La conversione in legge del decreto 23 giugno 2011 n. 89 “Disposizioni urgenti per il completamento dell’attuazione della direttiva 2004/38/Ce sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva 2008/115/Ce sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari” (si veda il post del 26 giugno) lascia in piedi l’impianto di partenza, ma introduce qualche elemento di maggiore conformità alle direttive Ue. La legge 2 agosto 2011 n. 129 (http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2011;129), infatti, ha eliminato alcuni formalismi eccessivi contenuti nel decreto legge. Prima di tutto, nei casi di ingresso e di soggiorno del partner del cittadino Ue che si avvale della libera circolazione o del soggiorno non è più richiesto che la relazione stabile sia ufficialmente attestata, ma è sufficiente – come previsto dal previgente decreto legislativo 30/2007 e, soprattutto dalla direttiva 2004/38/Ce – che sia “debitamente attestata”. Per evitare, poi, sovrapposizioni tra requisiti di ingresso e di soggiorno è stato eliminato l’obbligo del visto di ingresso per familiari extracomunitari di cittadini Ue per il soggiorno fino a 3 mesi. Per quanto riguarda i provvedimenti di rimpatrio volontario ed assistito dei cittadini extracomunitari verso il Paese di origine sono stati esclusi i destinatari di provvedimenti di estradizione o di un mandato di arresto europeo o di un mandato di arresto da parte della Corte penale internazionale.

Si veda, sul decreto legge, il post del 26 giugno 2011.

Scritto in: immigrazione, libera circolazione | in data: 29 agosto 2011 |
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In vigore, dal 24 giugno, le nuove regole sul rimpatrio dei cittadini extracomunitari. Con il decreto legge n. 89 del 23 giugno 2011 recante “Disposizioni urgenti per il completamento dell’attuazione della direttiva 2004/38/Ce sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva 2008/115/Ce sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari”, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 144 del 23 giugno (http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2011;89), l’Italia prova ad adeguarsi alle regole Ue e recepisce in ritardo la direttiva rimpatri il cui termine di attuazione è scaduto il 24 dicembre 2010. Su tale questione la Corte Ue aveva già chiarito, con la sentenza del 28 aprile 2011 (causa C-61/11, El Dridi), che la detenzione prevista nella legislazione italiana nei confronti di cittadini extracomunitari che non rispettano un provvedimento di espulsione è incompatibile con la direttiva 2008/115.

Il decreto legge prova a rispettare, con risultati tutti da verificare, il dettato della normativa Ue e la sentenza della Corte di giustizia, limitando il trattenimento. Tuttavia, il decreto legge stabilisce un allungamento dei termini di trattenimento nei Cie fino a 180 giorni e, soprattutto, in mancanza di cooperazione del cittadino al rimpatrio, consente un prolungamento di ulteriori 12 mesi. Garantita, in base all’art. 3, lett. c), n. 6, la partenza volontaria ed eliminato il carcere per il mancato rispetto dell’allontanamento, punito con una sanzione pecuniaria.

Il decreto legge introduce poi l’espulsione coattiva per i cittadini comunitari, misura non prevista, però, nella direttiva 2004/38 e definisce – come precisato dalla circolare del Ministero dell’interno n. 17102/124 (http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/21/0537_Circolare_su_dl_23_6_2011.pdf) - i motivi di ordine pubblico che possono giustificare l’allontanamento la cui competenza spetta al Prefetto.

