I punitive damages sbarcano in Italia, almeno nei casi di esecuzione di una sentenza straniera che, così, può produrre effetti senza blocchi determinati dal limite dell’ordine pubblico. La Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 16601 del 5 luglio 2017 (16601_07_2017_no-index) ha dato il via libera, ribaltando precedenti orientamenti, all’esecuzione di tre sentenze targate Usa che riconoscevano danni punitivi a un motociclista che aveva subito danni per un difetto del casco prodotto da una società con sede in Italia. La società che aveva effettuato la reintegrazione patrimoniale aveva chiesto l’esecuzione delle pronunce, ma l’azienda produttrice del casco si era opposta. La Corte di appello di Venezia aveva deciso in senso favorevole all’esecuzione, ma l’azienda italiana aveva impugnato il verdetto in Cassazione ritenendo che la sentenza non potesse essere delibata per contrarietà all’ordine pubblico. La Prima sezione aveva rimesso la questione alle Sezioni Unite che hanno dato il via libera all’esecuzione. Prima di tutto, la Suprema Corte ha chiarito che l’articolo 363 comma 3 c.p.c.  non attribuisce alla responsabilità civile il solo compito di “restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione”, ma ha in sé una funzione deterrente e finanche sanzionatoria del responsabile. Di conseguenza, “non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi”. Le Sezioni Unite riconoscono che la sentenza straniera applicativa di un istituto non regolato dall’ordinamento nazionale “deve misurarsi con il portato della Costituzione e di quelle leggi che, come nervature sensibili, fibre dell’apparato sensoriale e delle parti vitali di un organismo, inverano l’ordinamento costituzionale”. Con riguardo all’ordine pubblico processuale – osserva la Cassazione – “il setaccio si è fatto più largo per rendere più agevole la circolazione dei prodotti giuridici internazionali”, ma non può dirsi altrettanto per l’ordine pubblico sostanziale. Pertanto, se è indispensabile un controllo della sentenza alla luce dei principi essenziali della lex fori non si può chiedere “una piena corrispondenza tra istituti stranieri e istituti italiani”. Ma c’è di più perché la Cassazione mette l’accento sull’evoluzione della nozione di ordine pubblico che non è più solo un complesso dei principi fondamentali “che caratterizzano la struttura etico-sociale della comunità nazionale in un determinato periodo storico, e nei principi inderogabili immanenti nei più importanti istituti giuridici” perché l’ordine pubblico pubblico è divenuto “il distillato del sistema di tutele appropriate a livello sovraordinato rispetto a quello della legislazione primaria, sicché occorre far riferimento alla Costituzione e, dopo il Trattato di Lisbona, alle garanzie approntate ai diritti fondamentali della Carta di Nizza, elevata a livello dei Trattati fondativi dell’Unione europea dall’articolo 6 TUE”.  Considerato che gli effetti della sentenza non confliggono con i valori riconducibili agli articoli da 23 a 25 della Costituzione, che non è violato il principio di legalità anche alla luce dell’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la Cassazione ammette l’esecuzione. A patto, però, che la sentenza straniera sia resa sulla base di regole “che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna” e che si tratti di una misura prevedibile con la possibilità di individuare i limiti quantitativi. Parametri rispettati nel caso di specie.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-di-sentenze-straniere-danni-punitivi-e-ordine-pubblico-la-parola-alle-sezioni-unite.html

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 6 luglio 2017 |
