La pena di morte non è solo la negazione del diritto alla vita, ma è una violazione della dignità umana e una forma di tortura. Di conseguenza, essa deve essere abolita immediatamente in ogni parte del mondo. I sopravvissuti al braccio della morte – scrive Morris Tidball-Binz, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrare, nel rapporto intitolato “The death penalty from the perspective of the prohibition of torture and other ill-treatment and the protection of human dignity”, presentato il 18 giugno al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (A/HRC/62/37, pena di morte) – hanno testimoniato le sofferenze fisiche e psichiche subite per la permanenza prolungata nel braccio della morte, con evidenti violazioni del diritto internazionale. Nel rapporto, basato su numerose testimonianze, è illustrata ogni fase del procedimento che porta alla detenzione in attesa della pena capitale partendo dalla fase dell’arresto, dell’interrogatorio, della custodia cautelare, del processo, della condanna e della detenzione. In ogni fase, non solo la persona accusata e poi condannata, ma anche i familiari, dai figli al coniuge, subiscono gravi conseguenze fisiche e psichiche. Di frequente – si legge nel rapporto – l’applicazione della pena capitale sottende anche forme di discriminazione razziale, colpendo persone di origine africana o cittadini stranieri, che vivono in condizioni di povertà, con un aggravamento della vulnerabilità delle comunità emarginate.
Nel rapporto il Relatore speciale, che è partito dal disegnare il quadro normativo e la giurisprudenza di organi come la Corte europea dei diritti dell’uomo, ha anche esaminato la situazione di coloro che sono stati prima condannati e poi scagionati, sottolineando che tali persone continuano a vivere nel terrore, dopo aver subito condizioni carcerarie disumane, isolamento e forme di guerra psicologica. Pertanto, “la pena capitale equivale a un regime di sofferenza deliberata controllata dallo Stato che determina la non applicazione di un sistema di giustizia penale fondato sui diritti umani” perché tale pena non può essere conciliata con il divieto assoluto di tortura e con l’obbligo di tutelare la dignità umana. Di qui la richiesta che la pena di morte sia abolita ovunque nel mondo. Inoltre, nelle raccomandazioni finali, Tidball-Binz chiede agli Stati che la prevedono di cessare dall’applicazione di questa pena, disponendo una moratoria, nonché di rivedere tutte le pronunce già rese che potrebbero essere state contaminate da violazioni dell’equo processo.
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