Scritto in: immigrazione, libera circolazione | in data: 26 giugno 2011 |
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L’espulsione può essere evitata solo se lo straniero dimostra di convivere in modo concreto ed effettivo con la moglie cittadina italiana. Non basta il matrimonio a bloccare un provvedimento di espulsione emesso nei confronti di uno straniero sposato con una cittadina italiana se non c’è la prova di una vita insieme effettiva. Lo ha deciso la Corte di cassazione, prima sezione penale, con la sentenza n. 1595/2011 depositata il 1° giugno 2011 (22100), con la quale la Suprema Corte ha respinto il ricorso di un cittadino extracomunitario al quale era stato notificato un provvedimento di espulsione. Il ricorrente aveva presentato un reclamo al Tribunale di Catania (che lo aveva respinto) avverso il provvedimento di espulsione emesso dal magistrato di sorveglianza, anche per la sua pericolosità sociale, invocando l’articolo 8 della Convenzione europea e la direttiva 2003/86 recepita con Dlgs n. 5 dell’8 gennaio 2007. Una tesi che non ha convinto la Corte: il ricorrente – osservano i giudici – non può invocare un diritto al ricongiungimento laddove manca il presupposto per rivendicare questo diritto ossia un’effettiva convivenza. Senza dimenticare la palese pericolosità sociale del ricorrente.

Scritto in: immigrazione, rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 6 giugno 2011 |
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Anche il Consiglio di Stato interviene sugli effetti della direttiva 2008/115 del 16 dicembre 2008 recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, che l’Italia non ha recepito nel termine di scadenza fissato il 24 dicembre 2010. Con la sentenza del 10 maggio 2011, n. 00008/2011 ( http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Consiglio%20di%20Stato/Sezione%20P/2011/201101116/Provvedimenti/201100008_11.XML), il Consiglio di Stato, in adunanza plenaria, ha stabilito che l’emersione dal lavoro irregolare, con effetti estintivi di ogni illecito penale e amministrativo, deve essere concessa anche agli immigrati condannati per non aver rispettato il provvedimento di allontanamento. Il mancato recepimento della direttiva Ue nei termini fissati – hanno precisato i giudici amministrativi – non incide sull’applicabilità di disposizioni (come gli articoli 15 e 16) sufficientemente precise e incondizionate. A ciò si aggiunga che la stessa Corte di giustizia Ue con sentenza del 28 aprile scorso (causa C-61/11, El Dridi) ha stabilito che la previsione di una pena detentiva a carico di cittadini di Paesi terzi che non adempiano all’obbligo di lasciare il territorio nazionale, viola i diritti fondamentali. Pertanto, il Consiglio di Stato ha disposto la disapplicazione dell’articolo 14, comma 5-ter del Dlgs n. 286/98 (Testo unico sull’immigrazione) che punisce lo straniero che non osserva il provvedimento di allontanamento dal territorio e, di conseguenza, l’articolo 1-ter, comma 13 della legge n. 102 del 2009 che vieta la regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari condannati, anche in modo non definitivo. Venuto meno il reato per l’applicazione della direttiva, cade anche il divieto di emersione per gli immigrati irregolari condannati per non aver rispettato il provvedimento di allontanamento.

Si vedano anche i post del 28 aprile e del 27 gennaio 2011.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 22 maggio 2011 |
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Adesso lo dice anche la Corte di giustizia Ue, mettendo nero su bianco che, in pratica, la previsione di una pena detentiva a carico di cittadini di Paesi terzi che non adempiano all’obbligo di lasciare il territorio nazionale, viola i diritti fondamentali. Con la sentenza depositata il 28 aprile nella causa C-61/11 (El Dridi, http://curia.europa.eu/jurisp/cgi-bin/form.pl?lang=it&jurcdj=jurcdj&newform=newform&docj=docj&docop=docop&docnoj=docnoj&typeord=ALLTYP&numaff=&ddatefs=21&mdatefs=4&ydatefs=2011&ddatefe=28&mdatefe=4&ydatefe=2011&nomusuel=&domaine=&mots=&resmax=100&Submit=Rechercher) la Corte ha, infatti, chiarito che la procedura di allontanamento prevista dalla legislazione italiana è contraria alla direttiva 2008/115/Ce del 16 dicembre 2008 recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, che l’Italia non ha recepito nel termine di scadenza fissato per il 24 dicembre 2010. Ai giudici di Lussemburgo si era rivolta la Corte di appello di Trento alle prese con un ricorso presentato dal cittadino di un Paese terzo entrato irregolarmente in Italia. Espulso, non aveva rispettato il provvedimento ed era stato condannato in base all’art.14, comma 5 ter del DLGS 286/1998 a un anno di carcere. I giudici di appello, prima pronunciarsi nel merito, hanno posto alcuni quesiti pregiudiziali d’interpretazione sulla direttiva alla Corte Ue. Che è stata chiara: la procedura di allontanamento disposta dall’ordinamento italiano accompagnata in caso di mancato rispetto dalla reclusione è contraria alla direttiva la quale prevede che sia concesso agli immigrati un termine per la partenza volontaria. La detenzione, precisa la Corte, “rischia di compromettere la realizzazione dell’obiettivo perseguito dalla direttiva, ossia l’instaurazione di una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno sia irregolare nel rispetto dei loro diritti fondamentali”. Di qui due conseguenze: il giudice interno deve disapplicare la normativa interna contraria al risultato della direttiva tenendo conto che essa, anche se non recepita, è già invocabile dai singoli contro lo Stato membro in quanto contiene disposizioni incondizionate e sufficientemente precise e deve assicurare l’applicazione retroattiva della pena più mite, secondo i principi costituzionali comuni agli Stati membri.

