Nell’esecuzione del mandato di arresto europeo deve essere garantito il rispetto di continuità territoriale e temporale dell’assistenza legale del destinatario del provvedimento, ma spetta al detenuto eccepire il mancato rispetto del principio. E’ la Corte di cassazione a precisarlo con la sentenza n. 24301/17 depositata dalla sesta sezione penale il 16 maggio (24301 MAE), con la quale la Suprema Corte ha anche precisato il perimetro di operatività del principio con riguardo agli effetti giuridici sul mandato di arresto europeo. A rivolgersi alla Suprema Corte un cittadino nigeriano che aveva impugnato la sentenza della Corte di appello di Trieste che aveva dato il via libera alla consegna del ricorrente in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalle autorità spagnole. A fondamento del ricorso, la violazione degli articoli 9 e 12 della legge n. 69/2005 di esecuzione della decisione quadro n. 2002/584 sul mandato di arresto europeo e sulle procedure di consegna tra Stati membri, in quanto, a suo dire, le autorità nazionali non potevano dare seguito alla consegna a causa dell’omessa comuncazione all’arrestato della possibilità di nominare un difensore nello Stato di emissione del mandato di arresto. La Cassazione riconosce che l’omessa informazione va considerata come causa di nullità in ragione delle direttive Ue intervenute in materia e, in particolare, la n. 2013/48/UE, relativa al diritto di avvalersi di un difensore nel procedimento penale e nel procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo, al diritto di informare un terzo al momento della privazione della libertà personale e al diritto delle persone private della libertà personale di comunicare con terzi e con le Autorità consolari, recepita in Italia con decreto legislativo 15 settembre 2016, n. 184. D’altra parte – osserva la Suprema Corte – va assicurata la continuità territoriale e temporale dell’assistenza legale e della rappresenza in giudizio, esigenza che ha condotto anche a una modifica della legge n. 69/2005. E’ vero – come scrive la Corte di appello – che il Dlgs n. 184/2016 non ha integrato le cause di nullità di cui all’articolo 12 della legge n. 69/2005, ma la mancanza di coordinamento “non può inficiare la cogenza dell’interpretazione sistematica dei dati normativi”. Applicabile, quindi, la nullità ex articolo 178 c.p.p. che non è però assoluta, con la conseguenza che se l’interessato non eccepisce l’omissione e ciò avviene, come nel caso di specie, tardivamente, dopo l’udienza di convalida dell’arresto, il mandato di arresto può essere eseguito.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/diritto-alla-difesa-rafforzato-nel-caso-di-esecuzione-del-mandato-di-arresto-europeo.html.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 10 luglio 2017 |
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Il sistema del mandato di arresto europeo, previsto dalla legge n. 69/2005 che dà attuazione alla decisione quadro, va integrato con il Dlgs n. 161/2010 con il quale è stata attuata la decisione 2008/909/GAI del 27 novembre 2008 sull’applicazione del principio del reciproco riconoscimento delle sentenze penali che irrogano pene detentive o misure privative della libertà personale, ai fini della loro esecuzione nell’Unione europea. Di conseguenza le garanzie procedurali fornite dall’articolo 24 del Dlgs n. 161 devono essere applicate anche ai casi di esecuzione della pena, con particolare riguardo al cittadino italiano e allo straniero residente in Italia, fissate dall’articolo 18 della legge n. 69 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 19636/17, prima sezione penale, depositata il 26 aprile 2017 (19636), su ricorso di un cittadino italiano nei confronti del quale le autorità rumene avevano chiesto la consegna in attuazione di un mandato di arresto europeo per l’esecuzione di una sentenza di condanna per evasione fiscale. Era stata disposta  l’esecuzione della condanna in Italia e l’uomo aveva chiesto la sospensione condizionale della pena presentando ricorso in cassazione in quanto la sentenza non risultava riconosciuta in Italia secondo il Dlgs n. 161/2010. La Cassazione ha dato ragione al ricorrente. Questo perché non solo già con pronuncia del 2016 la stessa Suprema Corte aveva annullato senza rinvio l’ordinanza della Corte di appello ordinando la scarcerazione, ma anche in ragione dell’obbligo di integrare il sistema del mandato di arresto europeo “con specifico riferimento alle evenienze della consegna in executivis” nei confronti degli Stati che hanno recepito la decisione quadro 2008/2009/GAI. Ed invero, poiché la legge sul mandato di arresto europeo e la stessa decisione quadro non regolano esplicitamente la procedura di riconoscimento e adattamento alla sentenza straniera va applicato il Dlgs n. 161. Se le verifiche sui criteri di compatibiità della pena e i motivi di rifiuto non vengano considerate, malgrado il condannato dia il consenso a scontare la pena in Italia, l’ordine di carcerazione deve essere annullato.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 26 giugno 2017 |
