I principi stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Grande Stevens del 4 marzo 2014 implicano unicamente l’applicazione delle regole sul giusto processo senza che il principio della lex mitior debba trovare attuazione con riferimento a sanzioni qualificate come amministrative nell’ordinamento interno. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 4114 depositata il 2 marzo (4114_2016). A ricorrere alla Cassazione, un istituto di credito e un amministratore ai quali era stata erogata dalla Consob una sanzione amministrativa per l’illecito di cui all’articolo 191 del decreto legislativo del 24 febbraio 1998, n. 58 contenente il “Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli articoli 8 e 21 della legge 6 febbraio 1996, n. 52″, come modificato dal Dlgs 72/2015. Il ricorso in Cassazione è stato fondato, tra gli altri motivi, anche sulla mancata applicazione dei principi stabiliti nella sentenza Grande Stevens. In modo non convincente, la Cassazione ha rigettato il ricorso ritenendo che non vi possa essere un’estensione dei principi in materia penale al campo degli illeciti amministrativi tanto più che dall’indicata pronuncia della Corte europea deriverebbe solo che le regole sull’equo processo si applicano ai procedimenti sanzionatori che prevedono conseguenze patrimoniali rilevanti. Questo – prosegue la Cassazione – senza che i principi propri della materia penale possano essere trasposti a quella degli illeciti amministrativi. Di conseguenza,”i principi declinati nella sentenza Grande Stevens vanno considerati nell’ottica del giusto processo, ma non possono portare a ritenere sempre sostanzialmente penale una disposizione qualificata come amministrativa dall’ordinamento interno”. Di qui la conclusione della non applicazione del principio del favor rei, ma quello del tempus regit actum proprio delle sanzioni amministrative.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/le-sanzioni-amministrative-gravi-devono-essere-qualificate-come-penali-nulla-la-riserva-italiana-sul-principio-ne-bis-in-idem-del-protocollo-cedu.html

Scritto in: equo processo | in data: 24 aprile 2016 |
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Ancora una volta la Corte europea dei diritti dell’uomo bacchetta l’Italia per l’adozione, in campo civile, di leggi con effetti retroattivi che incidono in modo negativo sull’equo processo. Con la sentenza Guadagno contro Italia del 1° luglio l’Italia è stata condannata per violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea per aver compromesso il diritto all’equo processo di alcuni cittadini, che hanno anche ottenuto un risarcimento per il danno materiale (AFFAIRE GUADAGNO ET AUTRES c. ITALIE). Alla Corte avevano presentato ricorso alcuni magistrati amministrativi che, ottenuta la qualifica di consiglieri di Stato, avevano chiesto l’equiparazione salariale. Il Tar, al quale si erano rivolti, aveva dato ragione ai ricorrenti ma, malgrado la pronuncia fosse divenuta definitiva dopo i diversi appelli, il Governo non aveva eseguito la sentenza. Era stata adottata, poi,  la legge n. 388/2000 in base alla quale non si poteva più reclamare il diritto all’adeguamento salariale. E questo con effetto anche sulle situazioni passate. L’obiezione del Governo è stata incentrata sulla circostanza che il testo legislativo serviva a determinare un salario omogeneo tra i magistrati e a evitare il cosiddetto galleggiamento. Una giustificazione non ritenuta sufficiente dalla Corte europea la quale ha chiarito che, in taluni casi, in materia civile, è possibile adottare leggi con effetti retroattivi, ma solo “per motivi imperativi di interesse generale” che, nel caso di specie, non sono emersi. Di qui la condanna allo Stato che ha violato il diritto a un processo equo ingerendosi nell’amministrazione della giustizia e compromettendo il principio di parità delle armi. Per la Corte, poi, la misura è stata sproporzionata e ha causato un danno materiale ai ricorrenti. Con la conseguenza che la Corte ha anche condannato lo Stato a risarcire i danni a ciascun ricorrente, per un totale di 286mila euro.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/stop-alle-leggi-con-effetti-retroattivi-adottate-nel-corso-di-processi.html

