Il Dipartimento di Stato americano ha diffuso l’edizione 2016 del “Digest of United States Practice in International Law”, curato da CarrieLyn Guyman (Digest). Si tratta di uno strumento particolarmente utile che tiene conto di tutti gli sviluppi rilevanti nel diritto internazionale pubblico e privato. Dalla cooperazione giudiziaria in materia penale tra gli Stati Uniti e altri Paesi, con un focus sull’estradizione, alla tutela dei diritti umani, passando per i crimini internazionali, i rapporti con le organizzazioni internazionali, l’immunità e i beni culturali. Spazio anche al commercio internazionale e al diritto internazionale privato a cui è dedicato il capitolo 15.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 28 luglio 2017 |
Parole Chiave: //

Le prescrizioni come “vivere onestamente” e “rispettare le leggi dello Stato” valutate per l’applicazione di misure di sorveglianza speciale sono troppe generiche. Di conseguenza, va annullata la sentenza della Corte di appello che ha inflitto una condanna per violazione delle misure di sorveglianza speciale in relazione alle indicate prescrizioni. E’ la Corte di cassazione, sesta sezione penale, a stabilirlo con la sentenza n. 33907/17 depositata il 12 luglio (33907).

Prima di tutto la Suprema Corte ha ricordato che le prescrizioni generiche al centro della vicenda sono state già bocciate dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 282/2019. A ciò si aggiunga – prosegue la Cassazione – la circostanza che la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza De Tommaso (ricorso n. 43395/09) resa dalla Grande Camera il 23 febbraio 2017, ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 2 del Protocollo n. 4 sulla libertà di circolazione, ritenendo che le misure di sorveglianza speciale avevano sì un fondamento nella legge, ma la loro applicazione era legata a un apprezzamento in prospettiva dei tribunali nazionali tanto più che la stessa Corte costituzionale non ha identificato con certezza la nozione di “elementi di fatto” o i comportamenti specifici da classificare come indice di pericolosità sociale. A seguito dell’intervento di Strasburgo, la Cassazione, già in altra occasione, ha affermato che la condotta di colui che viola gli obblighi collegati alla misura di sorveglianza speciale non può avere ad oggetto la prescrizione di “vivere onestamente” e di “rispettare le legge”. Questo proprio a causa del fatto che si tratta di prescrizioni generiche e indeterminate. Di qui l’annullamento parziale della sentenza impugnata.

Cfr. il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/misure-di-prevenzione-personale-bocciate-da-strasburgo.html

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 26 luglio 2017 |
Parole Chiave: //

Con la sentenza n. 23171 depositata l’11 maggio, la Corte di Cassazione, quarta sezione penale, interviene a precisare l’applicazione del principio del ne bis in idem nel caso di sanzione amministrativa relativa alla revoca della patente di guida (23171-17). Il ricorso era stato presentato da un uomo destinatario di una sentenza del Tribunale di Milano con la quale, in aggiunta a una pena patteggiata tra le parti, era stata affiancata la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida. A suo avviso, questa sanzione aveva natura penale con la conseguenza che si poteva configurare l’illegittimità costituzionale dell’articolo 186, comma 2-bis del codice della strada per contrarietà agli articoli 3 e 27 della Costituzione anche a causa del fatto che nell’applicare la sanzione amministrativa il giudice non avrebbe alcuna discrezionalità. Prima di tutto, la Cassazione si è soffermata sulla natura sostanzialmente penale della sanzione amministrativa della revoca della patente alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Ad avviso della Suprema Corte, una simile prospettazione sarebbe il frutto di “un’applicazione acritica del diritto di fonte convenzionale”, senza dimenticare che  l’irrogazione di una sanzione amministrativa accessoria in un processo penale non vuol dire affatto che l’imputato subisca un nuovo procedimento per il medesimo fatto. Per la Cassazione anche se sussistono alcuni caratteri comuni questo non vuol dire che sussista sempre un’equiparazione della sanzione amministrativa a quella penale soprattutto nei casi in cui “una serie di sanzioni (detentiva, pecuniaria, interdittiva) siano previste cumulativamente dalla normativa penale a tutela di interessi generali non omogenei, come tali non sovrapponibili”. Al di là del caso di specie, se è corretto rilevare che non sussiste un’assimilazione indifferenziata delle sanzioni amministrative a quelle penali, con la necessità di un esame del caso concreto, non appare condivisibile, però, la portata estremamente restrittiva circa gli effetti delle sentenze della Corte europea individuata dalla Cassazione secondo la quale il principio del ne bis in idem enunciato da Strasburgo si dovrebbe sempre riferire al singolo caso perché l’approccio pragmatico della Corte europea “non si presta a generalizzazioni concettuali oltre i limiti dell’oggetto del singolo giudizio”.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 30 giugno 2017 |
Parole Chiave: //

