L’Ufficio del massimario penale della Corte di Cassazione ha pubblicato una relazione di orientamento su “Ne bis in idem. Percorsi interpretativi e recenti approdi della giurisprudenza nazionale ed europea” (Relc26_17). Nel documento, diffuso a fine marzo, è analizzato il ne bis in idem come principio fondamentale alla luce degli atti internazionali ed europei, tra i quali l’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In particolare, la relazione considera l’evoluzione nella prassi giurisprudenziale della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia dell’Unione europea per poi accertare l’incidenza sul diritto interno fino alla pronuncia n. 200 della Corte costituzionale con particolare riguardo all’idem factum.

Se i soggetti destinatari di sanzioni amministrative e penali sono diversi non scatta il divieto del ne bis in idem. Nei casi in cui un individuo è oggetto di un procedimento penale per un fatto per il quale è stata inflitta una sanzione amministrativa ad una società di cui era socio non sussiste alcuna violazione del principio del ne bis in idem perché il soggetto eventualmente responsabile penalmente è diverso dal soggetto responsabile in sede tributaria/amministrativa. E’ la Corte di Cassazione a stabilirlo con la sentenza n. 48591/16 depositata il 17 novembre (48591). Al centro della vicenda un provvedimento con il quale il Tribunale di Bari aveva rigettato l’istanza di riesame della decisione del giudice per le indagini preliminari che aveva disposto il sequestro preventivo di beni dell’indagato, rappresentante legale di una società. Tra i diversi motivi di ricorso alla Suprema Corte anche una presunta violazione del principio del ne bis in idem, del tutto esclusa dalla Cassazione. Quest’ultima, a sostegno della propria conclusione, ha anche evidenziato l’assenza di definitività della sanzione amministrativa che è il presupposto del divieto del ne bis in idem, come sostenuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Nykanen contro Finlandia. Diverso, poi, come detto, il soggetto responsabile.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 7 marzo 2017 |
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La Corte di cassazione, seconda sezione civile, con la sentenza n. 1205 depositata il 18 gennaio esclude la necessità di un rinvio alla Corte costituzionale per violazione del principio del contraddittorio nell’applicazione delle sanzioni Consob (1205). Per la Cassazione va respinto, così, il ricorso di un destinatario di una sanzione secondo il quale l’articolo 195, comma 2 del Testo unico in materia di intermediazione finanziaria (TUF) sarebbe in contrasto con l’articolo 117 della Costituzione in ragione di quanto stabilito nella sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Stevens contro Italia, del 4 marzo 2014. Il ricorrente, insieme ad altre società, contestava la sanzione pari a 145mila euro comminata dalla Consob. A suo dire la delibera della Commissione risultava contraria al rispetto del principio del contraddittorio. La Corte di appello di Trento aveva rigettato la sua opposizione, così come ha fatto la Cassazione. Proprio la sentenza Grande Stevens – osserva la Suprema Corte – dopo aver constatato che la sanzione amministrativa di cui all’articolo 187-ter, comma 1 TUF aveva una natura sostanzialmente penale, ha rilevato che le carenze del contraddittorio che caratterizzano un procedimento amministrativo sanzionatorio “non consentono di ritenere violato l’art. 6 della Convenzione EDU quando il provvedimento sanzionatorio sia impugnabile davanti a un giudice indipendente e imparziale, che sia dotato di giurisdizione piena e che conosca dell’opposizione in un  procedimento che garantisca il pieno dispiegamento del contraddittorio delle parti”. Secondo la Cassazione, quindi, gli Stati possono scegliere se garantire l’articolo 6 della Convenzione europea, che assicura l’equo processo, già nella fase amministrativa o assicurarne la realizzazione in un successivo procedimento giurisdizionale. In quest’ultima ipotesi – prosegue la Cassazione – “non può ritenersi che il procedimento amministrativo sia illegittimo”. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ritenuto pienamente rispettato l’articolo 6 e non ha considerato necessario rimettere la questione alla Consulta proprio perché ritenuta infondata.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 30 gennaio 2017 |
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La Corte di cassazione, prima sezione penale, con la sentenza n. 52819/16 (52819), depositata il 13 dicembre, dà piena applicazione alle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo a partire dal caso Torregiani e lo fa chiarendo il corretto calcolo dello spazio da destinare ai detenuti per non incorrere in una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Questi i fatti. Con ordinanza del 2 ottobre 2014, il Tribunale di sorveglianza di Perugia aveva respinto il reclamo (azione inibitoria e risarcitoria) di un detenuto che contestava le condizioni carcerarie provocate dal sovraffollamento. Per il Tribunale, nel calcolo dello spazio destinato al singolo occupante andava incluso il letto che non limita lo spazio vitale, mentre andavano esclusi dal computo della superficie unicamente altre strutture fisse come manufatti e mensole e lo spazio dedicato al bagno. Il criterio di misurazione deciso dal Tribunale aveva portato a escludere un trattamento disumano e degradante perché lo spazio minimo era tra i 3 e i 4 metri quadrati. In modo singolare, tra l’altro, il Tribunale effettuava una compensazione tra acqua calda (assente) e la doccia esterna con acqua calda. Una posizione bocciata dalla Cassazione che ha escluso ogni possibilità di compensazione e ha chiarito che nello spazio minimo vanno considerate tutte le strutture fisse incluso il letto che, quindi, sottrae lo spazio a disposizione del detenuto.

