Inviolabilità degli immobili dell’ambasciata garantita e al riparo da ogni provvedimento di indagine disposto da uno Stato estero. La Corte internazionale di giustizia, con l’ordinanza sulle misure cautelari del 7 dicembre 2016, nel caso “Immunità e procedimenti penali”, che vede contrapposti Guinea equatoriale e Francia, ordina a Parigi di astenersi da ogni azione che possa mettere a repentaglio l’effettiva attuazione del principio dell’inviolabilità dell’ambasciata di uno Stato estero (19282). A rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia è stata la Guinea equatoriale in conseguenza del mandato di cattura internazionale emesso dalle autorità giudiziarie francesi nel luglio del 2012 nei confronti del figlio del Capo di Stato e vicepresidente Teodorin Obiang, accusato di riciclaggio, corruzione e appropriazione indebita (l’indagine era iniziata nel 2008 e la Corte di Cassazione francese, nel 2015, aveva respinto il ricorso di Obiang che invocava l’immunità). Il provvedimento era stato accompagnato dal sequestro di alcune automobili e documenti prelevati in un immobile che faceva parte della rappresentanza diplomatica. Lo Stato ricorrente sosteneva che erano state violate le regole sull’immunità e lo status della propria ambasciata in Francia. Come base giuridica del ricorso all’Aja, la Guinea equatoriale ha indicato l’articolo 35, par. 2 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale in base al quale “Qualsiasi controversia tra due o più Stati Parte riguardo all’interpretazione o all’applicazione di questa Convenzione che non possa essere composta tramite negoziato entro un arco di tempo ragionevole, a richiesta di uno di quegli Stati, sarà demandata ad arbitrato. Se dopo sei mesi dalla data della richiesta d’arbitrato, quegli Stati Parte non sono in grado di accordarsi sull’organizzazione dell’arbitrato, ognuno di essi può rimettere la controversia alla Corte Internazionale di Giustizia tramite richiesta, in conformità allo Statuto della Corte”, nonché il Protocollo alla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961 relativo alla composizione obbligatoria delle controversie. La Corte internazionale di giustizia, nel decidere sulle misure cautelari, ha verificato che, prima facie, non sussiste la giurisdizione in base alla Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale perché la controversia riguarda l’immunità rationae personae in base al diritto consuetudinario e non concerne, invece, il rispetto degli obblighi da parte della Francia con riguardo alla Convenzione. In particolare, accogliendo le obiezioni della Francia, la Corte ha affermato che la controversia non verte sull’articolo 4 della Convenzione secondo il quale “Gli Stati Parte adempiono agli obblighi di cui alla presente Convenzione coerentemente con i principi dell’eguaglianza sovrana, dell’integrità territoriale e del non intervento negli affari interni di altri Stati. Nulla nella presente Convenzione legittima uno Stato Parte ad intraprendere nel territorio di un altro Stato l’esercizio della giurisdizione e di funzioni che sono riservate esclusivamente alle autorità di quell’altro Stato dal suo diritto interno”. I giudici internazionali hanno invece ritenuto sussistente la competenza in base al Protocollo alla Convenzione di Vienna poiché la controversia ha al centro l’applicazione e l’interpretazione del Trattato con particolare riguardo all’articolo 22 il quale riconosce che “Le stanze della missione sono inviolabili. Senza il consenso del capomissione, è vietato agli agenti dello Stato accreditatario accedere alle stesse”. Di conseguenza, ritenendo prima facie sussistente la propria giurisdizione, i giudici hanno concesso le misure cautelari richieste dalla Guinea Equatoriale in ragione dell’urgenza e perché le azioni messe in atto dalla Francia possono costituire un rischio irreparabile per lo svolgimento delle funzioni della missione diplomatica, soprattutto con riguardo alla possibile confisca dell’immobile che è preclusa fino alla decisione sul merito.

Scritto in: immunità | in data: 12 dicembre 2016 |
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L’immunità dalla giurisdizione di uno Stato estero non può essere concessa per le azioni derivanti da crimini di guerra e contro l’umanità, inclusi gli atti di terrorismo internazionale. Nel solco di quanto affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 238 del 22 ottobre 2014, la Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 21946/15 depositata il 28 ottobre (21946) ha stabilito che se uno Stato estero ha commesso gli indicati crimini la regola dell’immunità non trova applicazione, pur stabilendo che, nel caso di specie, la sentenza emessa da un tribunale Usa non potesse essere eseguita in Italia in quanto mancava la competenza internazionale del giudice straniero ai sensi dell’articolo 64 della legge n. 218/1995.

