La Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 14987/17 depositata il 16 giugno (14987), ha chiarito che la richiesta di riconoscimento dello status filiale di adozione basato su un provvedimento emesso all’estero non può essere qualificata come azione volta a ottenere un titolo di filiazione adottiva da parte di un’unica persona. Questo perché l’azione è fondata su un atto che attribuisce al minore lo status bi-genitoriale. Di conseguenza, prima di procedere in questo senso è necessaria l’integrazione del contraddittorio nei confronti dell’altro partner. A rivolgersi alla Cassazione un cittadino italiano, residente negli Stati Uniti, che aveva chiesto il riconoscimento in Italia del provvedimento della Family Court of the County of Suffolk dello Stato di New York nel quale erano indicati come genitori sia il ricorrente sia il partner dello stesso sesso. Il tribunale per i minorenni aveva respinto l’istanza in quanto contraria all’ordine pubblico e la Corte di appello di Campobasso aveva confermato il no al riconoscimento. La Suprema Corte, in via preliminare, ha accertato che il contraddittorio non era stato instaurato correttamente perché l’atto di nascita del bambino includeva non solo il ricorrente ma anche l’altro partner. Questo vuol dire che la domanda non può essere qualificata come idonea a far ottenere un titolo di filiazione adottiva di una sola persona. Pertanto, prima di decidere, deve essere integrato in via preliminare il contraddittorio nei confronti dell’altro partner perché va escluso il riconoscimento parziale degli effetti “trattandosi di un atto che ha un contenuto inscindibile e che produce l’effetto di costituire uno status bigenitoriale e non monogenitoriale”. Solo successivamente sarà possibile pronunciarsi sul riconoscimento tenendo conto degli orientamenti della giurisprudenza di legittimità che ha ancorato la valutazione del parametro dell’ordine pubblico internazionale all’interesse superiore del minore “posto come fattore di primaria rilevanza anche dalla Convenzione dell’Aja fatta il 29 maggio 1993” sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale, ratificata dall’Italia con legge n. 476 del 1998.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 27 luglio 2017 |
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Sarà pubblicato a breve sulla Gazzetta ufficiale il decreto legislativo che dà attuazione all’articolo 1, comma 28, lettera b) della legge 20 maggio 2016 n. 76 che delega il governo all’adozione di disposizioni di modifica e riordino delle norme di diritto internazionale privato in materia di unioni civili tra persone dello stesso sesso. Il testo, approvato dal Consiglio dei ministri il 14 gennaio (schema dlgs), interviene con l’aggiunta di talune disposizioni alla legge n. 218/1995. In particolare, è inserito l’articolo 32 bis in base al quale il matrimonio celebrato all’estero da cittadini italiani dello stesso sesso produce gli stessi effetti dell’unione civile regolata dalla legge italiana (qui la relazione illustrativa (RL). 

Per quanto riguarda la legge applicabile, il decreto chiarisce che la capacità e le condizioni per costituire l’unione civile sono regolate dalla legge nazionale di ciascuna parte al momento della costituzione dell’unione civile. Nel caso in cui la legge richiamata non ammetta l’unione civile tra persone maggiorenni dello stesso sesso si applica la legge italiana, anche perché “le disposizioni di cui all’articolo 1, comma 4, della legge 20 maggio 2016, n. 76, sono di applicazione necessaria”. In questa direzione, con una chiara volontà di impedire status claudicanti e superarare gli ostacoli alla costituzione di unioni civili, l’articolo 32 ter prevede che se la legge straniera non consente la produzione del nulla osta proprio a causa del mancato riconoscimento delle unioni, esso è sostituito “da un certificato o altro atto comunque idoneo ad attestare la libertà di stato, ovvero da dichiarazione sostitutiva ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445. Resta salva la libertà di stato accertata o acquisita per effetto di un giudicato italiano o riconosciuto in Italia”. In materia di forma è confermato quanto previsto nella proposta iniziale ossia che l’unione civile è valida “se è considerata tale dalla legge del luogo di costituzione o dalla legge nazionale di almeno una delle parti o dalla legge dello Stato di comune residenza al momento della costituzione”, con una chiara applicazione del principio del favor valididatis.