Per le modalità di calcolo dello spazio minimo vitale concesso a un individuo posto in una cella collettiva, la Cassazione ha richiamato la prassi di Strasburgo. Chiara la posizione della Corte europea: al di sotto dei 3 metri quadrati si verifica in modo automatico una violazione dell’articolo 3 della Convenzione, senza possibilità di “compensazioni derivanti dalla bontà della residua offerta di servizi o di spazi esterni alla cella”. Tra l’altro, osserva la Suprema Corte, il letto deve essere considerato come “un ingombro a idoneo a restringere” lo spazio vitale minimo all’interno della cella. Ed invero, – scrive la Cassazione – considerare “superficie utile quella occupata dal letto per finalità di riposo o di attività sedentaria che non soddisfano la primaria esigenza di movimento” non è conforme ai criteri delineati dalla Corte europea, con la conseguenza che non può rientrare nella nozione di spazio minimo individuale. Così, andavano detratti dalla superficie complessiva non solo il bagno e gli arredi ma anche lo spazio occupato dal letto. Pertanto, tenendo conto dell’interpretazione della Corte europea in base alla quale il giudice interno “ha l’obbligo di ritenere un dato integrativo del precetto”, sussiste una “forte presunzione di trattamento inumano e degradante, superabile solo attraverso l’esame congiunto e analitico delle complessive condizioni detentive e della durata di tale restrizione dello spazio minimo”. Di qui l’annullamento con rinvio per un nuovo calcolo dello spazio minimo.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/estradizione-e-sovraffollamento-carcerario-la-sentenza-torreggiani-guida-nella-decisione.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/carceri-le-misure-italiane-convincono-strasburgo.html

Per far scattare il ne bis in idem nel caso di sanzioni penali e amministrative che, nella sostanza, sono penali, è necessario che il provvedimento sanzionatorio amministrativo sia definitivo. Lo ha precisato la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 38134/16 depositata il 14 settembre (38134). La Cassazione ha annullato la sentenza del Tribunale di Asti in base alla quale non si doveva procedere nei confronti dell’imputato per il reato di omessa dichiarazione dell’IVA in quanto sussisteva un’identità degli addebiti mossi in sede amministrativa e penale. Il Tribunale aveva ritenuto applicabile l’articolo 649 c.p.p., tenendo conto delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, mentre non aveva ritenuto necessario sollevare la questione di legittimità costituzionale. La Cassazione, però, non ha ritenuto corretto il ragionamento del Tribunale nella parte in cui ha ritenuto non ostativa all’applicabilità diretta dell’articolo 649 c.p.p. la mancanza di prova circa la definitività del provvedimento sanzionatorio amministrativo. Si tratta, invece, – osserva la Suprema Corte – di un elemento indispensabile per applicare il principio del ne bis in idem. Di conseguenza, “in assenza di prova della definitività del procedimento amministrativo o della irrevocabilità della sentenza tributaria eventualmente intervenuta sulla vicenda, non ricorrono le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 649 c.p.p.”. La Cassazione ha poi escluso la necessità di un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue o un rinvio alla Corte costituzionale perché è intervenuta la prescrizione.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 19 dicembre 2016 |
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corte-di-cassazione-ceduE’ da pochi giorni in libreria il volume “Dialogando sui diritti. Corte di Cassazione e CEDU a confronto”, Editoriale scientifica, Napoli, 2016. Il testo, pubblicato con l’obiettivo di rafforzare la diffusione delle questioni problematiche con al centro il dialogo tra Corte europea dei diritti dell’uomo e giudici nazionali, è costituito da una prima parte generale e da due sezioni: la prima con un focus sul diritto civile e la seconda sul diritto penale. Il testo s’inserisce nel quadro delle attività collegate all’attuazione del Protocollo d’intesa tra Corte di cassazione e Corte di Strasburgo (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/protocollo-dintesa-tra-cedu-e-cassazione-nel-segno-del-dialogo-tra-corti.html) che hanno portato a un primo incontro a Strasburgo il 26 maggio 2016. Punto di contatto nazionale per l’attuazione del Protocollo è il Consigliere di Cassazione Roberto Giovanni Conti.