Alla Corte di Cassazione si sono rivolti i familiari di una cittadina americana, di religione ebraica, che era stata uccisa in un attentato terroristico, rivendicato da Hamas, in Israele. La United States District Court for the District of Columbia con la sentenza n. 97-396 aveva riconosciuto la propria giurisdizione e condannato l’Iran, accusato di aver diretto l’attentato, a versare ai parenti della vittima 26.002.690 dollari come risarcimento danni e 225.000.000 dollari per danni punitivi. I familiari si erano poi rivolti alla Corte di appello di Roma chiedendo la delibazione della sentenza per poter procedere all’esecuzione sui beni iraniani in Italia. La Corte di appello di Roma aveva però negato la delibazione, accogliendo quanto sostenuto dal Governo iraniano e da quello italiano, fermi e uniti nel rivendicare l’applicazione della regola consuetudinaria sull’immunità dalla giurisdizione come affermata dalla Corte internazionale di giustizia con la sentenza del 3 febbraio 2012, nella controversia Germania contro Italia. Una tesi che non ha convinto la Cassazione. Prima di tutto, secondo la Suprema Corte, la ratio decidendi dei giudici di appello non è accettabile in ragione di quanto sostenuto dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 238 la quale ha escluso che la norma internazionale alla quale il nostro ordinamento si è conformato in base all’articolo 10 della Costituzione possa comprendere “l’immunità degli Stati dalla giurisdizione civile in relazione ad azioni di danni derivanti da crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona, i quali risultano per ciò stesso non privi della necessaria tutela giurisdizionale effettiva”.  Un principio al quale le Sezioni Unite aderiscono: se la norma sull’immunità “confligge con gli elementi identificativi e irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale” non può “entrare” nell’ordinamento italiano. Un simile orientamento trova d’altra parte conferma nelle posizioni assunte dalla Cassazione che “ha ritenuto prevalenti, sul dogma della sovranità, i principi e i diritti fondamentali che si riconnettono ai valori costitutivi della dignità umana”. Tanto più che la Cassazione è da tempo orientata nel fare emergere una norma consuetudinaria internazionale basata “su un’operatività non illimitata o indiscriminata dell’immunità”.

Detto questo, però, la Cassazione ritiene che la decisione della Corte di appello di impedire l’exequatur della sentenza Usa sia stata corretta in forza dell’articolo 64 della legge n. 218/1995, perché il giudice straniero non aveva la giurisdizione secondo i criteri propri dell’ordinamento italiano. Questo vuol dire che non può essere riconosciuta ed eseguita in Italia una pronuncia adottata da giudici stranieri competenti in base al proprio ordinamento, ma non secondo i criteri di competenza del giudice italiano. Inoltre, la Suprema Corte esclude che la sentenza della Consulta possa essere utilizzata per affermare un principio di giurisdizione civile universale per le azioni risarcitorie derivanti da crimini di diritto internazionale. Di qui la decisione di respingere il ricorso e bloccare l’exequatur della sentenza targata Usa.