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Prima di decidere sulla consegna di un condannato, le autorità nazionali italiane, chiamate all’esecuzione di un mandato di arresto europeo, sono tenute a verificare se, nel singolo caso, ci sono rischi di trattamenti disumani e degradanti provocati dal regime carcerario del Paese di emissione. E’ la conclusione cui è giunta la Corte di Cassazione, seconda sezione penale, con la sentenza n. 45757 depositata il 31 ottobre (45757-mae). Il caso ha al centro un cittadino rumeno destinatario di un mandato di arresto europeo emesso dalla Romania ai fini dell’esecuzione della pena inflitta con sentenza definitiva. La Corte di appello di Catanzaro aveva dato il via libera alla consegna, ma la Cassazione aveva annullato con rinvio. A fronte di ulteriori informazioni assunte dai giudici di appello, era stata confermata la consegna. Di qui il nuovo ricorso in Cassazione. Ad avviso del ricorrente, i giudici di appello hanno agito in violazione dell’articolo 1 della decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri (recepita in Italia con legge n. 69/2005), nonché dell’articolo 18 della legge in esame e dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta trattamenti disumani e degradanti. La Cassazione ha accolto il ricorso richiamando la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 5 aprile 2016 (cause C-404/15 e C-659/15) con la quale è stato chiarito che lo Stato membro di esecuzione è tenuto ad accertare concretamente, in relazione alla singola persona richiesta in consegna, se sussiste un rischio di trattamenti disumani e degradanti. Centrale, quindi, l’accertamento del “rischio concreto” sulla base di elementi oggettivi, attendibili, precisi e aggiornati con riferimento allo stato di detenzione. Ed invero, secondo la Cassazione, nel caso in esame, la Corte di appello di Catanzaro ha dato il via libera alla consegna senza, però, che le fossero trasmesse tutte le informazioni richieste e che le suddette informazioni fossero individualizzate. Di conseguenza, proprio a causa dell’insufficienza delle informazioni individualizzanti e dell’inadeguatezza di alcuni dati, con particolare riguardo a quelli relativi allo spazio individuale minimo garantito, poiché non può essere escluso il rischio di trattamenti disumani e degradanti, la Cassazione ha disposto l’annullamento della decisione di consegna, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catanzaro

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 9 novembre 2016 |
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Le diverse modalità di rilevamento del tasso alcolemico non hanno alcuna importanza nell’esecuzione del mandato di arresto europeo e sul principio della doppia incriminazione. La Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la pronuncia n. 40254/16 depositata il 27 settembre, fornendo chiarimenti sulla decisione quadro 2002/584 relativa al mandato di arresto europeo e alle procedure di consegna (recepita in Italia con legge n. 69/2005), ha respinto il ricorso di un cittadino rumeno, arrestato in Italia, che si opponeva alla sua consegna in Romania (mae-40254). La Corte di appello di Roma aveva dato il via libera alla consegna la cui richiesta era stata trasmessa dalle autorità rumene a quelle italiane per far scontare la pena in patria al condannato, il quale, però, aveva impugnato il provvedimento perché, a suo dire, non era stato tenuto in conto il suo radicamento sul territorio italiano per la sola circostanza che aveva svolto attività lavorativa in nero e perché era stato violato il requisito della doppia punibilità. La Cassazione ha respinto il ricorso come manifestamente infondato rilevando che le diverse modalità di rilevamento del tasso alcolemico tra Italia e Romania non hanno alcun rilievo sulla doppia incriminazione visto che il reato di guida in stato di ebrezza è presente in entrambi gli ordinamenti. La Suprema Corte ha anche stabilito che il condannato non aveva un collegamento in Italia perché non aveva una stabile attività lavorativa, perché moglie e figli vivevano in Romania e perché lui stesso era stato per molto tempo in Patria tant’è che era stato condannato per un reato commesso in Romania.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 11 ottobre 2016 |
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Solo ad alcune condizioni le misure restrittive della libertà personale possono essere equiparate a quelle privative come la detenzione. Con la conseguenza che, in questi casi, lo Stato che emette il mandato di arresto europeo è tenuto a decurtare dalla pena che il condannato deve scontare il periodo in cui il destinatario del provvedimento è stato sottoposto a misure come arresti domiciliari e braccialetto elettronico nello Stato di esecuzione. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza depositata il 28 luglio (C-294/16, C-294:16), con la quale, per la prima volta, Lussemburgo si è occupata della nozione di custodia ai sensi dell’articolo 26 della decisione quadro 2002/584 relativa al mandato di arresto europeo e alle procedure di consegna (recepita in Italia con legge n. 69/2005), come modificata dalla 2009/299 che rafforza i diritti processuali delle persone. E’ stato il Tribunale distrettuale di Lodz (Polonia) a rivolgersi alla Corte Ue per chiarire se, nel calcolare la pena detentiva pronunciata nei confronti di un proprio cittadino condannato a tre anni e due mesi di carcere, si dovesse tener conto del fatto che, a seguito dell’arresto dell’uomo nel Regno Unito, il condannato aveva subito una limitazione della libertà personale perché sottoposto agli arresti domiciliari per 9 ore durante la notte e all’obbligo di indossare il braccialetto elettronico. La Corte ha osservato che nella decisione quadro manca una nozione di custodia e che vi sono difficoltà interpretative dovute anche alla circostanza che la nozione varia a seconda delle differenti versioni linguistiche, ma ha stabilito che la nozione non può essere desunta dagli ordinamenti nazionali perché è propria dell’ordinamento Ue. Con la conseguenza che, tenendo conto delle finalità dell’atto Ue e di altre decisioni quadro, in via generale, le misure restrittive della libertà personale non possono essere equiparate a quelle privative come la detenzione. Detto questo, però, anche tenendo conto della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla nozione di diritto alla libertà personale che corrisponde all’articolo 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dell’articolo 52 par. 3 della Carta, la Corte di giustizia ha stabilito che, in taluni casi, alla luce di un accertamento concreto basato sulla tipologia, la durata, gli effetti e le modalità di esecuzione della misura considerata, quest’ultima, pur essendo qualificata come restrizione è da assimilare, proprio per la sua intensità, a una privazione della libertà. Così, il periodo va decurtato dal calcolo complessivo della pena rientrando nella nozione di custodia. Situazione che, però, non sembra alla Corte si sia realizzata nel caso in esame.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 3 agosto 2016 |
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L’esecuzione del mandato di arresto europeo deve essere esclusa se la consegna riguarda un accusato di un fatto illecito che si è svolto nella sua massima parte in Italia. Lo ha ribadito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 22493/16, depositata il 27 maggio (22493) con la quale è stato accolto il ricorso di un cittadino tedesco che chiedeva l’annullamento della sentenza della Corte di appello di Milano che aveva dato il via libera alla consegna in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Procura della Repubblica di Berlino. I giudici di appello avevano sostenuto che non sussisteva un motivo ostativo alla consegna malgrado il segmento finale delle condotte illecite (rapina e truffa) risultava eseguito in Italia. Una conclusione errata secondo la Suprema Corte e non conforme a quanto previsto dall’articolo 18 della legge n. 69/2005 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri. In particolare, se una parte della condotta criminosa si è verificata in Italia va esclusa la consegna all’autorità giudiziaria straniera. Pertanto, per la Cassazione, nel caso in esame, mancano i presupposti legittimanti la consegna tanto più che la condotta illecita risultava compiuta in Italia perché solo le mail per cercare di truffare le vittime erano state ricevute in Germania.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 30 giugno 2016 |
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Il mandato di arresto europeo deve contenere l’indicazione dell’esistenza di un mandato nazionale. In caso contrario le autorità dello Stato di esecuzione devono negare l’attuazione del provvedimento. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza C-241/15 (Bob Dogi, C-241:15) depositata il 1° giugno, che conduce, in via di fatto, a un ampliamento dei motivi di non esecuzione obbligatoria. Il procedimento dinanzi alla Corte Ue ha preso il via da un rinvio pregiudiziale dei giudici di appello della Romania alle prese con l’esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso nei confronti di un cittadino rumeno accusato di aver investito e ferito un cittadino ungherese mentre transitava in quella nazione. Le autorità ungheresi avevano inserito una segnalazione nel sistema di informazione Schengen e l’uomo era stato fermato nel suo Paese. Al centro del rinvio pregiudiziale la decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri (recepita in Italia con Dlgs n. 69/2005), poi modificata dalla 2009/299/Gai che rafforza i diritti processuali delle persone e promuove l’applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle decisioni pronunciate in assenza dell’interessato al processo (recepita in Italia con il Dlgs n. 31/2016) e, in particolare, la questione relativa all’obbligo delle autorità nazionali dello Stato di esecuzione di non dare seguito al mandato di arresto europeo se non vi è un distinto mandato di arresto nazionale. Lussemburgo riconosce che l’articolo 