Occupazione in Palestina: pubblicato il database sulle aziende che svolgono attività in quei territori, favorendo di fatto l’occupazione

Gli Stati assistono e talvolta collaborano alle violazioni di Israele non solo nella Striscia di Gaza, ma anche nel territorio palestinese occupato, con ciò impedendo la realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. All’inerzia – quando va bene – di Stati e organizzazioni possono rispondere i cittadini partendo da un controllo sulle imprese commerciali che svolgono le proprie attività negli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme est, occupati in modo illegittimo, organizzando attività di boicottaggio verso queste aziende, alcune delle quali molto note.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato gli aggiornamenti del database che contiene l’elenco delle aziende che operano nei territori occupati e che svolgono attività in grado di favorire l’occupazione, con l’indicazione delle sole aziende che operano in settori come quello, tra gli altri, dell’energia e dei trasporti. Numerose le aziende israeliane, ma non mancano aziende europee tra le quali alcune spagnole. Il 25 settembre è stato presentato il nuovo rapporto (A/HRC/63/20, Database) che dà seguito alla risoluzione del Consiglio per i diritti umani 31/36 intitolata “Israeli settlements in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and in the occupied Syrian Golan” e alla 53/25: nel 2020 è stato adottato il primo database, aggiornato poi annualmente. Dal documento del 2026 risulta che sono 214 le imprese coinvolte (ben 61 quelle aggiunte nell’ultimo rapporto), provenienti da 11 Stati.

Le attività prese in esame sono specificate nella risoluzione 31/36 e riguardano la fornitura di equipaggiamento e materiale per le costruzioni, funzionali all’espansione degli insediamenti, gli strumenti per la demolizione di case e proprietà, la distruzione di coltivazioni agricole, di ulivi e raccolti, la fornitura di servizi necessari alle imprese che operano in quei territori, operazioni finanziarie e bancarie, utilizzo di risorse naturali per fini economici, inquinamento e sversamento di rifiuti nei villaggi palestinesi. Chiarito il metodo di lavoro, nel rapporto si illustrano i nuovi dati: si era partiti dal 2020 con un elenco di 112 imprese che avevano gli standard richiesti per l’inclusione nel database; nel 2023 erano state rimosse 15 aziende. Nel rapporto presentato il 25 settembre è indicata la presenza di ben 126 aziende in aggiunta a quelle già presenti all’inizio del monitoraggio. L’allegato I elenca le aziende coinvolte nelle attività enunciate che vedono la presenza di aziende che hanno sede legale in Israele, Sudafrica, Cina, Stati Uniti, Messico. Ma non mancano aziende con sede in Paesi Ue come Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna (si tratta di un’azienda di costruzioni), Francia, Regno Unito, Germania. L’allegato II, invece, contiene l’elenco, molto breve delle aziende non più coinvolte in attività in quei luoghi (solo 5).

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