Scritto in: immunità | in data: 29 ottobre 2015 |
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Nella prima sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo su un caso di immunità assoluta dalla giurisdizione civile riguardante il Presidente di uno Stato, Strasburgo boccia le previsioni legislative interne che assicurano una totale impossibilità, per un individuo, di agire in giudizio contro il Capo di Stato. La pronuncia del 2 dicembre, che ha condotto alla condanna della Moldova (ricorso n. 27756/05 e 41219/07, CASE OF URECHEAN), ha preso il via da un ricorso di due politici dell’opposizione che avevano citato in giudizio l’allora Presidente della Repubblica di Moldova per le dichiarazioni diffamatorie rese a loro danno dal Presidente nel corso di un’intervista televisiva. I tribunali interni avevano respinto l’azione invocando l’immunità dalla giurisdizione riconosciuta nella Costituzione, con particolare riguardo all’art. 81 che assicura al Presidente l’immunità e lo ritiene non responsabile per le opinioni espresse nell’esercizio del proprio mandato. Una conclusione non condivisa dalla Corte europea. Strasburgo riconosce che l’immunità per le dichiarazioni rese da deputati e dal Presidente nell’esercizio della propria attività e delle proprie funzioni persegue un fine legittimo, funzionale ad assicurare una separazione tra potere legislativo e giudiziario, ma l’immunità deve essere giustifica da ragioni imperative, avendo portata eccezionale. Nel caso di specie è evidente che non è stato raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi interessi in gioco perché l’interesse dei ricorrenti di far valere un proprio diritto in sede giurisdizionale è stato del tutto accantonato a vantaggio dell’immunità del Presidente della repubblica. A ciò si aggiunga che la legislazione moldava non prevede alcuna eccezione all’immunità e questo anche quando le dichiarazioni rese dal Presidente sono estranee all’esercizio delle proprie funzioni. Strasburgo riconosce che il diritto di accesso al giudice può essere sottoposto a limitazioni, ma tali restrizioni possono essere ammesse solo se necessarie a un obiettivo degno di tutela e proporzionate all’obiettivo conseguito. Né – prosegue la Corte – un rimedio supplettivo all’impossibilità di ricorrere in sede giurisdizionale può essere costituito dal fatto che, secondo quanto sostenuto dalle autorità moldave, i ricorrenti potevano opporsi alle dichiarazioni del Presidente in televisione, tanto più che nel Paese vige una prassi di censura sulla televisione pubblica. A ciò si aggiunga che i giudici nazionali non hanno preso in considerazione il fatto che le opinioni del Presidente erano state dette al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni e che in base alla legge moldava l’immunità non veniva meno neanche alla cessazione del proprio mandato. Un’immunità che, quindi, a ben vedere, si trasforma in un’impunità. Di qui la violazione dell’articolo 6 e un obbligo per lo Stato in causa di versare ai ricorrenti 3.600 euro e 5mila euro per le spese sostenute.

Scritto in: immunità | in data: 9 dicembre 2014 |

Il personale di un’ambasciata che agisce al di fuori delle proprie funzioni non può invocare l’immunità, una volta rientrato in patria, per le attività estranee ai propri compiti. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sezione quinta civile, con la sentenza n. 39788/14 depositata il 25 settembre 2014 (39788_14), con una sentenza che consente, seppure in parte, di punire sul piano formale alcuni degli autori del sequestro di Abu Omar. Alla Cassazione si erano rivolti tre dipendenti dell’ambasciata americana a Roma (una segretaria e due consiglieri) che erano anche agenti della Cia. A diverso titolo avevano partecipato al sequestro e alla successiva extraordinary rendition di Abu Omar. Il Tribunale d Milano aveva affermato l’immunità diplomatica e dichiarato il non luogo a procedere. Di diverso avviso la Corte di appello di Milano che, con la pronuncia del 1° aprile 2014, aveva accertato la colpevolezza dei 3 ricorrenti, condannati a pene comprese tra i 6 e i 7 anni, nonché al risarcimento dei danni nei confronti di Abu Omar e della moglie che si erano costituiti parti civili. Di qui il ricorso in Cassazione. Tra i diversi motivi, i ricorrenti sostenevano l’immunità dalla giurisdizione. Chiarito che nel caso in esame doveva trovare applicazione la Convenzione del 14 aprile 1961 sulle relazioni diplomatiche (CONV_VIENNA1961), ratificata dall’Italia con legge 9 agosto 1963 n. 806 e non quella del 24 aprile 1963 sugli agenti consolari, la Cassazione ha negato l’immunità. E’ vero – osserva la Suprema Corte – che all’agente diplomatico spetta l’immunità dalla giurisdizione penale dello Stato nel quale è accreditato, ma i privilegi e le immunità decadono quando l’agente lascia il Paese e finisce la sua funzione. In questi casi, infatti, l’immunità permane unicamente per gli atti compiuti nell’esercizio della propria funzione come membro della missione diplomatica. E’ evidente che i 3 ricorrenti, come provato dai giudici di merito, agirono non in quanto membri dell’ambasciata ma come personale della Cia. Di qui il diniego alla concessione dell’immunità, una circostanza che conduce la Suprema Corte a non affrontare la questione del rapporto tra immunità degli agenti diplomatici e tutela dei diritti umani. La Cassazione, che ha respinto anche gli altri motivi di ricorso, confermando così la condanna dei tre ricorrenti, ha escluso che il provvedimento di clemenza concesso dal Presidente della Repubblica a Joseph Romano potesse essere invocato per impedire l’accertamento della responsabilità penale. Anzi, osserva la Corte, l’indicato provvedimento “non contraddice la responsabilità penale del graziato, ma semmai la conferma”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/extraordinary-renditions-condanna-alla-polonia-dalla-cedu-gli-stati-obbligati-a-fare-luce-sui-casi-di-tortura.html