 

 

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 27 novembre 2016 |
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Una strategia che ha portato a una diminuzione delle sentenze di condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma a un disastro per le casse dello Stato. Nel 2015, infatti, l’Italia ha versato oltre 77 milioni di euro per gli indennizzi dovuti a violazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo accettando la conclusione di regolamenti amichevoli o pronunciando dichiarazioni unilaterali che hanno portato a evitare pronunce di accertamento della colpevolezza da Strasburgo, ma obbligato lo Stato a versare indennizzi alle vittime. Un chiaro segno, quindi, che il rispetto della Convenzione è ben lontano dall’essere realizzato. La cifra monstre – l’importo più alto in assoluto –  è stata messa nero su bianco nella relazione annuale sull’esecuzione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia presentata a luglio 2016 dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri (ufficio del contenzioso) con riferimento all’anno 2015 (relazione_2015).

Il costo degli indennizzi segna un balzo in avanti imponente rispetto al 2014, anno nel quale l’Italia aveva dovuto versare poco più di 5 milioni di euro. Un colpo enorme per le casse dello Stato che – si legge nella relazione che viene presentata ogni anno in base alla legge n. 12/2006 – “è il risultato dell’attuazione delle politiche di riduzione del contenzioso seriale poste in essere attraverso i piani d’azione”. In questo modo, da un lato il Governo è arrivato alla chiusura del contenzioso in via transattiva, ma dall’altro lato ha dovuto riconoscere il versamento di indennizzi. Va detto che sull’importo liquidato è pesata anche l’esecuzione della sentenza del 2012 (Immobiliare Podere Trieste) con la quale la Corte europea ha condannato l’Italia a versare 47 milioni di euro e della pronuncia del 2014, Società Pratolungo Immobiliare, chiusa con un regolamento amichevole in cui l’Italia si è impegnata a corrispondere 20 milioni. In ogni caso, anche al netto di queste pronunce, la cifra, rispetto all’anno passato, resta molto alta. Per le sentenze emesse nel 2015 sono state contabilizzate 12 pronunce per un totale di 1.269.493 euro e 8 decisioni pari a 2.195.910 euro. Per quanto riguarda la legge Pinto, l’Italia ha versato 131.319 euro per chiudere 14 decisioni e ottenere la cancellazione dei ricorsi dal ruolo.

Come dato positivo, invece, è da segnalare l’uscita dell’Italia dal gruppo di testa dei dieci Stati che hanno accumulato il maggior numero di condanne nel 2015, arrivando a 24 sentenze. Diminuito anche il peso dell’Italia rispetto agli affari pendenti con un meno 25% rispetto al 2014 che porta Roma al quarto posto dopo Ucraina, Federazione russa e Turchia.

Sul piano interno, non funziona l’azione di rivalsa introdotta con l’articolo 43 della legge n. 234/2012. Nel 2015 il Ministero dell’economia ha avviato un’azione contro l’Anas per recuperare i 50mila euro versati a seguito della sentenza Pecar del 2009. Sono pronti anche 17 decreti di ingiunzione di pagamento che saranno notificati agli enti interessati. Resta da vedere, però, se il sistema di rivalsa reggerà alla prova della Corte costituzionale. Il Tribunale di Bari, infatti, con ordinanza n. 74/2016 ha sollevato una questione di legittimità dell’articolo 43 anche perché la norma non permette di effettuare una gradazione di responsabilità tra Stato e enti locali (la camera di consiglio è prevista per il 21 settembre).

