Pace e giustizia: la Pre-Trial Chamber interviene sulla possibilità di svolgere negoziati di pace sul territorio di uno Stato parte

Una domanda chiara, con una risposta che lascia aperte diverse possibilità: uno Stato parte alla Corte penale internazionale può ospitare un negoziato di pace sul proprio territorio accogliendo il Presidente russo Vladimir Putin destinatario di un mandato di arresto emesso dalla Corte dell’Aja il 17 marzo 2023? Per la Pre-Trial Chamber, che ha risposto con la decisione del 9 giugno al quesito presumibilmente posto dalla Svizzera (https://www.swissinfo.ch/eng/foreign-affairs/icc-ruling-limits-switzerland-over-putin-arrest-warrant/91580316), in gran parte piena di omissis (ICC-01:22), vanno distinte due diverse situazioni: se il negoziato di pace è convocato dalle Nazioni Unite sul territorio di uno Stato parte, la Corte potrà valutare il rapporto tra obblighi della Carta Onu e quelli dello Statuto, al fine di accertare un eventuale inadempimento ai sensi dell’articolo 87, par. 7 dello Statuto. Nel caso in cui il negoziato non rientri nel quadro Onu prevalgono, almeno in via generale, gli obblighi dello Statuto con la conseguenza che non viene meno l’obbligo di arrestare Putin.

Un dato, però, è certo: gli Stati parte non possono procedere alla sospensione unilaterale delle richieste di cooperazione della Corte e sono così tenuti a informare la stessa Corte. D’altra parte, l’articolo 97 dello Statuto è chiaro nel prevedere che quando uno Stato parte riceve una richiesta e si manifestano problemi che possono impedire o ostacolare l’esecuzione della richiesta, detto Stato è tenuto a consultare la Corte. Ora, l’articolo 27 dispone che le autorità nazionali degli Stati parte sono obbligate a eseguire i mandati di arresto senza che abbia riguardo la qualifica ufficiale rivestita dal destinatario del provvedimento. Tuttavia, la Corte ricorda il ruolo e il collegamento con le Nazioni Unite e con il Consiglio di sicurezza che ha il potere di disporre un rinvio dell’indagine o dell’azione penale per un periodo di 12 mesi a seguito dell’adozione di una risoluzione in base al capitolo VII della Carta, nonché la circostanza che lo stesso Preambolo dello Statuto riafferma gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e, quindi, ritiene che se una conferenza di pace è convocata dalle Nazioni Unite sul territorio di uno Stato parte, si apre un dialogo con la stessa Corte che deve considerare l’ipotesi di un contrasto tra norme dello Statuto e obiettivi delle Nazioni Unite. In pratica, in questo caso, l’ordine della Corte arretra rispetto alle esigenze della pace.

Diverso il caso in cui la conferenza di pace non sia stata convocata dall’ONU: in questo caso, ribadendo gli obblighi di cooperazione, la Corte sottolinea l’obbligo di eseguire il mandato di arresto precisando, però, che “that the above findings are without prejudice to any decision the Chamber may take in light of the specific circumstances of the case should a situation covered in the present response (or similar) arise”.

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