Scritto in: immunità | in data: 6 ottobre 2014 |
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Un testo utile per fare luce, con norme alla mano, sulla situazione dei parlamentari negli Stati membri dell’Unione europea. Grazie al Manuale sulle incompatibilità e l’immunità dei membri del Parlamento europeo redatto a seguito di uno studio della Commissione giuridica del Parlamento europeo (PE 493.029 IPOL-JURI_ET(2014)493029_EN) è possibile verificare le situazioni esistenti negli Stati membri, con la precisa individuazione delle autorità competenti nazionali e le norme applicabili. Lo studio sarà aggiornato in modo regolare.

Scritto in: immunità, Unione europea | in data: 30 agosto 2014 |
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Il Ministero della difesa deve rispondere in via sostitutiva dei danni provocati al familiare di un militare Usa, subiti a causa di un trattamento medico effettuato in Italia da una struttura sanitaria statunitense. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, III sezione civile, con sentenza n. 7909/2014, depositata il 4 aprile (conv. di londra), che ha confermato le decisioni dei giudici di merito i quali hanno affermato la responsabilità sostitutiva dello Stato ospitante in base all’articolo VIII della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 (http://www.nato.int/cps/en/natolive/official_texts_17265.htm?). Il paragrafo 5 della norma in esame, prevede, infatti, che le richieste di indennità diverse da quelle derivanti da contratto “dovute ad atti o negligenze di cui un membro di una forza armata o di un elemento civile è responsabile nell’esecuzione del servizio, o dovute a ogni altro atto, negligenza o incidente di cui una forza armata o un elemento civile è legalmente responsabile, e che hanno causato, sul territorio dello Stato ricevente, danni a terzi diversi da una delle parti contraenti, saranno regolate dallo Stato ricevente”.

L’azione giurisdizionale era stata iniziata dalla moglie di un cittadino statunitense, militare della base Usa a Napoli, che aveva subito danni a seguito di alcuni trattamenti medici effettuati in una struttura sanitaria della marina militare a Napoli. Il Tribunale prima e la Corte di appello poi avevano stabilito la responsabilità solidale dei medici e della struttura sanitaria, con una responsabilità sostitutiva del Ministero della difesa in base alla Convenzione di Londra. Di qui, il ricorso in Cassazione del Ministero secondo il quale le richieste di indennizzo derivavano da un contratto. Di conseguenza, l’articolo VIII non doveva essere applicato e non poteva così sussistere una responsabilità sostitutiva dell’Italia. Di diverso avviso la Cassazione che ha condiviso la conclusione dei giudici di merito. La Suprema Corte è partita dalla constatazione che la funzione della norma è quella di assicurare una tutela giurisdizionale dei terzi danneggiati, al fine di evitare che l’applicazione della norma di diritto internazionale generale, “che obbliga gli Stati ad esentarsi reciprocamente dalla giurisdizione civile”, privi la vittima di tutela. La Suprema Corte, inoltre, precisa che le norme convenzionali devono essere interpretate secondo i criteri propri della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 e, quindi, secondo il metodo obiettivistico. La nozione di contratto presente nella Convenzione di Londra non può includere il contratto di responsabilità medica da contatto sociale proprio dell’elaborazione dell’ordinamento italiano. Di conseguenza, l’interpretazione del termine contratto – osserva la Cassazione –  “porta a restringere l’ambito di operatività del termine in modo da escludere il tipo di contratto da contatto sociale elaborato dalla giurisprudenza italiana”. In base al diritto internazionale pattizio, quindi, nella nozione di contratto deve essere considerato ogni accordo tra due o più parti: necessario, quindi, un accordo, un testo negoziale e un’applicazione di tale accordo. Ora, poiché queste caratteristiche mancano nella figura della responsabilità medica, l’articolo VIII della Convenzione di Londra va applicato, con conseguente responsabilità sostitutiva dello Stato italiano.

