La protezione internazionale va assicurata se il richiedente omosessuale corre il rischio di rientrare nel Paese di origine che persegue l’omosessualità. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sesta sezione civile 1, con la sentenza n. 9946 depositata il 19 aprile (9946). A rivolgersi alla Suprema Corte, un cittadino pakistano al quale era stata respinta la domanda di riconoscimento di protezione internazionale che l’uomo aveva avanzato perché nel suo Paese l’omosessualità è punita con la detenzione a vita. Il Tribunale e la Corte di appello di Cagliari avevano respinto l’istanza. Di diverso avviso la Cassazione che ha ritenuto il ricorso fondato perché il fatto che l’omosessualità è considerata reato nel Paese di provenienza è rilevante ai fini della protezione internazionale in quanto è “una grave ingerenza nella vita privata dei cittadini omosessuali, che compromette grandemente la loro libertà personale e li pone in una situazione oggettiva di persecuzione”. Così la Cassazione ha accolto il ricorso e annullato la pronuncia rinviandola alla Corte di appello di Cagliari in diversa composizione.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 14 giugno 2017 |
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Nessun ostacolo all’espulsione se non sussistono cause ostative fissate all’articolo 19 del Dlgs n. 286/1998. La Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la pronuncia n. 18846/17 depositata il 19 aprile (18846) ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino albanese nei confronti del quale il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ascoli Piceno aveva disposto l’espulsione, una volta espiata la pena, in quanto soggetto pericoloso. L’uomo si opponeva invocando i legami familiari con il fratello, cittadino italiano e con il figlio. La Cassazione ha respinto il ricorso ritenendo del tutto corretto l’operato del Gip sia in ordine all’accertamento del requisito della pericolosità sociale, sia per l’assenza di cause ostative all’espulsione. Ed invero, l’articolo 19 vieta l’espulsione nei sei mesi successivi alla nascita, mentre il  figlio del ricorrente aveva superato quell’età con la conseguenza che la deroga non poteva essere applicata. L’indicata deroga, inoltre, non può certo comprendere ogni figlio minore di età. In caso contrario, non si terrebbe conto dell’esigenza di espellere soggetti pericolosi, esigenza che “verrebbe tout court vanificata dalla necessità di mantenere comunque integro il rapporto familiare genitori/figlio, anche allorquando l’età di quest’ultimo consentirebbe, invece, di concedere priorità alla diversa esigenza di carattere pubblico”. Così, non può essere richiamato il rapporto con il fratello tanto più in assenza di un rapporto di convivenza.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 21 maggio 2017 |
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Il rispetto dei diritti umani e la tutela della civiltà giuridica della società ospitante possono legittimamente bloccare l’utilizzo di prassi che sono previste in una determinata religione ma confliggono con i valori del luogo in cui un cittadino di un altro Stato ha scelto liberamente di inserirsi. E’ la Corte di Cassazione, I sezione penale, a stabilirlo con la sentenza n. 2484/17 depositata il 15 maggio (24084:17). Un cittadino indiano “sikh” era stato condannato dal Tribunale di Mantova alla pena di 2mila euro di ammenda perché portava con sé un coltello. L’uomo si era rifiutato di consegnarlo sostenendo che il suo comportamento era conforme “ai precetti della sua religione, essendo egli un indiano sikh”. Di qui la condanna. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del condannato chiarendo che se la società multietnica deve favorire l’integrazione e il mantenimento della propria cultura di origine, favorendo il pluralismo sociale, ciò non può avvenire travalicando il limite invalicabile “costituito dal rispetto dei diritti umani e della società giuridica della società ospitante”. In particolare – osserva la Suprema Corte – sussiste un obbligo “per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale in cui ha liberamente scelto di inserirsi” tanto più che in una società multietnica non si possono formare “arcipelaghi culturali confliggenti a seconda delle etnie che la compongono…ostandovi l’unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro Paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare”. Una conclusione in linea con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza Sahin contro Turchia e Eweida contro Regno Unito) secondo la quale sono conformi all’articolo 9 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di religione talune restrizioni stabilite per legge se costituiscono misure necessarie in una società democratica “per la protezione dell’ordine pubblico e per la protezione dei diritti e delle libertà altrui”.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 19 maggio 2017 |
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Lacune e carenze nella protezione dei minori migranti. Sarà pure vero che i sistemi nazionali sono sotto pressione per gli arrivi massicci di minori non accompagnati che, nel 2016, sono stati il 30% del totale dei richiedenti asilo, ma certo le autorità nazionali sono tenute a proteggere i minori e ad assicurare una rapida identificazione. La Commissione europea prova a fornire nuovi strumenti partendo dall’individuazione di azioni prioritarie e lo fa con l’adozione di una comunicazione (COM(2017)211) diffusa il 12 aprile (412). In primo luogo, Bruxelles chiede un rafforzamento della presenza di personale qualificato per assistere i minori anche prima della determinazione del loro status, migliorando l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