Sul regime patrimoniale e sui rapporti personali, l’art. 32 ter n. 4 rinvia alla legge dello Stato in cui l’unione è stata costituita. Tuttavia, le parti possono chiedere al giudice l’applicazione della legge dello stato in cui la vita comune è prevalentemente localizzata. Per i rapporti patrimoniali è disposto che, con forma scritta, siano regolati dalla legge dello Stato di cui almeno una di esse è cittadina o nel quale una di esse risiede. La norma si discosta dall’art. 30 della legge n. 218/95 ma è conforme al regolamento n. 2016/1104 che attua la cooperazione rafforzata nel settore della competenza, della legge applicabile, del riconoscimento e dell’esecuzione delle decisioni in materia di effetti patrimoniali delle unioni registrate che sarà applicato dal 29 gennaio 2019. Per quanto riguarda lo scioglimento dell’unione civile la disciplina è dettata dalla legge applicabile al divorzio in conformità al regolamento n. 1259/2010/UE del 20 dicembre 2010 relativo ad una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale. Modificato, in ultimo, l’articolo 45 della legge n. 218. Il nuovo testo dispone che le obbligazioni alimentari “nella famiglia sono regolate dalla legge designata dal regolamento 2009/4/CE del Consiglio del 18 dicembre 2008 relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari, e successive modificazioni.”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/riconoscimento-legale-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-linerzia-italiana-punita-a-strasburgo.html.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 20 gennaio 2017 |
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Lo Stato deve prevedere diritti e il riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso, ma non è obbligato a estendere il matrimonio anche a queste coppie. Lo ha ribadito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Chapin e Charpentier contro Francia depositata il 9 giugno (AFFAIRE CHAPIN). Una coppia dello stesso sesso, prima dell’approvazione della legge francese che ha garantito il matrimonio per tutti, d’intesa con il sindaco di una cittadina, si era sposata e aveva ottenuto la trascrizione nei registri dello stato civile. Il provvedimento era stato annullato e così la coppia aveva fatto ricorso alla Corte europea invocando la violazione dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita familiare), dell’articolo 12 (diritto al matrimonio) e dell’articolo 14 (diritto a non essere discriminati). Strasburgo ha dato torto ai due ricorrenti confermando, come già sostenuto nel caso Oliari contro Italia, che uno Stato, anche in forza delle proprie radici culturali e sociali, può non prevedere il regime matrimoniale per coppie dello stesso sesso a patto, però, che riconosca in altro modo diritti e obblighi spettanti, in via generale, alle coppie eterosessuali. L’articolo 12 – osservano i giudici internazionali – non contiene alcun obbligo di prevedere il matrimonio per coppie dello stesso sesso e la Francia, d’altra parte, anche prima dell’adozione della legge che l’ha stabilito, aveva sistemi come i pacs che permettevano ai partner same sex di accedere a diritti e benefici, in modo analogo alle coppie eterosessuali. La situazione era, quindi, del tutto diversa da quella italiana (prima dell’adozione della legge Cirinnà) che aveva portato Strasburgo a condannare l’Italia proprio a causa del mancato riconoscimento legale di qualsiasi diritto alle coppie dello stesso sesso. Così come manca un’analogia con la sentenza di condanna alla Grecia nel caso Vallianatos con la quale la Corte ha ritenuto che la legge che introduce nel proprio ordinamento le unioni civili non può essere limitata unicamente alle sole coppie eterosessuali, con esclusione di quelle dello stesso sesso. Nel caso francese, prosegue la Corte europea, a differenza degli indicati casi, esisteva già una legge che riconosceva diritti mentre mancava unicamente la possibilità di accedere al matrimonio. Così, anche in ragione dell’assenza di consenso degli Stati sull’obbligo di prevedere il matrimonio per le coppie dello stesso sesso, la Corte ha confermato che la mancata previsione di questo matrimonio, in presenza di altri strumenti, non è una violazione della Convenzione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/riconoscimento-legale-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-linerzia-italiana-punita-a-strasburgo.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/limitare-le-unioni-civili-registrate-a-coppie-eterosessuali-e-in-contrasto-con-la-cedu.html