Scritto in: immigrazione | in data: 28 aprile 2011 |
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Allarme per il numero di ricorsi relativi a misure provvisorie per ottenere da Strasburgo la sospensione di provvedimenti di espulsione, di allontanamento e di estradizione emessi dalle autorità di numerosi Stati. La Corte europea non riesce più a fronteggiare il numero di richieste. Tra il 2006 e il 2010 si è verificato un incremento record del 4.000% del numero di ricorsi. Nel 2006 le richieste sono state 112 e nel 2010 i ricorsi sono balzati a quota 4.786. Per arginare questo flusso, che rischia di paralizzare il lavoro della Corte, il Presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo Jean-Paul Costa ha divulgato, l’11 febbraio 2011, delle indicazioni pratiche ai ricorrenti e agli avvocati, chiedendo agli Stati la messa a punto di rimedi nazionali effettivi (20110211_ART_39_Statement_FR).

Scritto in: CEDU | in data: 14 febbraio 2011 |
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L’Italia condannata a risarcire i danni morali subiti da una donna destinataria di un provvedimento di espulsione illegittimo, trattenuta in un Centro di identificazione e di espulsione (Cie). La legge italiana – ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza dell’8 febbraio 2011 (Seferovic contro Italia, ricorso n. 12921/04, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=35&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=66403467&skin=hudoc-fr) – non prevede alcun sistema che consenta agli individui che si trovano nella situazione della donna ossia trattenuti illegittimamente nei centri, di ottenere una riparazione violando, di conseguenza, l’articolo 5, par. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in base al quale ogni persona vittima di arresto o di detenzione in violazione delle condizioni fissate nella Convenzione ha diritto a una riparazione.

A Strasburgo si era rivolta una donna di etnia rom proveniente dalla Bosnia Erzegovina nei confronti della quale, dopo poche settimane dalla nascita del figlio (morto dopo pochi giorni), era stato emesso un provvedimento di espulsione perché irregolare. In attesa dell’esecuzione della misura era stata trattenuta in un Cie nei pressi di Roma. Tuttavia, il tribunale di Roma, alla quale la donna si era rivolta contestando il provvedimento, aveva deciso il suo immediato rilascio perché in base al dlgs 286/98 le espulsioni non possono essere disposte nei confronti delle donne in stato di gravidanza e nei sei mesi successivi alla nascita del figlio. In seguito la donna aveva anche ottenuto, nel 2006, lo status di rifugiato. Tuttavia, non potendo ottenere un indennizzo in Italia per una lacuna del sistema normativo, malgrado la sua privazione della libertà personale fosse stata illegittima, la donna si era rivolta a Strasburgo che le ha dato ragione ritenendo sussistente una violazione dell’art. 5, par. 1 e par. 5 della Convenzione, e, di conseguenza, ha riconosciuto un indennizzo per i danni non patrimoniali subiti pari a 7.500 euro (la donna ne aveva chiesti 45.000).