Scritto in: immunità, interpretazione dei trattati | in data: 18 aprile 2014 |

Sul rapporto tra immunità degli Stati dalla giurisdizione e tutela dei diritti umani fondamentali la parola passa adesso alla Corte costituzionale italiana. Con ordinanza n. 1300/2012 (immunità), il Tribunale di Firenze, seconda sezione civile, il 21 gennaio 2014, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale chiedendo alla Consulta di accertare se la norma consuetudinaria che sancisce l’immunità degli Stati dalla giurisdizione, così come delineata dalla Corte internazionale di giustizia nella sentenza del 3 febbraio 2012, sia contraria agli articoli 2 e 24 della Costituzione (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/litalia-sconfitta-allaja.html). Al Tribunale di Firenze si erano rivolti gli eredi di un cittadino italiano deportato in Germania durante la Seconda guerra mondiale, ucciso e sepolto in una fossa comune. Come già accaduto in diverse occasioni, la Germania ha eccepito il difetto di giurisdizione chiedendo anche di dare piena attuazione alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia nella controversia Germania contro Italia. Sulla stessa linea anche l’Italia con la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Tribunale di Firenze riconosce che, a seguito della pronuncia della Corte dell’Aja, la Cassazione ha chiarito, modificando il proprio precedente orientamento (si veda, tra gli altri il caso Ferrini), che allo Stato estero deve essere garantita l’immunità anche quando commette gravi e massicce violazioni dei diritti umani (si veda la decisione n. 4284/2013 delle sezioni unite civili, http://www.marinacastellaneta.it/blog/fosse-ardeatine-no-alla-giurisdizione-italiana-per-le-azioni-di-risarcimento-danni-contro-la-germania.html).

Il Tribunale di Firenze fa capire di non condividere l’impostazione data dalla Corte internazionale di giustizia (molto criticata anche in dottrina) in relazione al rapporto tra norma di ius cogens a tutela dei diritti umani e norma sull’immunità dalla giurisdizione, soprattutto nella parte in cui i giudici internazionali hanno tracciato una netta linea di demarcazione, ritenendo che la norma sull’immunità statale abbia natura procedurale. Da questa premessa, la Corte internazionale di giustizia ha desunto che non si può prospettare un contrasto con la violazione di “norme di natura materiale con valore imperativo inderogabile” ossia i diritti umani fondamentali. Una tesi che in effetti suscita non poche perplessità e che ha di fatto consentito alla Corte di glissare sull’eventuale conflitto tra norme di diritto cogente ritenendo che non può esistere un conflitto tra norme di ius cogens materiali e norme processuali in quanto operative su piani differenti, malgrado il disaccordo di alcuni giudici (si veda l’interessante e articolata opinione dissidente del giudice Cançado Trindade, 16891). Pur asserendo che al “giudice italiano è sottratta l’interpretazione della valenza imperativa e inderogabile delle norme di jus cogens di diritto internazionale, ambito nel quale la Corte internazionale di giustizia ha una competenza assoluta ed esclusiva, non può però negarsi – prosegue il Tribunale di Firenze – che questi sia tenuto a verificare se sia manifestamente infondato il dubbio che l’adozione indifferenziata di tale reciproca protezione in favore dei singoli Stati e in danno, nel caso in esame dei singoli individui gravemente lesi, non sia conforme all’ordinamento radicato della Repubblica italiana sulla base delle norme della Costituzione e delle sue fonti integrative anche sovranazionali”.

Il Tribunale è poi passato ad analizzare il meccanismo di adattamento alle consuetudini internazionali attraverso l’articolo 10 della Costituzione. Questo comporta – precisa il giudice italiano – che la norma di diritto internazionale generale abbia valore di “norma interposta” e sia parametro di costituzionalità delle leggi ordinarie interne. Detto questo, però, ad avviso del Tribunale rimettente, le norme internazionali devono essere sottoposte  a un controllo di costituzionalità in base all’articolo 134 della Costituzione, senza alcun limite temporale fissato in passato nella sentenza n. 48/1979. Ed invero, è evidente che la norma sull’immunità produce un conflitto con l’articolo 24 della Costituzione e impedisce la tutela giurisdizionale malgrado siano lesi diritti fondamentali della persona umana con la commissione di crimini contro l’umanità commessi “nello Stato investito dall’obbligo di tutela giurisdizionale, ancorché commesso da altro Stato nell’esercizio di poteri sovrani”. Ma non finisce qui, perché secondo il Tribunale di Firenze si pone un ulteriore profilo di incostituzionalità con riguardo alla legge n. 848/1957 di attuazione della Carta delle Nazioni Unite, nella parte in cui è stato recepito l’articolo 94 dello Statuto che obbliga gli Stati ad eseguire le sentenze della Corte internazionale di giustizia. In ultimo, il Tribunale ha prospettato l’incostituzionalità della legge 14 gennaio 2013 n. 5 (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/in-vigore-la-convenzione-onu-sullimmunita-degli-stati-litalia-spiana-la-strada-allesecuzione-della-sentenza-della-corte-internazionale-di-giustizia-nella-controversia-italia-germania.html) nella parte in cui dispone l’obbligo di rispettare la pronuncia della Corte dell’Aja chiedendo ai giudici nazionali di applicare il principio dell’immunità negando la giurisdizione italiana. Adesso, quindi, la parola alla Corte costituzionale.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-applica-la-sentenza-della-corte-dellaja-nella-controversia-germania-italia.html.