Scritto in: CEDU, matrimonio | in data: 5 luglio 2016 |
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Nessuna violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare se lo Stato non riconosce la pensione di reversibilità al partner di una coppia dello stesso sesso, morto quando la legge che consentiva il matrimonio ai conviventi same sex non era in vigore. Lo ha chiarito, con riferimento alla Spagna, la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Aldeguer Tomás depositata il 14 giugno (CASE OF ALDEGUER TOM?S v. SPAIN) con la quale è stato respinto il ricorso di un uomo che aveva avuto una convivenza di fatto, per 12 anni, con un partner dello stesso sesso e che non aveva potuto regolarizzare la propria situazione perché la legge che prevedeva il matrimonio era entrata in vigore dopo la morte del partner. I tribunali nazionali avevano respinto le sue richieste relative alla pensione di reversibilità e così ha fatto la Corte europea. Riconosciuto il principio consolidato secondo il quale i rapporti tra coppie dello stesso sesso rientrano nell’ambito della vita privata e familiare, diritto tutelato dall’articolo 8, Strasburgo ha chiarito, però, che la norma in esame non assicura un diritto di beneficiare di uno specifico regime di previdenza sociale come quello ad ottenere la pensione di reversibilità. E questo malgrado nella nozione di vita familiare non rientrino solo aspetti di natura sociale, morale o culturale ma anche interessi materiali. Nel periodo considerato, tra l’altro, gli Stati godevano di un certo margine di apprezzamento, tanto più che mancava un consenso degli Stati circa i diritti da attribuire alle coppie same sex. La Corte esclude, quindi, una violazione del principio di non discriminazione in base all’orientamento sessuale perché il partner che rivendicava la pensione non si trovava nella stessa situazione del coniuge e, quindi, il rifiuto era basato unicamente sul fatto che la coppia non era sposata, circostanza che costituiva una condizione per ottenere la pensione di reversibilità. Così, la Corte esclude un’assimilazione alle coppie che una volta sposate non potevano divorziare per le quali il legislatore era intervenuto con una legislazione ad hoc perché, pur trattandosi di ostacoli giuridici, le due situazioni hanno natura differente e riguardano due contesti diversi. Respinta anche la tesi di un’applicazione retroattiva della legge che ha poi riconosciuto riconosciuto il diritto al matrimonio a persone delle stesso sesso.

Scritto in: matrimonio | in data: 21 giugno 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo interviene, con la sentenza Pajic contro Croazia depositata il 23 febbraio (CASE OF PAJIC v-1. CROATIA), in materia di riconoscimento di diritti a coppie dello stesso sesso anche nel campo dei ricongiungimenti familiari con cittadini stranieri. Pur concedendo alle autorità nazionali la libertà nella scelta delle politiche in materia di immigrazione, gli Stati sono tenuti a garantire il pieno rispetto del diritto alla vita familiare di ogni individuo. A rivolgersi ai giudici internazionali, una cittadina bosniaca che si era vista rifiutare il permesso di soggiorno fondato sul ricongiungimento con la propria compagna che viveva in Croazia. Le autorità croate avevano basato il proprio rifiuto sul fatto che la legge interna in materia di immigrazione concede espressamente il diritto solo a partner di coppie eterosessuali, tacendo sulle altre. Una chiara violazione della Convenzione europea, scrive Strasburgo, che ha condannato la Croazia per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8) e del divieto di discriminazione (articolo 14). Riconosciuto che le coppie delle stesso sesso hanno un diritto alla vita familiare analogo a quelle delle coppie eterosessuali, tenendo conto per di più che la nozione di famiglia include i legami di fatto e non solo quelli formalizzati dal matrimonio, che l’evoluzione nella nozione di famiglia è ormai una realtà e la circostanza che un numero molto elevato di Paesi che hanno ratificato la Convenzione già prevede un riconoscimento giuridico alle coppie dello stesso sesso, la Corte ha concluso che se uno Stato prevede l’attribuzione del permesso di soggiorno per il ricongiungimento unicamente a un partner eterosessuale ma non a quello di una coppia same sex, incorre in una violazione della Convenzione compiendo una disparità di trattamento. Tra l’altro, se lo Stato gode di un ampio margine di apprezzamento in materia di immigrazione, tale margine è limitato per questioni legate all’orientamento sessuale. Questo vuol dire che anche se non è previsto espressamente nella legislazione interna, il diritto ad ottenere il permesso di soggiorno per il partner dello stesso sesso va riconosciuto. Oltre a condannare la Croazia, la Corte ha attribuito 10mila euro alla ricorrente per i danni non patrimoniali e oltre 5mila euro per le spese processuali.