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Per stabilire la giurisdizione su questioni che hanno al centro la tutela del minore, pur incidendo sulla potestà dei genitori, deve essere applicato l’articolo 42 della legge n. 218/1995. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 1310/17 depositata il 19 gennaio (1310) con la quale è stato respinto il ricorso di una donna, cittadina brasiliana, la quale aveva impugnato la decisione della Corte di appello di Firenze che aveva stabilito la sussistenza della giurisdizione italiana sulla domanda di affidamento e mantenimento del figlio minore (con cittadinanza italiana e brasiliana) presentata dal coniuge nell’ambito del procedimento di separazione personale promosso dall’uomo. I giudici di secondo grado avevano ribaltato la pronuncia del Tribunale che, invece, applicando il regolamento n. 2201/2003 aveva escluso la giurisdizione italiana attribuendola al Brasile. La Cassazione ha condiviso la soluzione della Corte di appello e ha ritenuto applicabile l’articolo 42 della legge n. 218/95 il quale rinvia alla Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961 sulla competenza e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori, resa esecutiva dall’Italia con legge n. 742/1980. Per la Suprema Corte non va riconosciuta una prevalenza alle misure adottate dal giudice dello Stato di cui il minore è cittadino su quelle adottate nel luogo di  residenza abituale. Così, sussiste la giurisdizione dello Stato con il quale il minore ha il collegamento più stretto ossia – scrive la Cassazione – lo Stato in cui il minore ha la residenza abituale. A tal proposito, la Corte ha osservato che in questo modo è pienamente realizzato il principio dell’interesse superiore del minore proprio perché il parametro della residenza abituale è indice della salvaguardia “della continuità affettivo – relazione del minore”. Detto questo, poi, nell’adottare i provvedimenti sull’affidamento e il diritto di visita il giudice terrà conto, come parametro, dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 17 febbraio 2017 |
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Via libera alla scelta di un arbitrato estero per decidere una controversia relativa a un contratto di buying agency agreement tra due società, una italiana e una statunitense. La Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 27072/16 depositata il 28 dicembre (arbitrato estero) ha stabilito che le parti possono inserire in un simile contratto una clausola compromissoria di scelta del giudice perché si tratta di contratti atipici e non di agenzia, con la conseguenza che i diritti oggetto del contratto sono disponibili e le parti possono derogare alla giurisdizione italiana e attribuire la soluzione della controversia a un giudice o a un arbitrato estero. Al centro della vicenda, una controversia tra una società a responsabilità limitata italiana e un colosso della moda targato Usa, che avevano stipulato un buying agency agreement. L’azienda italiana aveva citato in giudizio dinanzi ai giudici nazionali la società americana che aveva effettuato il recesso dal contratto. Il Tribunale di Firenze, però, aveva dichiarato la propria incompetenza, ritenendo valida la clausola compromissoria che individuava, come giudice competente, un collegio arbitrale dello Stato di New York, sottraendo, così, la giurisdizione al giudice italiano. Dello stesso avviso la Cassazione secondo la quale il contratto al centro del ricorso  non può essere assimilato a quello di agenzia disciplinato dall’articolo 1742 c.c. Nell’effettuare tale qualificazione la Cassazione ha precisato che si tratta di un contratto atipico, in cui sono presenti elementi del contratto d’opera, di mandato e di appalto, dando così ragione al Tribunale di Firenze secondo il quale i compiti di informazione, visita, ricerca di mercato, assistenza, acquisto, monitoraggio supervisione, spedizione, reclamo e documentazione, presenti nel buying agency agreement, sono “qualcosa di sommamente diverso rispetto all’incarico di promuovere la conclusione di contratti” tipico di quello di agenzia. A ciò si aggiunga che la remunerazione delle prestazioni non era su provvigione perché era previsto un compenso fisso annuale elevato. Una serie di elementi che portano a concludere che i contraenti intendessero “far confluire, promiscuamente e atipicamente, nel rapporto commerciale elementi del mandato, dell’appalto e del contratto d’opera”. Respinta la qualificazione del rapporto tra le due società come contratto di agenzia, è corretta – precisa la Cassazione – la non applicazione delle norme inderogabili del codice civile previste per quel tipo di contratto. Questo porta anche all’inapplicabilità dei limiti posti dall’articolo 4 della legge n. 218/1995 sulla disciplina di diritto internazionale privato che esclude la scelta del giudice in caso di diritti indisponibili. Ben possibile, quindi, nel buying agency agreement, la deroga alla giurisdizione italiana con attribuzione di competenza al giudice statunitense e la non attuazione della disciplina fissata dall’articolo 1751 c.c. e dalla direttiva 86/653/Cee. Non configurandosi un contratto di agenzia, infatti, le parti possono scegliere la legge da applicare senza che, tra l’altro, scatti il limite fissato dall’articolo 7 della Convenzione di Roma sulle obbligazioni contrattuali (sostituita dal regolamento n. 593/2008) che impone l’applicazione delle norme imperative in vigore nel Paese del giudice.