Nella comunicazione sono stati individuati alcuni settori prioritari: rapida identificazione e protezione sin dall’arrivo; individuazione negli hotspot di persone incaricate della protezione dei minori; messa a disposizione di condizioni di accoglienza adeguate; accesso all’assistenza legale, a quella sanitaria, al sostegno psicosociale e all’istruzione, prescindendo dallo status. Senza dimenticare l’affidamento o l’assistenza su base familiare e alternative al trattenimento amministrativo. Va poi potenziato il ruolo dei tutori per i minori non accompagnati e vanno diffuse misure di integrazione precoce. Gli Stati membri, inoltre, sono tenuti ad accelerare le procedure di reinsediamento e potenziare i sistemi nazionali per arginare il dramma della tratta di minori. Avendo sempre chiaro l’obiettivo ossia assicurare la piena realizzazione dell’interesse superiore dei minori.

Qui il documento di lavoro della Commissione (SWD)

Scritto in: diritti dei migranti, minori | in data: 19 aprile 2017 |
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Rischi di segregazione scolastica, discriminazioni e restrizioni nella vita politica. Con inevitabili barriere per la partecipazione dei migranti nella società. Un quadro allarmante, quello che risulta dalla relazione dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali che ha diffuso uno studio su “Promuovere la partecipazione dei migranti e dei loro discendenti” (fra-2017-together-in-the-eu_en). Certo – scrive l’Agenzia – non mancano le buone prassi, ma le strategie per l’integrazione devono essere rafforzate perché i migranti devono far parte della società. Anche tenendo conto che sono ben 20 milioni i cittadini extra Ue che vivono all’interno degli Stati membri. Di conseguenza, per l’Agenzia sono indispensabili nuove strategie di intervento in materia scolastica, piani di azione per i giovani in particolare per evitare marginalizzazione, alienazione e radicalismo e strumenti per un’integrazione effettiva, inclusa la concessione della cittadinanza che è uno strumento essenziale per favorire la partecipazione nella vita pubblica. Che non è solo un valore ma anche una necessità. E se non mancano le buone prassi, l’Agenzia mette in evidenza che ben 16 Stati membri non hanno ancora predisposto iniziative volte a proteggere i migranti dalla discriminazione.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 24 marzo 2017 |
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Ai minori stranieri non accompagnati che arrivano illegalmente in Italia va assicurata, nel più breve tempo possibile, la nomina di un tutore e, solo in una fase successiva, si può procedere a verificare le condizioni per l’adozione. Di conseguenza, spetta al Tribunale (in questo caso di Marsala) e non al Tribunale per i minorenni procedere alla nomina del tutore. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sesta sezione civile -I, con l’ordinanza n. 686/2017 sul regolamento di competenza proposto dal Tribunale per i minorenni di Palermo (686:2017). Al centro della questione la nomina di un tutore per un minore sbarcato in Italia irregolarmente. Il Tribunale di Marsala si era dichiarato incompetente, ma questa decisione era considerata dal Tribunale per i minorenni in contrasto con il Dlgs n. 142/2015 con il quale sono state recepite le direttive 2013/33/Ue recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e 2013/32/Ue sulle procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. L’articolo 19 – chiarisce la Cassazione – fissa le modalità di assistenza dei minori, privi di familiari adulti e impone all’autorità di pubblica sicurezza di dare immediata comunicazione della presenza del minore al giudice tutelare. In questo modo, si assicura una prossimità territoriale nell’intervento che “sarebbe da escludere in caso di scelta di un organo distrettuale come il tribunale per i minorenni”. Tale organo ha competenza solo nei casi in cui sia pendente un procedimento funzionale alla dichiarazione di adottabilità. In questo modo, sono pienamente rispettate le procedure per l’ingresso dei minori “al fine di non procedere ad adozioni internazionali illegali”.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 16 marzo 2017 |
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L’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha diffuso uno studio sulle questioni chiave del fenomeno migratorio. Nel documento diffuso a fine ottobre “Key migration issues: one year on from initial reporting” (fra-2016-key-migration-issues-october-focus_en), l’Agenzia si è occupata di quattro questioni: minori non accompagnati, sicurezza e protezione nei centri di accoglienza, impatto sulle comunità locali, violenza e hate speech contro i migranti.