Scritto in: CEDU | in data: 2 marzo 2016 |
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Il provvedimento del Prefetto di Milano che ha imposto l’annullamento della trascrizione di un matrimonio di una coppia dello stesso sesso celebrato all’estero è illegittimo tanto più che il Sindaco non può essere obbligato a modificare il contenuto degli atti già trascritti. Lo ha stabilito il Tribunale amministrativo regionale di Milano con sentenza n. 02037/2015 depositata il 29 settembre 2015 (02037:2015). Ai giudici amministrativi si era rivolta, accanto al Comune, anche una coppia dello stesso sesso che aveva ottenuto la trascrizione dell’atto di matrimonio celebrato in Francia nel 2013. Il prefetto, con decreto del 4 novembre 2014, aveva vietato la trascrizione di questi matrimoni e aveva disposto, successivamente, con provvedimento dell’11 febbraio 2015 n. 0011886, l’annullamento della trascrizione del matrimonio dei ricorrenti nei registri dello stato civile del Comune di Milano. Il Tar ha ritenuto, da un lato, inammissibile il ricorso della coppia per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, dall’altro lato, però, ha stabilito la fondatezza del ricorso del Sindaco ritenendo illegittimo il decreto prefettizio perché il primo cittadino non può essere obbligato a modificare il contenuto di atti già trascritti poiché questo lederebbe lo status giuridico dei soggetti interessati. Di qui l’annullamento del decreto del Prefetto del 2014 e del provvedimento del 2015.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/trascrizione-nei-registri-di-stato-civile-di-matrimoni-dello-stesso-sesso-celebrati-allestero-lannullamento-non-compete-al-prefetto.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/riconoscimento-legale-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-linerzia-italiana-punita-a-strasburgo.html

Scritto in: matrimonio | in data: 1 ottobre 2015 |
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L’inerzia del legislatore italiano nell’adozione di una regolamentazione sulle unioni civili per il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso è costata una condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, arrivata con la sentenza del 21 luglio Oliari e altri (ricorsi n. 18766/11 e 36030/11, CASE OF OLIARI AND OTHERS v. ITALY), con la quale la Corte ha accertato una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, a causa del mancato riconoscimento legale di qualsiasi diritto alle coppie dello stesso sesso. A rivolgersi alla Corte europea sono state tre coppie che volevano ottenere una certezza, anche sul piano giuridico, della propria stabile unione e avevano chiesto agli uffici dello stato civile le pubblicazioni matrimoniali. Il no opposto dalle autorità nazionali, inevitabile in assenza di un qualsiasi riconoscimento normativo per le coppie “same-sex”, ha portato una coppia a rivolgersi al Tribunale di Trento che ha respinto il ricorso. La Corte di appello ha rimesso la questione alla Corte costituzionale che, con sentenza n. 138 del 15 aprile 2010, ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Consulta, tuttavia, ha chiesto al legislatore di intervenire per assicurare un riconoscimento giuridico alle coppie. Ai ricorrenti non è rimasto altro che rivolgersi alla Corte europea, sul presupposto che le lacune nella legislazione italiana impediscono la realizzazione della propria vita privata e familiare e costituiscono una discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

Il Governo italiano ha fatto di tutto per bloccare l’esame del merito dei ricorsi e ha invocato l’articolo 47 del Regolamento di procedura della Corte europea, come modificato nel 2014, che ha introdotto condizioni di ricevibilità più stringenti. In relazione a quest’obiezione la Corte ha applicato il principio tempus regit actum: il ricorso era stato presentato nel 2011 e, quindi, non era certo possibile applicare una regola adottata nel 2013 e in vigore dal 2014. Strasburgo ha anche respinto l’eccezione del mancato rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni che erano ineffettivi.

