La Corte europea dei diritti dell’uomo allarga il perimetro di applicazione dell’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare e chiarisce che la rimozione da una posizione professionale può costituire un’ingerenza nella vita privata e, di conseguenza, può configurarsi una violazione dell’indicata norma. Con la sentenza depositata il 22 novembre, nel caso Erményi contro Ungheria, ricorso n. 22254/16 (case-of-a-and-b-v-norway case-of-ermnyi-v-hungary), la Corte interviene nuovamente, dopo il caso Baka (http://www.marinacastellaneta.it/blog/leggi-ad-hoc-contro-i-magistrati-bocciatura-da-strasburgo.html), sulle leggi adottate dall’Ungheria che hanno intaccato numerosi diritti dei magistrati. In questo caso, a rivolgersi a Strasburgo, il vicepresidente della Corte suprema ungherese (deceduto nel corso del procedimento) che era stato rimosso dal suo incarico prima del termine ordinario di scadenza. Non solo. A causa di una successiva legge, che aveva abbassato il limite di età per il pensionamento, aveva dovuto lasciare la magistratura. E’ vero che la legge ungherese era stata dichiarata incostituzionale, ma il ricorrente aveva deciso di non rientrare nei ranghi della magistratura proprio a causa della sua rimozione come vicepresidente. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha dato ragione al magistrato e ai suoi eredi che hanno continuato il procedimento dinanzi a Strasburgo. La nozione di vita privata – osserva la Corte europea – include anche le relazioni di natura professionale ed economica tanto più che proprio durante lo svolgimento dell’attività lavorativa le persone hanno la possibilità di sviluppare le relazioni personali con il mondo esterno. Di conseguenza, è evidente che la rimozione dall’ufficio interferisce con il rispetto della vita privata. A ciò si aggiunga che le eccezioni all’ingerenza nella vita privata, previste dal paragrafo 2 dell’articolo 8, vanno interpretate restrittivamente e che il Governo ungherese non ha dimostrato un collegamento tra la rimozione dall’incarico di vicepresidente e le eccezioni indicate nel paragrafo 2. Così, l’ingerenza non perseguiva un fine legittimo e la rimozione da vice presidente è stata contraria alla Convenzione. La Corte ha anche concesso 20mila euro per i danni patrimoniali e non patrimoniali.

Scritto in: CEDU | in data: 2 dicembre 2016 |
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Malgrado gli arresti di massa di magistrati, giornalisti, accademici, attivisti dei diritti umani, la Corte europea dei diritti dell’uomo non vede nessuna circostanza speciale per ritenere che il ricorso a Strasburgo di una giudice turca, rimossa dall’incarico all’indomani del tentato golpe del 15 luglio e arrestata nell’ondata repressiva di Erdogan, possa essere dichiarato ricevibile senza che la ricorrente abbia esperito i ricorsi interni e, in particolare, alla Corte costituzionale turca. Segno che, per Strasburgo, che si è pronunciata con decisione depositata il 17 novembre (caso Mercan contro Turchia, ricorso n. 56511/16, mercan-c-turquie), il sistema giudiziario turco rispetta gli standard convenzionali. Porte chiuse, quindi, per il ricorso presentato dalla giudice che era stata rimossa dal suo incarico e posta in custodia cautelare dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio, che aveva portato le autorità nazionali a destituire dalle proprie funzioni ben 2.900 magistrati. La donna si era rivolta alla Corte di assise di Ordu (Turchia), ma la sua azione era stata respinta. Di qui il ricorso alla Corte europea per violazione, da parte della Turchia, del diritto alla libertà e alla sicurezza garantito dall’articolo 5 della Convenzione europea: la donna, infatti, sosteneva di essere stata sottoposta a una misura detentiva senza alcuna prova e senza che le autorità inquirenti le avessero fornito alcuna indicazione dei motivi dell’arresto. In particolare, la ricorrente sosteneva la necessità di adire subito, per far valere i propri diritti, la Corte europea in ragione dell’ineffettività del ricorso alla Corte costituzionale, tenendo conto del contesto di gravi repressioni nei confronti dei magistrati, culminati con l’arresto di due giudici della stessa Corte costituzionale. Un problema che per Strasburgo evidentemente non esiste, malgrado Ankara abbia anche notificato la sospensione dell’applicazione della Convenzione in base all’articolo 15.