shutterstock_381798661_eu_migration_convertedDall’analisi svolta, nell’ambito della tutela dei minori risultano ancora criticità in Italia dove manca uno staff qualificato per identificare i minori a rischio, così come permangono ritardi nella nomina dei tutori, con inevitabili conseguenze negative per il ricongiungimento. Per quanto riguarda la sicurezza nei centri di accoglienza, segnalati casi di abusi sessuali in Germania, Grecia e Svezia. L’hate speech è segnalato in Austria, Bulgaria e Svezia. Ma combattere questo crimine -osserva l’Agenzia – è difficile anche perché non tutti gli Stati classificano l’hate speech come reato.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 10 novembre 2016 |
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La convivenza more uxorio con una cittadina italiana blocca l’espulsione dal territorio di un cittadino extra Ue. E’ la Corte di cassazione, prima sezione penale, a chiarirlo con la sentenza 44182/16 depositata il 18 ottobre (44182) con la quale è stato accolto il ricorso avverso l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Torino che aveva deciso l’espulsione del ricorrente in base all’articolo 16 del Dlgs n. 286/1998. L’uomo sosteneva che non era stata presa in considerazione la circostanza che viveva da tempo in Italia con il suo nucleo familiare, convivendo more uxorio con una cittadina italiana. E’ vero – scrive la Cassazione – che la condizione ostativa all’espulsione prevista nel Dlgs n. 286/1998 è legata alla presenza di un coniuge o di un parente entro il quarto grado, con la conseguenza che non dovrebbe avere rilievo la convivenza con una cittadina italiana, ma l’approvazione della legge 20 maggio 2016 n. 76 “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” ha portato ad alcuni cambiamenti che vanno presi in considerazione. La legge mostra la finalità di perseguire una parificazione tra persona unita civilmente e coniuge e, d’altra parte, la legge precisa che la nozione di coniuge presente nelle leggi interne deve intendersi riferita alla persona civilmente unita ad un’altra persona con contratto di convivenza. E così, poiché il destinatario del provvedimento espulso con le nuove regole può acquisire lo status familiare simile a quello del coniuge, va annullata l’ordinanza che dispone l’espulsione.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 3 novembre 2016 |
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L’Assemblea generale, al termine del Dialogo di alto livello sull’immigrazione che si è tenuto il 14 e il 15 settembre, ha approvato il testo della Dichiarazione sui rifugiati e i migranti (A/71/L.1, n1628546), con la quale, preso atto dell’incremento dei flussi migratori, ha provato a tracciare un quadro complessivo circa gli obblighi degli Stati, tenendo conto che, pur in presenza di un quadro normativo ad hoc per i migranti, tutti, inclusi rifugiati e migranti, hanno gli stessi diritti umani e libertà fondamentali riconosciuti sul piano internazionale a ogni individuo. Primo tra tutti il diritto alla vita. Tra l’altro, si fa notare nel documento, nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è stato evidenziato che lo sviluppo deve andare a beneficio di ogni individuo, senza dimenticare che il fenomeno delle migrazioni può essere funzionale anche allo sviluppo. Nella Dichiarazione sono indicati una serie di impegni a beneficio sia di migranti sia di riugiati, con un allegato dedicato a un quadro generale per la tutela dei rifugiati, dalla fase di ingresso a quella di accoglienza, con un supporto ai Paesi ospitanti che hanno bisogno, come è ovvio, di risorse aggiuntive. Tra l’altro, nel 2018 è prevista l’adozione di un global compact per i rifugiati. L’allegato II del documento è dedicato agli interventi a tutela dei migranti con l’obiettivo di predisporre un quadro giuridico con misure anche nell’ambito della governance. I negoziati per un global compact in questo settore inizieranno nel 2017 e termineranno nel 2018 con una conferenza intergovernativa e l’adozione del Piano strategico.