Scritto in: CEDU, equo processo | in data: 7 luglio 2014 |
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Un freno all’applicazione di leggi con effetti retroattivi, adottate mentre sono in corso processi. Lo chiede la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha depositato ieri una sentenza di condanna all’Italia (caso Azienda Agricola Silverfunghi e altri, CASE OF AZIENDA AGRICOLA SILVERFUNGHI S.A.S. AND OTHERS v. ITALY). Sono state quattro aziende agricole a chiamare in aiuto Strasburgo. Le aziende avevano ottenuto alcuni benefici consistenti in esenzioni (sgravi contributivi) e concessioni (fiscalizzazione degli oneri sociali) che comportavano una riduzione dei contributi da versare per i propri dipendenti. Tuttavia, con una circolare, l’Inps aveva precisato che i due benefici concessi erano alternativi e non cumulativi. Con un inevitabile danno per le aziende che per di più operavano in zone svantaggiate. Di qui il ricorso in sede giurisdizionale. In due gradi di giudizio le ricorrenti avevano avuto ragione, ma con legge n. 326/03 il legislatore era intervenuto precisando il carattere non cumulativo dei vantaggi. La Corte di cassazione aveva, quindi, accolto il ricorso dell’Inps tanto più che, a suo avviso, la legge adottata aveva un mero carattere interpretativo. Nessun problema, quindi, di applicazione retroattiva della legge. Una conclusione del tutto ribaltata a Strasburgo che ha bocciato l’applicazione della legge sopraggiunta mentre era in corso il processo. Tanto più – osserva la Corte – che non vi era alcuna ragione imperativa di interesse generale che imponesse, proprio in quel momento, l’adozione della legge che ha inciso in modo sostanziale sull’esito della controversia, modificando il risultato del procedimento. E questo malgrado le parti non avessero tentato di usare la legge in modo abusivo, approfittando delle lacune presenti nel quadro normativo. Di qui la constatazione di una violazione dell’articolo 6 della Convenzione che assicura il diritto all’equo processo e l’obbligo per lo Stato in causa di versare una somma complessiva pari a 248mila euro (da cui vanno dedotte le somme non ancora restituite all’Inps) a titolo di indennizzo, corrisposto perché il procedimento è stato iniquo. La Corte ha invece escluso una violazione del diritto di proprietà ossia dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 perché il danno economico non è stato eccessivo e le aziende hanno comunque potuto usufruire di almeno un beneficio.

 

Scritto in: CEDU, equo processo | in data: 26 giugno 2014 |
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Se i giudici nazionali non motivano il mancato rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea certa la violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto all’equo processo. E’ il principio stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in una nuova sentenza di condanna all’Italia depositata l’8 aprile (Dhahbi contro Italia, ricorso n. 17120/09, AFFAIRE DHAHBI c. ITALIE). A Strasburgo si era rivolto un cittadino che aveva come nazionalità di origine quella tunisina. Da anni residente in Italia, aveva presentato un’istanza per ottenere un assegno per nucleo familiare avendo moglie e quattro figli e un regolare impiego. Tuttavia, in base alla legge n. 448 del 1998 la sua domanda era stata respinta sulla base della nazionalità visto che la legge ammette la concessione di tale supporto solo ai cittadini italiani. A tale proposito, infatti, l’articolo 65 dispone quest’aiuto in favore dei nuclei familiari composti da cittadini italiani residenti “con tre o più figli tutti con età inferiore ai 18 anni, che risultino in possesso della risorse economiche non superiori al valore dell’indicatore della situazione economica”.

Una violazione, secondo il ricorrente, dell’accordo euromediterraneo ratificato anche da Tunisia e Unione europea. Di qui la richiesta del ricorrente ai giudici italiani di effettuare un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea sull’interpretazione delle disposizioni dell’accordo. La Cassazione non era stata dello stesso avviso e aveva rigettato la richiesta. Al signor Dhahbi non era rimasto che rivolgersi a Strasburgo che gli ha dato ragione. Questo perché, nel negare il rinvio pregiudiziale, la Suprema Corte italiana non aveva fornito alcuna motivazione sul diniego non consentendo di comprendere perché l’atto Ue fosse chiaro oltre ogni ragionevole dubbio, D’altra parte – osserva Strasburgo – nella sentenza della Cassazione non vi è alcun riferimento alla Corte di Lussemburgo segno che la questione non era stata adeguatamente considerata. Già in  passato, il rapporto tra mancato rinvio pregiudiziale e equo processo è stato oggetto di analisi da parte della CEDU che, nella sentenza del 20 settembre 2011, Ullens de Schooten and Rezabek c. Belgio (ricorso n. 3989/97 e n. 38353/07), ha accertato che il mancato rinvio non è di per sé incompatibile con l’art. 6 della Convenzione a condizione che il rifiuto sia motivato. In caso di rifiuto arbitrario, privo di adeguata motivazione, invece, si configura una violazione delle norme convenzionali. La Corte europea ha anche respinto, in quanto tardive, le inutili eccezioni del Governo italiano secondo il quale non vi sarebbe stato il previo esaurimento dei ricorsi interni perché non era stata esperita l’azione di responsabilità extracontrattuale (caso Kobler). Un rimedio che, in realtà, avrebbe posto un ulteriore peso sull’avente diritto, con oneri economici e in ordine di tempo molto gravosi, di fatto non rendendo effettivo il diritto di accesso alla giustizia visto che il ricorrente aveva già presentato numerosi ricorsi sino alla Cassazione. Pertanto, la Corte europea ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 6 nonché per non aver rispettato l’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e l’articolo 14 che vieta ogni forma di discriminazione. Ed invero, al ricorrente, il rifiuto all’attribuzione degli assegni familiari era stato opposto solo perché il richiedente all’epoca dei fatti non era ancora cittadino italiano malgrado, in quanto lavoratore regolare, versasse i contributi all’Inps. Di conseguenza, il ricorrente contribuiva, come altri lavoratori, anche con il pagamento delle tasse, alle finanze pubbliche. Da respingere, quindi, l’eccezione fondata sulla limitazione nella concessione degli assegni in ragione della salvaguardia del budget pubblico dello Stato. La Corte ha anche concesso al ricorrente un risarcimento per i danni patrimoniali subiti e un indennizzo per i danni non patrimoniali.