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 12 gennaio 2017 |
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Legittimo escludere l’applicabilità del criterio del forum rei sitae nei casi di azioni funzionali ad accertare la qualità del detentore a titolo di trustee di un bene “in relazione al quale si chiede il compimento degli atti necessari al riconoscimento della legal ownership sul bene stesso in capo a chi se ne dichiari effettivo proprietario”. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 19471/16 depositata il 30 settembre (trust). La vicenda arrivata alla Suprema Corte aveva preso il via dall’azione di una donna e di suo marito, che agiva come mandatario ad negotia, i quali chiedevano di dichiarare la nullità di un deed trust relativo a un appartamento del padre, effettivo proprietario, a Londra. La donna aveva chiesto anche la nullità di un’altra forma di trust, ossia il resulting trust, simile al negozio fiduciario. Il Tribunale di Treviso aveva riunito le cause che, a suo dire, avevano al centro un diritto reale. Di conseguenza, era stato applicato il criterio del forum rei sitae in base all’art. 22 del regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale e il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (che dal 10 gennaio 2015 è stato sostituito dal regolamento n. 1215/2012). La Corte di appello di Venezia, invece, riteneva che le domande riguardavano l’accertamento negativo della validità dell’atto costitutivo del trust e non il diritto dominicale dell’attore. Pertanto, solo con riguardo a una parte residua della domanda si poteva applicare l’art. 22 del regolamento. Di conseguenza, su una parte della domanda la Corte di appello aveva escluso la propria giurisdizione. Il padre della ricorrente aveva impugnato la sentenza contestando la separazione delle cause, ma la Suprema Corte gli ha dato torto specificando che l’articolo 22 del regolamento non si occupa di continenza di cause e l’articolo 27 sulla litispendenza non stabilisce il divieto di separazione di giudizi. Bene aveva fatto, quindi, la Corte di appello, a procedere alla separazione dei procedimento, escludendo che il criterio del forum rei sitae si applichi per le azioni volte ad accertare la qualità di detentore a titolo di trustee di un bene per il quale si chiede il compimento di atti necessari al riconoscimento della legal ownership.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 14 ottobre 2016 |
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Competenza del giudice del luogo in cui le merci sono effettivamente consegnate. E’ questo il titolo di giurisdizione da applicare per le controversie in materia di vendite internazionali di beni mobili nello spazio Ue. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 11381/16 depositata il 31 maggio (11381_2016) che ha sottolineato gli effetti positivi dell’utilizzo di questo criterio per la prevedibilità nell’individuazione del giudice competente, con vantaggi in termine di certezza del diritto. La controversia riguardava un’azienda italiana che aveva ottenuto un’ingiunzione europea di pagamento dal Tribunale di Torino nei confronti della società tedesca che non aveva saldato il prezzo di alcune forniture e che si era opposta all’ingiunzione in linea con il regolamento n. 1896/2006 (modificato dal n. 936/2012), eccependo il difetto di giurisdizione dei giudici italiani a vantaggio dei tribunali tedeschi perché la consegna pattuita era avvenuta in Germania. I giudici italiani, sotto il profilo della giurisdizione, hanno dato ragione all’azienda tedesca, ma la società creditrice si è rivolta alla Cassazione.