L’Ufficio del massimario penale della Corte di Cassazione ha pubblicato una relazione di orientamento su “Ne bis in idem. Percorsi interpretativi e recenti approdi della giurisprudenza nazionale ed europea” (Relc26_17). Nel documento, diffuso a fine marzo, è analizzato il ne bis in idem come principio fondamentale alla luce degli atti internazionali ed europei, tra i quali l’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In particolare, la relazione considera l’evoluzione nella prassi giurisprudenziale della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia dell’Unione europea per poi accertare l’incidenza sul diritto interno fino alla pronuncia n. 200 della Corte costituzionale con particolare riguardo all’idem factum.

Se i soggetti destinatari di sanzioni amministrative e penali sono diversi non scatta il divieto del ne bis in idem. Nei casi in cui un individuo è oggetto di un procedimento penale per un fatto per il quale è stata inflitta una sanzione amministrativa ad una società di cui era socio non sussiste alcuna violazione del principio del ne bis in idem perché il soggetto eventualmente responsabile penalmente è diverso dal soggetto responsabile in sede tributaria/amministrativa. E’ la Corte di Cassazione a stabilirlo con la sentenza n. 48591/16 depositata il 17 novembre (48591). Al centro della vicenda un provvedimento con il quale il Tribunale di Bari aveva rigettato l’istanza di riesame della decisione del giudice per le indagini preliminari che aveva disposto il sequestro preventivo di beni dell’indagato, rappresentante legale di una società. Tra i diversi motivi di ricorso alla Suprema Corte anche una presunta violazione del principio del ne bis in idem, del tutto esclusa dalla Cassazione. Quest’ultima, a sostegno della propria conclusione, ha anche evidenziato l’assenza di definitività della sanzione amministrativa che è il presupposto del divieto del ne bis in idem, come sostenuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Nykanen contro Finlandia. Diverso, poi, come detto, il soggetto responsabile.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 7 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

La Corte di cassazione, seconda sezione civile, con la sentenza n. 1205 depositata il 18 gennaio esclude la necessità di un rinvio alla Corte costituzionale per violazione del principio del contraddittorio nell’applicazione delle sanzioni Consob (1205). Per la Cassazione va respinto, così, il ricorso di un destinatario di una sanzione secondo il quale l’articolo 195, comma 2 del Testo unico in materia di intermediazione finanziaria (TUF) sarebbe in contrasto con l’articolo 117 della Costituzione in ragione di quanto stabilito nella sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Stevens contro Italia, del 4 marzo 2014. Il ricorrente, insieme ad altre società, contestava la sanzione pari a 145mila euro comminata dalla Consob. A suo dire la delibera della Commissione risultava contraria al rispetto del principio del contraddittorio. La Corte di appello di Trento aveva rigettato la sua opposizione, così come ha fatto la Cassazione. Proprio la sentenza Grande Stevens – osserva la Suprema Corte – dopo aver constatato che la sanzione amministrativa di cui all’articolo 187-ter, comma 1 TUF aveva una natura sostanzialmente penale, ha rilevato che le carenze del contraddittorio che caratterizzano un procedimento amministrativo sanzionatorio “non consentono di ritenere violato l’art. 6 della Convenzione EDU quando il provvedimento sanzionatorio sia impugnabile davanti a un giudice indipendente e imparziale, che sia dotato di giurisdizione piena e che conosca dell’opposizione in un  procedimento che garantisca il pieno dispiegamento del contraddittorio delle parti”. Secondo la Cassazione, quindi, gli Stati possono scegliere se garantire l’articolo 6 della Convenzione europea, che assicura l’equo processo, già nella fase amministrativa o assicurarne la realizzazione in un successivo procedimento giurisdizionale. In quest’ultima ipotesi – prosegue la Cassazione – “non può ritenersi che il procedimento amministrativo sia illegittimo”. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ritenuto pienamente rispettato l’articolo 6 e non ha considerato necessario rimettere la questione alla Consulta proprio perché ritenuta infondata.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 30 gennaio 2017 |
Parole Chiave: //