LA Corte europea è partita dalla constatazione che, in linea con quanto affermato dalla Grande Camera nella sentenza del 7 novembre 2013, nel caso Vallianatos e altri contro Grecia (ricorsi n. 29381/09 e n. 32684/09), nella nozione di diritto alla vita familiare rientra il diritto di coppie dello stesso sesso a vivere insieme e che i mutamenti nella concezione della famiglia comportano interventi degli Stati volti a impedire forme di discriminazione. Nello stesso senso si era espressa la Corte nella sentenza 24 giugno 2010, Schalk e Kopf contro Austria (ricorso n. 30141/04) nella quale, pur non ritenendo violata la Convenzione, ha affermato che “Sarebbe artificiale mantenere l’opinione secondo la quale, a differenza delle coppie eterosessuali, quelle dello stesso sesso non possono godere del diritto alla vita familiare secondo l’articolo 8”. Pur riconoscendo un margine di apprezzamento agli Stati, soprattutto in materie sensibili, la Corte ha stigmatizzato le gravi lacune dell’ordinamento italiano visto che le iniziative di alcuni comuni sulla registrazione delle unioni non sono in alcun modo comparabili al riconoscimento dei diritti proveniente da una legislazione sulle unioni civili. Cercare, poi, la via giudiziaria non solo non dà alcuna certezza, ma costituisce un onore eccessivo per i ricorrenti “specialmente in un sistema giudiziario sovraccaricato come quello italiano”. Non solo. Secondo la Corte risulta chiara l’esistenza di un conflitto tra la realtà sociale dei ricorrenti e il quadro legislativo che non prevede alcuna forma di riconoscimento. Eppure, un simile riconoscimento non costituirebbe, secondo la Corte, un onere eccessivo per l’Italia, né dal punto di vista giuridico né dal punto di vista amministrativo o altro. Anzi, una legge servirebbe a soddisfare un bisogno sociale evidente se, come dicono i numeri, ci sono numerose coppie dello stesso sesso che richiedono una legittimazione.

A ciò si aggiunga che ormai si assiste a un rapido sviluppo nel riconoscimento delle coppie dello stesso sesso attraverso le unioni civili sia all’interno dei Paesi membri del Consiglio d’Europa (24 su 47 le riconoscono) sia sul piano universale, in Africa, Asia e America. E che i Paesi europei ed occidentali siano ormai decisi a garantire forme di riconoscimento per le coppie dello stesso sesso risulta anche dal dibattito che ha portato alla recente adozione della risoluzione Onu sulla protezione della famiglia, avvenuta da parte del Consiglio per i diritti umani il 1° luglio 2015 (A/HRC/29/L.25 G1513998). La risoluzione non ha ricevuto il voto favorevole degli Stati Uniti, di Francia, Paesi Bassi, Germania e altri Paesi europei proprio perché, per volontà dei Paesi arabi, non è stata presa in considerazione la famiglia in tutte le sue forme, aderendo a un modello tradizionale e certo obsoleto. Proprio di recente, la Corte suprema degli Stati Uniti, nella storica sentenza del 26 giugno 2015, Obergefell e altri v. Hodges Director e altri, ha stabilito che la tutela del matrimonio same sex si estende su tutto il territorio degli Stati Uniti e non solo negli Stati membri che lo hanno finora legalizzato (circa 37) in ragione del principio di uguaglianza. La Corte ha riconosciuto l’esistenza di un diritto fondamentale per tutti a sposarsi e che, inoltre, non sussiste alcuna base giuridica idonea a giustificare un rifiuto al riconoscimento del diritto in esame. E’ evidente che un’affermazione così netta proveniente dal massimo organo giurisdizionale degli Stati Uniti non poteva lasciare indifferente la Corte europea che ha analizzato nel dettaglio l’iter giuridico seguito dai colleghi Usa.