Scritto in: crimini contro l'umanità, crimini di guerra, immunità | in data: 25 gennaio 2014 |

Prosegue dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo la vicenda della dipendente austriaca dell’ambasciata americana che si era rivolta a Strasburgo per contestare la decisione dei tribunali austriaci che avevano respinto il suo ricorso in ragione dell’immunità degli Stati esteri. La Corte europea aveva condannato l’Austria per violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto all’equo processo e il diritto di accesso alla giustizia chiarendo che agli Stati Uniti, anche in base al diritto consuetudinario e alla Convenzione del 2004, non spettava alcuna immunità. Con sentenza del 20 giugno 2013 (ricorso n. 14497/06, CASE OF WALLISHAUSER v. AUSTRIA No. 2) la Corte si è pronunciata sul nuovo ricorso presentato dalla donna che sosteneva violato il diritto di proprietà in quanto la legge austriaca consente ai datori di lavoro stranieri che godono di extraterritorialità di non versare direttamente i contributi di sicurezza sociale. Ciò, ha precisato la Corte, rientra nel margine di discrezionalità concesso agli Stati dalla stessa Convenzione che lascia spazio soprattutto per le misure di carattere economico e sociale.

Per quanto riguarda la questione dell’immunità la Corte ha stabilito che in questo caso le norme della Convenzione del 1972 sull’immunità degli Stati non erano applicabili perché le questioni sulla sicurezza sociale non rientrano nel campo di applicazione del Trattato (articolo 29). Così, ha poco rilievo la Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, fatta a New York il 2 dicembre 2004 sia perché all’epoca dei fatti non era applicabile e sia perché anche se potesse valere come riproduttiva del diritto consuetudinario, per la Corte ,il fatto che uno Stato non possa avvalersi dell’immunità della giurisdizione – come era il caso di specie – non significa che un provvedimento contro uno Stato estero debba essere eseguito nello stesso modo in cui esso è eseguito nei confronti di un normale datore di lavoro. Pertanto, la legge austriaca che non consente di eseguire gli obblighi in materia di sicurezza sociale nei confronti di datori di lavoro che godono di extraterritorialità non è contraria alla Convenzione.

Scritto in: immunità, immunità Stati esteri | in data: 24 giugno 2013 |

L’immunità dalla giurisdizione per i principi appartenenti alla famiglia reale saudita non può essere concessa per le attività di carattere commerciale. Lo ha stabilito l’High Court of Justice, Chancery Division con sentenza depositata il 19 marzo 2013 ([2013]EWHC587, 587) chiudendo una controversia che vedeva contrapposte alcune società, talune delle quali con azionariato di principi legati alla famiglia saudita. Nella controversia dinanzi ai giudici inglesi era coinvolto anche il fratello del re Abdullah. I giudici inglesi hanno escluso l’immunità dalla giurisdizione sia sotto il profilo soggettivo sia sotto quello oggettivo. Riguardo al primo aspetto l’High Court ha specificato che il principe Mishal, che rivendicava l’immunità, era sì uno dei consiglieri del re ma non si trattava dell’erede al trono o di un membro della famiglia con funzioni sovrane a tempo pieno, poiché le sue attività erano legate soltanto a quelle di rappresentanza. Esclusa l’immunità sotto il profilo soggettivo, la Corte ha voluto in ogni caso analizzare l’aspetto oggettivo chiarendo che, in base al diritto consuetudinario e a quello convenzionale (in particolare con riguardo alla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche), sussiste un’eccezione all’immunità dalla giurisdizione per le attività di carattere commerciali che sono esercitate al di fuori dell’esercizio di poteri sovrani.

Scritto in: immunità | in data: 25 marzo 2013 |