Scritto in: equo processo | in data: 11 aprile 2014 |
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Il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva deve essere assicurato anche garantendo un supporto legale a spese dello Stato. Questo soprattutto nelle ipotesi in cui sia obbligatoria la presenza di un avvocato. Lo dice la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato nuovamente l’Italia, con sentenza del 25 giugno, per violazione dell’articolo 6 della Convenzione che tutela il diritto all’equo processo (CASE OF ANGHEL v. ITALY). Questa volta nelle aule di Strasburgo non la durata eccessiva dei processi ma i ritardi nella designazione dell’avvocato a cui aveva diritto il ricorrente e gli errori procedurali da parte dei legali scelti tra quelli indicati dal Consiglio dell’Ordine competente per territorio per il patrocinio a spese dello Stato. Questi i fatti. Un cittadino rumeno si era rivolto al Tribunale per i minorenni di Bologna quando la moglie, con il figlio piccolo, era arrivata in Italia per lavoro e non aveva più fatto rientro in Romania, salvo per una breve visita. Il Tribunale per i minorenni, tenendo conto della circostanza che il bambino viveva da molti anni in Italia, aveva respinto l’istanza volta ad assicurare il rientro del minore in base alla Convenzione dell’Aja sulla sottrazione internazionale. L’uomo aveva deciso di presentare ricorso in Cassazione, ma il ritardo nella designazione dell’avvocato gli aveva precluso l’azione. Di qui la scelta di rivolgersi a Strasburgo.

Prima di tutto, la Corte europea ha chiarito che è del tutto compatibile con la Convenzione prevedere, sul piano interno, l’obbligo dell’assistenza di un avvocato dinanzi alle giurisdizioni superiori. Detto questo, però, le autorità nazionali devono agire con la dovuta diligenza per garantire il pieno godimento del diritto quando un individuo non ha i mezzi sufficienti. Questo perché il diritto alla tutela giurisdizionale deve essere assicurato in modo “reale ed effettivo”. Nel caso che è costato una nuova condanna all’Italia da un lato vi è stato un ritardo nell’intervento delle autorità nazionali competenti e, dall’altro lato, una mancanza di informazioni al ricorrente. In primo luogo, le autorità italiane hanno impiegato più di due settimane per comunicare ai colleghi rumeni la decisione del Tribunale per i minorenni del 2007. Un’altra settimana per rispondere alla richiesta di chiarimenti sulla procedura di appello. La domanda di assistenza giudiziaria gratuita spedita all’Italia il 13 settembre 2007 è stata poi registrata solo dopo 6 settimane. La decisione sulla concessione è stata presa in tempi rapidi ma trasmessa al ricorrente due mesi dopo. Ma non è finita qui, perché – scrive la Corte – il Consiglio dell’Ordine degli avvocati ci ha messo più di un mese per trasmettere l’elenco dei legali qualificati per il ricorso. Per di più, individuato l’avvocato, quest’ultimo dopo due mesi, aveva comunicato di non avere le competenze necessarie per presentare il ricorso in Cassazione. Per non parlare delle informazioni sbagliate arrivate al ricorrente dallo stesso avvocato sui tempi per il ricorso.