La Suprema Corte non ha dubbi nell’affermare l’applicazione dell’articolo 5 del regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, l’esecuzione e il riconoscimento delle decisioni in materia civile e commerciale sostituito, da gennaio 2015, dal n. 1215/2012 di analogo tenore. Di qui l’attribuzione della competenza al giudice del luogo di esecuzione della prestazione di consegna, da intendere come il luogo di consegna materiale e non soltanto giuridico dei beni. D’altra parte, solo con la consegna effettiva l’acquirente “ha conseguito o avrebbe dovuto conseguire il potere di disporre effettivamente dei beni stessi alla destinazione finale dell’operazione di vendita”. E’ evidente che la scelta del regolamento di determinare la giurisdizione tra i diversi Stati membri secondo il luogo di consegna in base alle disposizioni di diritto sostanziale assicura un “alto grado di prevedibilità”. Si tratta – scrivono le Sezioni Unite – “di dati di immediata percepibilità e agevole identificabilità, molto prossimi all’obiettività” che, proprio nello spazio Ue, sono di fondamentale importanza. Non solo. La scelta di attribuire la competenza al giudice del luogo di consegna risponde ad un obiettivo di prossimità “grazie alla correlazione tra il contratto e il giudice chiamato a decidere”, tanto più che il contratto di compravendita dei beni si conclude solo nel momento in cui i beni giungono a destinazione. Questo porta la Cassazione a condividere la posizione dei giudici di merito che avevano detto no alla competenza dei giudici italiani a favore di quelli tedeschi.

Respinta anche la possibilità di applicare la Convenzione delle Nazioni Unite sui contratti di compravendita internazionale di merci del 1980, ratificata dall’Italia con legge n. 765/85. Il ricorrente ha invocato l’applicazione dell’articolo 31 della Convenzione che richiama la legge del luogo in cui il vettore prende in consegna la merce, ma la Cassazione ha respinto questa possibilità anche perché la norma, sulla quale prevale il regolamento, non serve per stabilire la giurisdizione, ma solo la legge applicabile.

L’unica possibilità per superare il titolo di giurisdizione fissato dal regolamento Ue è che le parti scelgano in modo chiaro e univoco il giudice competente. Situazione che, secondo la Suprema Corte, non si è verificata, con competenza, così, dei giudici tedeschi.

 

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 17 giugno 2016 |
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La sentenze straniere che comminano danni punitivi possono essere eseguite in Italia o il limite dell’ordine pubblico ne impedisce l’efficacia? Per una risposta a tale quesito, la Prima sezione civile della Corte di cassazione, con ordinanza n. 9978 depositata il 16 maggio, ha chiesto al Primo Presidente l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite (1_9978_2016). Al centro della questione arrivata in Cassazione, l’esecuzione di tre sentenze emesse negli Stati Uniti che riconoscevano danni punitivi (secondo l’azienda ricorrente): una società con sede in Florida, che aveva effettuato la reintegrazione patrimoniale in relazione a un indennizzo corrisposto  a un motociclista il quale aveva subito danni per un vizio di un casco prodotto da altra società con sede in Italia, aveva chiesto l’esecuzione delle pronunce americane che riconoscevano anche i danni. L’azienda produttrice del casco si era opposta ritenendo che era stata prevista la liquidazione di una somma a titolo di danni punitivi. La Corte di appello di Venezia aveva dato il via libera all’esecuzione delle pronunce anche in base all’articolo 64 della legge n. 218/95, ma l’azienda italiana aveva impugnato il verdetto in Cassazione. Ora, ricostruito l’ambito applicativo del principio dell’ordine pubblico e la sua operatività in caso di delibazione di sentenze straniere ai fini dell’esecuzione, la Prima sezione ritiene necessario un chiarimento delle Sezioni Unite. In passato – osserva la Prima sezione – con il leading case n. 1183/2007 era stato negato l’ingresso in Italia di sentenze di condanna ai danni punitivi (principio confermato con la sentenza n. 1781/2012 e n. 15350/2015) perché i danni risarcibili sono solo quelli che consistono nella perdita come conseguenza della lesione della situazione giuridica soggettiva e non quelli consistenti nell’evento lesivo in sé considerato. Ed invero, poiché i danni punitivi non hanno funzione risarcitoria, che ha un obiettivo riparatorio e possono costituire un arricchimento senza causa, in passato era stata negata l’esecuzione della pronuncia. Tuttavia, la Prima sezione ha dubbi in ordine alla circostanza che il rimedio risarcitorio “assuma al rango di valore costituzionale essenziale e