8 della decisione quadro si limita a stabilire che tra le informazioni necessarie per il mandato di arresto Ue sia indicata l’esistenza di “una sentenza esecutiva, di un mandato di arresto o di qualsiasi altra decisione giudiziaria esecutiva che abbia la stessa forza e che rientri nel campo di applicazione degli articoli 1 e 2”, lasciando aperta la questione se sia richiesta l’esistenza di un mandato di arresto interno distinto da quello europeo. Tuttavia, pur ammettendo che l’articolo 8 della decisione quadro non indica in modo espresso che la nozione di “mandato di arresto” si riferisce a quello nazionale, la Corte Ue ritiene che diversi indizi depongono in questa direzione. Basti pensare che sia nel preambolo, sia in altri articoli della decisione quadro, incluso l’articolo 8, non si utilizza la semplice espressione di “mandato di arresto” bensì la nozione di “mandato di arresto europeo”, con la conseguenza che laddove è utilizzata l’espressione “mandato di arresto” senza l’aggiunta “europeo”, ci si intende riferire a un mandato di arresto diverso da quello europeo e, quindi, a quello nazionale. A ciò si aggiunga che il formulario richiamato dall’articolo 8, che costituisce una parte integrante ai fini dell’interpretazione della stessa norma della decisione quadro, richiama una “decisione sulla quale si basa il mandato di arresto europeo” con ciò chiarendo che è richiesta l’esistenza di un provvedimento distinto rispetto alla decisione di emissione del mandato di arresto europeo. In caso contrario, la norma in esame avvalorerebbe la circostanza che “il mandato di arresto europeo potrebbe fondarsi su sé stesso”, rendendo priva di significato l’inclusione di un richiamo alla condizione dell’esistenza di un mandato di arresto per ammettere quello europeo. Di qui la conclusione che il mandato di arresto nazionale è condizione indispensabile per l’emissione e l’esecuzione successiva di quello europeo. Pertanto, nel caso in cui manchi il provvedimento interno in forza di una procedura semplificata prevista dallo Stato di emissione, il mandato non va eseguito anche perché, non essendosi validamente formato, l’atto stesso non viene ad esistenza. Non è più – osserva la Corte –  un problema di motivi facoltativi o tassativi di non esecuzione, in discussione solo in presenza di un atto valido, ma dell’inesistenza del provvedimento, con conseguente non esecuzione della consegna. Tuttavia, prima di negare l’esecuzione, l’autorità dello Stato chiamata a dare seguito alla consegna, deve chiedere allo Stato di emissione “di fornire con urgenza qualsiasi informazione supplementare necessaria” per chiarire se il mandato di arresto nazionale esiste e non è stato indicato o è del tutto mancante.

 

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 16 giugno 2016 |
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La Corte di Cassazione attua i principi stabiliti da Lussemburgo e blocca l’esecuzione di un mandato di arresto europeo a causa delle condizioni disumane e degradanti nelle carceri nello Stato di emissione e della mancata verifica concreta da parte della Corte di appello che aveva dato il via libera alla consegna. La Sesta sezione penale, con la pronuncia n. 23277/16 depositata il 3 giugno (23277 MAE), ha deciso, infatti, l’annullamento con rinvio della sentenza della Corte di appello di Catanzaro che aveva acconsentito alla consegna di un cittadino rumeno condannato nel suo Paese a un anno e 8 mesi di reclusione per traffico di stupefacenti. La Cassazione concorda con le conclusioni dei giudici di appello sul rispetto dei diritti del condannato in ordine allo svolgimento del processo in absentia, ma non sulla verifica circa il rispetto dei diritti dei detenuti nelle carceri rumene. Ed invero, scrive la Cassazione, la Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 5 aprile 2016 (C-404/15), ha introdotto un motivo di non esecuzione non previsto dal legislatore Ue nella decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri (recepita in Italia con legge n. 69/2005), ovvero la presenza di “gravi indizi” circa la violazione dei diritti fondamentali e dei principi giuridici generali sanciti dall’articolo 6 del Trattato Ue da parte dello Stato di emissione in riferimento alle condizioni di detenzione. Centrale, nella valutazione delle due Corti, le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno condotto a diverse condanne della Romania per il sovraffollamento nelle carceri nonché i rapporti del Comitato contro la tortura che hanno evidenziato le pessime condizioni di vita dei detenuti in quel Paese. A rafforzare l’obbligo per lo Stato di esecuzione di tenere conto di questi aspetti, anche il considerando n. 10 che prevede già la sospensione nell’esecuzione se sussiste una grave e persistente violazione da parte dello Stato di emissione dei principi sanciti dall’articolo 6 TUE. La Cassazione chiarisce, inoltre, che prima di decidere sulla consegna, le autorità italiane devono analizzare sia le condizioni generali nel Paese di emissione sia quelle individuali. Se sulla base delle informazioni fornite non può essere escluso il rischio concreto di trattamento disumano e degradante, l’esecuzione del mandato di arresto deve essere rinviata e le autorità italiane devono chiedere informazioni supplementari a quelle del Paese che ha emesso il MAE. Indispensabile, in ogni caso, l’accertamento sulla situazione individuale che nel caso di specie era mancato. Di qui l’annullamento della decisione di consegna decisa dalla Corte di appello e il rinvio a nuova sezione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/freno-al-mandato-di-arresto-europeo-se-ce-il-rischio-di-trattamenti-degradanti-nelle-carceri.html

