, porta la Corte a condannare la Svezia obbligandola a versare un indennizzo di 12mila euro per danni non patrimoniali.

Scritto in: CEDU, giurisdizione | in data: 22 marzo 2016 |
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