Una legge barbara, che è in linea con gli innumerevoli atti di apartheid e crimini commessi da tempo da Israele e che dovrebbe, una volta per tutte, mostrare a tutti, con chiarezza, che definire Israele l’unica democrazia del Golfo è un’evidente falsità. La legge approvata il 31 marzo dalla Knesset, in modo trasversale, con il sì anche di membri dell’opposizione, con la quale è introdotta la pena di morte per atti di terrorismo commessi da palestinesi e fortemente voluta dal ministro della sicurezza Itamar Ben Gvir e dal Premier Netanyahu, non solo è in aperto contrasto con i valori democratici, ma anche con il diritto internazionale. Aspetto che, ovviamente, non interessa né Israele, né l’Unione Europea che continua a mantenere in piedi l’accordo di associazione con Tel Aviv.
La legge introduce una modifica al codice penale e prevede che possa essere applicata la pena capitale (l’impiccagione) a chi causa intenzionalmente la morte di una persona in un contesto terroristico con il fine di negare l’esistenza stessa di Israele. I giudici, in via eccezionale, potranno convertire la pena capitale in ergastolo. Non è prevista la possibilità di appello né l’applicazione di una grazia.
Ha protestato l’Onu attraverso l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volter Türk (Israel: Türk) il quale ha sottolineato che la legge è palesemente discriminatoria colpendo solo i palestinesi e in aperto contrasto con gli obblighi internazionali a tutela dei diritti umani, incluso il diritto alla vita e l’uguaglianza dinanzi alla legge. Inoltre, proprio tenendo conto dell’occupazione illegale di Israele dei Territori palestinesi, la legge che prevede la pena di morte, è in sé una forma di trattamento crudele, inumano o degradante, oltre a costituire un concreto (e diremmo inevitabile) rischio di arbitrarie esecuzioni. All’Alto Commissario si sono uniti alcuni Relatori speciali dell’Onu con una dichiarazione del 2 aprile (Experts). Diversi Stati hanno condannato la legge, ma senza mettere in atto alcuna misura contro Israele. Stesso comportamento dell’Unione europea che, attraverso l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, il 1° aprile (Israel: Statement by the High Representative on behalf of the European Union on the approval of the Death Penalty Bill by the Israeli Parliament – Consilium) ha criticato la legge, con toni misurati per non disturbare troppo, senza fare un passo concreto verso la sospensione dell’accordo di associazione concluso tra Unione Europea e Israele nel 1995, malgrado l’articolo 2 attribuisca ai contraenti il diritto (ma in questo caso un dovere) di sospenderlo in via unilaterale nel caso di mancato rispetto dei diritti umani. Vale la pena ricordare che l’accordo opera per agevolare gli scambi commerciali e promuovere la cooperazione scientifica, tecnologica e culturale. Sul piano economico, l’accordo ha portato indiscutibili vantaggi, tenendo conto che oltre il 34% delle importazioni di Israele proviene dall’Unione europea e il 28% delle esportazioni israeliane ha come destinazione il mercato europeo. Dati che fanno sì che l’Unione europea sia il principale partner commerciale di Israele, per un valore di scambi di merci pari a 42,6 miliardi di euro. Non solo. Israele ha aderito al programma per la ricerca e innovazione Horizon e, quindi, ben 1,11 miliardi di euro sono destinati a imprese, università ed enti pubblici israeliani anche in settori strategici in grado di avere un effetto sulle capacità militari di Israele (tra i 921 progetti di 231 beneficiari israeliani, molti sono connessi al settore militare). L’Unione europea che, quindi, alla luce dei numeri indicati, avrebbe potuto avere un ruolo centrale, finora, rispetto ai crimini commessi a Gaza, è stata inerte ed è presumibile che continuerà ad esserlo anche dopo l’adozione della legge sulla pena di morte.
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