La Corte europea, constatato che il Parlamento italiano non ha prestato attenzione alle indicazioni provenienti dalla collettività e alle affermazioni delle più alte autorità giurisdizionali del Paese, ha accertato il mancato rispetto degli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8 perché le lacune nel riconoscimento dei diritti impediscono alle coppie dello stesso sesso di vedersi riconosciuti diritti che, anche sul piano economico hanno rilievo, e di realizzare la propria identità. Una lacuna ingiustificata perché le coppie dello stesso sesso si trovano in una situazione identica alle coppie eterosessuali che vivono insieme in modo stabile, scegliendo di impegnarsi in una relazione duratura. Così, le coppie sono in una situazione identica in relazione alla necessità di ottenere un riconoscimento giuridico e una protezione della propria relazione. Esclusa, invece, la violazione dell’articolo 12 della Convenzione europea il quale riconosce che “uomini e donne in età adatta hanno diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto”. Per il matrimonio, infatti, la Corte ricorda che solo 11 Stati parti al Consiglio d’Europa lo prevedono per le coppie dello stesso sesso e che l’indicato articolo non impone un obbligo sugli Stati nel senso di prevedere il matrimonio per le coppie dello stesso sesso. In questo modo, ci sembra che la Corte europea abbia aperto la strada a una soluzione agevole anche per il legislatore italiano, che non cammina al passo con i tempi e che mostra di essere fortemente condizionato dagli aspetti religiosi della questione, permettendogli di riconoscere i diritti alle coppie dello stesso sesso attraverso le unioni civili senza passare attraverso l’ampliamento del raggio d’azione del matrimonio.

Va ricordato che il Governo p stato condannato non solo per aver violato gli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8, ma anche a versare 5mila euro a ciascun ricorrente a titolo di indennizzo per il danno non patrimoniale subito, oltre alle spese processuali sostenute dalle parti. Resta da vedere se la pronuncia di Strasburgo spingerà verso un rush finale per l’adozione del disegno di legge Cirinnà “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” che è all’esame della Commissione giustizia del Senato e che, il 23 luglio, ha avuto il via libero dalla ragioneria dello Stato che ha stimato i costi fino al 2025 (nel 2016 l’impegno economico è di 3,7 milioni di euro. Il testo è reperibile nel sito http://www.articolo29.it).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cassazione-no-alle-pubblicazioni-per-matrimoni-tra-coppie-dello-stesso-sesso.html http://www.marinacastellaneta.it/blog/discriminazione-sulla-base-dellorientamento-sessuale-un-volume-del-consiglio-deuropa.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/coabitazioni-e-unioni-registrate-necessarie-norme-di-conflitto-comuni.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/trascrizione-nei-registri-di-stato-civile-di-matrimoni-dello-stesso-sesso-celebrati-allestero-lannullamento-non-compete-al-prefetto.html

 

Scritto in: CEDU | in data: 28 luglio 2015 |
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La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non prevedono che gli Stati debbano prevedere o trascrivere matrimoni tra coppie dello stesso sesso. Tuttavia, non spetta al prefetto disporre l’annullamento della trascrizione di un matrimonio celebrato all’estero ma unicamente all’autorità giudiziaria ordinaria. Lo ha stabilito il Tar del Lazio, con sentenza n. 3912/2015 depositata il 9 marzo (tar). A rivolgersi al Tar è stata una coppia che aveva contratto matrimonio in Spagna, a Barcellona. L’ufficiale dello stato civile del Comune di Roma aveva acconsentito alla trascrizione ma, a seguito di una circolare del Ministero dell’interno, il prefetto aveva ordinato l’annullamento delle trascrizioni. Il Tribunale amministrativo, ricostruito il quadro normativo costituito dalla legge n. 218/1995 sul diritto internazionale privato, dall’art. 115 del codice civile e dalle disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ha riconosciuto che la legge italiana, che non  prevede il matrimonio tra coppie dello stesso sesso, non è in contrasto con l’articolo 12 della CEDU e con l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea ma, richiamando la Cassazione, il Tar ha precisato che “le unioni dello stesso sesso non possono essere considerate contrarie all’ordine pubblico”. Inoltre, con riguardo al provvedimento di annullamento, il Tar ha riconosciuto l’incompetenza del prefetto chiarendo che spetta solo al giudice ordinario ordinare l’annullamento della trascrizione.