Per quanto riguarda le modifiche legislative seguite a sentenze di condanna all’Italia, grazie alla pronuncia Oliari, il Parlamento ha approvato la legge n. 76/2016, colmando la lacuna relativa al riconoscimento giuridico di coppie dello stesso sesso. Resta, invece, ancora ferma l’introduzione del reato di tortura. Non è bastata la condanna all’Italia nel caso Cestaro per spingere il Parlamento ad approvare una legge. Con il rischio – in realtà una certezza – di nuove condanne dalla Corte europea e di un accertamento della mancata esecuzione della pronuncia da parte del Comitato dei ministri.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-delle-sentenze-cedu-pubblicata-la-relazione-annuale.html

Scritto in: CEDU, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 9 settembre 2016 |
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La Corte costituzionale è intervenuta nuovamente sui rapporti tra diritto interno e Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E lo ha fatto con la sentenza n. 200/2016 del 21 luglio 2016 relativa al principio del ne bis in idem e all’eventuale contrasto tra la formulazione di cui all’articolo 649 del codice di procedura penale e quella prospettata come più favorevole di cui all’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (200:2016). E’ stato il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Torino, con riferimento al processo Eternet, con ordinanza del 24 luglio 2015, a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 649 c.p.p. con riferimento all’articolo 117 della Costituzione e, quindi, all’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea. In particolare, secondo il giudice a quo, la limitazione all’applicazione del principio, che risulterebbe dall’art. 649, all’esistenza del medesimo fatto giuridico nei suoi elementi costitutivi con riguardo alla sola condotta dell’agente, senza tener conto, invece, dell’esistenza del medesimo “fatto storico”, è contraria alla Convenzione e, quindi, all’articolo 117 della Costituzione. La Consulta ha ritenuto non fondata l’interpretazione prospettata dal giudice. Ed invero, dalla prassi giurisprudenziale interna non risulta che l’articolo 4 del Protocollo, che recepisce il criterio dell’idem factum e non dell’idem legale, abbia un campo applicativo diverso o più favorevole all’imputato rispetto all’articolo 649 c.p.p. La Corte costituzionale ha rilevato che il riferimento al fatto, nella giurisprudenza della CEDU, non è limitato all’azione o alla omissione e comprende, invece, “l’oggetto fisico su cui cade il gesto” tanto da poter comprendere anche l’evento naturalistico che ne consegue. La Corte europea dei diritti dell’uomo, poi, con riferimento alla concezione dell’idem factum non ha precisato in modo chiaro se detta concezione sia limitata alla condotta dell’agente “ovvero abbracci l’oggetto fisico, o anche l’evento naturalistico” tant’è che, in diverse occasioni, Strasburgo ha fatto riferimento alla stessa vittima. Di conseguenza, la Consulta conclude che “non si può isolare con sufficiente certezza alcun principio”, potendosi così fare riferimento alla condotta dell’agente, ma anche all’oggetto fisico dell’evento nella sola dimensione materiale. La Convenzione – prosegue la Consulta – impone agli Stati di applicare il ne bis in idem “in base a una concezione naturalistica del fatto, ma non di restringere quest’ultimo nella sfera della sola azione od omissione dell’agente”. Di conseguenza, in assenza di una giurisprudenza europea univoca, l’interprete deve fare riferimento al solo rilievo storico naturalistico del fatto. Detto questo, però, i giudici costituzionali ritengono che siano presenti alcuni elementi di contrasto in ragione di alcuni orientamenti che si fondano sull’applicazione del principio ai soli casi in cui vi sia un idem legale con un’evidente incompatibilità con la Convenzione e con la stessa Costituzione. Per quanto riguarda l’ulteriore profilo di contrasto tra l’articolo 649 c.p.p. e l’articolo 4 del Protocollo n. 7 in relazione agli orientamenti che vietano di applicare il principio del ne bis in idem “ove il reato già giudicato sia stato commesso in concorso formale con quello oggetto della nuova iniziativa del pubblico ministero nonostante la medesimezza del fatto”, la Corte ritiene questa posizione incompatibile con la CEDU se il fatto storico è lo stesso, tenendo conto che le uniche deroghe ammissibili in ordine alla preclusione del giudicato rispetto alla nuova azione penale sono solo quelle elencate dal comma 2 dell’articolo 4, del Protocollo n. 7. Questo vuol dire che il giudice deve considerare la triade condotta-nesso causale-evento naturalistico e considerare l’idem se c’è coincidenza di tutti questi elementi “assunti in una dimensione empirica”. Pertanto, esiste un contrasto dell’articolo 649 con l’articolo 117 della Costituzione se è esclusa l’applicazione del ne bis in idem per la sola circostanza che ricorre un concorso formale di reati tra res iudicata e res iudicanda, mentre l’articolo 4 del Protocollo n. 7 vieta di procedere nuovamente quando il fatto storico è lo stesso. Solo per questa parte, quindi, la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalià dell’art. 649 c.p.p.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 22 luglio 2016 |
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Per fare il punto sull’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e in particolare sulla Dichiarazione di Brighton, lo Steering Committe for Human Rights ha diffuso, nella riunione del 17 giugno, il rapporto che contiene le risposte degli Stati alle richieste avanzate nel corso della Conferenza di Brighton e nella Dichiarazione conclusiva (CDDH(2016)R85 Addendum I_EN). In molti Stati sono state create strutture ad hoc per facilitare l’attuazione della Convenzione, addirittura con l’individuazione di un coordinatore per tenere conto della Convenzione all’interno dei singoli ministeri (è il caso dell’Austria). Rafforzata ovunque la diffusione delle sentenze della Corte europea. Tra gli sviluppi più positivi, la Repubblica Ceca che considera la Convenzione come parte dell’ordinamento costituzionale e le novità in Bosnia e la Turchia che hanno introdotto la possibilità di rivolgersi alla Corte costituzionale nei casi di violazione della Convenzione. A seguito di una sentenza pilota, poi, la Bulgaria ha adottato una legge per fornire un indennizzo alle parti lese da processi interni troppo lunghi.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/attuazione-effettiva-della-convenzione-europea-adottata-la-dichiarazione-di-bruxelles-urgente-ladesione-dellue-alla-cedu.html