imprescindibile del nostro ordinamento”, come tale inderogabile. Tra l’altro, la Cassazione sottolinea i tratti comuni tra punitive damages e astraintes che non hanno profili di incompatibilità con l’ordine pubblico. A ciò si aggiunga che lo scopo del giudizio delibatorio è di consentire l’ingresso di una sentenza straniera collegata a uno specifico rapporto giuridico, con limitata incidenza sul piano interno, con ciò prospettando, seppure indirettamente, una diversità della portata del limite dell’ordine pubblico nel caso di ingresso di una legge straniera rispetto alle sentenze. La Prima sezione, inoltre, evidenzia la polifunzionalità del sistema di responsabilità civile nella prospettiva della globalizzazione degli ordinamenti giuridici in senso transnazionale che comporta la circolazione delle regole giuridiche. Di qui la decisione di chiedere un intervento delle Sezioni Unite.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 18 maggio 2016 |
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Con ordinanza n. 8619, depositata il 2 maggio, la sesta sezione civile della Cassazione ha chiesto al Primo Presidente di rivolgersi alle Sezioni Unite per chiarire la natura della litispendenza internazionale (8619_05_2016). La vicenda arrivata in Cassazione riguarda un caso di separazione di una coppia di cittadini italiani. Il tribunale di Bolzano aveva escluso la giurisdizione perché il giudice svizzero era stato adito dalla moglie per primo. Per la Corte di appello, invece, la giurisdizione italiana sussisteva, ma andava esclusa in base all’operatività della regola sulla litispendenza di cui all’articolo 7 della legge n. 218/95. Diversa la posizione del marito ricorrente secondo il quale la giurisdizione svizzera andrebbe esclusa in base all’articolo 3 del regolamento n. 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, con la conseguenza che la corte territoriale avrebbe dovuto dichiarare la propria giurisdizione in via esclusiva, senza ammettere alcuna sospensione. Tenendo conto del contrasto interpretativo interno alle stesse sezioni unite e le differenti posizioni sulla qualificazione della natura della litispendenza internazionale, la sesta sezione ha optato per la richiesta di un rinvio alle sezioni unite. Tanto più – osserva la sesta sezione – che nelle ordinanze n. 12410 e n. 16862 del 2011, la litispendenza era considerata come questione riguardante la giurisdizione e non come ipotesi di sospensione necessaria.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 9 maggio 2016 |
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Lo Stato estero, proprietario di un’impresa poi privatizzata, deve pagare i debiti all’azienda italiana con la quale, prima della privatizzazione, ha concluso contratti di opera e di fornitura. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, III sezione civile, con la sentenza n. 21085 del 19 ottobre 2015  (21085) con la quale la Suprema Corte ha precisato gli obblighi in materia di responsabilità extracontrattuale di un’impresa ungherese controllata dallo Stato durante il regime comunista, privatizzata e poi dichiarata insolvente. Precisato che la questione della giurisdizione del giudice italiano è stata già risolta in primo grado e non più riproposta e che la procura speciale era valida ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1961 e dell’articolo 12 della legge n. 218/95, la Cassazione ha rilevato la necessità di tutelare il legittimo affidamento del creditore anche in una fase complessa come quella della privatizzazione dell’impresa straniera. Tra l’altro – osserva la Suprema Corte – “lo Stato sovrano che si evolve da un’economia statalista e dirigista verso quella di mercato è civilmente responsabile” delle obbligazioni assunte dalle sue imprese. Non si può riconoscere allo Stato un’immunità per le conseguenze patrimoniali delle sue scelte quando ciò comporta “un intollerabile stravolgimento del sistema di tutela di diritti dei terzi e l’ingiustificabile riversamento del rischio di tali epocali trasformazioni sulle controparti dei singoli contratti precedentemente stipulati”. E’ vero che la scelta di privatizzare le imprese statali appartiene alle decisioni sovrane dello Stato, ma poiché si è verificato un danno da condotta di enti dello Stato e non un danno da privatizzazione, lo Stato è chiamato a risponderne davanti alla giurisdizione del danneggiato. Di conseguenza, la Suprema Corte riconosce la responsabilità extracontrattuale per la condotta dell’ente statale che procede alla privatizzazione tanto più che quest’ultimo aveva comunicato all’impresa italiana la responsabilità dello Stato per i debiti assunti verso l’azienda italiana che, quindi, rassicurata, aveva eseguito la prestazione.