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 9 giugno 2016 |
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Il divieto di trattamenti disumani e degradanti dei detenuti blocca l’esecuzione del mandato di arresto europeo. Lo ha chiarito la Corte di giustizia Ue nella sentenza del 5 aprile (cause riunite C-404/15 e C-659/15, Aranyosi C-404:15) con la quale è stato chiarito che le autorità nazionali dello Stato di esecuzione possono impedire la consegna del soggetto colpito dal provvedimento se nello Stato di emissione le condizioni di detenzione mettono a rischio, sulla base di motivi seri e comprovati, il detenuto. D’altra parte – osserva Lussemburgo – nell’attuazione della decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri (recepita in Italia con legge n. 69/2005), gli Stati sono tenuti a rispettare l’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che vieta i trattamenti disumani o degradanti. Detto questo, però, la Corte, proprio per impedire che sia intaccato il principio del mutuo riconoscimento e della fiducia reciproca alla base del funzionamento del sistema del mandato di arresto europeo impone una verifica sulla base di elementi oggettivi, affidabili, precisi e attuali nei confronti della persona oggetto del provvedimento. Questo vuol dire che, accanto all’esame delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo con riferimento allo Stato di emissione e gli atti di altri organismi internazionali, essenziali per verificare l’esistenza di carenze sistematiche o generalizzate, nonché i rischi per determinati gruppi di detenuti e la peculiare situazione di alcuni centri di detenzione, è necessario rapportare i dati alla specifica situazione del destinatario del provvedimento. Per la Corte Ue, infatti, non basta che sussista il rischio di un trattamento degradante in base alle condizioni generali di detenzione nello Stato membro di emissione perché, per opporre un rifiuto all’esecuzione del mandato di arresto, il rischio concreto deve presentarsi con riferimento all’individuo al centro del provvedimento di consegna. In una simile ipotesi, le autorità dello Stato di esecuzione devono prima richiedere informazioni aggiuntive allo Stato di emissione e solo se il rischio non può essere escluso in un termine ragionevole, l’autorità competente deve mettere fine alla procedura di consegna.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 7 aprile 2016 |
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La depenalizzazione ha effetti anche sull’applicazione del mandato di arresto europeo. Non è possibile, infatti, procedere alla consegna di un condannato se in Italia il fatto per il quale è richiesta la consegna non è più reato al momento della decisione sull’esecuzione del mandato di arresto. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 5749/16 depositata l’11 febbraio (2_5749_2016) con la quale è stata annullata la decisione della Corte di appello di Genova che aveva dato il via libera alla consegna di un cittadino rumeno ai fini dell’esecuzione di una sentenza penale di condanna per guida senza patente in patria. La scelta della Cassazione è stata fondata sull’assenza del requisito della doppia punibilità ai sensi dell’articolo 7 della legge n. 69/2005 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri, non ricorrendo alcuna delle ipotesi previste dall’articolo 8. Ad avviso della Suprema Corte, la depenalizzazione disposta con Dlgs. n. 8 del 15 gennaio 2016 ha condotto all’eliminazione del reato di guida senza patente. Ed invero, scrivono i giudici della Cassazione, la giurisprudenza si è già attestata nel senso di ritenere che, per accertare la sussistenza della doppia punibilità, si deve verificare se il fatto per il quale è richiesta la consegna era considerato reato nel momento della proposizione della domanda da parte dello Stato di emissione, mentre non ha rilievo il momento della commissione. Principio condiviso nella sentenza n. 5749, con una precisazione, però, perché per la Suprema Corte si deve considerare non solo il momento della richiesta ma anche quello della decisione. La depenalizzazione ha portato al venir meno della sussistenza della doppia punibilità con conseguente annullamento della sentenza impugnata perché il fatto non è previsto come reato nell’ordinamento italiano.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 17 febbraio 2016 |
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