Intanto, il Parlamento europeo, nella risoluzione approvata il 12 marzo 2015 relativa alla relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2013 e sulla politica dell’Unione ha preso “atto della legalizzazione del matrimonio o delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in un numero crescente di paesi nel mondo, attualmente diciassette; incoraggia le istituzioni e gli Stati membri dell’UE a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento del matrimonio o delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in quanto questione politica, sociale e di diritti umani e civili” (par. 162).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/dal-governo-no-alla-trascrizione-dei-matrimoni-tra-coppie-dello-stesso-sesso-celebrati-allestero.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cancellazione-della-trascrizione-del-matrimonio-tra-coppie-dello-stesso-sesso-non-e-in-contrasto-con-la-cedu.html

 

Scritto in: matrimonio | in data: 15 marzo 2015 |
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No alle pubblicazioni matrimoniali tra persone dello stesso sesso. Almeno fino a quando il legislatore non si attiva per un intervento modificativo della legge italiana. E’ la conclusione raggiunta dalla Corte di Cassazione, prima sezione civile, n. 2400/15 depositata il 9 febbraio (2400:15), che ha chiarito, in linea con la precedente prassi giurisprudenziale, che la mancata previsione di matrimoni tra persone dello stesso sesso nell’ordinamento nazionale non è contraria, però, alla Costituzione e alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo in ragione del margine di apprezzamento lasciato agli Stati. E questo anche se l’articolo 8 della Convenzione, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, include il diritto a relazioni affettive tra persone dello stesso sesso. Nella sentenza del 9 febbraio, la Cassazione ha ripreso il contenuto della pronuncia  n. 4184/12 nella quale è stato chiarito che non è contraria all’ordine pubblico la trascrizione del titolo matrimoniale estero anche se non può produrre effetti propri del vincolo matrimoniale in Italia. In quell’occasione, la Corte aveva chiesto un intervento del legislatore per aggiornare l’ordinamento interno agli sviluppi sul piano internazionale e dell’Unione europea.

Va ricordato che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato al Governo i ricorsi di cittadini italiani presentati perché è stato impedito il riconoscimento di matrimoni tra partner dello stesso sesso avvenuti all’estero che le coppie non hanno potuto trascrivere in Italia (ORLANDI AND OTHERS v. ITALY) e perché non è stato eliminato il divieto di matrimonio per coppie dello stesso sesso (OLIARI AND LONGHI v. ITALY).

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nessuna-discriminazione-se-gli-stati-vietano-alle-coppie-dello-stesso-sesso-ladozione-lo-dice-la-cedu-per-la-cassazione-il-legislatore-nazionale-deve-intervenire-a-garantire-il-diritto-a-una-vita.html.

Scritto in: matrimonio | in data: 13 febbraio 2015 |
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Il divieto disposto da una legge straniera, che blocca la possibilità del matrimonio tra coppie dello stesso sesso, non può trovare applicazione in Francia perché la norma richiamata è contraria all’ordine pubblico internazionale. E questo anche quando il richiamo della norma straniera avviene tramite una convenzione internazionale. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con sentenza n. 19 del 28 gennaio 2015 (13-50-059, Cour de cassation) con la quale la Suprema Corte ha respinto il ricorso del Procuratore generale. Quest’ultimo si opponeva alla decisione della Corte di appello che aveva dato il via libera al matrimonio tra una coppia dello stesso sesso di cui un partner era cittadino francese e l’altro di nazionalità marocchina ma residente in Francia. La Convenzione franco-marocchina del 10 agosto 1981 richiama, per le questioni matrimoniali, la legge dello Stato di cui ciascun coniuge ha la nazionalità. Di conseguenza, il matrimonio non avrebbe potuto essere celebrato perché l’ordinamento marocchino vieta il matrimonio tra coppie dello stesso sesso. Pertanto, in ragione della prevalenza dei trattati internazionali sul diritto interno, l’unione doveva essere vietata. Di diverso avviso la Cassazione che ha condiviso la scelta dei giudici di appello. Questo perché, secondo la Cassazione, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ammesso in Francia con legge del 17 maggio 2013, è una libertà fondamentale che non può essere ostacolata da una convenzione internazionale la cui applicazione è così preclusa dall’ordine pubblico internazionale, tanto più che la stessa convenzione prevede che una legge non trovi attuazione se incompatibile con l’ordine pubblico. Verificato un collegamento con l’ordinamento francese in ragione del fatto che il partner marocchino era residente in Francia, la Cassazione spiana la strada al matrimonio anche al fine di evitare una diseguaglianza tra individui che si trovano nella stessa situazione e che hanno un contatto con l’ordinamento francese.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 29 gennaio 2015 |
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