Scritto in: diritto processuale civile internazio, immunità Stati esteri | in data: 10 dicembre 2015 |
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Non sussiste la giurisdizione del giudice italiano fondata sul solo presupposto che in Italia si trovano le cosiddette vittime secondarie ossia soggetti che hanno ricevuto conseguenze pregiudizievoli solo in via mediata. Le Sezioni unite della Cassazione, con sentenza n. 8571/15 depositata il 28 aprile 2015 (ordinanza bruxelles) ha chiarito, alla luce della Convenzione di Bruxelles del 1968 e del regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, l’esecuzione e il riconoscimento delle decisioni in materia civile e commerciale, sostituito, dal 10 gennaio 2015, dal n. 1215/2012, la ripartizione di giurisdizione nei casi di risarcimenti danni per responsabilità extracontrattuale. Il ricorso era stato presentato da una società per la declaratoria del difetto di giurisdizione di un’azione avviata da un’altra società dinanzi al Tribunale di Bolzano. Quest’ultima aveva agito per ottenere il risarcimento del danno per responsabilità extracontrattuale per aver subito il regresso da parte di due istituti di credito che avevano prestato una garanzia soggetta alla giurisdizione inglese in relazione all’attività di subappalto riguardante una costruzione a Mosca. La Cassazione, partendo dall’articolo 5 della Convenzione di Bruxelles che in materia di competenze speciali attribuisce la competenza al giudice del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire, facendo così riferimento al danno evento e al danno conseguenza, ha escluso, richiamando la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, la competenza del giudice italiano il cui titolo di giurisdizione sarebbe stato costituito unicamente in quanto Stato in cui il patrimonio del danneggiato risente di conseguenze pregiudizievoli. La Corte di Cassazione ha precisato che la condotta del creditore che si assume pregiudizievole è maturata all’estero. E’ vero che le banche pignorate hanno poi esercitato l’azione di rivalsa nei confronti della società italiana ma si tratta di un danno conseguenza non idoneo ad attribuire la giurisdizione al giudice italiano.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 15 maggio 2015 |
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Per stabilire la giurisdizione del giudice italiano in materia di insolvenza è necessario considerare, in linea con l’articolo 3 del regolamento n. 1346/2000 relativo alle procedure d’insolvenza transfrontaliere, la sede principale degli interessi del debitore. E’ vero che, in caso di società, si presume essere quello della sede statutaria, ma se c’è discrepanza tra sede legale e sede effettiva, è quest’ultima a dover prevalere e ad essere determinante per stabilire il giudice competente. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la pronuncia n. 2243/15 depositata il 6 febbraio (insolvenza). La complessa vicenda riguardava la dichiarazione di fallimento che includeva, tra le altre, anche alcune società con sede in Gran Bretagna, collegate a quella italiana, Di qui la contestazione della giurisdizione italiana che la Corte ha respinto proprio facendo prevalere, alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, sul criterio del luogo della sede statutaria come centro degli interessi principali del debitore, la sede effettiva e non quella legale. Il centro operativo e decisionale – osserva la Cassazione – era in Italia come risulta da elementi oggettivi e riconoscibili da terzi, con la conseguenza che la presenza di uffici all’estero non basta a inficiare le conclusioni in ordine alla sussistenza della giurisdizione italiana.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 17 febbraio 2015 |
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