La Corte europea, infatti, richiama altri precedenti relativi però a una fase in cui non erano state adottate le misure speciali dopo il tentato colpo di Stato. Il timore circa la mancanza di imparzialità dei giudici – osserva Strasburgo – non solleva la ricorrente da presentare prima il ricorso alla Corte costituzionale, come previsto dall’articolo 35, par. 1 della Convenzione europea. Nel presente caso, secondo i giudici internazionali, non vi sono motivi (sic) per discostarsi dalla giurisprudenza consolidata che ha già giudicato i ricorsi alla Corte costituzionale turca come effettivi. Inoltre, per Strasburgo gli argomenti avanzati dall’interessata circa l’esistenza di circostanze particolari proprio a causa delle reazioni del Governo “non consentono di far dubitare prima facie dell’effettività dei ricorsi dinanzi alla Corte costituzionale”.

Una posizione allarmante e sconcertante perché se la Corte non vede in quest’occasione i motivi per non considerare ineffettivi i ricorsi interni non è chiaro quando lo farà. Intanto il Consiglio consultivo dei giudici europei (CCJE) ha adottato, il 10 novembre, una dichiarazione con la quale sottolinea le preoccupazioni per lo stato del diritto e degli operatori del settore in Turchia (ccje-statement) e l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha inviato un Comitato, guidato da Mogens Jensen, per accertare la situazione, evidentemente per nulla rassicurata dalle dichiarazioni dei rappresentanti turchi. Senza dimenticare l’importante dichiarazione del Presidente del Mechanism for International Criminal Tribunals (http://www.unmict.org/) Theodor Meron che, nel corso della presentazione del quarto rapporto annuale sull’attività del Meccanismo dinanzi all’Assemblea generale dell’Onu ha additato il comportamento delle autorità turche che hanno arrestato il giudice del Meccanismo internazionale, Aydin Sefa Akay, detenuto dal 21 settembre (meron-turchia). Meron ha chiesto alla Turchia il rispetto effettivo degli obblighi internazionali in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e l’immediata scarcerazione del giudice Akay. E’ evidente che, anche alla luce di questi atti, la decisione della Corte europea è sconcertante e con un evidente errore di valutazione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.html

Scritto in: CEDU | in data: 21 novembre 2016 |
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E’ conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la decisione delle autorità governative di sciogliere un club di tifosi coinvolti in gravi episodi di violenza. Nessuna violazione dell’articolo 11, che assicura la libertà di associazione, nel provvedimento di uno Stato, in questo caso la Francia, di procedere all’adozione di una misura sì drastica, come la dissoluzione di un club, ma necessaria a fronteggiare la violenza negli stadi. Con la sentenza  depositata il 27 ottobre (n. 4696/11, affaire-les-authentiks-et-supras-auteuil-91-c-france), la Corte ha dato ragione alla Francia che aveva deciso lo scioglimento di due club di tifosi del Paris-Saint-Germain perché il provvedimento, certo dirompente, persegue un bisogno sociale imperativo come impedire la violenza negli stadi. A rivolgersi alla Corte europea, due associazioni di tifosi del Paris-Saint-Germain che erano state sciolte con provvedimento del Governo per i gravi scontri tra i tifosi della squadra di calcio parigina e quelli dell’Olympique di Marsiglia, scontri che erano culminati nella morte di un tifoso. Le due associazioni, a seguito della misura di scioglimento, avevano fatto ricorso al Consiglio di Stato che, però, lo ha respinto. Di qui l’azione dinanzi alla Corte europea che, nella prima sentenza sul rapporto tra libertà di associazione e lotta alla violenza negli stadi (in passato un ricorso analogo era stato dichiarato irricevibile), non ha accolto le ragioni dei club secondo i quali la Francia aveva compiuto un’ingerenza sproporzionata nel proprio diritto alla libertà di associazione garantito dall’articolo 11. La Corte riconosce che si è verificata un’ingerenza, ma questa misura, oltre ad essere prevista dalla legge, era necessaria in una società democratica a tutela di un bisogno sociale imperativo come la protezione della collettività dalla violenza. Certo, la decisione di sciogliere un club è un provvedimento estremamente grave tanto più nei casi in cui l’associazione persegue un obiettivo legittimo come un interesse sportivo, ma gli Stati hanno il diritto/obbligo di fronteggiare in modo efficace la violenza durante gli incontri sportivi anche per “soddisfare l’aspirazione legittima degli individui di assistere a manifestazioni sportive in piena sicurezza”. Così, il provvedimento è stato conforme alla Convenzione anche perché rispettoso del principio di proporzionalità in quanto preceduto da misure individuali come il divieto per alcuni tifosi di assistere agli incontri. Poco importa, poi, che lo scioglimento non è stato preceduto da una misura più tenue come la sospensione, perché laddove ci sono episodi di incitamento alla violenza o casi concreti di violenza nei confronti della popolazione, gli Stati godono di un ampio margine di apprezzamento, più ampio rispetto a quello tradizionalmente concesso per testare la necessità di un’ingerenza. Senza dimenticare – osserva Strasburgo – che un’associazione che supporta un club di football non ha la stessa importanza per la democrazia di un partito politico e, quindi, il rigore con il quale va esaminata la necessità di una restrizione alla libertà di associazione non è certo lo stesso. Via libera, così, allo scioglimento del club.