Scritto in: diritti umani, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 6 luglio 2016 |
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Un freno a interpretazioni autonome da parte dei giudici di merito che portano a disapplicare una norma interna in forza di un contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, senza sollevare la questione di legittimità costituzionale. La Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la pronuncia n. 25815/16 depositata ieri (25815:16) ha disposto l’annullamento della sentenza del Tribunale di Asti che aveva assolto l’imputato per un reato e stabilito che per le altre imputazioni non si doveva procedere in quanto era stato già destinatario di sanzioni amministrative per gli stessi fatti oggetto del procedimento penale. Il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Torino ha impugnato la pronuncia dinanzi alla Cassazione che gli ha dato ragione. Per la Suprema Corte, l’articolo 649 c.p.p., che fissa il divieto di un nuovo processo penale per il medesimo fatto, non può essere interpretato autonomamente dal giudice di merito alla luce dell’articolo 4 (sul principio del ne bis in idem) del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo secondo i criteri stabiliti nella sentenza Grande Stevens, superando il chiaro dato letterale della norma. E’, infatti, evidente, che l’interpretazione convenzionalmente orientata non appare possibile visto la chiara formulazione della norma. L’articolo 649, infatti, si riferisce a più procedimenti penali per il medesimo fatto e non si può, quindi, estendere il suo ambito applicativo “a sanzioni irrogate l’una dal giudice penale, l’altra da un’autorità amministrativa” nei casi in cui tra le due violazioni c’è un rapporto di progressione illecita. Il Tribunale – osserva la Cassazione – non aveva la possibilità di interpretare l’articolo in esame in modo conforme alla Convenzione alla luce della sentenza Grande Stevens ed Engel e, quindi, anche sulla base delle sentenze della Corte costituzionale n. 348 e n. 349 del 2007, avrebbe dovuto constatare l’impossibilità di interpretare l’articolo 649 in modo conforme alla regola convenzionale e sollevare la questione di legittimità costituzionale ex articolo 117 della Costituzione in relazione all’articolo 4 del Protocollo n. 7 nella parte in cui l’articolo 649 non prevede l’applicabilità del divieto di un secondo giudizio se l’imputato è stato già giudicato con un provvedimento irrevocabile, per il medesimo fatto, nell’ambito di un procedimento amministrativo.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 23 giugno 2016 |
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