Si veda anche il rapporto del Segretario generale presentato ad aprile 2016 sulla sicurezza e la dignità dei migranti in_safety_and_dignity_-_addressing_large_movements_of_refugees_and_migrants

Scritto in: diritti dei migranti, ONU | in data: 13 ottobre 2016 |
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Con due sentenze depositate il 13 settembre, la Corte di giustizia dell’Unione europea è intervenuta a delineare i limiti agli interventi delle autorità nazionali che dispongono espulsioni in modo automatico e negano il permesso di soggiorno a cittadini extra Ue, familiari di cittadini di Paesi membri, senza una valutazione specifica del livello di pericolosità sociale dell’interessato, basandosi unicamente sull’esistenza di precedenti condanne. In particolare, con la sentenza (C-165/14, c-16514; si veda anche, sull’espulsione, la C-304/14, c-30414), la Corte ha stabilito che solo nei casi di una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave per un interesse fondamentale dello Stato membro ospitante, le autorità nazionali possono negare il permesso di soggiorno di un cittadino di uno Stato terzo che ha l’affidamento esclusivo dei figli, cittadini Ue. E’ stata la Cassazione spagnola a rivolgersi agli eurogiudici nel caso di un cittadino colombiano, padre di due minorenni cittadini Ue con residenza in Spagna, al quale era stato negato il permesso di soggiorno a causa di precedenti penali a suo carico. L’uomo, che aveva in affidamento esclusivo i due figli, regolarmente accuditi e scolarizzati, era stato condannato con sospensione condizionale della pena. La domanda di permesso di soggiorno era stata respinta. La Corte di giustizia Ue, in primo luogo, chiarito che il diritto di soggiorno di cittadini extra Ue, familiari di cittadini di Paesi membri, non è incondizionato, ma subordinato alle condizioni previste dal Trattato e dalla direttiva 2004/38 sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, ha precisato che i motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza possono essere invocati per bloccare il soggiorno, ma solo in casi eccezionali e tenendo conto che “quanto più forte è l’integrazione dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari nello Stato membro ospitante, tanto più elevata dovrebbe essere la protezione contro l’allontanamento”. D’altra parte, la deroga al diritto di soggiorno dei cittadini Ue e dei loro familiari è un’eccezione all’esercizio di un diritto come la libera circolazione del figlio cittadino Ue, da interpretare in modo restrittivo e nel rispetto del principio di proporzionalità che impone, per di più, di tenere conto dell’interesse superiore del minore e del diritto al rispetto della vita familiare garantito dall’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Con la conseguenza che un provvedimento (espulsione o diniego al permesso di soggiorno) va adottato solo dopo una valutazione del comportamento personale dell’interessato. E’ evidente che la sola esistenza di una condanna pregressa non giustifica in modo automatico il no al soggiorno proprio perché in sé non è una minaccia “reale e attuale nei confronti di un interesse fondamentale della società”. Nella stessa ottica, non possono essere presi in considerazione motivi di prevenzione generale, funzionali unicamente a “dissuadere altri stranieri”.

Scritto in: diritti dei migranti, libera circolazione | in data: 6 ottobre 2016 |
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