Scritto in: CEDU | in data: 13 novembre 2016 |
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Il principio dell’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione di un altro Paese persegue un fine legittimo come assicurare buone relazioni tra Stati, ma i limiti di accesso ai tribunali nazionali in materie di controversie di lavoro tra un cittadino dello Stato sul cui territorio si trova un’ambasciata di uno Stato estero e quest’ultimo devono essere proporzionali e in grado di garantire l’applicazione dell’articolo 6 della Convenzione europea, che assicura il diritto di accesso al giudice. E’ la Corte dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza Naku contro Lituania e Svezia depositata l’8 novembre (ricorso n. 26126/07, naku). Questi i fatti. Una donna, cittadina lituana, aveva lavorato per diversi anni alle dipendenze dell’ambasciata svedese a Vilnius. La donna si era occupata del settore della cultura e dell’informazione. Entrata in conflitto con il nuovo consigliere per gli affari culturali era stata licenziata. La donna aveva cercato di far valere le proprie ragioni dinanzi ai giudici lituani ma le sue istanze erano state respinte perché i tribunali nazionali hanno escluso la propria giurisdizione in ragione dell’immunità della Svezia. Di qui il ricorso a Strasburgo. La Corte ha prima di tutto respinto il ricorso contro la Svezia tanto più che la donna non aveva presentato alcuna azione dinanzi ai giudici svedesi i quali, inoltre, sulla base del contratto firmato tra le parti avrebbero dovuto applicare il diritto lituano. Per quanto riguarda l’azione contro la Lituania, la Corte ha tracciato il perimetro in cui si muove la regola dell’immunità degli Stati in materia di controversie di lavoro. Strasburgo prende atto che sul piano internazionale c’è una tendenza volta a delimitare lo spazio dell’immunità, con eccezione, però, ai casi di reclutamento dello staff nelle ambasciate. Preso atto che l’immunità è stata erosa con il passare degli anni, la Corte richiama la Convenzione Onu sull’immunità giurisdizionale degli Stati e dei loro beni del 2 dicembre 2004 che parte dal principio che non sussiste l’immunità nel caso di controversie di lavoro, enunciando delle eccezioni a tale principio. Ed invero – osserva la Corte – nel caso in esame non sussistono le eccezioni indicate nella Convenzione perché la ricorrente non era cittadina svedese, né era un agente diplomatico o consolare. Non solo. La Svezia non ha mai sostenuto, dinanzi ai tribunali lituani, che sussistevano, per giustificare l’immunità, ragioni di sicurezza nazionale. Il caso in esame, inoltre, va distinto dalla pronuncia Fogarty che riguardava una discriminazione nel reclutamento perché, invece, la ricorrente, in questa vicenda, aveva lavorato per ben 14 anni e, quindi, erano in discussione i diritti legati a un contratto di lavoro. Quello che poi proprio non convince la Corte europea è il mancato accertamento da parte dei giudici nazionali circa la partecipazione della donna a funzioni sovrane dello Stato. I giudici interni – prima di dichiararsi incompetenti – avrebbero dovuto verificare se le funzioni della donna erano collegate all’esercizio di poteri sovrani. Proprio questo mancato accertamento fa dire alla Corte che è stato violato il diritto di accesso al giudice e, quindi, l’articolo 6, par. 1 della Convenzione dei diritti dell’uomo. Strasburgo ha disposto un indennizzo di 8mila euro per i danni non patrimoniali e 17mila per le spese processuali chiarendo che, però, in un caso come questo, il rimedio migliore sarebbe la riapertura del processo nazionale.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/immunita-degli-stati-limitata-nelle-controversie-di-lavoro.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/si-dalla-cedu-allimmunita-delle-organizzazioni-internazionali-per-controversie-di-lavoro.html