Scritto in: CEDU | in data: 11 febbraio 2011 |
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I giudici di merito disapplicano la legge Bossi Fini perché alcune disposizioni sono in contrasto con la direttiva 2008/115/Ce del 16 dicembre 2008 sulle norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, non ancora recepita in Italia, malgrado il termine sia scaduto il 24 dicembre 2010. Accertata la diretta applicabilità di numerose disposizioni della direttiva sufficientemente dettagliate, diversi Tribunali, da quello di Torino a quello di Firenze, hanno disposto l’assoluzione di alcuni immigrati irregolari che non avevano rispetto il provvedimento di espulsione. Così ha fatto il Tribunale di Torino con sentenza del 5 gennaio 2011, IV sezione penale (tribunaletorino), che ha assolto un imputato dal reato di cui all’articolo 14 comma 5 ter e comma 5 quarter che considera reato l’inosservanza dell’ordine di allontanamento e di espulsione. Un sistema, quello previsto in materia di espulsione nella Bossi Fini, in aperto contrasto con la direttiva 2008/115 che si basa sul principio del rimpatrio volontario. Di qui la disapplicazione della norma interna contrastante con l’atto Ue e l’assoluzione dell’imputato.

Per le altre sentenze e per circolare del Ministero dell’interno del 17 dicembre 2010 sull’applicazione della direttiva 2008/115, con commenti di Giuseppe Amato e di Marina Castellaneta, si veda Guida al diritto, 29 gennaio 2011, n. 5, p. 14 ss.

Scritto in: immigrazione | in data: 27 gennaio 2011 |
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Espulsioni bloccate nei casi in cui la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia adottato una misura cautelare sospensiva del provvedimento disposto dalle autorità nazionali. E’ la conclusione raggiunta dalla Corte di cassazione, sesta sezione penale che, nella sentenza depositata il 28 maggio 2010 (n. 20514, espulsioni) ha annullato  la pronuncia dei giudici di appello che avevano deciso l’espulsione di alcuni cittadini tunisini condannati per terrorismo. La Suprema Corte parte dal presupposto della «doverosa osservanza degli obblighi che scaturiscono dai provvedimenti provvisori della Corte di Strasburgo» anche nell’applicazione di misure di sicurezza disposte dal magistrato di sorveglianza. Di conseguenza, se è stata adottata dalla Corte europea una misura cautelare che blocca l’espulsione nel caso di rischi di trattamenti contrari all’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo, i provvedimenti interni non vanno eseguiti fino alla pronuncia nel merito di Strasburgo.

Per la Corte europea dei diritti dell’uomo i Paesi Bassi non hanno violato gli articoli 3 e 8 della Convenzione decidendo di espellere un cittadino della Repubblica democratica del Congo che aveva richiesto asilo in Olanda (ricorso n. 29031/04,  mawaka). Per i giudici di Strasburgo, infatti, poiché prima di lasciare il Congo, il richiedente asilo (che era stato condannato in Belgio), viveva a Kinshasa, e non nel Nord est del Paese ritenuto ad alto rischio, l’espulsione poteva essere eseguita. La Corte poi ha anche ritenuto che l’Olanda non avesse violato il diritto alla vita familiare del ricorrente  che si era sposato nei Paesi Bassi, aveva avuto un figlio e aveva poi divorziato. L’assenza di un permesso di soggiorno per la ex moglie e per il figlio – osserva la Corte – fanno venir meno la violazione dell’articolo 8 proprio tenendo conto della circostanza che gli stessi familiari potrebbero essere espulsi. Una conclusione che di fatto conduce a una limitazione della portata dell’articolo 8 che sembra applicabile solo se i familiari risiedono legalmente sul territorio di uno Stato parte alla Convenzione.

Scritto in: CEDU | in data: 1 giugno 2010 |
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