La Corte di cassazione, prima sezione penale, con la sentenza n. 52819/16 (52819), depositata il 13 dicembre, dà piena applicazione alle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo a partire dal caso Torregiani e lo fa chiarendo il corretto calcolo dello spazio da destinare ai detenuti per non incorrere in una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Questi i fatti. Con ordinanza del 2 ottobre 2014, il Tribunale di sorveglianza di Perugia aveva respinto il reclamo (azione inibitoria e risarcitoria) di un detenuto che contestava le condizioni carcerarie provocate dal sovraffollamento. Per il Tribunale, nel calcolo dello spazio destinato al singolo occupante andava incluso il letto che non limita lo spazio vitale, mentre andavano esclusi dal computo della superficie unicamente altre strutture fisse come manufatti e mensole e lo spazio dedicato al bagno. Il criterio di misurazione deciso dal Tribunale aveva portato a escludere un trattamento disumano e degradante perché lo spazio minimo era tra i 3 e i 4 metri quadrati. In modo singolare, tra l’altro, il Tribunale effettuava una compensazione tra acqua calda (assente) e la doccia esterna con acqua calda. Una posizione bocciata dalla Cassazione che ha escluso ogni possibilità di compensazione e ha chiarito che nello spazio minimo vanno considerate tutte le strutture fisse incluso il letto che, quindi, sottrae lo spazio a disposizione del detenuto.

Per le modalità di calcolo dello spazio minimo vitale concesso a un individuo posto in una cella collettiva, la Cassazione ha richiamato la prassi di Strasburgo. Chiara la posizione della Corte europea: al di sotto dei 3 metri quadrati si verifica in modo automatico una violazione dell’articolo 3 della Convenzione, senza possibilità di “compensazioni derivanti dalla bontà della residua offerta di servizi o di spazi esterni alla cella”. Tra l’altro, osserva la Suprema Corte, il letto deve essere considerato come “un ingombro a idoneo a restringere” lo spazio vitale minimo all’interno della cella. Ed invero, – scrive la Cassazione – considerare “superficie utile quella occupata dal letto per finalità di riposo o di attività sedentaria che non soddisfano la primaria esigenza di movimento” non è conforme ai criteri delineati dalla Corte europea, con la conseguenza che non può rientrare nella nozione di spazio minimo individuale. Così, andavano detratti dalla superficie complessiva non solo il bagno e gli arredi ma anche lo spazio occupato dal letto. Pertanto, tenendo conto dell’interpretazione della Corte europea in base alla quale il giudice interno “ha l’obbligo di ritenere un dato integrativo del precetto”, sussiste una “forte presunzione di trattamento inumano e degradante, superabile solo attraverso l’esame congiunto e analitico delle complessive condizioni detentive e della durata di tale restrizione dello spazio minimo”. Di qui l’annullamento con rinvio per un nuovo calcolo dello spazio minimo.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/estradizione-e-sovraffollamento-carcerario-la-sentenza-torreggiani-guida-nella-decisione.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/carceri-le-misure-italiane-convincono-strasburgo.html

Per far scattare il ne bis in idem nel caso di sanzioni penali e amministrative che, nella sostanza, sono penali, è necessario che il provvedimento sanzionatorio amministrativo sia definitivo. Lo ha precisato la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 38134/16 depositata il 14 settembre (38134). La Cassazione ha annullato la sentenza del Tribunale di Asti in base alla quale non si doveva procedere nei confronti dell’imputato per il reato di omessa dichiarazione dell’IVA in quanto sussisteva un’identità degli addebiti mossi in sede amministrativa e penale. Il Tribunale aveva ritenuto applicabile l’articolo 649 c.p.p., tenendo conto delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, mentre non aveva ritenuto necessario sollevare la questione di legittimità costituzionale. La Cassazione, però, non ha ritenuto corretto il ragionamento del Tribunale nella parte in cui ha ritenuto non ostativa all’applicabilità diretta dell’articolo 649 c.p.p. la mancanza di prova circa la definitività del provvedimento sanzionatorio amministrativo. Si tratta, invece, – osserva la Suprema Corte – di un elemento indispensabile per applicare il principio del ne bis in idem. Di conseguenza, “in assenza di prova della definitività del procedimento amministrativo o della irrevocabilità della sentenza tributaria eventualmente intervenuta sulla vicenda, non ricorrono le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 649 c.p.p.”. La Cassazione ha poi escluso la necessità di un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue o un rinvio alla Corte costituzionale perché è intervenuta la prescrizione.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 19 dicembre 2016 |
Parole Chiave: //

corte-di-cassazione-ceduE’ da pochi giorni in libreria il volume “Dialogando sui diritti. Corte di Cassazione e CEDU a confronto”, Editoriale scientifica, Napoli, 2016. Il testo, pubblicato con l’obiettivo di rafforzare la diffusione delle questioni problematiche con al centro il dialogo tra Corte europea dei diritti dell’uomo e giudici nazionali, è costituito da una prima parte generale e da due sezioni: la prima con un focus sul diritto civile e la seconda sul diritto penale. Il testo s’inserisce nel quadro delle attività collegate all’attuazione del Protocollo d’intesa tra Corte di cassazione e Corte di Strasburgo (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/protocollo-dintesa-tra-cedu-e-cassazione-nel-segno-del-dialogo-tra-corti.html) che hanno portato a un primo incontro a Strasburgo il 26 maggio 2016. Punto di contatto nazionale per l’attuazione del Protocollo è il Consigliere di Cassazione Roberto Giovanni Conti.