Scritto in: CEDU, immunità Stati esteri | in data: 11 novembre 2016 |
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Gli Stati hanno l’obbligo di versare un indennizzo effettivo alle vittime di inquinamento, anche quando un danno provocato dall’acqua insalubre è causato a un’unica persona. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 25 ottobre (Otgon, n. 22743/07) con la quale Strasburgo ha condannato la Moldova che aveva versato un indennizzo troppo basso a una donna la quale era stata colpita da una grave dissenteria per aver bevuto acqua dal rubinetto (case-of-otgon). La donna era stata ricoverata per due settimane in ospedale. Era stato accertato che l’acqua era stata contaminata da liquami. Di qui l’azione contro lo Stato. Ed invero, i tribunali nazionali avevano riconosciuto la responsabilità delle autorità statali e, in particolare, della società dell’acqua gestita dallo Stato, ma avevano liquidato un importo di soli 310 euro. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha dato ragione alla donna. Per la Corte, gli Stati, in base all’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il rispetto al diritto della vita privata e familiare, sono tenuti ad adottare tutte le misure necessarie per garantire il benessere degli individui. Di conseguenza, lo Stato è responsabile se causa un inquinamento o se non adotta alcuna misura per impedirlo. Nel caso in esame, l’ambiente non salubre dovuto a un inquinamento della falda acquifera ha leso il benessere della ricorrente. Ciò è stato riconosciuto dalle autorità giurisdizionali nazionali che, però, hanno stabilito un indennizzo di soli 310 euro, ben al di sotto degli importi concessi in casi analoghi dalla Corte europea che ha così deciso una liquidazione di 4mila euro.

Scritto in: CEDU | in data: 31 ottobre 2016 |
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Nei procedimenti di divorzio in cui si discute l’affidamento dei figli, il giudice deve ascoltare i minori coinvolti. E’ vero che non esiste un diritto assoluto dei minori, ma nei casi in cui il tribunale nazionale si rifiuti sistematicamente di audire i figli al centro del procedimento di affidamento, l’organo giurisdizionale ha l’obbligo di giustificare il rifiuto opposto alla richiesta di uno dei genitori. E’ la Corte europea a chiarirlo nella sentenza Iglesias Casarrubios e Cantalapiedra Iglesias contro Spagna depositata l’11 ottobre 2016 (ricorso n. 23298/12, affaire-iglesias-casarrubios-et-cantalapiedra-iglesias-c-espagne) con la quale i giudici internazionali hanno condannato la Spagna per violazione dell’articolo 6 della Convenzione che assicura l’equo processo. Il procedimento nazionale riguardava il divorzio di una coppia e l’affidamento delle figlie, minorenni all’epoca dei fatti. La madre aveva chiesto ai giudici competenti di sentire le bambine, ma la sua istanza era stata respinta. Tuttavia, l’affidamento condiviso aveva causato numerosi problemi con ulteriori dissidi tra i genitori, che avevano portato la donna a proseguire la sua richiesta fino alla Corte costituzionale. Ma ogni sua istanza era stata rigettata. Di qui il ricorso a Strasburgo che le ha dato ragione. Prima di tutto, Strasburgo ha dichiarato irricevibile il ricorso delle bambine che avevano affiancato la madre nell’azione alla Corte europea. Questo non perché minorenni (tanto più che è ben possibile, anche in questi casi, il ricorso alla Corte europea), ma perché solo la madre era stata parte nel procedimento nazionale. Detto questo, però, Strasburgo ha dato ragione alla donna. E’ vero – osserva la Corte – che non si può affermare un diritto assoluto a sentire i minori perché ciò dipende dalle circostanze particolari di ciascun caso, con un obbligo di valutare l’età e la maturità del minore, ma la conclusione cambia se è la legge interna a stabilire un simile obbligo. Se poi tale obbligo viene disatteso, è indispensabile una giustificazione, che era mancata nel caso arrivato a Strasburgo, con la consequenziale condanna della Spagna.