Un quadro che ha portato la Corte europea a ritenere violata la Convenzione soprattutto a causa delle informazioni ripetutamente sbagliate delle autorità statali e dell’avvocato tenuto certo a conoscere le regole procedurali per i ricorsi. Errori manifesti che hanno compromesso in modo definitivo la possibilità di presentare appello. Questo vuol dire che il diritto alla difesa, pur previsto dalla legge, non è stato effettivo e, di conseguenza, è stato compromesso il diritto alla tutela giursdizionale, con l’obbligo per l’Italia di versare 14.000 euro per danni non patrimoniali subiti dal ricorrente e 3.000 per le spese processuali sostenute. La Corte europea ha invece respinto il ricorso per la violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare ritenendo che il Tribunale per i minorenni di Bologna aveva deciso di non far rientrare il minore tenendo conto del suo interesse.

 

Scritto in: equo processo | in data: 9 luglio 2013 |
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Il diritto all’equo processo garantito dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo non richiede che la colpevolezza sia accertata da una giuria popolare. Di conseguenza, gli Stati sono liberi di scegliere che l’accertamento della responsabilità penale avvenga attraverso un giudice unico. E’ il principio stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, con decisione depositata il 28 maggio 2013 (TWOMEY CAMERON AND GUTHRIE v. THE UNITED KINGDOM), ha respinto il ricorso di tre cittadini inglesi che ritenevano fosse stato violato il diritto all’equo processo perché il procedimento penale a loro carico in corso di svolgimento dinanzi a una giuria popolare era stato sospeso e affidato a un giudice unico. Nel corso dei processi (uno riguardava due ricorrenti accusati di rapina a mano armata e un altro la terza ricorrente imputata per frode fiscale) la procura aveva chiesto la sospensione del procedimento ravvisando un comportamento improprio di tre componenti della giuria popolare. La Corte di appello aveva accolto l’istanza ma le prove alla base di questa decisione non erano state divulgate completamente alle parti per ragioni di pubblico interesse. Un comportamento ineccepibile per la Corte di Strasburgo proprio in ragione del fatto che non esiste un diritto assoluto ad essere giudicato da una giuria popolare. A ciò si aggiunga che il diritto a che l’accusa riveli tutte le prove non è assoluto ma incontra taluni limiti laddove sono in gioco altri interessi come la sicurezza nazionale o la protezione delle vittime o dei testimoni. Inoltre, il materiale che non era stato fornito alle parti non riguardava questioni attinenti all’accertamento della colpevolezza con la conseguenza che non era stato violato il diritto alla difesa. Pertanto, la Corte europea, ribadendo la libertà degli Stati nella scelta del sistema penale da applicare nel proprio ordinamento, ha dichiarato il ricorso irricevibile.

Scritto in: equo processo | in data: 8 giugno 2013 |
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La mancata assunzione della testimonianza della vittima di uno stupro nel processo e l’impossibilità per l’imputato di controinterrogarla non incide sull’equità del procedimento penale. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Gani contro Spagna del 19 febbraio 2013 (ricorso n. 61800/08, CASE OF GANI v. SPAIN) con la quale Strasburgo ha respinto il ricorso di un individuo, condannato dai tribunali spagnoli a 27 anni di carcere per aver sequestrato e stuprato la sua ex partner, il quale sosteneva che era stato violato l’articolo 6 par. 1 e par. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo perché non aveva potuto, tramite il suo difensore, controinterrogare la vittima.

Prima di tutto, la Corte europea è partita dalla constatazione che spetta agli Stati regolare le modalità di assunzione delle prove. E’ vero che essi sono tenuti a garantire l’equità del processo ma la mancata testimonianza della vittima nel procedimento che comporta la condanna dell’imputato non determina in modo automatico una violazione dell’articolo 6. E questo anche quando la testimonianza resa prima del processo sia l’unica prova della responsabilità penale dell’imputato. A patto, però, che da una valutazione globale risulti che le autorità nazionali hanno agito in modo diligente cercando di sopperire con altri strumenti all’impossibilità per la difesa di interrogare la vittima, sofferente di disturbi post traumatici provocati dal reato subito, e adottando misure alternative adeguate. E questo – precisa la Corte – vale soprattutto nei casi di commissione di reati legati a violenza sessuale in cui la vittima è in una grave condizione psichica. A ciò si aggiunga che l’articolo 6, par. 3, lett. d) laddove riconosce che ogni accusato ha diritto, come minimo, a “interrogare o fare interrogare i testimoni a carico…”, non intende affermare un diritto assoluto e automatico, che può, quindi, essere limitato laddove sussistano talune esigenze, a condizione che dalla valutazione globale del processo ne risulti l’equità.

Scritto in: CEDU, equo processo | in data: 20 febbraio 2013 |