Conflitti in aumento e ostacoli nello svolgimento delle operazioni di pace

Il 2026 è stato l’anno con il più alto numero di conflitti nel mondo a partire dal 1945 e non sempre le operazioni di pace volute dalle Nazioni Unite hanno raggiunto gli obiettivi fissati al momento della loro istituzione. È il Segretario generale delle Nazioni Unite a rivelarlo nel rapporto presentato il 22 luglio al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale (A/80/798 – S/2026/600, peace operations). Sulla base dell’azione 21 del Patto per il futuro, che tiene conto dei cambiamenti dovuti anche a causa di dinamiche di potere sempre più frammentate, il Segretario generale ha constatato che aumentano gli Stati che comunicano al Consiglio di sicurezza di agire in forza dell’articolo 51 della Carta Onu, così come sono sempre più frequenti i conflitti interni che si internazionalizzano. Uno scenario che ha indiscutibilmente inciso sulla realizzazione degli obiettivi dell’Agenda 2030 che è rimasta indietro. Così come risulta evidente un crollo nel rispetto della Carta ONU. Nel rapporto, il Segretario generale traccia il quadro definitorio (dalle special political missions alle peacekeeping operations e alle operazioni di peace enforcement) e sottolinea la necessità di una revisione del modello di operazioni di pace, anche tenendo conto dell’ingresso dirompente delle nuove tecnologie che richiede l’affermazione di modelli che assicurino una maggiore sicurezza ai peacekeepers. Inoltre, è di primaria importanza puntare a un maggiore coinvolgimento dei Paesi ospitanti e a una più efficace partnership con le organizzazioni regionali. Su tutte le riforme, però, pesano i tagli al bilancio Onu dei quali sono responsabili gli Stati.

 

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