Scritto in: CEDU | in data: 25 ottobre 2016 |
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Nessuna violazione del principio del ne bis in idem se alla multa per eccesso di velocità comminata in un procedimento penale segue, per lo stesso fatto, il ritiro della patente deciso in un procedimento amministrativo. E questo anche se entrambe le misure possono essere inquadrate tra quelle penali. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo nella sentenza Rivard contro Svizzera (ricorso n. 21563/12,affaire-rivard-c-suisse), depositata il 4 ottobre, a seguito del ricorso di un cittadino canadese residente in Svizzera che era stato condannato a una multa di 600 franchi svizzeri per eccesso di velocità. Due mesi dopo gli era stata ritirata la patente. Il ricorrente aveva contestato la misura ritenendo di essere stato oggetto di una doppia condanna per uno stesso fatto in violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione dei diritti dell’uomo, norma che vieta un doppio procedimento per uno stesso reato per il quale un individuo sia stato già assolto o condannato. Tutti i ricorsi interni erano stati respinti. Di qui l’azione a Strasburgo che, però, ha respinto il ricorso. Strasburgo ricorda che la classificazione di una misura tra quelle penali o amministrative non dipende dal diritto interno, ma dalla presenza di alcuni elementi individuati dalla Corte europea che, a suo avviso, erano presenti nel caso di specie. D’altra parte, in questo caso, il ritiro della patente è una sanzione supplementare che completa la condanna penale ossia la multa, con la conseguenza che il principio del ne bis in idem deve essere applicato. Tuttavia, pur in presenza di uno stesso fatto, ossia l’eccesso di velocità che dà origine a due procedure, una penale e l’altra amministrativa, in questo caso non c’è stata violazione del principio del ne bis in idem. Le sanzioni inflitte al ricorrente – precisa la Corte – sono state pronunciate da due autorità distinte in due procedimenti diversi, ma in presenza di un legame materiale e temporale “sufficientemente stretto perché si possa considerare il ritiro della patente come una delle misure previste dal diritto interno per la punizione dei reati legati alla guida”. E’, quindi, la necessità di coordinare le procedure che ha portato a due momenti distinti per applicare misure sanzionatorie (entrambe, in sostanza, penali) riferite allo stesso fatto. Il lasso temporale trascorso tra i due procedimenti è stato poi minimo e il ritiro della patente è stato deciso appena la condanna per eccesso di velocità è divenuta esecutiva. Il provvedimento di ritiro della patente, così, non è altro che una pena complementare rispetto a quella penale e i due procedimenti, penale e amministrativo, sono due aspetti di un sistema unico, senza che si possa configurare un doppio procedimento in grado di far scattare la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7.

Scritto in: CEDU | in data: 21 ottobre 2016 |
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Al via la nuova edizione del corso “La tutela dei diritti umani presso la Corte europea dei diritti dell’uomo” organizzato dal Centro Interuniversitario europeo per i diritti umani e la democratizzazione (European Inter-University Centre for Human Rights and Democratisation (EIUC) che si terrà dal 16 al 18 dicembre 2016 nella sede dell’EIUC – Monastero di San Nicolò, Riviera San Nicolò, 26 I-30126 Venezia, Lido (cedu-dicembre-2016-locandina). Il corso, rivolto ad avvocati, giudici e operatori del diritto, presenta una formula innovativa con una sessione comune a tutti i partecipanti e un percorso parallelo strutturato in due moduli, uno introduttivo e uno avanzato. Tra i docenti, il giudice della Corte europea Vincent A. De Gaetano, Roberto Chenal, coordinatore scientifico del corso e giurista presso la Corte europea, Roberto Giovanni Conti, consigliere di Cassazione, Andrea Tamietti, vice-cancelliere di sezione della Corte europea, Anthony Olmo, giurista presso la Corte, Paola Rubini, avvocata, membro dell’Unione delle Camere penali. Prevista l’attribuzione di 14 CFU dall’Ordine degli avvocati di Venezia.