 

 

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 27 novembre 2016 |
Parole Chiave: //

Una strategia che ha portato a una diminuzione delle sentenze di condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma a un disastro per le casse dello Stato. Nel 2015, infatti, l’Italia ha versato oltre 77 milioni di euro per gli indennizzi dovuti a violazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo accettando la conclusione di regolamenti amichevoli o pronunciando dichiarazioni unilaterali che hanno portato a evitare pronunce di accertamento della colpevolezza da Strasburgo, ma obbligato lo Stato a versare indennizzi alle vittime. Un chiaro segno, quindi, che il rispetto della Convenzione è ben lontano dall’essere realizzato. La cifra monstre – l’importo più alto in assoluto –  è stata messa nero su bianco nella relazione annuale sull’esecuzione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia presentata a luglio 2016 dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri (ufficio del contenzioso) con riferimento all’anno 2015 (relazione_2015).

Il costo degli indennizzi segna un balzo in avanti imponente rispetto al 2014, anno nel quale l’Italia aveva dovuto versare poco più di 5 milioni di euro. Un colpo enorme per le casse dello Stato che – si legge nella relazione che viene presentata ogni anno in base alla legge n. 12/2006 – “è il risultato dell’attuazione delle politiche di riduzione del contenzioso seriale poste in essere attraverso i piani d’azione”. In questo modo, da un lato il Governo è arrivato alla chiusura del contenzioso in via transattiva, ma dall’altro lato ha dovuto riconoscere il versamento di indennizzi. Va detto che sull’importo liquidato è pesata anche l’esecuzione della sentenza del 2012 (Immobiliare Podere Trieste) con la quale la Corte europea ha condannato l’Italia a versare 47 milioni di euro e della pronuncia del 2014, Società Pratolungo Immobiliare, chiusa con un regolamento amichevole in cui l’Italia si è impegnata a corrispondere 20 milioni. In ogni caso, anche al netto di queste pronunce, la cifra, rispetto all’anno passato, resta molto alta. Per le sentenze emesse nel 2015 sono state contabilizzate 12 pronunce per un totale di 1.269.493 euro e 8 decisioni pari a 2.195.910 euro. Per quanto riguarda la legge Pinto, l’Italia ha versato 131.319 euro per chiudere 14 decisioni e ottenere la cancellazione dei ricorsi dal ruolo.

Come dato positivo, invece, è da segnalare l’uscita dell’Italia dal gruppo di testa dei dieci Stati che hanno accumulato il maggior numero di condanne nel 2015, arrivando a 24 sentenze. Diminuito anche il peso dell’Italia rispetto agli affari pendenti con un meno 25% rispetto al 2014 che porta Roma al quarto posto dopo Ucraina, Federazione russa e Turchia.

Sul piano interno, non funziona l’azione di rivalsa introdotta con l’articolo 43 della legge n. 234/2012. Nel 2015 il Ministero dell’economia ha avviato un’azione contro l’Anas per recuperare i 50mila euro versati a seguito della sentenza Pecar del 2009. Sono pronti anche 17 decreti di ingiunzione di pagamento che saranno notificati agli enti interessati. Resta da vedere, però, se il sistema di rivalsa reggerà alla prova della Corte costituzionale. Il Tribunale di Bari, infatti, con ordinanza n. 74/2016 ha sollevato una questione di legittimità dell’articolo 43 anche perché la norma non permette di effettuare una gradazione di responsabilità tra Stato e enti locali (la camera di consiglio è prevista per il 21 settembre).

Per quanto riguarda le modifiche legislative seguite a sentenze di condanna all’Italia, grazie alla pronuncia Oliari, il Parlamento ha approvato la legge n. 76/2016, colmando la lacuna relativa al riconoscimento giuridico di coppie dello stesso sesso. Resta, invece, ancora ferma l’introduzione del reato di tortura. Non è bastata la condanna all’Italia nel caso Cestaro per spingere il Parlamento ad approvare una legge. Con il rischio – in realtà una certezza – di nuove condanne dalla Corte europea e di un accertamento della mancata esecuzione della pronuncia da parte del Comitato dei ministri.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-delle-sentenze-cedu-pubblicata-la-relazione-annuale.html

Scritto in: CEDU, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 9 settembre 2016 |
Parole Chiave: //