Il mancato rispetto di alcuni requisiti formali previsti nel codice del consumo francese non impediscono il riconoscimento e l’esecuzione di una sentenza arbitrale internazionale. Lo ha precisato la Corte di cassazione francese, prima sezione civile, con la sentenza n. 1367 depositata il 2 dicembre 2015 (n. 14-25.147, Cour de cassation), escludendo la possibilità di bloccare l’esecuzione di una sentenza per contrarietà all’ordine pubblico internazionale. Il ricorso era stato presentato dal titolare di una società che aveva stipulato un contratto di garanzia per un prestito concesso da un istituto bancario. Nel contratto era inclusa una clausola compromissoria attributiva di competenza alla Camera di commercio internazionale. Tuttavia, secondo il ricorrente, la sentenza non poteva essere riconosciuta ed eseguita in primo luogo perché il presidente del collegio arbitrale aveva già statuito in un altro collegio su un contratto che riguardava il titolare della società. Una tesi respinta dalla Cassazione proprio perché non è stata provata alcuna assenza di indipendenza o elementi di parzialità da parte del giudice. Il collegio arbitrale – precisa la Cassazione – ha applicato correttamente le regole di diritto internazionale privato così come le norme in materia di diritto dei contratti proprie dell’ordinamento francese.  Riguardo poi all’ordine pubblico, la Corte esclude la contrarietà all’ordine pubblico internazionale perché il mancato rispetto di alcuni requisiti formali previsti dal codice del consumo che impongono di riportare una determinata formula non può essere equiparata ai principi propri dell’ordine pubblico con la conseguenza che la sentenza arbitrale deve essere eseguita.

Scritto in: riconoscimento | in data: 14 gennaio 2016 |
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Gli atti che comportano conseguenze sul riconoscimento della sovranità di uno Stato su un determinato territorio sono di competenza del Presidente e non del Congresso. Lo dice, in un’importante sentenza volta a ripartire la competenza tra i poteri dello Stato in materia di politica estera, la Corte Suprema Usa nel caso Zivotofsky c. Kerry, Segretario di Stato, depositata l’8 giugno (576 U.S. (2015), 13-628_l5gm). Il caso ha preso il via dalla richiesta di una donna, cittadina americana, il cui figlio era nato a Gerusalemme. La madre si era rivolta all’Ambasciata americana affinché sul passaporto fosse indicato, come luogo di nascita, Israele, in quanto il bambino era nato a Gerusalemme. I funzionari avevano rifiutato di dare seguito alla richiesta perché ciò avrebbe implicato il riconoscimento della sovranità del Governo di Tel Aviv su Gerusalemme. Sul punto, infatti, la posizione delle diverse presidenze Usa è stata quella di non prendere posizione e di rimanere neutrali rinviando, la questione dello status di Gerusalemme, a una soluzione sul piano internazionale. Ed invero, sia l’ex Presidente Bush sia Obama hanno disconosciuto il Foreign Relations Authorization Act adottato dal Congresso nel 2002 che consentiva di dare seguito alla richiesta.

1993-572-3-smSul riconoscimento – scrive la Corte Suprema – il potere esclusivo, come rilevato dalla sentenza Sabbatino in poi e dal Restatement (Third) of Foreign Relations, è del Presidente considerando che si tratta di atto di natura politica, con effetti immediati sul piano delle relazioni internazionali. L’indicazione sul passaporto avrebbe implicato una precisa scelta politica e, quindi, gli addetti all’ambasciata hanno fatto bene a respingere la richiesta, tanto più che sia con il Presidente Bush sia con Obama è stata ribadita la neutralità degli Usa sulla questione di Gerusalemme. Né ha rilievo la citata legge adottata dal Congresso nel 2002 che disponeva, su richiesta degli interessati, l’emissione di passaporti con l’indicazione, se il luogo di nascita era Gerusalemme, dello Stato di Israele. In questo modo, infatti, sarebbe emersa una posizione politica che implicava una precisa posizione degli Stati Uniti in materia di riconoscimento di Stati stranieri, questione che è, invece, nell’esclusiva competenza del Presidente anche in ragione del fatto che sul riconoscimento gli Stati Uniti devono esprimersi con un’unica voce per non lasciare dubbi sulla posizione dello Stato che effettua il riconoscimento, come richiesto dal diritto internazionale. La pronuncia ha anche un particolare rilievo per la ricostruzione effettuata in materia di riconoscimento e della posizione Usa sul punto, emersa nel corso degli anni. I giudici Usa, che hanno raggiunto il verdetto con 6 voti favorevoli e 3 contrari, hanno tenuto a ribadire che la sentenza non si occupa di stabilire lo Stato al quale spetta la sovranità su Gerusalemme, questione che deve essere risolta sul piano internazionale.

Scritto in: riconoscimento | in data: 9 giugno 2015 |
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