Per maggiori informazioni scrivere a training.cedu@eiuc.org

Scritto in: CEDU | in data: 19 ottobre 2016 |
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Non informare gli interessati e i legali di un’udienza nella quale il giudice è chiamato a decidere del prolungamento del trattenimento in un centro di identificazione ed espulsione è una violazione dell’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto alla libertà personale. Lo ha chiarito la Corte di Strasburgo nel caso Richmond Yaw e altri (ricorsi n. 3342/11, 3391/11, 3408/11 e 3447/11) depositata il 6 ottobre (affaire-richmond-yaw-et-autres-c-italie), con la quale l’Italia è stata condannata per aver agito in modo contrario alla Convenzione. A rivolgersi alla Corte, 4 cittadini del Ghana che erano arrivati illegalmente in Italia nel 2008. Erano stati subito colpiti da un provvedimento di espulsione e posti in un centro di identificazione ed espulsione (Cie). Gli uomini avevano impugnato il provvedimento prefettizio dinanzi al giudice di pace che, però, aveva confermato la misura. Successivamente, su richiesta del questore, il giudice di pace aveva disposto il prolungamento della misura che obbligava i migranti (i quali avevano anche presentato una domanda di protezione internazionale) alla permanenza nel Cie. Tuttavia, poiché tutto si era svolto senza la loro presenza e senza un avvocato, i ricorrenti avevano impugnato il provvedimento che prolungava il trattenimento, che era stato annullato. La Cassazione aveva dato loro ragione. Le vittime avevano così chiesto un indennizzo per ingiusta detenzione, ma la richiesta era stata respinta dalla Corte di appello di Roma. Un comportamento complessivo che è stato sanzionato da Strasburgo. Prima di tutto, con riguardo al procedimento dinanzi al giudice di pace, la Corte europea ha ritenuto che fosse stato leso il principio del contraddittorio, bollando la mancata comunicazione ai legali e agli interessati da parte del giudice di pace come una irregolarità grave e manifesta delle regole convenzionali. Strasburgo ha anche chiarito che se il trattenimento è illegittimo, come era stato nel caso di specie, le vittime hanno diritto a un indennizzo. Così l’Italia è stata condannata per violazione dell’articolo 5, par. 5, con l’obbligo di versare 6.500 euro a ciascun ricorrente più 10.500 euro, nel complesso, per le spese legali.

Scritto in: CEDU | in data: 17 ottobre 2016 |

Le indagini delle autorità olandesi nei confronti di componenti del cosiddetto Dutchbat impegnato a Srebrenica sono state adeguate ed effettive. Nessuna violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo da parte dei Paesi Bassi deriva dalla circostanza che i tribunali olandesi hanno concluso che i militari coinvolti nell’operazione di peacekeeping a Srebrenica non erano a conoscenza dell’ampiezza dell’imminente massacro. E’ quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella decisione depositata il 22 settembre nel caso Mustafić-Mujić e altri contro Paesi Bassi, con la quale la Corte ha dichiarato irricevibile il ricorso (mustafic-mujic-and-others-v-the-netherlands)A rivolgersi a Strasburgo, tra gli altri, la moglie e i figli di un cittadino bosniaco che lavorava come elettricista per la forza di peacekeeping olandese e che aveva ricevuto l’ordine, proprio nell’imminenza della strage di Srebrenica del 1995, di lasciare il compound. Una decisione che aveva portato alla sua morte insieme a quella di altro personale civile che aveva lavorato per gli olandesi. La famiglia aveva cercato giustizia ma l’indagine penale era stata chiusa dalle autorità inquirenti anche perché era stato sottolineato che i militari che avevano preso la decisione dell’allontanamento non sapevano che ci sarebbe stato un imminente massacro. Una decisione – scrive Strasburgo – che è in linea con le conclusioni raggiunte dal Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia. Per la Corte europea, non vi è stata alcuna violazione del volet procedurale dell’articolo 2 della Convenzione che assicura il dirito alla vita perché le indagini interne sono state adeguate ed effettive e i Paesi Bassi hanno anche collaborato con le autorità inquirenti del Tribunale per l’ex Iugoslavia che ha la primazia sulle giurisdizioni interne. Non solo. Nel caso Krstic, il Tribunale penale internazionale aveva sentito come testi alcuni militari olandesi ma non aveva ritenuto di dover procedere contro di loro. Inoltre, la Corte europea riconosce che le autorità nazionali hanno il diritto, sulla base di elementi di fatto e procedurali, di non processare penalmente i peacekeepers, che non hanno svolto un ruolo diretto nel massacro. Così non vi è stata alcuna violazione, con riguardo al procedimento civile, circa l’indipendenza della Camera di appello per la presenza di un militare nell’organo decisionale.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/srebrenica-immunita-ai-caschi-blu-anche-dalla-cedu.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/responsabilita-olandese-per-la-morte-di-3-musulmani-a-srebrenica.html

Scritto in: CEDU | in data: 5 ottobre 2016 |
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